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Giornata Mondiale dell’Acqua – 1

Diritto all’acqua, la rarefazione del bere comune

Oro blu. Quattro miliardi di persone vivono in zone dove l’acqua potabile è scarsa. Il 60% delle città più popolose del mondo si ritroverà a secco nel giro dei prossimi trenta anni

Quando si parla di rarefazione dell’acqua, l’idea veicolata dai gruppi sociali dominanti responsabili primari dell’evoluzione delle cose è quella della rarefazione, quantitativa e qualitativa, in quanto risorsa vitale d’importanza strategica per l’economia e il benessere dell’umanità.

Ben poco o nulla dicono delle altre due rarefazioni relative all’acqua, che rivestono un’importanza altrettanto fondamentale per il divenire dell’umanità e la vita di tutte le specie viventi della Terra: la rarefazione in quanto bene comune pubblico e in quanto diritto universale alla vita.

I dati parlano da soli: uno studio pubblicato su Science News del febbrario 2016 ha calcolato che quattro miliardi di persone vivono in zone a forte scarsità d’acqua potabile. Secondo il rapporto Global Rsks 2015 del World economic forum, il mondo delle imprese e della finanza ha posto la scarsità dell’acqua al primo posto dei rischi mondiali per l’importanza del suo impatto sulla vita della Terra.

PIÙ DI UN TERZO DELLE ACQUE da falda degli Stati Uniti non è più utilizzabile perché gravemente inquinato. Lo stesso dicasi per le falde in Cina, India, Russia. Il 60 per cento delle 482 città più popolose al mondo si troveranno a secco nel 2050 (vedi ricerca pubblicata da Nature Sustainability del febbrario 2018).

Non sorprende che fra i soggetti più preoccupati di fronte a tale situazione figurano le grandi imprese mondiali dell’agroaliminentare, quali Coca Cola, Nestlé, Danone, Barilla, Heinz, le imprese sementiere, l’industria chimica e farmaceutica.
Da sola, l’agricoltura rappresenta il 70 per cento dei prelievi mondiali d’acqua dolce.
Senza acqua, Coca Cola e Nestlé spariscono.

I cambiamenti climatici non faranno che accentuare i fenomeni menzionati. Le penurie d’acqua, si afferma, si diffonderanno e si moltiplicheranno.

DI FRONTE ALLA RAREFAZIONE della risorsa, dovuta principalmente a fattori antropici (tutti ne convengono) le società dominanti stanno reagendo già dagli anni ’90 secondo logiche di sicurezza e di sopravvivenza corporative.
Da qui la nuova corsa mondiale all’accaparramento privato delle terre e delle acque, i conflitti sempre più drammatici per il controllo e l’uso delle fonti idriche (si parla con sempre maggiore enfasi delle «guerre dell’acqua»), la mercificazione dell’acqua e la privatizzazione dei servizi idrici.
L’acqua è stata trasformata in un bene economico privato sottomesso ai meccanismi dei mercati concorrenziali, cioè a logiche di rivalità e di esclusione. Come tanti altri beni e servizi essenziali e insostituibili per la vita e per il vivere insieme, l’acqua non è più considerata un bene comune pubblico sul piano della proprietà, delle regole dell’uso e della gestone.
I beni comuni pubblici sono ormai rari. La scomparsa del concetto stesso di bene comune pubblico è data come inevitabile.

Ma, allora, com’è possibile fare società e promuovere un vivere insieme condiviso e solidale in assenza di beni comuni pubblici, in particolare l’acqua, della cui salvaguardia e cura gli esseri umani sono o dovrebbero considerarsi responsabili collettivamente, ancor prima di comportarsi da proprietari e da consumatori sovrani?

La rarefazione dei beni comuni pubblici ha già modificato profondamente la concezione e le finalità dell’economia, del sistema di sicurezza collettiva, dello Stato, del ruolo delle collettività locali. La regolazione democratica delle società è entrata in crisi profonda. Lo Stato di diritto è diventato una grande nebbia che oscura i luoghi della polis e i percorsi dei cittadini.

SEBBENE IL «DIRITTO UMANO ALL’ACQUA» sia stato riconosciuto formalmente a livello internazionale da una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 28 luglio 2010 (41 Stati però hanno votato contro, fra i quali spiccano gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone , l’India, il Regno Unito, la Spagna e l’Australia), la stragrande maggioranza delle classi dirigenti sta agendo come se la risoluzione non esistesse
Addirittura, in Italia, i dominanti hanno spudoratamente ignorato e adottato misure contrarie ai risultati del referendum sull’acqua del 2011 con il quale 27 milioni di cittadini si sono espressi in favore dell’inclusione del diritto umano all’acqua nella legislazione nazionale. Per i dominanti, l’accesso all’acqua passa attraverso l’obbligo di pagare un prezzo definito in funzione del consumo ai costi di mercato. Altro che diritto.

OGNI GIORNO IL RISPETTO DEI DIRITTI UMANI si sta sgretolando sull’altare dell’imperativo dell’efficienza e del rendimento finanziario. La nozione di diritto umano sta sparendo dagli immaginari delle popolazioni dei paesi occidentali e occidentalizzati. I dominanti pensano di risolvere la rarefazione dell’acqua con la strategia dell’aumento dell’offerta grazie alla tecnologia in tutti i campi (aumento della produttività idrica, riduzione degli sprechi, ricerca di nuove fonti, dissalamento dell’acqua del mare, razionalizzazione della domanda via il prezzo). Non capiscono e non vogliono capire che la soluzione alla rarefazione della risorsa passa soprattutto attraverso e in relazione alla soluzione della rarefazione dell’acqua come bene comune pubblico e della rarefazione del diritto universale all’acqua. Più le società daranno il potere alla finanza capitalista privata più l’acqua diventerà rara e più le società saranno governate da poteri politici ingiusti e oligarchici come oggi, più rara sarà l’acqua per tutti. Contrariamente a quanto pretendono i dominanti, ciò è evitabile.

Riccardo Petrella
Il Manifesto 22-3-018

Giornata Mondiale dell’Acqua – 2

Acqua, «sorgente di vita» a canone (quasi) zero

Il dossier «Acque in bottiglia. Un’anomalia tutta italiana» evidenzia come a fronte di un giro d’affari stimato sui 10 miliardi euro l’anno, con un fatturato per le sole aziende imbottigliatrici che i rapporti di settore stimano in 2,8 miliardi di euro, appena lo 0,6% arriva nelle casse pubbliche.

Oggi, infatti, sono nell’ordine dei due millesimi di euro per litro, e in alcuni casi anche inferiori.

Un business che vale circa 10 miliardi.

Legambiente e Altreconomia, che celebrano la Giornata mondiale dell’acqua ricordando a tutti che quella che finisce in bottiglia è l’acqua più privata che c’è, un bene pubblico dato in concessione a società come Nestlé o San Benedetto in cambio di canoni irrisori. Alle regioni solo poche briciole, rivedere le concessioni. 
Propongono di elevare a due centesimi di euro per un litro d’acqua. Venti euro ogni mille litri, che chi imbottiglia le minerali dovrebbe riconoscere alle amministrazioni regionali.

 

L’anomalia, in un Paese dotato di una buona rete acquedottistica, è che il consumo pro-capite di minerali in bottiglia in Italia è pari a 206 litri l’anno, che fanno degli italiani i primatisti europei e le medaglie d’argento a livello mondiale della specialità, secondi solo al Messico, come spiegano i dati Censis riportati nel rapporto.

In Italia sono in commercio oltre 260 marchi, prodotti in circa 140 stabilimenti che imbottigliano complessivamente oltre 14 miliardi di litri di acque minerali.

Secondo Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, «alla base del record c’è il falso mito che la minerale sia migliore e più controllata dell’acqua del nostro rubinetto, e soprattutto un costo della materia prima (l’acqua), per chi imbottiglia, praticamente nullo: una media di appena 1 millesimo di euro per ciascun litro imbottigliato».

È per questo, spiega Zampetti, che l’associazione e la rivista Altreconomia propongono «di applicare un canone minimo a livello nazionale di almeno 20 euro al metro cubo, cioè 2 centesimi di euro al litro imbottigliato.
Un canone comunque irrisorio, ma già dieci volte superiore a quello attuale e che permetterebbe alle Regioni di incrementare gli introiti di almeno 280 milioni di euro l’anno, da reinvestire in politiche e interventi in favore dell’acqua di rubinetto e per la tutela di della risorsa idrica, oggi messa a dura prova anche dai cambiamenti climatici e dalle continue emergenze siccità».

L’obiettivo di incrementare l’uso dell’acqua di rubinetto e ridurre l’eccessivo uso di bottiglie di plastica è anche al centro dei cambiamenti in atto nella legislazione europea, dalla Plastic Strategy alla nuova proposta di revisione della direttiva sulle acque potabili presentata il 1 febbraio, con una riduzione del 17% dei consumi di acqua in bottiglia di plastica e un risparmio conseguente per le famiglie europee pari a 600 milioni di euro l’anno.

Se è vero che in Europa (EU28) si consumano annualmente 46 miliardi di bottiglie in plastica, in Italia – in base alle risposte che le Regioni hanno inviato a Legambiente, dopo aver ricevuto il questionario alla base del rapporto diffuso il 21 marzo – il 90-95% delle minerali viene imbottigliato in contenitori di plastica, e appena il 5-10% in contenitori in vetro.
Se guardiamo quindi alla produzione complessiva del settore, negli ultimi anni tra i 12 e i 14 miliardi di litri, nel nostro Paese ogni anno vengono utilizzate tra i 7,2 e gli 8,4 miliardi di bottiglie di plastica.

Il dossier, pubblicato per la prima volta nel 2008, nasce per affrontare il problema dei canoni di concessione, che nel 2006 la Conferenza Stato-Regioni aveva chiesto (inascoltata) di uniformare. A inizio 2018, il quadro è questo: l’85% delle Regioni applica un canone in funzione degli ettari dati in concessione (in totale 25mila); il 29% applica anche un canone in funzione dei volumi emunti mentre l’86% applica il canone relativo ai volumi di acqua imbottigliati dalle compagnie detentrici del titolo.

Nel 62% dei casi le Regioni applicano un doppio canone alla concessione, mentre il 19% applica tutti e tre i criteri previsti per i canoni.
Quelli applicati per le acque emunte e imbottigliate hanno un valore medio di 1,15 euro per metro cubo (mille litri): si parte dalla tariffa di 0,30 euro applicata in Abruzzo («che non solo è la cifra più bassa del panorama nazionale ma è anche l’unico canone che viene applicato dalla Regione», scrivono Legambiente e Altreconomia), ai 0,50 della Toscana (che possono variare fino a 2,00 euro/mc), ai 2,0 euro/metro cubo applicato dalla Provincia autonoma di Bolzano (cifra minima di partenza, che va a salire fino a 2,70 euro per metro cubo se l’imbottigliamento avviene in contenitori con vuoto a perdere).

Anche nel Lazio e in Sicilia la cifra massima che si paga è rispettivamente di 2,28 e 2,00 euro per metro cubo, che diminuisce (fino a 0,69 euro/mc nel Lazio e 1,40 in Sicilia) in funzione del tipo di contenitore usato. Nelle tre Regioni sul podio in quanto a volumi emunti ed imbottigliati nel 2017, che sono Lombardia (3,7 miliardi di litri), Piemonte (2,7 miliardi di litri) e Campania (1,85 miliardi di litri), il canone medio è ancora pari a un euro per mille litri, o di poco superiore.

Luca Martinelli
Il manifesto 22-3-018

Due date … una memoria

Promemoria numero uno: la primavera.

Si fa sempre più fatica aprire la propria finestra e guardare “fuori“.

Gli impegni, i doveri, gli affanni e le “cose”, si rincorrono nel tempo della vita e lo assorbono tutto: doveri improrogabili.

Fuori” la natura, il tempo non fermano il loro ciclo, esaltano le forme di vita che si rianimano in un tempo nuovo: la natura si riveste, fiorisce, ci attraversa con nuovi profumi.

Dentro“, la finestra chiusa, rimangono tutte le miserie che non trovano scampo vincolate al tempo del consumo che trascina la vita nell’indifferenza, mentre “fuori” la natura e il suo tempo si “riscatta” e rinasce.

E’ primavera e forse un timido sorriso sarà capace di illuminare anche le miserie ribelli.

Promemoria numero due: giornata mondiale dell’acqua.

Cosa c’è di più meraviglioso di una goccia d’acqua che rigenera un seme e disseta aride labbra.  L’acqua che ci scorre accanto è sorgente di vita e merita di osservarla mentre scorre libera come un fresco dono rigenerante di primavera.

Basta poco per valutare la sua importanza, per non perderla di vista e annoverarla tra i beni da custodire, da preservare. 

L’acqua è un dono della vita!

L’acqua è una memoria universale che richiama l’umanità dell’essere, va mantenuta, nella memoria personale, va difesa dai predoni che la trasformano in merce.

Ogni elemento della vita che agiamo, dal cibo alla macchina fino al telefonino, esiste grazie all’acqua. 

L’acqua è vita per questo va ricordata e la memoria non può che estendersi a tutti coloro che non possono goderla perché sporca, inquinata, … perché manca.

E in quei luoghi, spesso depredati, la morte uccide non risparmia nessuno, bambini, adulti, neppure gli animali.

Il 22 marzo è la Giornata mondiale dell’acqua, una ricorrenza istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1992 con una risoluzione adottata dopo la Conferenza di Rio.

Se esiste un elemento magico al mondo, è sicuramente l’acqua”: il nostro corpo è fatto di acqua in una percentuale pari a circa il 65%.

Con il referendum del 12-13 giugno 2011, 26 milioni di italiani hanno deciso che l’acqua deve uscire dal mercato e non deve essere oggetto di profitto.

La possibilità di accedere in qualsiasi momento ad una fonte di acqua pulita e potabile è tra le cose più piacevoli e importanti nella nostra vita.

Tuttavia la situazione mondiale per quanto riguarda la disponibilità di acqua potabile e servizi igienici è drammatica.
Circa 2,1 miliardi di persone al mondo, non hanno accesso di acqua potabile e sono quindi private di un diritto umano fondamentale.
Oltre 3 miliardi non dispongono ancora di impianti igienici di base.

Le implicazioni in termini di salute e di costi sono elevatissimi: L’acqua potabile contaminata causa circa 3,5 milioni di decessi all’anno di cui circa 1.450 000 bambini morti per malattie trasmesse da acque contaminate.
Nemmeno le guerre e le violenze che tormentano ogni angolo del Pianeta, messe tutte insieme, possono tanto. Una tragedia silenziosa.

Così, mentre la mancanza di acqua pulita nel Sud del mondo uccide, nei Paesi “ricchi” l’acqua abbonda e viene sprecata.

E siamo noi occidentali a fare la parte del leone: meno di un miliardo di persone su sette consuma l’86% dell’acqua disponibile.

Un cittadino americano ne ha a disposizione mediamente 425 litri al giorno, un Europeo 165 litri, un Africano 20 litri.

Si stima che siano 15 milioni all’anno le persone costrette a emigrare per la carenza d’acqua.

L’acqua è una risorsa sempre più limitata e messa in pericolo dagli sprechi.

Ne abbiamo sempre più bisogno. Non sprecare acqua vuol dire anche non inquinarla.

La vera sfida alla sostenibilità e al risparmio è nella razionalizzazione del consumo dell’acqua che utilizziamo ogni giorno per la produzione di cibo.

Il 92% dell’acqua che consumiamo ogni giorno è racchiusa nel cibo che produciamo e che mangiamo.
Ogni giorno un terzo della produzione mondiale di cibo viene buttato via unitamente al 30% dell’acqua utilizzata per produrlo.

Appello al popolo dell’acqua: diritto alla vita

Acqua-dirittoIl processo di privatizzazione dell’acqua ,in atto in Italia, è uno dei processi più criminali perché è una minaccia al diritto alla vita.

Infatti è incredibile che nonostante che il Referendum del 2011,quando il popolo italiano aveva deciso che l’acqua doveva uscire dal mercato e che non si poteva fare profitto su questo bene così sacro, i governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni hanno fatto a gara per favorire il processo di privatizzazione dell’oro blu.

Non migliore fortuna abbiamo avuto in Parlamento, che aveva il dovere di tradurre in legge quello che il popolo italiano aveva deciso con il Referendum,ma non l’ha fatto.
A questo scopo il Parlamento aveva a disposizione anche la Legge di iniziativa popolare che aveva ottenuto oltre 500.000 firme.

Ci sono voluti anni di pressione perché quella Legge fosse presa in considerazione dalla Commissione Ambiente della Camera presieduta da Realacc0 i(PD). E quando l’ha finalmente accolta, la Commissione l’ha radicalmente snaturata e poi non l’ha mai fatta discutere in Parlamento.

E’ grave che ben due Presidenti della Repubblica, Napolitano e ora Mattarella, non abbiano richiamato i parlamentari al loro dovere di legiferare secondo i dettami del Referendum.

Invece il Parlamento nella Finanziaria ha incoraggiato gli Enti Locali a privatizzare il servizio idrico , permettendo loro di utilizzare i proventi delle alienazioni dei beni comuni come i servizi idrici per coprire mutui e prestiti e così ripianare i loro debiti.

E’ questa ormai la via maestra per forzare i Comuni, strangolati dai debiti, a privatizzare l’Oro Blu.

E pochi giorni prima della chiusura del Parlamento, è stato introdotto un emendamento nella Finanziaria per creare l’Acquedotto del Mezzogiorno, una grande multiutility per gestire l’acqua del Centro-Sud dell’Italia!

Un emendamento bipartisan proposto dal deputato pugliese Ginefra in nome del governatore della Puglia, Emiliano: ”Nell’interesse dell’intero Mezzogiorno – aveva infatti detto Emiliano nel 2016 al Congresso nazionale ANCI, tenutosi a Bari – intendiamo dare avvio e realizzare un percorso nel quale l’Acquedotto Pugliese si trasformi in una holding industriale partecipata da quelle Regioni che intendono partecipare al progetto attraverso il conferimento delle rispettive partecipazioni azionarie nelle aziende regionali attive nell’acqua.

Per le proteste di varie regioni del Sud, questo emendamento non è passato, ma è stato sostituito con un altro più generico, ma che resta sempre molto pericoloso.

Infatti Emiliano sta già lavorando per includere nell’Acquedotto Pugliese la Gesesa (Azienda Spa) di Benevento e l’Alto Calore di Avellino, per farne una piccola multiutility. Ma il suo sogno è sicuramente l’Acquedotto del Mezzogiorno.

Un bel bocconcino per l’ACEA di Roma, ma soprattutto per le due più potenti e onnipresenti multinazionali dell’acqua: Suez e Veolia.

E’ il tradimento del Referendum da parte di tutti i partiti.

E’ in particolare il tradimento del PD che ha continuato con la sua politica di privatizzazione dell’acqua, ma anche dei Cinque Stelle, nati dalla lotta contro la privatizzazione dell’acqua, incapaci a Roma come a Torino a ripubblicizzare l’acqua.

Così, in Italia, nonostante la vittoria referendaria, rischiamo di perdere il bene più prezioso che abbiamo.

Per questo mi appello al Popolo dell’Acqua, a quel grande movimento popolare che ha portato alla straordinaria vittoria referendaria, perché ritorni ad obbligare una politica riottosa a conformarsi al volere popolare. Questo avverrà solo se sarà il popolo a muoversi.

La prima cosa che tutti dobbiamo fare è quella di riportare il tema dell’acqua nell’attuale campagna elettorale, chiedendo a ogni politico e ogni partito di esprimersi su questo tema vitale.

Per questo chiedo che i comitati cittadini, provinciali, regionali insieme al Forum scendano in campo per rimettere l’acqua al centro del dibattito politico.

Mi appello anche al Coordinamento Centro-Sud perché si impegni contro la costituzione dell’Acquedotto del Mezzogiorno.

Dobbiamo lavorare insieme, in rete. Le multinazionali dell’acqua infatti stanno unitariamente montando una campagna durissima. “L’acqua non è un diritto pubblico – ha detto recentemente il Presidente della potentissima Nestlé, Peter Brabek –Letmahe. La Nestlé dovrebbe avere il controllo della fornitura idrica mondiale in modo che possa rivenderla alle persone con profitto.

Ecco il loro piano! E contro questo enorme potere che dobbiamo batterci. Dobbiamo farcela. Si tratta di vita o di morte per miliardi di uomini e donne.

Si tratta – come afferma Papa Francesco – del “diritto alla vita”.

Alex Zanotelli
Napoli, 20 gennaio 2018

Un ‘bonus acqua’ agli impoveriti non significa realizzare il diritto all’acqua.

Bonus-acquaLa stampa nazionale e locale ha dato un certo risalto alla delibera dell’AGEESI (Agenzia per il Gas e l’Energia Elettrica ed il Servizio Idrico) del 23 dicembre 2017 con la quale, in applicazione del DPCM del 13 ottobre 2016 (Tariffa sociale del servizio idrico integrato), l’agenzia ha deciso di accordare a partire dal 2018 un ‘bonus acqua’ (o idrico); in concreto il non pagamento dei primi 50 litri d’acqua potabile per persona alle famiglie con reddito non superiore a 8.017,5 euro annui (certificato ISEE- Indicatore di situazione economica equivalente).

Alcuni giornali hanno inneggiato alla misura facendo credere ch’essa abbia introdotto in Italia il diritto all’acqua potabile, generalmente fissato dalla comunità internazionale all’accesso gratuito di 50 litri al giorno per persona.

Quest’anno si celebra il 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (DUDU).

Non è possibile lasciare diffondere la credenza che confonde in maniera perniciosa un’agevolazione nel pagamento della bolletta d’acqua, destinata a una categoria particolare di cittadini, con la concretizzazione di un diritto universale all’acqua per la vita.

La tariffazione sociale dell’acqua esprime una concezione ed una pratica sociale derivanti da una società fondata sull’ineguaglianza tra gli esseri umani, le comunità umane ed i popoli, e sulla carità / la compassione / l’aiuto da parte dei gruppi sociali dominanti arricchitisi nei confronti di quelli fatti o divenuti impoveriti.

E più le società sono ingiuste e ineguali, più i loro gruppi dominanti tendono a far ricorso alle tariffe sociali, ai bonus, alle misure assistenziali, straordinarie, a tempo determinato che, in maniera evidente, sono intrinsecamente aliene ad una concezione ed una pratica sociale della società fondata sul riconoscimento e la concretizzazione dei diritti.

I bonus sociali sono degli strumenti tipici delle oligarchice compassionevoli che praticano l’assistenza sociale verso i disagiati, da loro stesse creati. Essi non fanno parte dello Stato del welfare e della sicurezza sociale generale che, invece, pratica la giustizia nel nome dell’uguaglianza di tutti rispetto ai diritti nel contesto dello Stato di diritto.

L’ESPLOSIONE DEI BONUS.

In Italia, negli ultimi quindici anni il numero di bonus sociali è cresciuto in quasi tutti i campi, segno della crescita preoccupante delle ineguaglianze e devastazioni sociali provocate dal sistema dell’economia capitalista di mercato finanziaria dominante.

Sono stati introdotti bonus per i giovani, per l’ingaggio di lavoro (anche a tempo determinato), per i bebè, per le mamme, per i ricercatori, per il gas e l’energia elettrica, per i mobili e gli elettrodomestici, per la cultura (frequentazione dei musei, dei teatri, …), per i docenti, gli 80 euro alla Renzi, …

Il bonus acqua è stato introdotto per la prima volta nel 2011, e soprattutto a partire dal 2012, dopo i risultati dei referendum del giugno 2011.

Consistente all’epoca in una riduzione del 20/30% del totale della bolletta idrica, in molte regioni lo hanno adottato come pallido surrogato, ma non applicazione, della chiara volontà espressa da circa 27 milioni di cittadini in favore del diritto all’acqua potabile gratuito, cioè finanziato dal bilancio pubblico attraverso la fiscalità generale e specifica.

Il bonus cambiava da regione a regione, anche in maniera consistente.

Il Bonus acqua della delibera AGEESI mette un po’ d’ordine in materia precisando che il bonus è relativo al non pagamento del prezzo fissato in bolletta per i primi 50 litri al giorno per persona, e che sono beneficiari del bonus le famiglie da una persona a famiglie con più di 3 figli, o persone a carico, in disagio economico e fisico con un reddito non superiore a 8.017,5 euro annui, variabile secondo i criteri fissati dall’AGEESI a partire dai dati ISEE.

Ogni Comune, però, può determinare il bonus, nell’ambito dei principi generali fissati a livello centrale, sulla base del proprio regolamento in materia di accesso ai contributi economici.

Una libertà che non solo scarica ‘de facto’ sugli enti locali il carico della copertura dei costi del bonus, ma per la stragrande maggioranza dei Comuni fortemente indebitati li ha indotti finora e li condurrà ancora di più nei prossimi anni a privatizzare il servizio idrico integrato, perché in questo caso saranno autorizzati in via straordinaria a utilizzare gli introiti della vendita ai privati come mezzo di rimborso dei loro debiti.

Un vero circuito “virtuoso” di asservimento della finanza locale agli interessi dei soggetti finanziari privati.

Perché la politica e la pratica del ‘bonus acqua’ sono aliene alla cultura e alla pratica del diritto umano all’acqua per la vita?

Anzitutto il DPCM citato ed evidentemente la delibera dell’AGEESI, confermano con forza che il Servizio Idrico Integrato, essendo di rilevanza economica è sottomesso ai meccanismi del mercato concorrenziale, per cui l’accesso al SII è possibile solo in ottemperanza dell’obbligo di pagare un prezzo di mercato fissato secondo i principi del “full cost recovery”, autorizzante il profitto nel calcolo della tariffa al m³ (tutto il contrario di quanto scelto dai 27 milioni di cittadini via referendum).

E de facto pochi sono i poteri dominanti oggi in Italia che rivendicano che il sistema tariffario in vigore, e quello ora stabilito dal DPCM e dalla delibera, risponda ad una logica del diritto all’acqua, ma solo alla logica dell’accesso all’acqua nel mercato concorrenziale ad un prezzo detto abbordabile. Per un consumo fino di 30m³ annui – cioé un po’ meno del doppio del consumo oggetto del bonus di 50 litri al giorno corrispondente a 1,37 euro al m³ (mille litri) un po’ più di un millesimo al litro.

Le autorità stabiliscono che i costi del bonus devono essere coperti solo dalla tariffa per cui saranno le fascie superiori che garantiranno la copertura del bonus.

In questo contesto, parlare di diritto all’acqua per le persone in stato di disagio a carico degli altri utenti (si parla sovente anche di “clienti”) è un’impostura.

È la prima di una triplice impostura.

La seconda è costituita dal fatto che i diritti umani o sono universali o non è possibile né accettabile parlare di diritti umani. Il diritto umano all’acqua deve essere garantito a tutti gli abitanti della Terra, in questo caso a tutti i residenti (e i presenti transitori) in Italia.

Il diritto all’acqua non è un’agevolazione fornita solo alle persone in stato di disagio e quindi negata a coloro che possono pagare la bolletta dell’acqua.

È da quasi più di 150 anni che i “diritti censitari” (sia nel senso dell’inclusione o dell’esclusione in funzione del reddito) sono stati abrogati perché espressione di società profondamente ingiuste.

Infine, terza imposturache razza di diritto è quello dell’aiuto caritatevole ai più disagiati, sempre più numerosi e creati dalle politiche economiche e sociali deliberatamente operate dai gruppi sociali arricchiti, e generatrici di forti ineguaglianze a scapito degli impoveriti?

Prima ti butto fuori dal mercato del lavoro e quindi dall’accesso ad un reddito (per quanto misero, peraltro precario, incerto, inadeguato…), e poi ti aiuto.

Prima abbandono il SII e tutti gli altri servizi pubblici di prima necessità, trasferisco la loro proprietà, gestione e controllo ai soggetti industriali, e commerciali e finanziari privati, li autorizzo a erogare l’acqua solo se paghi la bolletta, e poi di fronte a prevedibile aumento delle tariffe e dell’impoverimento ti faccio dei bonus.

Dov’è, in queste condizioni, la ricerca di soluzioni alle radici strutturali delle disuguaglianze e dell’impoverimento? Non ve n’é alcuna!

LA MERCIFICAZIONE DELLE ACQUE MINERALI.

Non è possibile concludere, seppur sommariamente, queste riflessioni e questa denuncia dell’impostura in corso, senza fare riferimento ad una situazione chiave, determinante e regolarmente passata sotto silenzio dai poteri dominanti e dagli esperti al loro servizio quando si parla di diritto e di accesso all’acqua potabile.

Mi riferisco alla mercificazione / marketizzazione e privatizzazione / finanziarizzazione delle acque minerali naturali (lisce o gassate) in bottiglia (AMNB). 

L’Italia è un caso di scuola perché gli italiani sono il secondo paese al mondo (dopo il Messico) per il consumo procapite di AMNB.

Si stima che oggi più del 70% degli Italiani per bere usa AMNB (un pochino di più liscia di quella gassata). Così le famiglie italiane spendono attorno agli 800-900 euro l’anno per il consumo delle AMNB.

In realtà, da quasi trent’anni i produttori e diffusori di acqua minerali naturali in bottiglia sono riusciti (in particolare i giganti delle AMNB quali Nestlé e Danone, ma anche Coca Cola e Pepsi Cola … i veri predatori arricchiti mondiali delle risorse idriche della Terra) a:

  1. imporre nell’immaginario e nella testa della gente che-non solo l’acqua minerale avrebbe più gusto “buono”, ma che essa farebbe meglio alla salute umana perché più “sana”, imbottigliata direttamente alla fonte, mentre l’acqua del rubinetto sarebbe pesantemente trattata, artificiale, con processi bio-chimici, per renderla “potabile”. Una falsità che fà molto comodo ai pubblicitari delle AMNB. In realtà queste non sono “potabili”, nel senso dato dall’Unione europea che impone il rispetto come minimo di 51 parametri, e che non possono essere tutti rispettati dalle AMNB in quanto, per l’appunto, non possono subire alcun trattamento mirante a renderle potabili. Le AMNB si possono certo bere ma con precauzione, non sempre la stessa marca, sotto avviso e controllo medico in funzione dello stato di salute dell’utente, … È vero anche che le acque del rubinetto possono essere non conformi alle regole del rispetto della salute umana a causa dell’incuria o della corruzione dei responsabili pubblici del SII, a tutti i livelli di responsabilità. Vedi il caso recente dei PFAS nel sangue dei giovani nelle province di Vicenza, Padova, Rovigo e, in misura minore, di Verona;

  2. far credere che le imprese private, specie multinazionali, ed i mercati finanziari, globalizzati per di più speculativi, sono i soggetti e gli strumenti più adatti grazie ai prezzi che impongonoper garantire una gestione efficiente, efficace ed economica delle acque minerali naturali del mondo in corso di sfruttamento, e quelle enormi ancora da sfruttare (beninteso nell’interesse dei loro azionisti mondiali), come illustrato dal caso della San Pellegrino, finita alcuni anni fà nelle borse della Nestlé, per cui le bottiglie San Pellegrino si trovano ora in tutti i ristoranti e centri commerciali del mondo, negli Stati Uniti come in Cina,in Sud Africa come nel Marocco, in Cile come in Norvegia.

Il dramma del business delle AMNB (mercificazione, marketizzazione, privatizzazione e finanziarizzazione), voluto ed accettato dai poteri pubblici nazionali e comunali (“nel nome del denaro”) sta nel fatto che esso ha contribuito pesantemente alla promozione e diffusione degli stessi processi industriali, commerciali e finanziari nel campo dell’acqua pubblica del rubinetto.

I gruppi dominanti sono responsabili della promozione, della mercificazione e privatizzazione delle AMNB che ha succhiato alle finanze pubbliche miliardi di introiti annui.

Le imprese private cui sono state date in concessione i diritti di sfruttamento delle fonti pagano alle autorità pubbliche 2 euro al m³ (cioé due millesimi di euro al litro), nel mentre sono autorizzate a domandare 70 centesimi di euro per una bottiglietta di 33 a 50 centilitri.

È stato così calcolato che le famiglie italiane pagano tra 200 e 400 volte di più dell’acqua di rubinetto, per giungere in certi negozi e luoghi pubblici a 1000 e persino 2000 volte di più.

“L’acqua del sindaco” rappresenta oramai in Italia un fenomeno minoritario, parte di una storia messa in museo.

Malgrado certi ritorni alla gestione municipale e pubblica (che non ha abbandonato però l’applicazione di una tariffa al m³ a prezzo abbordabile), “l’acqua del sindaco” è diventata una situazione “mitica”.

L’indebolimento della cultura pubblica dei beni comuni in seno ai cittadini stessi ha fatto “fallire le idee delle case dell’acqua”, dove l’acqua pubblica era erogata gratuitamente. e ciò a causa, fra le altre ragioni, degli abusi dei singoli cittadini. È anche successo che certi cittadini si sono messi a vendere l’acqua prelevata gratuitamente dalle case dell’acqua! Cosa si può fare “in nome del denaro”!

Smantellare il sistema descritto in un approccio globale – tutte le acque, tutte le fasi del ciclo lungo dell’acqua, in tutti i Continenti … – è un obiettivo immane, ma realizzabile nel tempo.

Speriamo che la grande nebulosa delle numerose componenti movimentiste della società civile mondiale che si battono nella prospettiva dell”acqua bene comune” pubblico mondiale, e per la concretizzazione del diritto universale all’acqua potabile, giungeranno a identificare i percorsi comuni da realizzare in comune in detta prospettiva al Forum Mondiale Alternativo dell’Acqua (FAMA) che si terrà dal 17 al 22 marzo prossimo a Brasilia, in Brasile.

Io conto di essere presente e proporre la creazione di un Consiglio di Sicurezza dei Beni Comuni Pubblici Mondiali (a partire dall’acqua, le sementi e la conoscenza).

Coloro che fossero interssati all’idea, possono contattarmi via facebook o e-mail  (petrella.riccardo@gmail.com).

L’umanità deve mettersi in rivolta per i diritti universali ed i beni comuni pubblici mondiali.

Riccardo Petrella

Legambiente: il mondo è fatto di gocce

Il-mondo-fatto-di-gocceQuesta situazione di grave siccità porta ciascuno di noi a chiedersi cosa fare per contribuire al risparmio di acqua

Il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon in occasione della giornata mondiale dell’acqua metteva in guardia sulla crescente carenza di acqua, un problema perenne nelle nazioni più povere di tutto il mondo ma che sta raggiungendo anche le nazioni ricche occidentali.

Quasi un presagio …., visto che l’estate 2017 si presenta caratterizzata da una forte siccità.  Infatti, nella nostra regione, il Lamma parla, nel suo ultimo bollettino (giugno 2017),  di “precipitazioni decisamente inferiori alla media (circa -50% di pioggia media in meno nei capoluoghi), con cumulati inferiori ai 100 mm, eccetto che per le zone appenniniche”. “Sette capoluoghi su 10 hanno subito un deficit di pioggia superiore a -65%, con Pisa e Pistoia intorno a -20% e solo Livorno con un +17%”.

Le previsioni meteo fornite dal Lamma per il mese di agosto non preannunciano piogge significative e la Cabina di regia sull’emergenza idrica (composta da Regione, AIT, Autorità di Distretto dell’Appennino settentrionale, Lamma e Anci) ha di recente fatto il punto della situazione, fornendo disposizioni, in primis ai sindaci, perché sensibilizzino la popolazione ad un uso accorto dell’acqua.

Gocce-per-cittadinoCosa può fare ciascuno di noi per contribuire al risparmio idrico ?

Ci viene in aiuto Legambiente, che ha predisposto un opuscolo: “Un mondo fatto a gocce” volto anche a sensibilizzare i cittadini all’adozione di  atteggiamenti e stili di vita sostenibili ed attenti alla riduzione di inutili perdite idriche dirette ed indirette.

Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2015, i cittadini italiani hanno consumato in media 89,3 metri cubi d’acqua a testa per uso potabile, pari a 245 litri al giorno.

Diventa quindi importante porre in essere alcune buone pratiche consigliate anche da Legambiente, quali utilizzare i riduttori di flusso, gli sciacquoni a basso consumo o gli elettrodomestici a basso consumo idrico.

Certo ognuno di noi può fare molto, anche tenendo conto, come ci ricorda l’associazione ambientalista, degli sprechi di acqua “indiretti” ovvero quelli legati, ad esempio, al cibo che gettiamo via e che necessita di molta acqua per essere prodotto. 

Ricordiamoci che solo il 27,8% dei prelievi di acqua è destinato agli usi civili, mentre

  • il 17,8% è per usi industriali
  • il 4,7 % per la produzione di energia termoelettrica
  • il 2,9% per la zootecnia
  • il 46,8% per l’irrigazione delle coltivazioni.

Per questo Legambiente non si rivolge solo ai cittadini ma fornisce suggerimenti ad ampio raggio, parlando di ammodernamento degli acquedotti, utilizzo di tetti verdi e giardini pensili in città per l’accumulo e il recupero delle acque piovane, di tecniche irrigue sia in agricoltura sia nelle aree verdi urbane, di recupero e riutilizzo delle acque grigie (quelle che provengono da lavabi e docce) depurate. Ed ancora di condomini 2.0, edilizia sostenibile e regolamenti edilizi che puntano sempre di più al risparmio idrico.

Sempre guardando ai dati Istat, emerge che nel 2015 è andato disperso il 38,2% dell’acqua immessa nelle reti di distribuzione dell’acqua potabile dei comuni capoluogo di provincia (era il 35,6% nel 2012). Dispersioni particolarmente elevate (oltre il 60%) si riscontrano a Latina, Frosinone, Campobasso, Potenza, Vibo Valentia, Tempio Pausania e Iglesias. Dispersioni inferiori al 15% si rilevano soltanto a Pavia, Monza, Mantova, Udine, Pordenone, Macerata, Foggia e Lanusei.

Nel complesso il volume di perdite idriche totali nelle reti dei comuni capoluogo di provincia, ottenuto sottraendo i volumi erogati autorizzati ai volumi immessi in rete, ammonta nel 2015 a 1,01 miliardi di m cubi, corrispondenti a una dispersione giornaliera di 2,8 milioni di m cubi di acqua per uso potabile. Prospetto-2

Le perdite idriche reali di acqua potabile dalle reti dei comuni capoluogo di provincia, ottenute come differenza tra le perdite totali e quelle apparenti, sono stimate pari a 924,4 milioni di m3 nel 2015. Rappresentano la componente fisica delle perdite dovute a corrosione o deterioramento delle tubazioni, rotture nelle tubazioni o giunzioni difettose.

Il Censis, nel 4° numero del suo rapporto “Diario della transizione” del 2014, segnalava che “le perdite di rete in Italia sono pari al 31,9% […]”, ed aggiungeva che: “il confronto con i partner europei è impietoso: in Germania le perdite di rete sono pari al 6,5%, in Inghilterra e Galles al 15,5%, in Francia al 20,9%”.

Visualizza il_mondo_e_fatto_di_gocce_legambiente

Acqua, la beffa criminale si aggiunge alla tragedia

Crisi-idricaSiccità all’italiana. La siccità attuale viene da lontano, non è una sorpresa ma una tragedia annunciata. I poteri pubblici italiani, a livello centrale come a livello locale sono in larga parte responsabili di tali disastri

Non si tratta di una commedia ma di una tragedia umana che ha coinvolto e coinvolgerà ancora per anni decine e decine di milioni d’Italiani.

La siccità attuale viene da lontano, non è una sorpresa ma una tragedia annunciata. i suoi effetti deleteri sono radicati in miopie, indifferenza collettiva, egoismi locali e di categorie sociali, e nella miseria etica e politica di una larga frangia delle classi dirigenti.

Essi si sentiranno ancora per tanto tempo anche se da domani si adottassero interventi strutturali, radicali, efficaci.
Ricordo come già fine degli anni ’50 ed inizi ‘60 , giornalisti come Antonio Cederna, dalle pagine de Il mondo, si sono battuti contro la devastazione del “Bel Paese”, in difesa dei parchi nazionali e regionali e contro le politiche sconsiderate di incuria e distruzione delle zone umide ( lagune, paludi, laghi, acquitrini e stagni costier) che, scriveva Cederna, “se ben sfruttati, possono fornire una produzione di pesce per ettaro superiore a qualsiasi reddito agricolo …..) e (sono) indispensabili all’autoregolazione dei corsi d’acqua e quindi alla prevenzione di alluvioni, inondazioni, straripamenti (…)”.

A nulla sono servite le campagne contro il disboscamento ed il dissesto idrogeologico, il non rispetto dei piani urbanistici, l’assenza di una reale politica delle città, l’inquinamento delle acque e la cementificazione del suolo oltre ogni limite ragionevole.

Per decenni, l’assenza di una politica pubblica “nazionale” dell’acqua per tutto il ciclo lungo dell’acqua ha lasciato la via libera all’ipersfruttamento delle risorse idriche del Paese e ad una gestione disintegrata e predatrice del territorio.
Cinquanta anni di miopie, sbagli, incultura

Cosi si è giunti al 2015 anno traguardo fissato nel 2000 dalla Direttiva europea sull’acqua 2000/60 per il raggiungimento dell’obiettivo del “buono stato ecologico” delle acque.
Secondo il rapporto redatto dall’istituto europeo per l’ambiente dell’UE sulla base dei dati forniti dall’Italia, lo stato ecologico superiore al buono è stato raggiunto solo dal 25% dei corpi idrici superficiali (media europea 49%), mentre lo stato chimico buono è stato raggiunto solo dal 18%.

La percentuale dei corpi idrici superficiali che riesce a soddisfare tutti i requisiti è pari solo al 10%. Da anni si sa che il Po ed altri principali fiumi sono già passati o sono in via di passare allo stato di corsi d’acqua a regime torrenziale.

Le cronache di queste giorni confermano che tutti i laghi italiani (e non solo Bracciano) sono in uno stato critico fra cui spicca il lago di Garda con un riempimento sceso ad un minimo storico del 37%. La siccità in particolare in Italia, Francia, Spagna, Turchia, Siria, è un fenomeno oramai permanente.

Secondo le stime del GIEC (Groupe d’experts Intergouvernemental sur l’évolution du Climat) è destinato ad intensificarsi in assenza di cambiamenti radicali. In realtà, la siccità è un fenomeno dovuto principalmente sempre di più a concause di natura antropogenica, in particolare all’irrigazione (65% del totale dell’ acqua prelevata nei paesi del Mediterraneo), per usi non sempre ragionevoli.

Avere per esempio sovvenzionato (con largo spreco di denaro pubblico dall’UE e dai Governi nazionali) la conversione delle coltivazioni tradizionali quali l’ulivo e gli agrumi (meno esigenti di acqua) verso altre coltivazioni forti consumatrici d’acqua, come il mais o la barbabietola da zucchero, è stata una scelta profondamente sbagliata.

I colpevoli.
Puntare il dito principalmente sulle politiche di privatizzazione dei servizi idrici è inevitabile ma insufficiente e in parte mistificatore perché lascia credere che la gestione pubblica dei servizi idrici in Italia non abbia affatto inciso sui fattori che hanno condotto alla siccità odierna.

I poteri pubblici italiani, a livello centrale come a livello locale (comuni, province, regioni) sono anch’essi in larga parte responsabili dei disastri attuali. Inoltre, non bisogna dimenticare che i cittadini stessi non hanno fatto il necessario per la salvaguardia, la cura e la difesa dell’acqua come bene comune salvo in momenti eccezionali come per i risultati del referendum sull’acqua del 2011.
La cultura civica, responsabile e partecipata dell’acqua è in Italia piuttosto recente.

Che fare?
E’ difficile credere che le classi dirigenti di oggi siano disposti e capaci di affrontare i problemi messi in luce dalla siccità. Sono troppo presi ed interessati dalle prossime elezioni politiche. La siccità è per loro un rompiscatole inopportuno.

Molto probabilmente si agiteranno un po’, diranno tante parole, si accuseranno gli uni contro gli altri Una volta che il razionamento dell’acqua a Roma ed altrove sarà provvisoriamente rimosso, tutto ritornerà come prima.

Ebbene, anche se verosimile, un’evoluzione cosi è troppo triste e deleteria per essere ammissibile. Per cui, come cittadini occorre sperare e battersi affinché, questa volta le nostre classi dirigenti non continuino a giocare con la vita di milioni di persone umane ed il futuro della vita del nostro paese.

Battiamoci per proporre che d’urgenza il parlamento italiano approvi una risoluzione di convocazione di un’assemblea straordinaria nazionale cittadina sulla siccità ed il futuro prossimo della vita in Italia. Chiediamo a tutti i i sindacati, a tutte le Ong attive nel campo dei diritti della ed alla vita, a tutte le università, agli artisti, ai responsabili delle chiese cattolica, musulmana, protestante, valdese, ai direttori delle testate giornalistiche e ad ogni cittadino di fare pressione sui “loro” rappresentanti eletti e sul governo affinché una tale assemblea nazionale cittadina straordinaria sia convocata.

“Business as usual” aggiungerebbe una beffa criminale alla tragedia.

Riccardo Petrella
da – Il manifesto  29-7-017

Vedi anche: Presa_parola_Forum_Acqua_crisi_idrica-crisi_privatizzazione_def

ACQUA: stanno per chiudere il cerchio.

acqua-di-tuttiLa privatizzazione dell’ Acqua sta per giungere a compimento! Lo stanno facendo adesso, il provvedimento che è al vaglio delle camere porta in se la privatizzazione dell’acqua. Se ne sono occupati quelli de LE IENE, la trasmissione di Mediaset.

Il video intero è molto interessante e spiega molto bene la situazione attuale. Dura 10 minuti e lo si può visionare sul sito di mediaset cliccando qua:
Guarda il video in versione integrale sul sito di mediaset

Anche Padre Zanotelli è intervenuto sulla questione, spiegando la situazione ed evidenziando i suoi dubbi.
Vedi: http://www.dimensionidiverse.it/wp/wp-admin/post.php?post=2058&action=edit

Signor-Presidente

ACQUA SCEMPIO DI DEMOCRAZIA – Appello di Alex Zanotelli

Acqua-DirittoL’accaparramento di acqua e di terra (landgrabbing  e  watergrabbing), perseguito ferocemente dalle multinazionali soprattutto in Africa e America Latina, significa l’espulsione dalle proprie terre di oltre un miliardo di contadini dei quali, già oggi, l’80% sono affamati.

Il loro arrivo nelle attuali e ulteriori future megalopoli di oltre 20 milioni di abitanti, vanno ad ingrandire quelle bidonville orribili in cui comandano solo le mafie, gestendo droga, rifiuti e prostituzione.

Gli organismi internazionali come l’ONU danno questo esodo come inevitabile, quando prevedono che  il 70% dei 9 miliardi futuri sarà urbanizzato.

Tutto questo, insieme al caos climatico che verrà esaltato dall’aumento delle megalopoli, sarà la tragedia finale dell’umanità, una tragedia che avverrà in pochi decenni prossimi, se l’umanità intera non cambierà radicalmente.  

Apello di Alex Zanotelli
ACQUA SCEMPIO DI DEMOCRAZIA

Quando parliamo di acqua, spesso diciamo:”Si scrive acqua , ma si legge democrazia.”
In questi anni, soprattutto dopo il Referendum del 2011, è stata la volontà popolare, e cioè la democrazia, ad essere negata!

La Costituzione della Repubblica Italiana afferma: ”La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”(art. 1)
Secondo la nostra Costituzione, l’unica volta che il popolo può esercitare direttamente tale sovranità è con il Referendum abrogativo (art.75).
Con il Referendum del 2011, il popolo italiano (ventisei milioni di cittadini!) ha detto a due domande: l’acqua deve essere tolta dal mercato e non si può fare profitto sull’acqua.
Questa è la volontà del popolo italiano.

Il Parlamento italiano doveva tradurre in legge questa decisione del popolo. Invece il Parlamento non l’ha mai fatto, pur avendo a sua disposizione La Legge di iniziativa popolare (2007) che aveva ottenuto oltre cinquecentomila firme!

Quella Legge ha dormito sonni tranquilli, rinchiusa nel cassetto della Commissione Ambiente della Camera. Solo una forte campagna da parte dei comitati è riuscita nel 2015 a far discutere La Legge in Commissione Ambiente della Camera.
Purtroppo il 15 marzo 2015 il governo Renzi è intervenuto a gamba tesa, facendo saltare l’articolo 6 di quella Legge che definiva il servizio idrico privo di rilevanza economica e ne disponeva l’affidamento esclusivo a enti di diritto pubblico.

Così la Legge di iniziativa popolare è stata svuotata del suo nucleo centrale.

Il Disegno di Legge così svuotato è stato approvato il 21 aprile di quest’anno da ben 243 deputati (PD e Destra), mentre 129 deputati (M5S e Sinistra) hanno votato contro.

Il DDL è ora allo studio della Commissione Ambiente del Senato. Conoscendo le posizioni dei Partiti sull’acqua, c’è ben poco da sperare.

Il governo Renzi persegue la sua strategia di privatizzazione tramite la Legge Madia e lo Sblocca Italia.
La Legge Madia impedisce alle aziende speciali di gestire i servizi a rete come l’acqua.
Lo Sblocca Italia favorisce i grandi accorpamenti, permettendo alle multinazionali di realizzare l’economia di scala a loro vantaggio (I grandi accorpamenti sono incompatibili con la gestione pubblica!).

Il governo Renzi sta infatti favorendo quattro grandi accorpamenti idrici: Iren (Piemonte-Liguria), A2A (Lombardia), Hera (Emilia Romagna, Toscana, Marche e Nord-Est) ed infine Acea (Lazio, Molise e il Meridione).
E’ chiaro che dietro a queste multiutility ci stanno multinazionali come Suez e Vivendi.

Un esempio di questi accorpamenti l’abbiamo ora in Puglia.
Il suo governatore, Emiliano (da sempre schierato per l’acqua pubblica!) ha scelto come presidente dell’Acquedotto Pugliese un uomo di Iren ed ha avviato la fusione dell’Acquedotto (100% pubblico!) con Gesesa spa mista di Benevento e con Altocalore spa pubblica di Avellino.
Questo è il primo passo verso una megautility del Sud capitanata da Acea che gestirà così l’acqua del Mezzogiorno.
Sempre su questa strada delle privatizzazioni è importante notare la corsa delle multinazionali per accaparrarsi le fonti.

E tutto questo avviene nella quasi totale indifferenza dei partiti.
Particolarmente grave è il tradimento dei pentastellati a Torino e a Roma.
A Torino la neo-eletta sindaca Appendino ha usato i soldi dell’acqua pubblica per risanare il bilancio.
A Roma, la sindaca Raggi ha chiesto all’Acea di abbassare le bollette!
E’ ormai chiaro che il M5S sta tradendo una delle sue fondamentali promesse elettorali: ripubblicizzare l’acqua.

In un momento così difficile, non ci voleva proprio quello che è avvenuto a Napoli, l’unica grande città in Italia che ha obbedito al Referendum, trasformando l’azienda idrica Arin spa in ABC(Acqua Bene Comune) azienda speciale. E questo grazie al sindaco L. De Magistris, il quale però ora rimuove il Presidente di ABC, M. Montalto e tutto il cda, che per un anno e mezzo avevano fatto gratuitamente uno splendido lavoro.
La ragione è stata che il Presidente di ABC con tutto il cda si è rifiutato di assumere i 107 lavoratori di S. Giovanni a Teduccio perché non c’è copertura finanziaria (ci vogliono almeno 30 milioni di euro, mentre il Comune ne offriva solo 4,5 milioni.)
Questa operazione avrebbe significato affossare l’ABC, peraltro contro il parere contrario dei revisori dei conti.
I comitati dell’acqua di Napoli continuano a lavorare, vigilando perché la gestione pubblica dell’acqua non venga meno in questa metropoli.

Come missionario, come prete e come cittadino continuerò a darmi da fare con il grande movimento in difesa di sorella acqua, che Papa Francesco definisce “un diritto umano, essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone” (Laudato Si’, 30).
Proprio perché Papa Francesco parla dell’acqua come “diritto alla vita”, mi meraviglia il silenzio della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) a questo riguardo. E mi meraviglia altrettanto la poca partecipazione delle comunità parrocchiali e degli ordini religiosi in difesa della Madre di tutta la vita sulla Terra.
Per chi crede nel Dio della vita, diventa un dovere la difesa di “Sora Acqua”.
Ma lo è altrettanto per chi si considera laico. Insieme, senza stancarci, diamoci da fare perché la Politica non obbedisca ai poteri economico-finanziari, ma al popolo sovrano.

Napoli, 18 ottobre 2016 Alex Zanotelli

Promuovere i Beni Comuni, Fermare il Decreto Madia

La-MadiaIn seguito all’inequivocabile sconfitta subita alle recenti elezioni amministrative, il governo Renzi sta pensando di utilizzare tutto il tempo tecnico a sua disposizione, posticipando a fine novembre l’approvazione definitiva del Testo unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale, decreto legislativo attuativo dell’art. 19 della L. 124/2015 (Legge Madia).
Evidentemente in difficoltà, e con la prospettiva – completamente aperta – di un referendum costituzionale in cui ha deciso di mettere in gioco il proprio futuro politico, il governo Renzi cerca di dissimulare le carte, rallentando la marcia e suggerendo aperture.

Ma la direzione è comunque tracciata: il Testo unico è, e rimane, un vero e proprio manifesto liberista, la cui finalità è quella di promuovere “la concorrenza, la libertà di stabilimento e la libertà di prestazione di servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione dei servizi pubblici locali di interesse economico generale”.
Si tratta di un provvedimento che, cinque anni dopo la straordinaria vittoria referendaria sull’acqua e i beni comuni, vuole portare fino in fondo la sciagurata scelta compiuta ventidue anni fa, con la legge Galli, di risolvere i problemi del servizio idrico non con il risanamento e la riqualificazione delle gestioni pubbliche, ma imboccando la via opposta, ossia consegnando il servizio idrico a grandi holding finanziarie, secondo il credo neoliberista, e agli interessi di un ceto politico che aspira a farsi potentato economico.

Oltre vent’anni dopo i risultati di quella scelta sono gravemente passivi per i cittadini. I pesanti aumenti tariffari solo in piccola parte sono stati utilizzati per costruire depuratori e rinnovare la rete. La massima parte sono andati a risanare i conti delle multiutilities e a distribuire dividendi agli azionisti, quasi tutti istituti finanziari.
Il referendum del 2011 chiedeva, anzi imponeva, di voltar pagina. Ma la volontà popolare, che indicava la via di un rinnovamento della politica attraverso la partecipazione dei cittadini (e dei cittadini-lavoratori delle aziende) è stata ignorata. L’esplosione delle tubature dell’acqua quasi contemporaneamente a Firenze (Publiacqua, con forte presenza di Acea tramite la controllata Acque Blu Fiorentine) e a Genova (Iren) riveste un significato quasi simbolico dell’esito delle scelte compiute dai governi della “Seconda Repubblica”.

Con l’alibi della crisi e la trappola artificialmente costruita del debito pubblico, si cerca di portare a termine la spoliazione delle comunità locali, mercificando i beni comuni, privatizzando i servizi pubblici e attaccando i diritti del mondo del lavoro.
Con questo provvedimento, il governo Renzi prova a chiudere il cerchio aperto dalla straordinaria vittoria referendaria del giugno 2011, attaccando esplicitamente la stessa nozione di servizio pubblico locale e prefigurando l’intervento del pubblico come di supporto al mercato.

Dunque oggi si confrontano due linee: il vero cambiamento, a partire dai risultati del referendum, da una parte; il perseverare sulla via fallimentare dell’assoggettamento dei servizi pubblici locali agli interessi della finanza casinò, dall’altra.

A sostegno del necessario cambiamento di rotta in questi mesi si è progressivamente prodotta un’opposizione sociale alla legge Madia e a ciò che essa rappresenta: lo dimostrano le decine di iniziative territoriali e la raccolta di centinaia di migliaia di firme in calce alla petizione alle Camere, promossa dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e sostenuta dalle compagini che hanno dato vita alla campagna dei Referendum Sociali.

Crediamo sia giunto il momento di fare un punto collettivo, proponendo a tutte e tutti quelli che, a diverso titolo e in tutti i territori, da anni si battono contro tutti i provvedimenti che vogliono consegnare i beni comuni ai grandi interessi finanziari, devastando i territori ed espropriando le comunità territoriali, un’assemblea nazionale di discussione collettiva sulle iniziative e le mobilitazioni da intraprendere nel prossimo autunno.

Fermare il decreto Madia vuol dire consentire alle comunità territoriali la riappropriazione sociale dei beni comuni, l’autogoverno partecipativo degli stessi, la messa in campo di una nuova economia sociale territoriale.

Fermare il decreto Madia vuol dire rispettare la volontà popolare espressa dal referendum sull’acqua, bloccare le politiche liberiste di privatizzazione, riappropriarsi della democrazia.

E’ evidente come tutto ciò incroci la scadenza del referendum confermativo sulla controriforma costituzionale del prossimo autunno. E almeno due sono le ragioni di fondo: la prima è che il combinato tra controriforma costituzionale e legge elettorale nasce proprio con l’idea di restringere gli spazi di democrazia in termini funzionali ad affermare le scelte di carattere neoliberista e classista che contraddistinguono l’attuale governo. La seconda è che non è possibile disgiungere i contenuti delle scelte sul terreno economico e sociale da quelle relative alle forme e agli assetti istituzionali. Da questo punto di vista, è evidente che, se non si vuole produrre un discorso che rischia di essere astratto sulla difesa e sull’espansione della democrazia, esso va innervato di contenuti e fatto vivere in relazione alle scelte che intervengono sulle politiche economiche e sociali, su quelle scelte che riguardano la condizione di vita concreta delle persone.

FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA

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