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L’ira del popolo dell’acqua

Rimango basito davanti al fatto che i politici italiani, eletti dal popolo, non obbediscono a quello che il popolo italiano ha deciso visto che ben ventisei milioni di persone nel Referendum sull’acqua del giugno 2011, hanno affermato che l’acqua deve uscire dal mercato e che non si può fare profitto sull’”oro blu”.

Il referendum è l’unica possibilità che il popolo italiano ha di esprimere in maniera diretta la propria volontà. È incredibile che dal 2011 abbiamo avuto ben sette governi di varie tonalità, da sinistra a destra, ma nessuno ha obbedito a quanto il popolo ha deciso sull’acqua.

La politica è sorda a quanto il popolo chiede. È un’amara constatazione, soprattutto per gli ultimi due governi: il governo giallo-verde e quello attuale giallo-rosso. In tutti i due esecutivi la forza politica più consistente era il Movimento Cinque Stelle. La prima stella del M5S è sempre stata la gestione pubblica di questo prezioso bene. Lo stesso presidente della Camera Roberto Fico ha iniziato con noi a Napoli la lotta per questo “diritto umano fondamentale”.

Quando lo scorso anno il presidente Fico ha invitato in parlamento i rappresentanti del Forum dei movimenti italiani per l’acqua ha detto a tutti: «Lego la mia presidenza alla legge sull’acqua».
Nel famoso “contratto” del governo giallo-verde, “l’acqua pubblica” era al primo posto sulla lista, ma non se n’è fatto nulla perché la Lega non ne volle sapere. Ma c’è stata tanta ambivalenza anche all’interno del M5S e con due precise questioni: il problema Arera (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) e il decreto Crescita. 

I cinque stelle dovevano sottrarre immediatamente il potere di controllo ad Arera, autorità che ha come fine la gestione dell’acqua nel mercato, per restituirla al ministero dell’Ambiente, cosa che non è stata fatta. Ancora più grave è stato il fatto che approvando il decreto Crescita, praticamente è stata privatizzata l’acqua del meridione (Puglia, Basilicata, Campania).
Questo è un autentico tradimento dei pentastellati, nonostante tutte le pressioni del Forum dei movimenti italiani per l’acqua.

In questi giorni il premier Di Maio ha detto che la legge sull’acqua è pronta, ma deve convincere il PD a fare tale scelta.

In tutta questa incredibile vicenda c’è anche una grave responsabilità del presidente della Repubblica che ha il dovere costituzionale di richiamare il parlamento al suo dovere di tradurre il referendum in legge. Né Mattarella, né Napolitano prima di lui, l’hanno mai fatto. Quando Mattarella è venuto in visita al Rione Sanità a Napoli, gli ho consegnato una lettera in cui gli chiedevo proprio questo. Mi promise di rispondermi. Non l’ha mai fatto e non ha mai detto una parola su questo tema così fondamentale.

Trovo tutti questi tradimenti politici molto gravi in un momento così difficile, quello del surriscaldamento del pianeta.
La prima vittima di tale evento sarà il bene comune più prezioso che abbiamo: l’acqua
. Guai a noi se permetteremo che l’acqua cada in mano ai privati!

Saranno i poveri a pagarne le conseguenze: morte per sete. Ma se la politica è oggi sorda a questa richiesta fondamentale del popolo italiano, mi consola il fatto che a livello locale la lotta per la gestione pubblica dell’acqua continua, ottenendo anche dei buoni risultati. Molto significativa è stata la lotta dei comitati di Agrigento che ha portato alla ripubblicizzazione dell’acqua, con la modalità dell’azienda consortile pubblica, sia nella città di Agrigento che nei comuni della provincia. Dopo Napoli, è la prima città a farlo. Congratulazioni!
Significativo anche il tentativo del referendum provinciale a Brescia e di quello comunale a Benevento, per forzare queste città a ripubblicizzare.

Altrettanto significativo anche il voto dei delegati del distretto Napoli dell’Ente Idrico Campano che ha individuato nell’azienda speciale ABC-Napoli il gestore unico per tutti i trentadue comuni della provincia. Questo grazie al Comitato Acqua Napoli e al Coordinamento campano, molto impegnato anche contro l’azienda privata Gori che gestisce i comuni vesuviani.

Sono tutti piccoli passi significativi, dal basso, per premere sui politici perché in chiave nazionale facciano il passo definitivo verso la ripubblicizzazione.
Ci appelliamo in questo momento anche al PD perché abbandoni la sua politica di privatizzazioni e imbocchi la strada della ripubblicizzazione di questo bene che papa Francesco nella su enciclica Laudato Si’ definisce “diritto umano essenziale, fondamentale e universale”. Sarebbe questo uno splendido regalo che il governo giallo-rosso potrebbe fare al Bel Paese.

Se non ora, quando?

Alex Zanotelli
Pubblicato anche su Nigrizia.it

Perché in Palestina no?

Il libero accesso all’acqua potabile è un diritto fondamentale dell’umanità.

Non si tratta solo di una asserzione dettata dal buon senso, ma di un vero e proprio obbligo legale sancito dal diritto internazionale.

Nel novembre 2002 la Commissione ONU per i Diritti Economici, Sociali e Culturali adottò il “Commento Generale nr.15” riguardante il diritto all’acqua: “Il diritto umano all’acqua è indispensabile per condurre una vita di umana dignità. È un prerequisito per la realizzazione di altri diritti umani” (Articolo I.1)

Ma il dibattito sull’acqua come diritto dell’umanità si concluse solo anni dopo, con la Risoluzione 64/292 del 28 luglio 2010 dell’Assemblea Generale dell’ONU. Essa riconosceva esplicitamente “il diritto all’acqua potabile pulita e sicura come diritto umano essenziale per il pieno godimento della vita e di tutti gli altri diritti umani”.

Ha perfettamente senso: senza acqua non c’è vita.

Tuttavia, come accade per qualunque altro diritto umano, sembra che alla Palestina venga negato anche questo. La crisi idrica si sta abbattendo sull’intero mondo ma l’area più colpita è proprio il Medio Oriente. Le siccità legate al cambiamento climatico, le perturbazioni improvvise, la mancanza di una pianificazione centralizzata, i conflitti militari, tra le altre cose, hanno prodotto un senso di insicurezza idrica senza precedenti.

La situazione però si fa ancora più complicata in Palestina, dove la crisi idrica si collega direttamente al contesto politico più generale dell’occupazione israeliana: l’apartheid, gli insediamenti ebrei illegali, l’assedio e la guerra. Ma mentre è stata posta ragionevolmente molta attenzione sugli aspetti militari dell’occupazione israeliana, le politiche coloniali dello Stato in materia di acqua hanno attirato decisamente meno attenzione, nonostante siano un problema pressante e critico.

Secondo Ashraf Amra, il controllo totale dell’acqua è stata una delle prime politiche messe in atto da Israele dopo l’istituzione del regime militare a seguito dell’occupazione di Gerusalemme Est, Cisgiordania e Striscia di Gaza nel giugno 1967.
Le politiche discriminatorie di Israele, che usa e abusa delle risorse idriche palestinesi, può definirsi vero e proprio “apartheid idrico”.

Il consumo eccessivo di acqua di Israele, l’uso irregolare delle dighe, la negazione del diritto dei palestinesi ad avere la propria acqua o a scavare nuovi pozzi, hanno tutti conseguenze ambientali enormi e probabilmente irreversibili, danneggiando in maniera fondamentale l’intero ecosistema acquatico.

In Cisgiordania, Israele usa l’acqua per consolidare la dipendenza dei palestinesi dall’occupazione, usando una forma crudele di dipendenza economica per mantenere i palestinesi in un rapporto subalterno. Tale modello è supportato dal controllo delle frontiere, i checkpoint militari, la riscossione di tasse, le chiusure, i coprifuochi militari e la negazione dei permessi edilizi.
La dipendenza idrica è parte integrante di questa strategia.

L’ “Accordo ad interim sulla Cisgiordania e la Striscia di Gaza”, conosciuto come l’Accordo di Oslo II, firmato nel settembre del 1995 a Taba, in Egitto, inasprì le iniquità di Oslo I firmato nel settembre 1993: oltre il 71% delle falde acquifere palestinesi furono messe a disposizione di Israele, mentre solo il 17% furono assegnate ai palestinesi.

Ancora più sconvolgente, il nuovo accordo incoraggiava un meccanismo volto a forzare i palestinesi a comprare la loro stessa acqua da Israele, rinforzando ancora di più il rapporto di sudditanza clientelare della Autorità Palestinese nei confronti dello Stato occupante.
La compagnia idrica israeliana Mekorot, ente interamente governativo, abusa dei suoi privilegi per premiare o punire i palestinesi a suo piacimento.

Nell’estate del 2016, ad esempio, l’intera comunità palestinese nella Cisgiordania occupata fu privata di acqua perché l’Autorità Palestinese non era riuscita a pagare le ingenti somme necessarie a ricomprare quell’acqua proveniente dalle stesse fonti naturali palestinesi.

Sconcertante, vero? Eppure c’è ancora chi si chiede come mai gli accordi di Oslo abbiano fallito nel tentativo di portare la tanto agognata pace nel territorio.

I numeri di questo apartheid idrico parlano chiaro: un palestinese in Cisgiordania usa in media 72 litri di acqua al giorno, un israeliano ne consuma dai 240 ai 300.
Le responsabilità politiche di questa disuguaglianza nella distribuzione delle risorse d’acqua disponibili sono da attribuirsi non solo alla crudele occupazione israeliana ma anche alle politiche poco lungimiranti della leadership palestinese.

La situazione a Gaza è addirittura peggiore: il territorio sarà ufficialmente “inabitabile” entro il 2020, secondo un rapporto delle Nazioni Unite.
È letteralmente l’anno prossimo. La principale causa di questa sinistra previsione è proprio la crisi idrica di Gaza.

Secondo uno studio dell’Oxfam, “meno del 4% dell’acqua corrente [di Gaza] è potabile e il mare circostante è inquinato dagli scarichi fognari.
La ricerca dell’Oxfam si concludeva indicando la correlazione tra l’inquinamento idrico e il drastico aumento delle patologie renali nella Striscia di Gaza. La crisi idrico-sanitaria di Gaza si sta inasprendo anche per le frequenti chiusure dell’unica centrale elettrica operativa dell’enclave, demolendo qualsiasi speranza di trovare un rimedio.

La società statunitense RAND Corporation ha comprovato che un quarto di tutte le malattie diffuse nella zona assediata della striscia di Gaza hanno origine nella carenza di acqua.
Altrettanto drammatiche sono le stime della RAND secondo cui, stando ai dati dell’Organizzazione Internazionale della Sanità, il 97% dell’acqua presente a Gaza è inadatta al consumo umano.
Una situazione che in termini di sofferenza umana non può che definirsi orribile.

Gli ospedali della Striscia di Gaza stanno cercando di affrontare le grosse epidemie di malattie e patologie causate dall’acqua sporca, ma gli mancano strumenti adeguati, sono vessati dai continui tagli alla corrente elettrica e soffrono essi stessi dalla mancanza di acqua pulita. “L’acqua è spesso assente ad Al-Shifa, il più grande ospedale di Gaza” – prosegue il rapporto della RAND – “e anche quando l’acqua c’è, dottori e infermiere non riescono a sterilizzare le proprie mani per effettuare interventi chirurgici a causa della sua cattiva qualità”.

Secondo la piattaforma multimediale sull’ambiente Circle of Blue, dei due milioni di residenti a Gaza, solo il 10% ha accesso ad acqua pulita e potabile.

I miei figli si ammalano perché manca l’acqua”, racconta a Circle of Blue Madlain Al-Najjar, madre di sei figli residente nella Striscia di Gaza, “soffrono spesso di vomito e diarrea. Spesso so riconoscere che l’acqua non è pulita, ma non abbiamo alternative”.

Il giornale inglese The Independent ha raccontato la storia di Noha Sais, madre ventisettenne di cinque figli residente a Gaza. “Nell’estate del 2017, tutti i figli di Noha si ammalarono  improvvisamente, vomitando senza sosta, e furono ricoverati. Le acque putride del Mediterraneo di Gaza li avevano avvelenati”. “Il più giovane, Mohamed, un bambino di 5 anni vigoroso e in salute, contrasse un virus ignoto dal mare che si impadronì completamente del suo corpo e del suo cervello. Tre giorni dopo il viaggio, andò in coma. Dopo una settimana era già morto.”

Come Noha racconta al giornale, “I dottori dissero che l’origine dell’infezione era un germe proveniente dall’acqua di mare inquinata, ma che non potevano stabilire esattamente quale fosse. Dissero solo che se mai mio figlio si fosse ripreso, non sarebbe mai più stato lo stesso, che sarebbe stato un vegetale.”

Molti casi simili sono stati registrati in tutta Gaza, e non se ne vede la fine. Le politiche idriche di Israele sono solo una sfaccettatura di una ben più ampia guerra contro i palestinesi con l’intento di rafforzare il controllo coloniale.

A giudicare dalle testimonianze, i sionisti non hanno certo fatto “fiorire il deserto”, come afferma la propaganda israeliana. Da quando si è insediata sulle macerie di più di cinquecento città e villaggi palestinesi distrutti tra il 1947 e il 48, Israele ha fatto l’esatto opposto.

La Palestina contiene un potenziale di colonizzazione di cui gli arabi non necessitano né sono in grado di sfruttare”: queste sono le parole che il padre fondatore di Israele e primo Primo Ministro David Ben Gurion scriveva a suo figlio nel 1937.
L’Israele sionista, tuttavia, ha fatto molto più che “sfruttare” quel “potenziale di colonizzazione”; ha anche assoggettato la Palestina storica a una estenuante e cruenta campagna di distruzione che non si è ancora conclusa, e che è probabile si protragga fin quando i sionisti prevarranno in Israele e nella Palestina occupata. È una ideologia razzista, egemonica e sfruttatrice.

Se l’accesso all’acqua pulita è a tutti gli effetti un diritto dell’umanità, perché allora il mondo permette che Israele faccia della Palestina e dei suoi abitanti una eccezione?

di Ramzy Baroud

Fino all’ultima goccia d’acqua

Il Forum dei Movimenti per l’Acqua ha sbirciato tra i conti delle quattro grandi aziende multiservizio quotate in Borsa che gestiscono l’acqua: gli utili e i dividendi sono da capogiro.

Siamo di fronte a un sistema di gestione votato soltanto al profitto “che nessuna attenzione può e vuole avere per la conservazione quali-quantitativa del bene acqua, con investimenti del tutto insufficienti per la reale ristrutturazione delle reti”. scrive Paolo Carsetti del Forum.

Occorre costruire una seria inversione di tendenza, ad esempio approvando subito e senza stravolgimenti la proposta di legge in discussione alla Camera, cioè l’aggiornamento della legge di iniziativa popolare presentata dodici anni fa dal Movimento per l’Acqua.

Pd, Forza Italia, Lega e anche M5S non sono d’accordo: naturalmente il Forum non ha nessuna voglia di arrendersi.

Un impegno anche in occasione delle prossime elezioni Europee

Vedi:  APPELLO DEL MOVIMENTO EUROPEO PER L’ACQUA

Fino all’ultima goccia

Questo lo slogan del Forum italiano dei movimenti per l’acqua

Non è un segreto che gestire l’acqua risulta essere un business molto redditizio. In Italia il giro di affari annuo si aggira intorno ai 10 miliardi di euro.

Gestire l’acqua vuol dire non avere rischio d’impresa poiché i profitti, anche dopo il referendum del 2011 e a seguito dell’intervento dell’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA), continuano ad essere garantiti caricandoli direttamente sulla tariffa. 

Gestire il servizio idrico significa gestire un servizio in regime di monopolio poiché l’acqua è monopolio naturale. Pertanto può essere pubblico o privato ma non sussiste possibilità di concorrenza nel mercato. Parlare di liberalizzazioni in questo campo, dunque, è una vera e propria mistificazione. D’altra parte, i fautori del mercato sostengono che rimanendo pubblica la proprietà delle reti, l’acqua non viene privatizzata, e che ciò che viene messo sul mercato è la sua gestione.

È evidente che il reale proprietario del bene è colui che lo gestisce poiché detiene tutte le informazioni e non colui che ne mantiene la proprietà formale.

……….
A distanza di otto anni siamo ancora costretti ad un’intensa mobilitazione perché l’esito referendario è stato completamente disatteso e si persevera lungo la strada della mercificazione.

……….
La natura delle grandi aziende multiservizio quotate in Borsa, cioè quelle che sono il “dominus” del sistema di gestione italiano, non è infatti produrre servizi pubblici fondamentali, ma “creare valore per gli azionisti”, e cioè distribuire consistenti dividendi ai soci. 

Quest’affermazione si basa su uno studio dei bilanci (dal 2010 al 2016) delle “quattro grandi sorelle” – HERA, ACEA, IREN e A2A – effettuato dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua.

Nei sette anni indicati, in termini cumulati, IREN, A2A, HERA e ACEA realizzano utili per 3,257 miliardi di euro e distribuiscono dividendi per 2,983 miliardi di euro ai soci pubblici e privati, pari al 91 per cento degli utili! 

L’articolo completo su:  https://comune-info.net/2019/04/fino-allultima-goccia/

Paolo Carsetti  – Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua – 3 Aprile 2019

Ripensare l’acqua: 27 tesi

Ripensare l’acqua significa liberare il futuro dell’umanità dalle catene della disuguaglianza e dell’ingiustizia; tutelarla dalla guerra per l’acqua; liberare il futuro della vita dalle catene della dominazione predatoria dei vecchi e nuovi “signori dell’acqua”, già all’opera in tutto il mondo; preservare questo pianeta dal furto della vita rappresentato dall’impoverimento e dall’esclusione di alcuni; sprigionare la forza creativa dell’utopia, farla uscire dalla prigione del pragmatismo, realismo e cinismo dei ceti dominanti.

Tesi 1. L’acqua è un elemento naturale indispensabile e insostituibile per tutte le forme di vita (esseri umani, microbi, vegetali e animali). L’acqua è vita. E deve essere vissuta, salvaguardata, protetta in quanto tale. La vita ha un valore assoluto per sé. Ciò significa che quando si entra nel campo dei diritti non bisogna parlare solo di diritto umano all’acqua, ma anche del diritto dell’acqua alla sua rigenerazione, alla sua integrità, alla sua buona qualità. Essa è fonte di vita, ma anche di malattia, calamità, disastri ambientali, morte, oggi più di ieri, per cause di natura umana.

Tesi 2. Nessuna forma di vita può fare a meno dell’acqua. La vita sulla Terra è iniziata con l’acqua, nell’acqua sono nati i primi organismi e solo in seguito sono riusciti a svilupparsi al di fuori. A livello umano, il suo utilizzo non è una questione di scelta o preferenza a seconda delle esigenze individuali o del cambiamento degli stili di vita, ma una necessità vitale da soddisfare con giustizia e in maniera responsabile. L’acqua non è né può essere considerata una merce, una “risorsa”/cosa che si vende e acquista, un bene di proprietà privata. Qualunque Stato intergovernativo o organizzazione politica internazionale che riconosca o tratti l’acqua (e i servizi idrici) come un bene di proprietà privata, non rispetta l’acqua in quanto vita. Il diritto alla proprietà privata e pubblica esiste ma, nel caso dell’acqua, nessuno puo’ considerarsi il proprietario, nemmeno lo Stato. Lo Stato ne è il responsabile, il garante della sua esistenza. Il fatto che la Costituzione del Cile, ereditata dal regime dittatoriale di Pinochet e ancora in vigore, afferma che l’acqua cilena è di proprietà privata, rappresenta un caso unico al mondo, inaccettabile.

Tesi 3. Tutti gli esseri umani e le altre specie viventi hanno diritto all’acqua in quantità e qualità sufficienti per la vita. Allo stesso modo, e al di là di qualsiasi approccio antropocentrico e tecno-produttivista, l‘acqua ha i suoi diritti alla vita, ad un suo buono stato ecologico. Da qui l’importanza fondamentale di una politica idrica di salvaguardia, cura e difesa della vita e del diritto alla vita, al di là delle concezioni strumentali dell’acqua al servizio del benessere umano. Esempio: il trattamento delle acque reflue è d’importanza fondamentale non solo per consentire agli esseri umani di ri-catturare una “buona” acqua rigenerata per i loro bisogni, ma anche per rinnovare la vita degli ecosistemi. Pertanto, gli investimenti collettivi nel trattamento delle acque/servizi igienico-sanitari devono essere pubblici e, se in caso eccezionale e provvisorio dovesse essere coinvolto il capitale privato, occorre garantire che le priorità d’investimento nei diversi settori di trattamento e riciclaggio non siano definite in funzione dei rendimenti finanziari sul capitale e del principio “chi inquina paga” perché, in tal caso, l’obbedienza al principio di redditività porterebbe a favorire il trattamento e il riciclo di usi più inquinanti dell’acqua, il che è incompatibile con il principio di vita.

Tesi 4. Il principio “chi inquina paga” imposto e applicato all’acqua dalla fine degli anni ’80 deve essere rivisto. L’esperienza dimostra che è inefficiente, inadeguato e mistificante. I danni agli esseri umani e agli ecosistemi sono diventati, negli ultimi decenni e nella maggior parte dei casi, più irreversibili e irreparabili o richiedenti lunghi periodi di trattamento e costi considerevoli. In queste condizioni, imporre un risarcimento finanziario mirato a riparare inquinamenti delle acque irreparabili ha poco senso. Come sappiamo da anni, la migliore soluzione tecnica contro l‘inquinameno è non inquinare. Ad ogni modo , occorre imporre il rispetto rigoroso del principio di precauzione.

Tesi 5. Il diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari è stato riconosciuto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 28 luglio 2010 e consolidato dalla risoluzione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite del 15 settembre 2010. Essa ha allegato il diritto all’acqua al Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ICESCR). Qualsiasi inosservanza della risoluzione ONU costituisce una violazione del diritto pubblico internazionale in vigore. È altresì necessario denunciare il comportamento degli Stati membri delle Nazioni Unite che hanno votato contro la risoluzione (formalmente astenuti) e che da allora hanno sistematicamente cercato, spesso con successo, di impedire l’esistenza di tale diritto in ogni nuovo documento delle Nazioni Unite. Proponiamo che il 28 luglio venga dichiarato “la giornata del diritto all’acqua”, in sostituzione della Giornata Mondiale dell’acqua che cade ogni 22 marzo, stabilita nel 1993 sotto la pressione della Banca Mondiale. La giornata del 22 marzo si sta sempre più trasformando nella giornata di esaltazione e di valorizzazione dei noti principi alla base della visione e della politica dell’acqua dei gruppi dominanti quali: l’acqua è un bene economico, privato; una risorsa/merce sottomessa a rivalità ed esclusione; è accessibile ad un prezzo di mercato abbordabile; la gestione privata all’insegna dell’efficienza e del rendimento è la gestione ottimale della risorsa. Tutto questo è intollerabile.

Tesi 6. Vi sono inevitabili differenze nelle disposizioni e modalità organizzative con le quali le società umane concretizzano il diritto all’acqua. In generale, gli Stati firmatari delle convenzioni sui diritti umani hanno il triplice obbligo di rispettare, proteggere e realizzare il diritto all’acqua e ai servizi igienico-sanitari. In questo contesto, il diritto umano all’acqua significa l’obbligo da parte degli Stati di creare le condizioni necessarie e indispensabili affinché ogni essere umano possa disporre di 50 litri di acqua “buona” al giorno, in accordo con le raccomandazioni formulate dall’OMS e dall’UNICEF. Inoltre, in conformità con la risoluzione 70/169 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 17 dicembre 2015, l’accesso alle infrastrutture e servizi igienico-sanitarie deve essere considerato un diritto umano distinto da quello all’acqua potabile. Esso si riferisce al diritto di poter accedere a strutture che garantiscano una buona raccolta, trasporto, trattamento e smaltimento o riutilizzo di escrementi umani. Ricordiamo che secondo i dati ufficiali dell’ONU, più di 2,6 miliardi di persone non hanno accesso a servizi igienici sicuri e adatti all’uomo. I dai relativi all’acqua potabile sono piuttosto controversi perché derivati da metodi di calcolo differenti. Secondo l’ONU le persone non aventi accesso nel 2016 al diritto all’acqua si sarebbeo ridotte a meno di 1,2 miliardi . Secondo lo studio pubblicato in Science News nel 2016 sarebbero 4 miliardi.

Tesi 7. Il diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari non può essere oggetto di restrizioni di alcun tipo: nessuno può esserne privato per “ragioni” di nazionalità, razza, sesso, religione, reddito. La maggior parte dei paesi non rispetta tale diritto né a livello legislativo né, a giudicare dalle politiche attuate, a livello dei comportamenti collettivi. Il diritto all’acqua e ai servizi igienici deve essere incluso nelle carte costituzionali di tutti gli Stati e regolato da leggi ad hoc (federali, nazionali, regionali, o a livello di comunità organizzata).
Lo stesso vale per il diritto dell’acqua alla vita, ad un buon stato ecologico. Gli Stati devono avere il coraggio e la saggezza di prendere le misure appropriate per dare valore guridico al diritto dell’acqua alla vita. Devono seguire il percorso iniziato in tre Stati del mondo dove quattro fiumi sono stati riconosciuti dalle più alte istituzioni legislative e giurisdizionali di detti Stati come persone fisiche o entità morali dotate di personalità giuridica con pienezza di diritti e di doveri. Quel che è particolamente interessante nella costruzione del nuovo diritto operata da questi Stati – e che conforta le tesi qui esposte – è il fatto che le decisioni prese affidano allo Stato l’obbligo di rappresentare la salvaguardia dei diritti e degli interessi dei fiumi in quanto persone giuridiche, cosi come quello di ottemperare ai loro doveri. Non si tratta di « umanizzare la natura » ma di attribuire uno statuto giuridico alle specie viventi non umane e, a tal fine, dare forma e sostanza ai nuovi soggetti di diritto.
Ci riferiamo alla Colombia, dove il 2 maggio 2017 la Corte Costituzionale riconosce che il bacino del fiume Atrato è un « soggetto di diritto » (persona giuridica morale) ed impone allo Stato di proteggere e far rivivere il fiume ed i suoi affluenti, dando allo Stato 6 mesi per sciogliere le attività minerarie inquinanti, bonificare il territorio e indennizzare le comunità etniche indigene dei danni provocati dallo sfruttamento non sostenibile del bacino; alla Nuova Zelanda, dove sempre nel maggio 2017, il parlamento ha riconosciuto come persona giuridica il fiume Whanganui, considerato peraltro sacro dalle popolazioni indigene dei Maori; all’India dove, nuovamene in nel maggio del 2017, la Corte suprema dello Stato himalayano di Uttarakhand ha attribuito lo statuto di personalità giuridica al Gange ed al suo prinipale affluente, lo Yamuna, entrambi considerati sacri dagli indù.

Tesi 8. In linea con quanto precede, lo Stato, gli Stati debbono assumersi la responsabilità – per il bene del popolo, dei popoli – di realizzare il diritto all’acqua potabile e ai servizi igienici, garantendo la copertura di tutti i costi monetari (e non) associati  alla  corretta  concretizzazione  del  diritto,  Nel  contesto  dell’economia pubblica dei diritti umani, la gratutità non significa l’assenza di costi da coprire, ma la loro assunzione da parte della comunità attraverso una tassazione generale progressiva e redistributiva. È il caso degli ingenti costi del diritto alla sicurezza: la spesa militare è a carico dello Stato. Fin dagli anni ’80, però, i nostri dirigenti hanno optato nel caso dell’acqua in favore del finanziamento tramite il prezzo pagato dal consumatore, come per qualsiasi altro bene e servizio commercial e industriale privato. Il principio “l’acqua paga l’acqua“, come abbiamo già visto per quello di “chi inquina paga” non è una soluzione. Negli ultimi trent’anni, dappertutto dove è stato applicato, ha dimostrato solamente di essere capace di garantire alti profitti al capitale privato (in Italia, solo nel periodo ha distribuito più di in dividendi!), ingrossando il costo delle bollette ai consumatori e deteriorando le finanze degli enti locali, senza però migliorare il sevizio idrico e metterlo in conformità alle regole relative alla qualità delle acque ed al trattamento e riciclo delle acque reflue. Una politica integrata e coerente delle acque, in tutte le sue interrelazioni con l’alimentazione, la salute, l’alloggio, la città, la protezione ed i diritti della natura a livello “locale”, nazionale e “continentale/globale” non può essere lasciata alle logiche della finanza privata mondiale. La politica dell’acqua è compito e dovere delle comunità politiche e dei poteri pubblici.

Tesi 9. Il principio del diritto all’acqua per la vita “accessibile a un prezzo abbordabile”” è una mistificazione perché, oltre l’inaccettabile tesi sull’obbligo del “consumatore” di “pagare il diritto” all’acqua, stabilisce legalmente che l’accessibilità è determinata dai criteri di rendimento finanziario stabiliti dai mercati. Mistificazione anche per quanto riguarda la “tariffa sociale dell’acqua” (il “social water pricing”) per persone, famiglie e categorie definite “svantaggiate”, povere, incapaci di pagare le bollette e quindi a rischio di taglio d’acqua. Qui la mistificazione è ancora più grave: le nostre società si arrogano il potere di lasciare in balia del mercato l’accesso all’acqua, e costringono le persone povere a pagare un prezzo, seppure simbolico. In altre parole, le autorità pubbliche si vantano di agire nell’ambito dell’assistenza sociale e non nel quadro della sicurezza dei diritti. I diritti non sono rispettati quando si fa la carità.

Tesi 10. La monetizzazione della natura (nature pricing, nature banking), ovvero la misura in termini monetari dei cosiddetti costi e benefici ambientali di qualsiasi elemento vivente (inclusi gli ecosistemi acquatici), esplicitamente approvato nella risoluzione finale del 3° Summit della Terra a Rio de Janeiro (2012), è pienamente in linea con la logica della mercificazione, della privatizzazione e della finanziarizzazione della vita. Questo principio deve essere contestato con convinzione perché rappresenta un inaccettabile passo in avanti verso la sottomissione del destino dell’acqua e della vita ai predatori della nostra esistenza. Lo stesso vale per il futuro della democrazia e della giustizia.

Tesi 11. Il diritto umano universale all’acqua per la vita deve essere garantito e assicurato secondo il concetto di pluridimensionalità dei diritti. Ciò si traduce in un sistema di regolazione della disponibilità ed utilizzo all’acqua a quattro livelli:

  • il livello del diritto, fino a 50 litri per persona al giorno. Qui i relativi costi sono sostenuti dalla comunità tramite tassazion A tal fine, è necessario abolire i paradisi fiscali, mettere fine ai tagli delle spese pubbliche e ai sussidi alle società private attive nel mercato azionario, procedere alla ri-municipalizzazione delle casse di risparmio e delle banche di credito locali, alla creazione di un’autorità pubblica della sicurezza idrica;
  • il livello di benessere sociale basato sulla sicurezza idrica delle comunità umane e di tutti i popoli, tra 50 e 120 litri al giorno per person Qui le autorità pubbliche possono chiedere ad ogni cittadino di contribuire a finanziare i costi della conservazione dell’acqua pagando una tassa annuale fissa (la tassa sulla responsabilità idrica);
  • il livello di benessere individuale, tra 120 e 250 litri al giorno e per person Qui, nel caso di una quantità significativa di acqua individuale il cui impatto sull’ambiente e sullo stile di vita deve essere rigorosamente controllato, i cittadini devono contribuire attraverso un’imposta progressiva il cui scopo sarà, tra l’altro, di aumentare la consapevolezza della necessità di uno stile di vita sobrio, rispettoso degli imperativi ambientali e della pacifica convivenza;
  • il livello di uso insostenibile per un utilizzo superiore ai 250 litri al giorno per person Si tratta di un utilizzo nocivo ai corpi idrici e al corretto funzionamento dei bacini idrici. Occorre abbandonare il principio “chi inquina paga” e adottare quello del divieto. Anche se uno paga, non si deve consentire di compromettere l’integrità dell’acqua e la sua rigenerazione (vedi anche tesi 4).

Tesi 12. Conformemente ai concetti e alle pratiche consolidate nel tempo in tutte le società, si propone di rispettare la seguente gerarchia riguardante gli usi dell’acqua:

  • usi domestici (acqua potabile, igiene, cibo, salute);
  • usi in agricoltura, principalmente irrigazione e bestiame;
  • attività industriali, inclusa la produzione di energia;
  • attività terziarie, in particolare il turismo.

Tesi 13. In caso di “stress idrico” – secondo l’ONU è la situazione in cui una comunità umana possiede meno di 1000 metri cubi all’anno per persona tutti usi considerati – la soluzione non deriverà principalmente dall’utilizzo di tecnologie volte ad aumentare l’offerta di acqua disponibile e accessibile. Per fare degli esempi: il miglioramento della produttività dell’acqua in agricoltura, la riduzione delle perdite e degli sprechi nelle reti, la desalinizzazione acqua di mare, la produzione di acqua mediante la cattura di umidità su larga scala, il trasporto di acqua su lunghe distanze. La soluzione non risiede nelle tecniche di gestione capitalista come quella insita nel prezzo di consumo d’acqua, nelle banche idriche, nei mercati dell’acqua, nella coca-colizzazione dell’acqua e nell’uso massiccio di acqua in bottiglia. Tutto ciò ha ampiamente dimostrato di essere insufficiente e, persino, di condurre a risultati apparentemente non voluti come l’accentuazione delle ineguaglianze di fronte a situazioni di “stress idrico” tra categorie sociali, comunità locali e priorità negli usi.

Tesi 14. Lo stesso vale In caso di “scarsità d’acqua” (definita come una situazione in cui una comunità umana dispone di meno di 500 metri cubi all’anno per persona): la monetizzazione e la bancarizzazione delle risorse idriche sono strumenti inventati dai gruppi sociali dominanti nel sistema economico e politico, consentendo loro di avere accesso all’acqua rara/rarefatta per soddisfare esclusivamente i propri bisogni vitali ed interessi di potere.

Tesi 15. Le soluzioni devono provenire essenzialmente da un cambiamento radicale nel modo di pensare l’acqua, secondo le linee esaminate e proposte in questo lavoro, in particolare secondo i tre principi generali sopramenzionati:

  • l’acqua per la vita deve essere riconosciuta e trattata come un bene comune pubblico globale;
  • la disponibilità e l’accesso/uso all’acqua devono essere considerati e concretamente realizzati come un diritto universale per tutte le specie viventi della Te
  • l’acqua, in quanto tale, deve godere di suoi propri diritti.

A tal fine , le autorità pubbliche, a tutti i livelli, devono garantire e assicurare l’impiego delle risorse comuni dello Stato, monetarie e non monetarie, per finanziare gli investimenti necessari. Investimenti per la sicurezza di vita e la salute di tutti i membri delle comunità umane e degli abitanti della Terra (le altre specie viventi incluse);

Tesi 16. Qualsiasi utilizzo dell’acqua, secondo le priorità di cui sopra, deve essere rispettoso dei principi della sostenibilità della vita (rigenerazione), della responsabilità collettiva e individuale/comunitaria, della giustizia sociale e uguaglianza in relazione ai diritti, della democrazia partecipativa efficace, della sobrietà e della precauzione.

Tesi 17. Più specificamente, l’acqua di irrigazione per la produzione agricola, l’esportazione e gli usi alimentari dei consumatori delle classi sociali ricche non può essere una priorità, come invece accade oggi. Allo stesso modo, non può essere prioritario l’uso dell’acqua per coltivare la terra per la produzione di energia tra l’altro destinata al trasporto stradale. C’è un urgente bisogno di ricostruire una bio- agricoltura che valorizzi localmente e in maniera sostenibile il capitale della terra e dell’acqua per i bisogni vitali delle popolazioni, nel quadro di un sistema di cooperazione, scambio e condivisione.

Tesi 18. Lo stesso principio deve essere applicato alla costruzione delle dighe finalizzate alla produzione di acqua per l’irrigazione e la generazione di energia elettrica per le industrie mineraria, agroalimentare e chimica, o per le attività militari. È inaccettabile che centinaia di milioni di persone in Africa, America Latina e Asia non abbiano accesso all’elettricità, mentre le “loro” terre e le “loro” acque rappresentano le principali fonti di produzione elettrica nel mondo.

Tesi 19. Sulla base del principio della sovranità dello Stato, spesso definita sovranità nazionale, gli Stati attuali non accettano l’idea che le acque sul loro territorio debbano essere salvaguardate e valorizzate per il rispetto della vita di tutti gli abitanti della Terra ed i loro diritti. Questo comportamento si traduce nell’incapacità di concepire una politica globale cooperativa e solidale dell’acqua nel contesto, per esempio, dei dibattiti e delle scelte relative alle strategie di “lotta” contro il cambiamento climatico. E ciò anche se tutti convengono che le conseguenze più drammatiche per gli esseri umani del disastro climatico in corso riguarderanno l’acqua, la sua disponibiità e qualità. In queste condizioni, sarà estremamente difficile realizzare una politica di lotta al cambiamento climatico, alla devastazione della vita sul Pianeta e una politica dell’acqua cooperativa e solidale se

  • non si fa uscire dal mercato e dalle logiche della finanza mondiale privata l’acqua e gli altri beni essenziali ed insostituibili alla vita come le sementi, le energie rinnovabili, la conoscenza, e
  • non si libera l’organizzazione delle comunità umane – da quelle locali a quelle mondiali – dall’imprigionamento rappresentato dal principio della sovranità nazionale assolut

Tesi 20. Di fronte alla crescente scarsità di acqua buona, il concetto di sicurezza dell’acqua, pensato e difeso dagli Stati, è finito per riflettere quello della sicurezza nazionale. E così anche il cibo, l’energia e la sicurezza economica: è urgente e indispensabile eliminare i profondi ostacoli imposti da tale visione della sicurezza, progettandone e promuovendone una collettiva globale. A tal fine, si propone di costituire un Consiglio di sicurezza per i Beni Comuni globali, a partire dall’acqua, dai semi e dalle conoscenze.

Tesi 21. Nel contesto dell’attuale inuguale e predatoria globalizzazione economica dove il potere politico effettivo non è più appannaggio delle istituzioni politiche pubbliche “nazionali” né internazionali, l’approccio multilaterale interstatale alla politica idrica è diventato manifestamente inadeguato e inappropriato. Esempio emblematico: il World Water Forum, un’organizzazione privata guidata da potenti interessi industriali, commerciali e finanziari, ha sostituito l’ONU, con l’accordo e la complicità degli Stati, nel ruolo di principale agorà mondiale di dibattito e di proposte in materia di politica dell’acqua. È necessario che le Nazioni Unite recuperino il loro ruolo di soggetto pubblico mondiale e che modifichino profondamente il Global Compact, firmato nel 2000 insieme alle società multinazionali e multiutilities private.

Tesi 22. Che si chiami Autorità Mondiale o Consiglio di Sicurezza Mondiale oppure l’Agorà planetaria o qualsiasi altra cosa, è urgente istituire un sistema planetario plurale e partecipativo di condivisione e partenariato pubblico in materia di politica idrica, nelle prospettive più ampie riguardante l’acqua, le sementi e la conoscenza esplicitate nella tesi 20. Il compito di tale sistema sarà triplice: legislativo, programmatico e giudiziario. Le sue capacità e risorse verranno messe in atto gradualmente. Il sistema dovrà contribuire a un governo pubblico mondiale della vita sulla Terra nel nome dell’umanità e della comunità globale di vita.

Tesi 23. Gli esperimenti in corso nell’ambito della cooperazione intergovernativa per le acque transnazionali e interregionali – si pensi alle dozzine di organizzazioni sui bacini fluviali di tutto il mondo – sono di grande utilità per definire le possibili configurazioni istituzionali citate. Per divenire stabili, le configurazioni dovranno rispettare l’esistenza della vita nella sua integrità e globalità, valorizzando la complementarità tra le autonomie delle varie entità del sistema messe al servizio dell’obiettivo della promozione della sicurezza collettiva globale, transnazionale.

Tesi 24. Un ruolo importante nella ricerca e nell’attuazione della regolazione politica, economica e sociale dell’acqua a livello mondiale deve essere svolto dalle città, in particolare dalle grandi metropoli multi-milionarie dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia. Nel 2050, secondo una ricerca pubblicata su Nature Sustainability (febbraio 2018), gli abitanti di circa 300 città, fra le 482 più popolose del mondo, non avranno accesso all’acqua potabile e ai servizi sanitari di base. È uno scenario assurdo. Le nostre società non possono non reagire con forza. E’ loro dovere attuare un piano d’azione glocale, locale e globale, chiamato Urban Water 2020-2050, in quanto la proposta del piano dovrebbe essere lanciata nel 2020 da una rete di città in occasione dell’Agora degli Abitanti della Terra Urban Water 2020-2050. Un’agenda per l’acqua per celebrare degnamente il decimo anniversario del riconoscimento del diritto universale all’acqua da parte dell’ONU.

Tesi 25. In questo contesto, e in riferimento all’acqua potabile, è essenziale contrastare la tendenza emersa negli ultimi vent’anni a sostituire, per bere, l’acqua del rubinetto con quella minerale o di sorgente in bottiglia. La pubblicità aggressiva e fuorviante è riuscita a far credere che l’acqua in bottiglia sia di migliore qualità per la salute rispetto a quella del rubinetto, il che è totalmente falso. Solo l’acqua del rubinetto è potabile per definizione, in quanto trattata secondo secondo i criteri definiti dalle autorità pubbliche.
Le acque minerali naturali imbottigliate, invece, non sono trattate per soddisfare i criteri di potabilità poiché la loro struttura biochimica è permanente: devono essere imbottigliate esattamente come quando sono state prelevate dalla fonte. Unica modifica possibile: l’aggiunta di anidride carbonica. Bere acqua in bottiglia non fa male, ma un suo uso quotidiano, specie della stessa marca, necessita un controlli medico. Da quando anche le acque minerali naturali e quelle di sorgente hanno cominciato ad essere (ingiustificatamente) privatizzate – tramite concessioni di sfruttamento a lungo termine per un canone annuale irrisorio – il loro “valore commerciale” ha raggiunto livelli altissimi costano da 200 a 1000 volte di più dell’acqua potabile. Risultato? L’acqua potabile viene utilizzata in casa e nei luoghi pubblici più per scopi poco nobili (la toilette, le docce, le lavatrici, il lavaggio delle auto). Una situazione inaccettabile, causata da una pura strategia orientata al profitto, consentita dalle autorità pubbliche anche a scapito delle finanze delle comunità locali. Eppure, segni di inversione di tendenza sembrano manifestarsi. È tempo di nazionalizzare e ri-municipalizzare le acque minerali naturali e privilegiare l’uso di acqua di rubinetto, a casa e nei luoghi pubblici.

Tesi 26. La questione dell’acqua virtuale ha suscitato importanti riflessioni e dibattiti. Per acqua virtuale s’intende l’acqua necessaria per produrre un bene o servizio che diventa virtuale per l’acquirente o l’utente che risparmia cosi di utilizzare direttamente l’acqua incorporata nel bene o servizio comprato, potendo invece utilizzarla per produrre altri beni servizi o per altri scopi. Il concetto di acqua virtuale è stato pensato soprattutto come strumento per facilitare il confronto tra usi alternativi dell’acqua e quindi promuovere una politica d’uso delle acque più sostenibile e sobria (in termini di conservazione, protezione di qualità dell’acqua, obiettivi ambientali, cooperazione tra i popoli). In realtà, il concetto è stato catturato e monopolizzato da criteri commerciali e di rendimento finanziario. Questi hanno ridotto la questione ad un problema di analisi comparativa dei costi e benefici monetari tra la produzione diretta o l’acquisto/importazione di beni e servizi in funzione del valore commerciale e del rendimento finanziario dell’acqua utilizzata. Un vero peccato. Spetta alle entità locali e regionali legiferare in questo settore.

Tesi 27. L’acqua, come la terra, i semi, le piante, gli animali, gli esseri umani, fa parte della grande comunità della vita sulla Terra. A questa corrisponde un universo multiplo e complesso di funzioni, diritti, responsabilità a tutti i livelli territoriali. In una prospettiva umana, i principi unificanti consentono a questo universo di “vivere bene” senza frequenti rotture “esistenziali” e senza conflitti distruttivi quando il suo operato è ispirato e guidato da principi di complementarietà, cooperazione, sicurezza comune, condivisione, solidarietà, tolleranza, non violenza, libertà comune. In altre parole, non affida il futuro del mondo e della vita sulla Terra ai meccanismi di rivalità e di esclusione, alle logiche di dominio e di predazione, ai processi di appropriazione/esproprio oligarchico al servizio degli interessi dei pochi. Pertanto, l’acqua e il diritto alla vita devono essere liberati dalla morsa mortale della potenza speculativa, dell’imprigionamento del rigetto e dell’odio verso l’altro alimentato dai sovranismi assoluti detti “nazionali”.

Frasi
  • L’acqua è vita.
  • L’acqua non è una merce, che si vende e si acquista, un bene di proprietà   privata.
  • Tutti gli esseri umani e le altre specie viventi hanno diritto all’acqua in quantità e qualità sufficienti per la vita.
  • Il principio “chi inquina paga” è inefficiente, inadeguato e mistificante.
  • Il diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari non può essere oggetto di restrizioni di alcun tipo: nessuno può esserne privato per “ragioni” di nazionalità, razza, sesso, religione, reddito. 

Riccardo Petrella
(petrella.riccardo@gmail.com)

Referendum per l’acqua bene comune … se 7 anni vi sembran pochi!

Nel giugno 2011 abbiamo votato e vinto il referendum per l’acqua bene comune, bloccando le privatizzazioni ed eliminando il profitto.

Da allora sono cambiati tanti governi e tutti hanno ignorato e contraddetto la volontà popolare favorendo di nuovo la privatizzazione del servizio idrico e degli altri servizi pubblici locali, reinserendo in tariffa il profitto garantito ai gestori e promuovendo fusioni e aggregazioni con le 4 mega-multiutility A2A, Iren, Hera e Acea.

Inoltre, la crisi idrica, aggravata dal surriscaldamento globale e dai relativi cambiamenti climatici, ha fatto emergere le responsabilità di una gestione privata che risparmia sugli investimenti infrastrutturali per massimizzare i profitti.

Ribadiamo che oggi più di ieri è necessaria una radicale inversione di tendenza ed è sempre più importante riaffermare il valore paradigmatico dell’acqua come bene comune, ribadendo che: l’acqua è un diritto umano universale e fondamentale ed è la risorsa fondamentale per l’equilibrio degli ecosistemi; l’acqua è un obiettivo strategico mondiale di scontro con il sistema capitalistico-finanziario; la gestione partecipativa delle comunità locali è un modello sociale alternativo; è necessario giungere ad un sistema di finanziamento basato sulla fiscalità generale e su un meccanismo tariffario equo, non volto al profitto e che garantisca gli investimenti.

Intendiamo anche denunciare come oggi la privatizzazione dell’acqua passa attraverso processi più subdoli come le fusioni tra aziende e i pericolosi meccanismi tariffari predisposti da ARERA, la quale ha dimostrato di non tutelare né il servizio idrico né gli utenti, ma solo gli interessi delle aziende che dovrebbe controllare. Per cui ne chiediamo lo scioglimento e il ritorno delle sue competenze sul servizio idrico integrato al Ministero dell’Ambiente.

In occasione del 7° anniversario del referendum, forti di quella straordinaria partecipazione democratica rilanciamo il nostro impegno e la nostra mobilitazione, sfidando il nuovo governo M5S-Lega appena insediato a dare realmente attuazione all’esito referendario e a superare con iniziative legislative concrete la parte del “Contratto” relativa all’acqua in quanto del tutto insufficiente e inadeguata.

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

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Rete Europea Acqua: proposta pressione Min. Ambiente su inserimento diritto acqua in Direttiva Acque Potabili

E’ in fase di revisione la Direttiva Europea sull’Acqua Potabile (Drinking Water Directive). 
David, coordinatore della Rete Europea per l’Acqua, ci segnala che il prossimo 25 giugno si riuniranno i Ministri dell’Ambiente per discutere le proposte di modifica avanzate dalla Commissione. 

Al seguente link la relativa documentazione.

Tali proposte includono, seppur parzialmente, alcune delle richieste dell’ICE “L’acqua è un diritto umano“.

Infatti, all’articolo 13 si prevede il miglioramento dell’accesso all’acqua e la promozione dell’uso dell’acqua potabile attraverso misure come la valutazione della percentuale di popolazione priva di accesso all’acqua potabile e incoraggiando l’uso dell’acqua del rubinetto in edifici pubblici, ristoranti e strade.

L’articolo include anche la necessità di prendere tutte le misure necessarie per assicurare l’accesso all’acqua potabile per le categorie più vulnerabili e marginalizzate.

Seppur la proposta della Commissione è ben lontano dall’essere perfetta, la Rete Europea propone di attivarsi nei confronti del proprio Ministro dell’Ambiente, inviando la lettera (Acqua diritto umano), al fine di mantenere l’art. 13 in quanto costituisce un primo passaggio nella giusta direzione.

Al momento gran parte degli stati membri, a parte la Grecia, hanno manifestato la volontà di voler cancellare tale articolo poiché evidentemente “scomodo”.

Ritengo che anche noi dovremo fare la nostra parte avviando un’azione di pressione sul Ministro dell’Ambiente Sergio Costa.

Giornata Mondiale dell’Acqua – 1

Diritto all’acqua, la rarefazione del bere comune

Oro blu. Quattro miliardi di persone vivono in zone dove l’acqua potabile è scarsa. Il 60% delle città più popolose del mondo si ritroverà a secco nel giro dei prossimi trenta anni

Quando si parla di rarefazione dell’acqua, l’idea veicolata dai gruppi sociali dominanti responsabili primari dell’evoluzione delle cose è quella della rarefazione, quantitativa e qualitativa, in quanto risorsa vitale d’importanza strategica per l’economia e il benessere dell’umanità.

Ben poco o nulla dicono delle altre due rarefazioni relative all’acqua, che rivestono un’importanza altrettanto fondamentale per il divenire dell’umanità e la vita di tutte le specie viventi della Terra: la rarefazione in quanto bene comune pubblico e in quanto diritto universale alla vita.

I dati parlano da soli: uno studio pubblicato su Science News del febbrario 2016 ha calcolato che quattro miliardi di persone vivono in zone a forte scarsità d’acqua potabile. Secondo il rapporto Global Rsks 2015 del World economic forum, il mondo delle imprese e della finanza ha posto la scarsità dell’acqua al primo posto dei rischi mondiali per l’importanza del suo impatto sulla vita della Terra.

PIÙ DI UN TERZO DELLE ACQUE da falda degli Stati Uniti non è più utilizzabile perché gravemente inquinato. Lo stesso dicasi per le falde in Cina, India, Russia. Il 60 per cento delle 482 città più popolose al mondo si troveranno a secco nel 2050 (vedi ricerca pubblicata da Nature Sustainability del febbrario 2018).

Non sorprende che fra i soggetti più preoccupati di fronte a tale situazione figurano le grandi imprese mondiali dell’agroaliminentare, quali Coca Cola, Nestlé, Danone, Barilla, Heinz, le imprese sementiere, l’industria chimica e farmaceutica.
Da sola, l’agricoltura rappresenta il 70 per cento dei prelievi mondiali d’acqua dolce.
Senza acqua, Coca Cola e Nestlé spariscono.

I cambiamenti climatici non faranno che accentuare i fenomeni menzionati. Le penurie d’acqua, si afferma, si diffonderanno e si moltiplicheranno.

DI FRONTE ALLA RAREFAZIONE della risorsa, dovuta principalmente a fattori antropici (tutti ne convengono) le società dominanti stanno reagendo già dagli anni ’90 secondo logiche di sicurezza e di sopravvivenza corporative.
Da qui la nuova corsa mondiale all’accaparramento privato delle terre e delle acque, i conflitti sempre più drammatici per il controllo e l’uso delle fonti idriche (si parla con sempre maggiore enfasi delle «guerre dell’acqua»), la mercificazione dell’acqua e la privatizzazione dei servizi idrici.
L’acqua è stata trasformata in un bene economico privato sottomesso ai meccanismi dei mercati concorrenziali, cioè a logiche di rivalità e di esclusione. Come tanti altri beni e servizi essenziali e insostituibili per la vita e per il vivere insieme, l’acqua non è più considerata un bene comune pubblico sul piano della proprietà, delle regole dell’uso e della gestone.
I beni comuni pubblici sono ormai rari. La scomparsa del concetto stesso di bene comune pubblico è data come inevitabile.

Ma, allora, com’è possibile fare società e promuovere un vivere insieme condiviso e solidale in assenza di beni comuni pubblici, in particolare l’acqua, della cui salvaguardia e cura gli esseri umani sono o dovrebbero considerarsi responsabili collettivamente, ancor prima di comportarsi da proprietari e da consumatori sovrani?

La rarefazione dei beni comuni pubblici ha già modificato profondamente la concezione e le finalità dell’economia, del sistema di sicurezza collettiva, dello Stato, del ruolo delle collettività locali. La regolazione democratica delle società è entrata in crisi profonda. Lo Stato di diritto è diventato una grande nebbia che oscura i luoghi della polis e i percorsi dei cittadini.

SEBBENE IL «DIRITTO UMANO ALL’ACQUA» sia stato riconosciuto formalmente a livello internazionale da una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 28 luglio 2010 (41 Stati però hanno votato contro, fra i quali spiccano gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone , l’India, il Regno Unito, la Spagna e l’Australia), la stragrande maggioranza delle classi dirigenti sta agendo come se la risoluzione non esistesse
Addirittura, in Italia, i dominanti hanno spudoratamente ignorato e adottato misure contrarie ai risultati del referendum sull’acqua del 2011 con il quale 27 milioni di cittadini si sono espressi in favore dell’inclusione del diritto umano all’acqua nella legislazione nazionale. Per i dominanti, l’accesso all’acqua passa attraverso l’obbligo di pagare un prezzo definito in funzione del consumo ai costi di mercato. Altro che diritto.

OGNI GIORNO IL RISPETTO DEI DIRITTI UMANI si sta sgretolando sull’altare dell’imperativo dell’efficienza e del rendimento finanziario. La nozione di diritto umano sta sparendo dagli immaginari delle popolazioni dei paesi occidentali e occidentalizzati. I dominanti pensano di risolvere la rarefazione dell’acqua con la strategia dell’aumento dell’offerta grazie alla tecnologia in tutti i campi (aumento della produttività idrica, riduzione degli sprechi, ricerca di nuove fonti, dissalamento dell’acqua del mare, razionalizzazione della domanda via il prezzo). Non capiscono e non vogliono capire che la soluzione alla rarefazione della risorsa passa soprattutto attraverso e in relazione alla soluzione della rarefazione dell’acqua come bene comune pubblico e della rarefazione del diritto universale all’acqua. Più le società daranno il potere alla finanza capitalista privata più l’acqua diventerà rara e più le società saranno governate da poteri politici ingiusti e oligarchici come oggi, più rara sarà l’acqua per tutti. Contrariamente a quanto pretendono i dominanti, ciò è evitabile.

Riccardo Petrella
Il Manifesto 22-3-018

Giornata Mondiale dell’Acqua – 2

Acqua, «sorgente di vita» a canone (quasi) zero

Il dossier «Acque in bottiglia. Un’anomalia tutta italiana» evidenzia come a fronte di un giro d’affari stimato sui 10 miliardi euro l’anno, con un fatturato per le sole aziende imbottigliatrici che i rapporti di settore stimano in 2,8 miliardi di euro, appena lo 0,6% arriva nelle casse pubbliche.

Oggi, infatti, sono nell’ordine dei due millesimi di euro per litro, e in alcuni casi anche inferiori.

Un business che vale circa 10 miliardi.

Legambiente e Altreconomia, che celebrano la Giornata mondiale dell’acqua ricordando a tutti che quella che finisce in bottiglia è l’acqua più privata che c’è, un bene pubblico dato in concessione a società come Nestlé o San Benedetto in cambio di canoni irrisori. Alle regioni solo poche briciole, rivedere le concessioni. 
Propongono di elevare a due centesimi di euro per un litro d’acqua. Venti euro ogni mille litri, che chi imbottiglia le minerali dovrebbe riconoscere alle amministrazioni regionali.

 

L’anomalia, in un Paese dotato di una buona rete acquedottistica, è che il consumo pro-capite di minerali in bottiglia in Italia è pari a 206 litri l’anno, che fanno degli italiani i primatisti europei e le medaglie d’argento a livello mondiale della specialità, secondi solo al Messico, come spiegano i dati Censis riportati nel rapporto.

In Italia sono in commercio oltre 260 marchi, prodotti in circa 140 stabilimenti che imbottigliano complessivamente oltre 14 miliardi di litri di acque minerali.

Secondo Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, «alla base del record c’è il falso mito che la minerale sia migliore e più controllata dell’acqua del nostro rubinetto, e soprattutto un costo della materia prima (l’acqua), per chi imbottiglia, praticamente nullo: una media di appena 1 millesimo di euro per ciascun litro imbottigliato».

È per questo, spiega Zampetti, che l’associazione e la rivista Altreconomia propongono «di applicare un canone minimo a livello nazionale di almeno 20 euro al metro cubo, cioè 2 centesimi di euro al litro imbottigliato.
Un canone comunque irrisorio, ma già dieci volte superiore a quello attuale e che permetterebbe alle Regioni di incrementare gli introiti di almeno 280 milioni di euro l’anno, da reinvestire in politiche e interventi in favore dell’acqua di rubinetto e per la tutela di della risorsa idrica, oggi messa a dura prova anche dai cambiamenti climatici e dalle continue emergenze siccità».

L’obiettivo di incrementare l’uso dell’acqua di rubinetto e ridurre l’eccessivo uso di bottiglie di plastica è anche al centro dei cambiamenti in atto nella legislazione europea, dalla Plastic Strategy alla nuova proposta di revisione della direttiva sulle acque potabili presentata il 1 febbraio, con una riduzione del 17% dei consumi di acqua in bottiglia di plastica e un risparmio conseguente per le famiglie europee pari a 600 milioni di euro l’anno.

Se è vero che in Europa (EU28) si consumano annualmente 46 miliardi di bottiglie in plastica, in Italia – in base alle risposte che le Regioni hanno inviato a Legambiente, dopo aver ricevuto il questionario alla base del rapporto diffuso il 21 marzo – il 90-95% delle minerali viene imbottigliato in contenitori di plastica, e appena il 5-10% in contenitori in vetro.
Se guardiamo quindi alla produzione complessiva del settore, negli ultimi anni tra i 12 e i 14 miliardi di litri, nel nostro Paese ogni anno vengono utilizzate tra i 7,2 e gli 8,4 miliardi di bottiglie di plastica.

Il dossier, pubblicato per la prima volta nel 2008, nasce per affrontare il problema dei canoni di concessione, che nel 2006 la Conferenza Stato-Regioni aveva chiesto (inascoltata) di uniformare. A inizio 2018, il quadro è questo: l’85% delle Regioni applica un canone in funzione degli ettari dati in concessione (in totale 25mila); il 29% applica anche un canone in funzione dei volumi emunti mentre l’86% applica il canone relativo ai volumi di acqua imbottigliati dalle compagnie detentrici del titolo.

Nel 62% dei casi le Regioni applicano un doppio canone alla concessione, mentre il 19% applica tutti e tre i criteri previsti per i canoni.
Quelli applicati per le acque emunte e imbottigliate hanno un valore medio di 1,15 euro per metro cubo (mille litri): si parte dalla tariffa di 0,30 euro applicata in Abruzzo («che non solo è la cifra più bassa del panorama nazionale ma è anche l’unico canone che viene applicato dalla Regione», scrivono Legambiente e Altreconomia), ai 0,50 della Toscana (che possono variare fino a 2,00 euro/mc), ai 2,0 euro/metro cubo applicato dalla Provincia autonoma di Bolzano (cifra minima di partenza, che va a salire fino a 2,70 euro per metro cubo se l’imbottigliamento avviene in contenitori con vuoto a perdere).

Anche nel Lazio e in Sicilia la cifra massima che si paga è rispettivamente di 2,28 e 2,00 euro per metro cubo, che diminuisce (fino a 0,69 euro/mc nel Lazio e 1,40 in Sicilia) in funzione del tipo di contenitore usato. Nelle tre Regioni sul podio in quanto a volumi emunti ed imbottigliati nel 2017, che sono Lombardia (3,7 miliardi di litri), Piemonte (2,7 miliardi di litri) e Campania (1,85 miliardi di litri), il canone medio è ancora pari a un euro per mille litri, o di poco superiore.

Luca Martinelli
Il manifesto 22-3-018

Due date … una memoria

Promemoria numero uno: la primavera.

Si fa sempre più fatica aprire la propria finestra e guardare “fuori“.

Gli impegni, i doveri, gli affanni e le “cose”, si rincorrono nel tempo della vita e lo assorbono tutto: doveri improrogabili.

Fuori” la natura, il tempo non fermano il loro ciclo, esaltano le forme di vita che si rianimano in un tempo nuovo: la natura si riveste, fiorisce, ci attraversa con nuovi profumi.

Dentro“, la finestra chiusa, rimangono tutte le miserie che non trovano scampo vincolate al tempo del consumo che trascina la vita nell’indifferenza, mentre “fuori” la natura e il suo tempo si “riscatta” e rinasce.

E’ primavera e forse un timido sorriso sarà capace di illuminare anche le miserie ribelli.

Promemoria numero due: giornata mondiale dell’acqua.

Cosa c’è di più meraviglioso di una goccia d’acqua che rigenera un seme e disseta aride labbra.  L’acqua che ci scorre accanto è sorgente di vita e merita di osservarla mentre scorre libera come un fresco dono rigenerante di primavera.

Basta poco per valutare la sua importanza, per non perderla di vista e annoverarla tra i beni da custodire, da preservare. 

L’acqua è un dono della vita!

L’acqua è una memoria universale che richiama l’umanità dell’essere, va mantenuta, nella memoria personale, va difesa dai predoni che la trasformano in merce.

Ogni elemento della vita che agiamo, dal cibo alla macchina fino al telefonino, esiste grazie all’acqua. 

L’acqua è vita per questo va ricordata e la memoria non può che estendersi a tutti coloro che non possono goderla perché sporca, inquinata, … perché manca.

E in quei luoghi, spesso depredati, la morte uccide non risparmia nessuno, bambini, adulti, neppure gli animali.

Il 22 marzo è la Giornata mondiale dell’acqua, una ricorrenza istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1992 con una risoluzione adottata dopo la Conferenza di Rio.

Se esiste un elemento magico al mondo, è sicuramente l’acqua”: il nostro corpo è fatto di acqua in una percentuale pari a circa il 65%.

Con il referendum del 12-13 giugno 2011, 26 milioni di italiani hanno deciso che l’acqua deve uscire dal mercato e non deve essere oggetto di profitto.

La possibilità di accedere in qualsiasi momento ad una fonte di acqua pulita e potabile è tra le cose più piacevoli e importanti nella nostra vita.

Tuttavia la situazione mondiale per quanto riguarda la disponibilità di acqua potabile e servizi igienici è drammatica.
Circa 2,1 miliardi di persone al mondo, non hanno accesso di acqua potabile e sono quindi private di un diritto umano fondamentale.
Oltre 3 miliardi non dispongono ancora di impianti igienici di base.

Le implicazioni in termini di salute e di costi sono elevatissimi: L’acqua potabile contaminata causa circa 3,5 milioni di decessi all’anno di cui circa 1.450 000 bambini morti per malattie trasmesse da acque contaminate.
Nemmeno le guerre e le violenze che tormentano ogni angolo del Pianeta, messe tutte insieme, possono tanto. Una tragedia silenziosa.

Così, mentre la mancanza di acqua pulita nel Sud del mondo uccide, nei Paesi “ricchi” l’acqua abbonda e viene sprecata.

E siamo noi occidentali a fare la parte del leone: meno di un miliardo di persone su sette consuma l’86% dell’acqua disponibile.

Un cittadino americano ne ha a disposizione mediamente 425 litri al giorno, un Europeo 165 litri, un Africano 20 litri.

Si stima che siano 15 milioni all’anno le persone costrette a emigrare per la carenza d’acqua.

L’acqua è una risorsa sempre più limitata e messa in pericolo dagli sprechi.

Ne abbiamo sempre più bisogno. Non sprecare acqua vuol dire anche non inquinarla.

La vera sfida alla sostenibilità e al risparmio è nella razionalizzazione del consumo dell’acqua che utilizziamo ogni giorno per la produzione di cibo.

Il 92% dell’acqua che consumiamo ogni giorno è racchiusa nel cibo che produciamo e che mangiamo.
Ogni giorno un terzo della produzione mondiale di cibo viene buttato via unitamente al 30% dell’acqua utilizzata per produrlo.

Appello al popolo dell’acqua: diritto alla vita

Acqua-dirittoIl processo di privatizzazione dell’acqua ,in atto in Italia, è uno dei processi più criminali perché è una minaccia al diritto alla vita.

Infatti è incredibile che nonostante che il Referendum del 2011,quando il popolo italiano aveva deciso che l’acqua doveva uscire dal mercato e che non si poteva fare profitto su questo bene così sacro, i governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni hanno fatto a gara per favorire il processo di privatizzazione dell’oro blu.

Non migliore fortuna abbiamo avuto in Parlamento, che aveva il dovere di tradurre in legge quello che il popolo italiano aveva deciso con il Referendum,ma non l’ha fatto.
A questo scopo il Parlamento aveva a disposizione anche la Legge di iniziativa popolare che aveva ottenuto oltre 500.000 firme.

Ci sono voluti anni di pressione perché quella Legge fosse presa in considerazione dalla Commissione Ambiente della Camera presieduta da Realacc0 i(PD). E quando l’ha finalmente accolta, la Commissione l’ha radicalmente snaturata e poi non l’ha mai fatta discutere in Parlamento.

E’ grave che ben due Presidenti della Repubblica, Napolitano e ora Mattarella, non abbiano richiamato i parlamentari al loro dovere di legiferare secondo i dettami del Referendum.

Invece il Parlamento nella Finanziaria ha incoraggiato gli Enti Locali a privatizzare il servizio idrico , permettendo loro di utilizzare i proventi delle alienazioni dei beni comuni come i servizi idrici per coprire mutui e prestiti e così ripianare i loro debiti.

E’ questa ormai la via maestra per forzare i Comuni, strangolati dai debiti, a privatizzare l’Oro Blu.

E pochi giorni prima della chiusura del Parlamento, è stato introdotto un emendamento nella Finanziaria per creare l’Acquedotto del Mezzogiorno, una grande multiutility per gestire l’acqua del Centro-Sud dell’Italia!

Un emendamento bipartisan proposto dal deputato pugliese Ginefra in nome del governatore della Puglia, Emiliano: ”Nell’interesse dell’intero Mezzogiorno – aveva infatti detto Emiliano nel 2016 al Congresso nazionale ANCI, tenutosi a Bari – intendiamo dare avvio e realizzare un percorso nel quale l’Acquedotto Pugliese si trasformi in una holding industriale partecipata da quelle Regioni che intendono partecipare al progetto attraverso il conferimento delle rispettive partecipazioni azionarie nelle aziende regionali attive nell’acqua.

Per le proteste di varie regioni del Sud, questo emendamento non è passato, ma è stato sostituito con un altro più generico, ma che resta sempre molto pericoloso.

Infatti Emiliano sta già lavorando per includere nell’Acquedotto Pugliese la Gesesa (Azienda Spa) di Benevento e l’Alto Calore di Avellino, per farne una piccola multiutility. Ma il suo sogno è sicuramente l’Acquedotto del Mezzogiorno.

Un bel bocconcino per l’ACEA di Roma, ma soprattutto per le due più potenti e onnipresenti multinazionali dell’acqua: Suez e Veolia.

E’ il tradimento del Referendum da parte di tutti i partiti.

E’ in particolare il tradimento del PD che ha continuato con la sua politica di privatizzazione dell’acqua, ma anche dei Cinque Stelle, nati dalla lotta contro la privatizzazione dell’acqua, incapaci a Roma come a Torino a ripubblicizzare l’acqua.

Così, in Italia, nonostante la vittoria referendaria, rischiamo di perdere il bene più prezioso che abbiamo.

Per questo mi appello al Popolo dell’Acqua, a quel grande movimento popolare che ha portato alla straordinaria vittoria referendaria, perché ritorni ad obbligare una politica riottosa a conformarsi al volere popolare. Questo avverrà solo se sarà il popolo a muoversi.

La prima cosa che tutti dobbiamo fare è quella di riportare il tema dell’acqua nell’attuale campagna elettorale, chiedendo a ogni politico e ogni partito di esprimersi su questo tema vitale.

Per questo chiedo che i comitati cittadini, provinciali, regionali insieme al Forum scendano in campo per rimettere l’acqua al centro del dibattito politico.

Mi appello anche al Coordinamento Centro-Sud perché si impegni contro la costituzione dell’Acquedotto del Mezzogiorno.

Dobbiamo lavorare insieme, in rete. Le multinazionali dell’acqua infatti stanno unitariamente montando una campagna durissima. “L’acqua non è un diritto pubblico – ha detto recentemente il Presidente della potentissima Nestlé, Peter Brabek –Letmahe. La Nestlé dovrebbe avere il controllo della fornitura idrica mondiale in modo che possa rivenderla alle persone con profitto.

Ecco il loro piano! E contro questo enorme potere che dobbiamo batterci. Dobbiamo farcela. Si tratta di vita o di morte per miliardi di uomini e donne.

Si tratta – come afferma Papa Francesco – del “diritto alla vita”.

Alex Zanotelli
Napoli, 20 gennaio 2018

Un ‘bonus acqua’ agli impoveriti non significa realizzare il diritto all’acqua.

Bonus-acquaLa stampa nazionale e locale ha dato un certo risalto alla delibera dell’AGEESI (Agenzia per il Gas e l’Energia Elettrica ed il Servizio Idrico) del 23 dicembre 2017 con la quale, in applicazione del DPCM del 13 ottobre 2016 (Tariffa sociale del servizio idrico integrato), l’agenzia ha deciso di accordare a partire dal 2018 un ‘bonus acqua’ (o idrico); in concreto il non pagamento dei primi 50 litri d’acqua potabile per persona alle famiglie con reddito non superiore a 8.017,5 euro annui (certificato ISEE- Indicatore di situazione economica equivalente).

Alcuni giornali hanno inneggiato alla misura facendo credere ch’essa abbia introdotto in Italia il diritto all’acqua potabile, generalmente fissato dalla comunità internazionale all’accesso gratuito di 50 litri al giorno per persona.

Quest’anno si celebra il 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (DUDU).

Non è possibile lasciare diffondere la credenza che confonde in maniera perniciosa un’agevolazione nel pagamento della bolletta d’acqua, destinata a una categoria particolare di cittadini, con la concretizzazione di un diritto universale all’acqua per la vita.

La tariffazione sociale dell’acqua esprime una concezione ed una pratica sociale derivanti da una società fondata sull’ineguaglianza tra gli esseri umani, le comunità umane ed i popoli, e sulla carità / la compassione / l’aiuto da parte dei gruppi sociali dominanti arricchitisi nei confronti di quelli fatti o divenuti impoveriti.

E più le società sono ingiuste e ineguali, più i loro gruppi dominanti tendono a far ricorso alle tariffe sociali, ai bonus, alle misure assistenziali, straordinarie, a tempo determinato che, in maniera evidente, sono intrinsecamente aliene ad una concezione ed una pratica sociale della società fondata sul riconoscimento e la concretizzazione dei diritti.

I bonus sociali sono degli strumenti tipici delle oligarchice compassionevoli che praticano l’assistenza sociale verso i disagiati, da loro stesse creati. Essi non fanno parte dello Stato del welfare e della sicurezza sociale generale che, invece, pratica la giustizia nel nome dell’uguaglianza di tutti rispetto ai diritti nel contesto dello Stato di diritto.

L’ESPLOSIONE DEI BONUS.

In Italia, negli ultimi quindici anni il numero di bonus sociali è cresciuto in quasi tutti i campi, segno della crescita preoccupante delle ineguaglianze e devastazioni sociali provocate dal sistema dell’economia capitalista di mercato finanziaria dominante.

Sono stati introdotti bonus per i giovani, per l’ingaggio di lavoro (anche a tempo determinato), per i bebè, per le mamme, per i ricercatori, per il gas e l’energia elettrica, per i mobili e gli elettrodomestici, per la cultura (frequentazione dei musei, dei teatri, …), per i docenti, gli 80 euro alla Renzi, …

Il bonus acqua è stato introdotto per la prima volta nel 2011, e soprattutto a partire dal 2012, dopo i risultati dei referendum del giugno 2011.

Consistente all’epoca in una riduzione del 20/30% del totale della bolletta idrica, in molte regioni lo hanno adottato come pallido surrogato, ma non applicazione, della chiara volontà espressa da circa 27 milioni di cittadini in favore del diritto all’acqua potabile gratuito, cioè finanziato dal bilancio pubblico attraverso la fiscalità generale e specifica.

Il bonus cambiava da regione a regione, anche in maniera consistente.

Il Bonus acqua della delibera AGEESI mette un po’ d’ordine in materia precisando che il bonus è relativo al non pagamento del prezzo fissato in bolletta per i primi 50 litri al giorno per persona, e che sono beneficiari del bonus le famiglie da una persona a famiglie con più di 3 figli, o persone a carico, in disagio economico e fisico con un reddito non superiore a 8.017,5 euro annui, variabile secondo i criteri fissati dall’AGEESI a partire dai dati ISEE.

Ogni Comune, però, può determinare il bonus, nell’ambito dei principi generali fissati a livello centrale, sulla base del proprio regolamento in materia di accesso ai contributi economici.

Una libertà che non solo scarica ‘de facto’ sugli enti locali il carico della copertura dei costi del bonus, ma per la stragrande maggioranza dei Comuni fortemente indebitati li ha indotti finora e li condurrà ancora di più nei prossimi anni a privatizzare il servizio idrico integrato, perché in questo caso saranno autorizzati in via straordinaria a utilizzare gli introiti della vendita ai privati come mezzo di rimborso dei loro debiti.

Un vero circuito “virtuoso” di asservimento della finanza locale agli interessi dei soggetti finanziari privati.

Perché la politica e la pratica del ‘bonus acqua’ sono aliene alla cultura e alla pratica del diritto umano all’acqua per la vita?

Anzitutto il DPCM citato ed evidentemente la delibera dell’AGEESI, confermano con forza che il Servizio Idrico Integrato, essendo di rilevanza economica è sottomesso ai meccanismi del mercato concorrenziale, per cui l’accesso al SII è possibile solo in ottemperanza dell’obbligo di pagare un prezzo di mercato fissato secondo i principi del “full cost recovery”, autorizzante il profitto nel calcolo della tariffa al m³ (tutto il contrario di quanto scelto dai 27 milioni di cittadini via referendum).

E de facto pochi sono i poteri dominanti oggi in Italia che rivendicano che il sistema tariffario in vigore, e quello ora stabilito dal DPCM e dalla delibera, risponda ad una logica del diritto all’acqua, ma solo alla logica dell’accesso all’acqua nel mercato concorrenziale ad un prezzo detto abbordabile. Per un consumo fino di 30m³ annui – cioé un po’ meno del doppio del consumo oggetto del bonus di 50 litri al giorno corrispondente a 1,37 euro al m³ (mille litri) un po’ più di un millesimo al litro.

Le autorità stabiliscono che i costi del bonus devono essere coperti solo dalla tariffa per cui saranno le fascie superiori che garantiranno la copertura del bonus.

In questo contesto, parlare di diritto all’acqua per le persone in stato di disagio a carico degli altri utenti (si parla sovente anche di “clienti”) è un’impostura.

È la prima di una triplice impostura.

La seconda è costituita dal fatto che i diritti umani o sono universali o non è possibile né accettabile parlare di diritti umani. Il diritto umano all’acqua deve essere garantito a tutti gli abitanti della Terra, in questo caso a tutti i residenti (e i presenti transitori) in Italia.

Il diritto all’acqua non è un’agevolazione fornita solo alle persone in stato di disagio e quindi negata a coloro che possono pagare la bolletta dell’acqua.

È da quasi più di 150 anni che i “diritti censitari” (sia nel senso dell’inclusione o dell’esclusione in funzione del reddito) sono stati abrogati perché espressione di società profondamente ingiuste.

Infine, terza imposturache razza di diritto è quello dell’aiuto caritatevole ai più disagiati, sempre più numerosi e creati dalle politiche economiche e sociali deliberatamente operate dai gruppi sociali arricchiti, e generatrici di forti ineguaglianze a scapito degli impoveriti?

Prima ti butto fuori dal mercato del lavoro e quindi dall’accesso ad un reddito (per quanto misero, peraltro precario, incerto, inadeguato…), e poi ti aiuto.

Prima abbandono il SII e tutti gli altri servizi pubblici di prima necessità, trasferisco la loro proprietà, gestione e controllo ai soggetti industriali, e commerciali e finanziari privati, li autorizzo a erogare l’acqua solo se paghi la bolletta, e poi di fronte a prevedibile aumento delle tariffe e dell’impoverimento ti faccio dei bonus.

Dov’è, in queste condizioni, la ricerca di soluzioni alle radici strutturali delle disuguaglianze e dell’impoverimento? Non ve n’é alcuna!

LA MERCIFICAZIONE DELLE ACQUE MINERALI.

Non è possibile concludere, seppur sommariamente, queste riflessioni e questa denuncia dell’impostura in corso, senza fare riferimento ad una situazione chiave, determinante e regolarmente passata sotto silenzio dai poteri dominanti e dagli esperti al loro servizio quando si parla di diritto e di accesso all’acqua potabile.

Mi riferisco alla mercificazione / marketizzazione e privatizzazione / finanziarizzazione delle acque minerali naturali (lisce o gassate) in bottiglia (AMNB). 

L’Italia è un caso di scuola perché gli italiani sono il secondo paese al mondo (dopo il Messico) per il consumo procapite di AMNB.

Si stima che oggi più del 70% degli Italiani per bere usa AMNB (un pochino di più liscia di quella gassata). Così le famiglie italiane spendono attorno agli 800-900 euro l’anno per il consumo delle AMNB.

In realtà, da quasi trent’anni i produttori e diffusori di acqua minerali naturali in bottiglia sono riusciti (in particolare i giganti delle AMNB quali Nestlé e Danone, ma anche Coca Cola e Pepsi Cola … i veri predatori arricchiti mondiali delle risorse idriche della Terra) a:

  1. imporre nell’immaginario e nella testa della gente che-non solo l’acqua minerale avrebbe più gusto “buono”, ma che essa farebbe meglio alla salute umana perché più “sana”, imbottigliata direttamente alla fonte, mentre l’acqua del rubinetto sarebbe pesantemente trattata, artificiale, con processi bio-chimici, per renderla “potabile”. Una falsità che fà molto comodo ai pubblicitari delle AMNB. In realtà queste non sono “potabili”, nel senso dato dall’Unione europea che impone il rispetto come minimo di 51 parametri, e che non possono essere tutti rispettati dalle AMNB in quanto, per l’appunto, non possono subire alcun trattamento mirante a renderle potabili. Le AMNB si possono certo bere ma con precauzione, non sempre la stessa marca, sotto avviso e controllo medico in funzione dello stato di salute dell’utente, … È vero anche che le acque del rubinetto possono essere non conformi alle regole del rispetto della salute umana a causa dell’incuria o della corruzione dei responsabili pubblici del SII, a tutti i livelli di responsabilità. Vedi il caso recente dei PFAS nel sangue dei giovani nelle province di Vicenza, Padova, Rovigo e, in misura minore, di Verona;

  2. far credere che le imprese private, specie multinazionali, ed i mercati finanziari, globalizzati per di più speculativi, sono i soggetti e gli strumenti più adatti grazie ai prezzi che impongonoper garantire una gestione efficiente, efficace ed economica delle acque minerali naturali del mondo in corso di sfruttamento, e quelle enormi ancora da sfruttare (beninteso nell’interesse dei loro azionisti mondiali), come illustrato dal caso della San Pellegrino, finita alcuni anni fà nelle borse della Nestlé, per cui le bottiglie San Pellegrino si trovano ora in tutti i ristoranti e centri commerciali del mondo, negli Stati Uniti come in Cina,in Sud Africa come nel Marocco, in Cile come in Norvegia.

Il dramma del business delle AMNB (mercificazione, marketizzazione, privatizzazione e finanziarizzazione), voluto ed accettato dai poteri pubblici nazionali e comunali (“nel nome del denaro”) sta nel fatto che esso ha contribuito pesantemente alla promozione e diffusione degli stessi processi industriali, commerciali e finanziari nel campo dell’acqua pubblica del rubinetto.

I gruppi dominanti sono responsabili della promozione, della mercificazione e privatizzazione delle AMNB che ha succhiato alle finanze pubbliche miliardi di introiti annui.

Le imprese private cui sono state date in concessione i diritti di sfruttamento delle fonti pagano alle autorità pubbliche 2 euro al m³ (cioé due millesimi di euro al litro), nel mentre sono autorizzate a domandare 70 centesimi di euro per una bottiglietta di 33 a 50 centilitri.

È stato così calcolato che le famiglie italiane pagano tra 200 e 400 volte di più dell’acqua di rubinetto, per giungere in certi negozi e luoghi pubblici a 1000 e persino 2000 volte di più.

“L’acqua del sindaco” rappresenta oramai in Italia un fenomeno minoritario, parte di una storia messa in museo.

Malgrado certi ritorni alla gestione municipale e pubblica (che non ha abbandonato però l’applicazione di una tariffa al m³ a prezzo abbordabile), “l’acqua del sindaco” è diventata una situazione “mitica”.

L’indebolimento della cultura pubblica dei beni comuni in seno ai cittadini stessi ha fatto “fallire le idee delle case dell’acqua”, dove l’acqua pubblica era erogata gratuitamente. e ciò a causa, fra le altre ragioni, degli abusi dei singoli cittadini. È anche successo che certi cittadini si sono messi a vendere l’acqua prelevata gratuitamente dalle case dell’acqua! Cosa si può fare “in nome del denaro”!

Smantellare il sistema descritto in un approccio globale – tutte le acque, tutte le fasi del ciclo lungo dell’acqua, in tutti i Continenti … – è un obiettivo immane, ma realizzabile nel tempo.

Speriamo che la grande nebulosa delle numerose componenti movimentiste della società civile mondiale che si battono nella prospettiva dell”acqua bene comune” pubblico mondiale, e per la concretizzazione del diritto universale all’acqua potabile, giungeranno a identificare i percorsi comuni da realizzare in comune in detta prospettiva al Forum Mondiale Alternativo dell’Acqua (FAMA) che si terrà dal 17 al 22 marzo prossimo a Brasilia, in Brasile.

Io conto di essere presente e proporre la creazione di un Consiglio di Sicurezza dei Beni Comuni Pubblici Mondiali (a partire dall’acqua, le sementi e la conoscenza).

Coloro che fossero interssati all’idea, possono contattarmi via facebook o e-mail  (petrella.riccardo@gmail.com).

L’umanità deve mettersi in rivolta per i diritti universali ed i beni comuni pubblici mondiali.

Riccardo Petrella

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