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Un ‘bonus acqua’ agli impoveriti non significa realizzare il diritto all’acqua.

Bonus-acqua

Bonus-acquaLa stampa nazionale e locale ha dato un certo risalto alla delibera dell’AGEESI (Agenzia per il Gas e l’Energia Elettrica ed il Servizio Idrico) del 23 dicembre 2017 con la quale, in applicazione del DPCM del 13 ottobre 2016 (Tariffa sociale del servizio idrico integrato), l’agenzia ha deciso di accordare a partire dal 2018 un ‘bonus acqua’ (o idrico); in concreto il non pagamento dei primi 50 litri d’acqua potabile per persona alle famiglie con reddito non superiore a 8.017,5 euro annui (certificato ISEE- Indicatore di situazione economica equivalente).

Alcuni giornali hanno inneggiato alla misura facendo credere ch’essa abbia introdotto in Italia il diritto all’acqua potabile, generalmente fissato dalla comunità internazionale all’accesso gratuito di 50 litri al giorno per persona.

Quest’anno si celebra il 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (DUDU).

Non è possibile lasciare diffondere la credenza che confonde in maniera perniciosa un’agevolazione nel pagamento della bolletta d’acqua, destinata a una categoria particolare di cittadini, con la concretizzazione di un diritto universale all’acqua per la vita.

La tariffazione sociale dell’acqua esprime una concezione ed una pratica sociale derivanti da una società fondata sull’ineguaglianza tra gli esseri umani, le comunità umane ed i popoli, e sulla carità / la compassione / l’aiuto da parte dei gruppi sociali dominanti arricchitisi nei confronti di quelli fatti o divenuti impoveriti.

E più le società sono ingiuste e ineguali, più i loro gruppi dominanti tendono a far ricorso alle tariffe sociali, ai bonus, alle misure assistenziali, straordinarie, a tempo determinato che, in maniera evidente, sono intrinsecamente aliene ad una concezione ed una pratica sociale della società fondata sul riconoscimento e la concretizzazione dei diritti.

I bonus sociali sono degli strumenti tipici delle oligarchice compassionevoli che praticano l’assistenza sociale verso i disagiati, da loro stesse creati. Essi non fanno parte dello Stato del welfare e della sicurezza sociale generale che, invece, pratica la giustizia nel nome dell’uguaglianza di tutti rispetto ai diritti nel contesto dello Stato di diritto.

L’ESPLOSIONE DEI BONUS.

In Italia, negli ultimi quindici anni il numero di bonus sociali è cresciuto in quasi tutti i campi, segno della crescita preoccupante delle ineguaglianze e devastazioni sociali provocate dal sistema dell’economia capitalista di mercato finanziaria dominante.

Sono stati introdotti bonus per i giovani, per l’ingaggio di lavoro (anche a tempo determinato), per i bebè, per le mamme, per i ricercatori, per il gas e l’energia elettrica, per i mobili e gli elettrodomestici, per la cultura (frequentazione dei musei, dei teatri, …), per i docenti, gli 80 euro alla Renzi, …

Il bonus acqua è stato introdotto per la prima volta nel 2011, e soprattutto a partire dal 2012, dopo i risultati dei referendum del giugno 2011.

Consistente all’epoca in una riduzione del 20/30% del totale della bolletta idrica, in molte regioni lo hanno adottato come pallido surrogato, ma non applicazione, della chiara volontà espressa da circa 27 milioni di cittadini in favore del diritto all’acqua potabile gratuito, cioè finanziato dal bilancio pubblico attraverso la fiscalità generale e specifica.

Il bonus cambiava da regione a regione, anche in maniera consistente.

Il Bonus acqua della delibera AGEESI mette un po’ d’ordine in materia precisando che il bonus è relativo al non pagamento del prezzo fissato in bolletta per i primi 50 litri al giorno per persona, e che sono beneficiari del bonus le famiglie da una persona a famiglie con più di 3 figli, o persone a carico, in disagio economico e fisico con un reddito non superiore a 8.017,5 euro annui, variabile secondo i criteri fissati dall’AGEESI a partire dai dati ISEE.

Ogni Comune, però, può determinare il bonus, nell’ambito dei principi generali fissati a livello centrale, sulla base del proprio regolamento in materia di accesso ai contributi economici.

Una libertà che non solo scarica ‘de facto’ sugli enti locali il carico della copertura dei costi del bonus, ma per la stragrande maggioranza dei Comuni fortemente indebitati li ha indotti finora e li condurrà ancora di più nei prossimi anni a privatizzare il servizio idrico integrato, perché in questo caso saranno autorizzati in via straordinaria a utilizzare gli introiti della vendita ai privati come mezzo di rimborso dei loro debiti.

Un vero circuito “virtuoso” di asservimento della finanza locale agli interessi dei soggetti finanziari privati.

Perché la politica e la pratica del ‘bonus acqua’ sono aliene alla cultura e alla pratica del diritto umano all’acqua per la vita?

Anzitutto il DPCM citato ed evidentemente la delibera dell’AGEESI, confermano con forza che il Servizio Idrico Integrato, essendo di rilevanza economica è sottomesso ai meccanismi del mercato concorrenziale, per cui l’accesso al SII è possibile solo in ottemperanza dell’obbligo di pagare un prezzo di mercato fissato secondo i principi del “full cost recovery”, autorizzante il profitto nel calcolo della tariffa al m³ (tutto il contrario di quanto scelto dai 27 milioni di cittadini via referendum).

E de facto pochi sono i poteri dominanti oggi in Italia che rivendicano che il sistema tariffario in vigore, e quello ora stabilito dal DPCM e dalla delibera, risponda ad una logica del diritto all’acqua, ma solo alla logica dell’accesso all’acqua nel mercato concorrenziale ad un prezzo detto abbordabile. Per un consumo fino di 30m³ annui – cioé un po’ meno del doppio del consumo oggetto del bonus di 50 litri al giorno corrispondente a 1,37 euro al m³ (mille litri) un po’ più di un millesimo al litro.

Le autorità stabiliscono che i costi del bonus devono essere coperti solo dalla tariffa per cui saranno le fascie superiori che garantiranno la copertura del bonus.

In questo contesto, parlare di diritto all’acqua per le persone in stato di disagio a carico degli altri utenti (si parla sovente anche di “clienti”) è un’impostura.

È la prima di una triplice impostura.

La seconda è costituita dal fatto che i diritti umani o sono universali o non è possibile né accettabile parlare di diritti umani. Il diritto umano all’acqua deve essere garantito a tutti gli abitanti della Terra, in questo caso a tutti i residenti (e i presenti transitori) in Italia.

Il diritto all’acqua non è un’agevolazione fornita solo alle persone in stato di disagio e quindi negata a coloro che possono pagare la bolletta dell’acqua.

È da quasi più di 150 anni che i “diritti censitari” (sia nel senso dell’inclusione o dell’esclusione in funzione del reddito) sono stati abrogati perché espressione di società profondamente ingiuste.

Infine, terza imposturache razza di diritto è quello dell’aiuto caritatevole ai più disagiati, sempre più numerosi e creati dalle politiche economiche e sociali deliberatamente operate dai gruppi sociali arricchiti, e generatrici di forti ineguaglianze a scapito degli impoveriti?

Prima ti butto fuori dal mercato del lavoro e quindi dall’accesso ad un reddito (per quanto misero, peraltro precario, incerto, inadeguato…), e poi ti aiuto.

Prima abbandono il SII e tutti gli altri servizi pubblici di prima necessità, trasferisco la loro proprietà, gestione e controllo ai soggetti industriali, e commerciali e finanziari privati, li autorizzo a erogare l’acqua solo se paghi la bolletta, e poi di fronte a prevedibile aumento delle tariffe e dell’impoverimento ti faccio dei bonus.

Dov’è, in queste condizioni, la ricerca di soluzioni alle radici strutturali delle disuguaglianze e dell’impoverimento? Non ve n’é alcuna!

LA MERCIFICAZIONE DELLE ACQUE MINERALI.

Non è possibile concludere, seppur sommariamente, queste riflessioni e questa denuncia dell’impostura in corso, senza fare riferimento ad una situazione chiave, determinante e regolarmente passata sotto silenzio dai poteri dominanti e dagli esperti al loro servizio quando si parla di diritto e di accesso all’acqua potabile.

Mi riferisco alla mercificazione / marketizzazione e privatizzazione / finanziarizzazione delle acque minerali naturali (lisce o gassate) in bottiglia (AMNB). 

L’Italia è un caso di scuola perché gli italiani sono il secondo paese al mondo (dopo il Messico) per il consumo procapite di AMNB.

Si stima che oggi più del 70% degli Italiani per bere usa AMNB (un pochino di più liscia di quella gassata). Così le famiglie italiane spendono attorno agli 800-900 euro l’anno per il consumo delle AMNB.

In realtà, da quasi trent’anni i produttori e diffusori di acqua minerali naturali in bottiglia sono riusciti (in particolare i giganti delle AMNB quali Nestlé e Danone, ma anche Coca Cola e Pepsi Cola … i veri predatori arricchiti mondiali delle risorse idriche della Terra) a:

  1. imporre nell’immaginario e nella testa della gente che-non solo l’acqua minerale avrebbe più gusto “buono”, ma che essa farebbe meglio alla salute umana perché più “sana”, imbottigliata direttamente alla fonte, mentre l’acqua del rubinetto sarebbe pesantemente trattata, artificiale, con processi bio-chimici, per renderla “potabile”. Una falsità che fà molto comodo ai pubblicitari delle AMNB. In realtà queste non sono “potabili”, nel senso dato dall’Unione europea che impone il rispetto come minimo di 51 parametri, e che non possono essere tutti rispettati dalle AMNB in quanto, per l’appunto, non possono subire alcun trattamento mirante a renderle potabili. Le AMNB si possono certo bere ma con precauzione, non sempre la stessa marca, sotto avviso e controllo medico in funzione dello stato di salute dell’utente, … È vero anche che le acque del rubinetto possono essere non conformi alle regole del rispetto della salute umana a causa dell’incuria o della corruzione dei responsabili pubblici del SII, a tutti i livelli di responsabilità. Vedi il caso recente dei PFAS nel sangue dei giovani nelle province di Vicenza, Padova, Rovigo e, in misura minore, di Verona;

  2. far credere che le imprese private, specie multinazionali, ed i mercati finanziari, globalizzati per di più speculativi, sono i soggetti e gli strumenti più adatti grazie ai prezzi che impongonoper garantire una gestione efficiente, efficace ed economica delle acque minerali naturali del mondo in corso di sfruttamento, e quelle enormi ancora da sfruttare (beninteso nell’interesse dei loro azionisti mondiali), come illustrato dal caso della San Pellegrino, finita alcuni anni fà nelle borse della Nestlé, per cui le bottiglie San Pellegrino si trovano ora in tutti i ristoranti e centri commerciali del mondo, negli Stati Uniti come in Cina,in Sud Africa come nel Marocco, in Cile come in Norvegia.

Il dramma del business delle AMNB (mercificazione, marketizzazione, privatizzazione e finanziarizzazione), voluto ed accettato dai poteri pubblici nazionali e comunali (“nel nome del denaro”) sta nel fatto che esso ha contribuito pesantemente alla promozione e diffusione degli stessi processi industriali, commerciali e finanziari nel campo dell’acqua pubblica del rubinetto.

I gruppi dominanti sono responsabili della promozione, della mercificazione e privatizzazione delle AMNB che ha succhiato alle finanze pubbliche miliardi di introiti annui.

Le imprese private cui sono state date in concessione i diritti di sfruttamento delle fonti pagano alle autorità pubbliche 2 euro al m³ (cioé due millesimi di euro al litro), nel mentre sono autorizzate a domandare 70 centesimi di euro per una bottiglietta di 33 a 50 centilitri.

È stato così calcolato che le famiglie italiane pagano tra 200 e 400 volte di più dell’acqua di rubinetto, per giungere in certi negozi e luoghi pubblici a 1000 e persino 2000 volte di più.

“L’acqua del sindaco” rappresenta oramai in Italia un fenomeno minoritario, parte di una storia messa in museo.

Malgrado certi ritorni alla gestione municipale e pubblica (che non ha abbandonato però l’applicazione di una tariffa al m³ a prezzo abbordabile), “l’acqua del sindaco” è diventata una situazione “mitica”.

L’indebolimento della cultura pubblica dei beni comuni in seno ai cittadini stessi ha fatto “fallire le idee delle case dell’acqua”, dove l’acqua pubblica era erogata gratuitamente. e ciò a causa, fra le altre ragioni, degli abusi dei singoli cittadini. È anche successo che certi cittadini si sono messi a vendere l’acqua prelevata gratuitamente dalle case dell’acqua! Cosa si può fare “in nome del denaro”!

Smantellare il sistema descritto in un approccio globale – tutte le acque, tutte le fasi del ciclo lungo dell’acqua, in tutti i Continenti … – è un obiettivo immane, ma realizzabile nel tempo.

Speriamo che la grande nebulosa delle numerose componenti movimentiste della società civile mondiale che si battono nella prospettiva dell”acqua bene comune” pubblico mondiale, e per la concretizzazione del diritto universale all’acqua potabile, giungeranno a identificare i percorsi comuni da realizzare in comune in detta prospettiva al Forum Mondiale Alternativo dell’Acqua (FAMA) che si terrà dal 17 al 22 marzo prossimo a Brasilia, in Brasile.

Io conto di essere presente e proporre la creazione di un Consiglio di Sicurezza dei Beni Comuni Pubblici Mondiali (a partire dall’acqua, le sementi e la conoscenza).

Coloro che fossero interssati all’idea, possono contattarmi via facebook o e-mail  (petrella.riccardo@gmail.com).

L’umanità deve mettersi in rivolta per i diritti universali ed i beni comuni pubblici mondiali.

Riccardo Petrella

Legambiente: il mondo è fatto di gocce

Il-mondo-fatto-di-gocce

Il-mondo-fatto-di-gocceQuesta situazione di grave siccità porta ciascuno di noi a chiedersi cosa fare per contribuire al risparmio di acqua

Il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon in occasione della giornata mondiale dell’acqua metteva in guardia sulla crescente carenza di acqua, un problema perenne nelle nazioni più povere di tutto il mondo ma che sta raggiungendo anche le nazioni ricche occidentali.

Quasi un presagio …., visto che l’estate 2017 si presenta caratterizzata da una forte siccità.  Infatti, nella nostra regione, il Lamma parla, nel suo ultimo bollettino (giugno 2017),  di “precipitazioni decisamente inferiori alla media (circa -50% di pioggia media in meno nei capoluoghi), con cumulati inferiori ai 100 mm, eccetto che per le zone appenniniche”. “Sette capoluoghi su 10 hanno subito un deficit di pioggia superiore a -65%, con Pisa e Pistoia intorno a -20% e solo Livorno con un +17%”.

Le previsioni meteo fornite dal Lamma per il mese di agosto non preannunciano piogge significative e la Cabina di regia sull’emergenza idrica (composta da Regione, AIT, Autorità di Distretto dell’Appennino settentrionale, Lamma e Anci) ha di recente fatto il punto della situazione, fornendo disposizioni, in primis ai sindaci, perché sensibilizzino la popolazione ad un uso accorto dell’acqua.

Gocce-per-cittadinoCosa può fare ciascuno di noi per contribuire al risparmio idrico ?

Ci viene in aiuto Legambiente, che ha predisposto un opuscolo: “Un mondo fatto a gocce” volto anche a sensibilizzare i cittadini all’adozione di  atteggiamenti e stili di vita sostenibili ed attenti alla riduzione di inutili perdite idriche dirette ed indirette.

Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2015, i cittadini italiani hanno consumato in media 89,3 metri cubi d’acqua a testa per uso potabile, pari a 245 litri al giorno.

Diventa quindi importante porre in essere alcune buone pratiche consigliate anche da Legambiente, quali utilizzare i riduttori di flusso, gli sciacquoni a basso consumo o gli elettrodomestici a basso consumo idrico.

Certo ognuno di noi può fare molto, anche tenendo conto, come ci ricorda l’associazione ambientalista, degli sprechi di acqua “indiretti” ovvero quelli legati, ad esempio, al cibo che gettiamo via e che necessita di molta acqua per essere prodotto. 

Ricordiamoci che solo il 27,8% dei prelievi di acqua è destinato agli usi civili, mentre

  • il 17,8% è per usi industriali
  • il 4,7 % per la produzione di energia termoelettrica
  • il 2,9% per la zootecnia
  • il 46,8% per l’irrigazione delle coltivazioni.

Per questo Legambiente non si rivolge solo ai cittadini ma fornisce suggerimenti ad ampio raggio, parlando di ammodernamento degli acquedotti, utilizzo di tetti verdi e giardini pensili in città per l’accumulo e il recupero delle acque piovane, di tecniche irrigue sia in agricoltura sia nelle aree verdi urbane, di recupero e riutilizzo delle acque grigie (quelle che provengono da lavabi e docce) depurate. Ed ancora di condomini 2.0, edilizia sostenibile e regolamenti edilizi che puntano sempre di più al risparmio idrico.

Sempre guardando ai dati Istat, emerge che nel 2015 è andato disperso il 38,2% dell’acqua immessa nelle reti di distribuzione dell’acqua potabile dei comuni capoluogo di provincia (era il 35,6% nel 2012). Dispersioni particolarmente elevate (oltre il 60%) si riscontrano a Latina, Frosinone, Campobasso, Potenza, Vibo Valentia, Tempio Pausania e Iglesias. Dispersioni inferiori al 15% si rilevano soltanto a Pavia, Monza, Mantova, Udine, Pordenone, Macerata, Foggia e Lanusei.

Nel complesso il volume di perdite idriche totali nelle reti dei comuni capoluogo di provincia, ottenuto sottraendo i volumi erogati autorizzati ai volumi immessi in rete, ammonta nel 2015 a 1,01 miliardi di m cubi, corrispondenti a una dispersione giornaliera di 2,8 milioni di m cubi di acqua per uso potabile. Prospetto-2

Le perdite idriche reali di acqua potabile dalle reti dei comuni capoluogo di provincia, ottenute come differenza tra le perdite totali e quelle apparenti, sono stimate pari a 924,4 milioni di m3 nel 2015. Rappresentano la componente fisica delle perdite dovute a corrosione o deterioramento delle tubazioni, rotture nelle tubazioni o giunzioni difettose.

Il Censis, nel 4° numero del suo rapporto “Diario della transizione” del 2014, segnalava che “le perdite di rete in Italia sono pari al 31,9% […]”, ed aggiungeva che: “il confronto con i partner europei è impietoso: in Germania le perdite di rete sono pari al 6,5%, in Inghilterra e Galles al 15,5%, in Francia al 20,9%”.

Visualizza il_mondo_e_fatto_di_gocce_legambiente

Acqua, la beffa criminale si aggiunge alla tragedia

Crisi-idrica

Crisi-idricaSiccità all’italiana. La siccità attuale viene da lontano, non è una sorpresa ma una tragedia annunciata. I poteri pubblici italiani, a livello centrale come a livello locale sono in larga parte responsabili di tali disastri

Non si tratta di una commedia ma di una tragedia umana che ha coinvolto e coinvolgerà ancora per anni decine e decine di milioni d’Italiani.

La siccità attuale viene da lontano, non è una sorpresa ma una tragedia annunciata. i suoi effetti deleteri sono radicati in miopie, indifferenza collettiva, egoismi locali e di categorie sociali, e nella miseria etica e politica di una larga frangia delle classi dirigenti.

Essi si sentiranno ancora per tanto tempo anche se da domani si adottassero interventi strutturali, radicali, efficaci.
Ricordo come già fine degli anni ’50 ed inizi ‘60 , giornalisti come Antonio Cederna, dalle pagine de Il mondo, si sono battuti contro la devastazione del “Bel Paese”, in difesa dei parchi nazionali e regionali e contro le politiche sconsiderate di incuria e distruzione delle zone umide ( lagune, paludi, laghi, acquitrini e stagni costier) che, scriveva Cederna, “se ben sfruttati, possono fornire una produzione di pesce per ettaro superiore a qualsiasi reddito agricolo …..) e (sono) indispensabili all’autoregolazione dei corsi d’acqua e quindi alla prevenzione di alluvioni, inondazioni, straripamenti (…)”.

A nulla sono servite le campagne contro il disboscamento ed il dissesto idrogeologico, il non rispetto dei piani urbanistici, l’assenza di una reale politica delle città, l’inquinamento delle acque e la cementificazione del suolo oltre ogni limite ragionevole.

Per decenni, l’assenza di una politica pubblica “nazionale” dell’acqua per tutto il ciclo lungo dell’acqua ha lasciato la via libera all’ipersfruttamento delle risorse idriche del Paese e ad una gestione disintegrata e predatrice del territorio.
Cinquanta anni di miopie, sbagli, incultura

Cosi si è giunti al 2015 anno traguardo fissato nel 2000 dalla Direttiva europea sull’acqua 2000/60 per il raggiungimento dell’obiettivo del “buono stato ecologico” delle acque.
Secondo il rapporto redatto dall’istituto europeo per l’ambiente dell’UE sulla base dei dati forniti dall’Italia, lo stato ecologico superiore al buono è stato raggiunto solo dal 25% dei corpi idrici superficiali (media europea 49%), mentre lo stato chimico buono è stato raggiunto solo dal 18%.

La percentuale dei corpi idrici superficiali che riesce a soddisfare tutti i requisiti è pari solo al 10%. Da anni si sa che il Po ed altri principali fiumi sono già passati o sono in via di passare allo stato di corsi d’acqua a regime torrenziale.

Le cronache di queste giorni confermano che tutti i laghi italiani (e non solo Bracciano) sono in uno stato critico fra cui spicca il lago di Garda con un riempimento sceso ad un minimo storico del 37%. La siccità in particolare in Italia, Francia, Spagna, Turchia, Siria, è un fenomeno oramai permanente.

Secondo le stime del GIEC (Groupe d’experts Intergouvernemental sur l’évolution du Climat) è destinato ad intensificarsi in assenza di cambiamenti radicali. In realtà, la siccità è un fenomeno dovuto principalmente sempre di più a concause di natura antropogenica, in particolare all’irrigazione (65% del totale dell’ acqua prelevata nei paesi del Mediterraneo), per usi non sempre ragionevoli.

Avere per esempio sovvenzionato (con largo spreco di denaro pubblico dall’UE e dai Governi nazionali) la conversione delle coltivazioni tradizionali quali l’ulivo e gli agrumi (meno esigenti di acqua) verso altre coltivazioni forti consumatrici d’acqua, come il mais o la barbabietola da zucchero, è stata una scelta profondamente sbagliata.

I colpevoli.
Puntare il dito principalmente sulle politiche di privatizzazione dei servizi idrici è inevitabile ma insufficiente e in parte mistificatore perché lascia credere che la gestione pubblica dei servizi idrici in Italia non abbia affatto inciso sui fattori che hanno condotto alla siccità odierna.

I poteri pubblici italiani, a livello centrale come a livello locale (comuni, province, regioni) sono anch’essi in larga parte responsabili dei disastri attuali. Inoltre, non bisogna dimenticare che i cittadini stessi non hanno fatto il necessario per la salvaguardia, la cura e la difesa dell’acqua come bene comune salvo in momenti eccezionali come per i risultati del referendum sull’acqua del 2011.
La cultura civica, responsabile e partecipata dell’acqua è in Italia piuttosto recente.

Che fare?
E’ difficile credere che le classi dirigenti di oggi siano disposti e capaci di affrontare i problemi messi in luce dalla siccità. Sono troppo presi ed interessati dalle prossime elezioni politiche. La siccità è per loro un rompiscatole inopportuno.

Molto probabilmente si agiteranno un po’, diranno tante parole, si accuseranno gli uni contro gli altri Una volta che il razionamento dell’acqua a Roma ed altrove sarà provvisoriamente rimosso, tutto ritornerà come prima.

Ebbene, anche se verosimile, un’evoluzione cosi è troppo triste e deleteria per essere ammissibile. Per cui, come cittadini occorre sperare e battersi affinché, questa volta le nostre classi dirigenti non continuino a giocare con la vita di milioni di persone umane ed il futuro della vita del nostro paese.

Battiamoci per proporre che d’urgenza il parlamento italiano approvi una risoluzione di convocazione di un’assemblea straordinaria nazionale cittadina sulla siccità ed il futuro prossimo della vita in Italia. Chiediamo a tutti i i sindacati, a tutte le Ong attive nel campo dei diritti della ed alla vita, a tutte le università, agli artisti, ai responsabili delle chiese cattolica, musulmana, protestante, valdese, ai direttori delle testate giornalistiche e ad ogni cittadino di fare pressione sui “loro” rappresentanti eletti e sul governo affinché una tale assemblea nazionale cittadina straordinaria sia convocata.

“Business as usual” aggiungerebbe una beffa criminale alla tragedia.

Riccardo Petrella
da – Il manifesto  29-7-017

Vedi anche: Presa_parola_Forum_Acqua_crisi_idrica-crisi_privatizzazione_def

ACQUA: stanno per chiudere il cerchio.

acqua-di-tutti

acqua-di-tuttiLa privatizzazione dell’ Acqua sta per giungere a compimento! Lo stanno facendo adesso, il provvedimento che è al vaglio delle camere porta in se la privatizzazione dell’acqua. Se ne sono occupati quelli de LE IENE, la trasmissione di Mediaset.

Il video intero è molto interessante e spiega molto bene la situazione attuale. Dura 10 minuti e lo si può visionare sul sito di mediaset cliccando qua:
Guarda il video in versione integrale sul sito di mediaset

Anche Padre Zanotelli è intervenuto sulla questione, spiegando la situazione ed evidenziando i suoi dubbi.
Vedi: http://www.dimensionidiverse.it/wp/wp-admin/post.php?post=2058&action=edit

Signor-Presidente

ACQUA SCEMPIO DI DEMOCRAZIA – Appello di Alex Zanotelli

Acqua-Diritto

Acqua-DirittoL’accaparramento di acqua e di terra (landgrabbing  e  watergrabbing), perseguito ferocemente dalle multinazionali soprattutto in Africa e America Latina, significa l’espulsione dalle proprie terre di oltre un miliardo di contadini dei quali, già oggi, l’80% sono affamati.

Il loro arrivo nelle attuali e ulteriori future megalopoli di oltre 20 milioni di abitanti, vanno ad ingrandire quelle bidonville orribili in cui comandano solo le mafie, gestendo droga, rifiuti e prostituzione.

Gli organismi internazionali come l’ONU danno questo esodo come inevitabile, quando prevedono che  il 70% dei 9 miliardi futuri sarà urbanizzato.

Tutto questo, insieme al caos climatico che verrà esaltato dall’aumento delle megalopoli, sarà la tragedia finale dell’umanità, una tragedia che avverrà in pochi decenni prossimi, se l’umanità intera non cambierà radicalmente.  

Apello di Alex Zanotelli
ACQUA SCEMPIO DI DEMOCRAZIA

Quando parliamo di acqua, spesso diciamo:”Si scrive acqua , ma si legge democrazia.”
In questi anni, soprattutto dopo il Referendum del 2011, è stata la volontà popolare, e cioè la democrazia, ad essere negata!

La Costituzione della Repubblica Italiana afferma: ”La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”(art. 1)
Secondo la nostra Costituzione, l’unica volta che il popolo può esercitare direttamente tale sovranità è con il Referendum abrogativo (art.75).
Con il Referendum del 2011, il popolo italiano (ventisei milioni di cittadini!) ha detto a due domande: l’acqua deve essere tolta dal mercato e non si può fare profitto sull’acqua.
Questa è la volontà del popolo italiano.

Il Parlamento italiano doveva tradurre in legge questa decisione del popolo. Invece il Parlamento non l’ha mai fatto, pur avendo a sua disposizione La Legge di iniziativa popolare (2007) che aveva ottenuto oltre cinquecentomila firme!

Quella Legge ha dormito sonni tranquilli, rinchiusa nel cassetto della Commissione Ambiente della Camera. Solo una forte campagna da parte dei comitati è riuscita nel 2015 a far discutere La Legge in Commissione Ambiente della Camera.
Purtroppo il 15 marzo 2015 il governo Renzi è intervenuto a gamba tesa, facendo saltare l’articolo 6 di quella Legge che definiva il servizio idrico privo di rilevanza economica e ne disponeva l’affidamento esclusivo a enti di diritto pubblico.

Così la Legge di iniziativa popolare è stata svuotata del suo nucleo centrale.

Il Disegno di Legge così svuotato è stato approvato il 21 aprile di quest’anno da ben 243 deputati (PD e Destra), mentre 129 deputati (M5S e Sinistra) hanno votato contro.

Il DDL è ora allo studio della Commissione Ambiente del Senato. Conoscendo le posizioni dei Partiti sull’acqua, c’è ben poco da sperare.

Il governo Renzi persegue la sua strategia di privatizzazione tramite la Legge Madia e lo Sblocca Italia.
La Legge Madia impedisce alle aziende speciali di gestire i servizi a rete come l’acqua.
Lo Sblocca Italia favorisce i grandi accorpamenti, permettendo alle multinazionali di realizzare l’economia di scala a loro vantaggio (I grandi accorpamenti sono incompatibili con la gestione pubblica!).

Il governo Renzi sta infatti favorendo quattro grandi accorpamenti idrici: Iren (Piemonte-Liguria), A2A (Lombardia), Hera (Emilia Romagna, Toscana, Marche e Nord-Est) ed infine Acea (Lazio, Molise e il Meridione).
E’ chiaro che dietro a queste multiutility ci stanno multinazionali come Suez e Vivendi.

Un esempio di questi accorpamenti l’abbiamo ora in Puglia.
Il suo governatore, Emiliano (da sempre schierato per l’acqua pubblica!) ha scelto come presidente dell’Acquedotto Pugliese un uomo di Iren ed ha avviato la fusione dell’Acquedotto (100% pubblico!) con Gesesa spa mista di Benevento e con Altocalore spa pubblica di Avellino.
Questo è il primo passo verso una megautility del Sud capitanata da Acea che gestirà così l’acqua del Mezzogiorno.
Sempre su questa strada delle privatizzazioni è importante notare la corsa delle multinazionali per accaparrarsi le fonti.

E tutto questo avviene nella quasi totale indifferenza dei partiti.
Particolarmente grave è il tradimento dei pentastellati a Torino e a Roma.
A Torino la neo-eletta sindaca Appendino ha usato i soldi dell’acqua pubblica per risanare il bilancio.
A Roma, la sindaca Raggi ha chiesto all’Acea di abbassare le bollette!
E’ ormai chiaro che il M5S sta tradendo una delle sue fondamentali promesse elettorali: ripubblicizzare l’acqua.

In un momento così difficile, non ci voleva proprio quello che è avvenuto a Napoli, l’unica grande città in Italia che ha obbedito al Referendum, trasformando l’azienda idrica Arin spa in ABC(Acqua Bene Comune) azienda speciale. E questo grazie al sindaco L. De Magistris, il quale però ora rimuove il Presidente di ABC, M. Montalto e tutto il cda, che per un anno e mezzo avevano fatto gratuitamente uno splendido lavoro.
La ragione è stata che il Presidente di ABC con tutto il cda si è rifiutato di assumere i 107 lavoratori di S. Giovanni a Teduccio perché non c’è copertura finanziaria (ci vogliono almeno 30 milioni di euro, mentre il Comune ne offriva solo 4,5 milioni.)
Questa operazione avrebbe significato affossare l’ABC, peraltro contro il parere contrario dei revisori dei conti.
I comitati dell’acqua di Napoli continuano a lavorare, vigilando perché la gestione pubblica dell’acqua non venga meno in questa metropoli.

Come missionario, come prete e come cittadino continuerò a darmi da fare con il grande movimento in difesa di sorella acqua, che Papa Francesco definisce “un diritto umano, essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone” (Laudato Si’, 30).
Proprio perché Papa Francesco parla dell’acqua come “diritto alla vita”, mi meraviglia il silenzio della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) a questo riguardo. E mi meraviglia altrettanto la poca partecipazione delle comunità parrocchiali e degli ordini religiosi in difesa della Madre di tutta la vita sulla Terra.
Per chi crede nel Dio della vita, diventa un dovere la difesa di “Sora Acqua”.
Ma lo è altrettanto per chi si considera laico. Insieme, senza stancarci, diamoci da fare perché la Politica non obbedisca ai poteri economico-finanziari, ma al popolo sovrano.

Napoli, 18 ottobre 2016 Alex Zanotelli

Promuovere i Beni Comuni, Fermare il Decreto Madia

La-Madia

La-MadiaIn seguito all’inequivocabile sconfitta subita alle recenti elezioni amministrative, il governo Renzi sta pensando di utilizzare tutto il tempo tecnico a sua disposizione, posticipando a fine novembre l’approvazione definitiva del Testo unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale, decreto legislativo attuativo dell’art. 19 della L. 124/2015 (Legge Madia).
Evidentemente in difficoltà, e con la prospettiva – completamente aperta – di un referendum costituzionale in cui ha deciso di mettere in gioco il proprio futuro politico, il governo Renzi cerca di dissimulare le carte, rallentando la marcia e suggerendo aperture.

Ma la direzione è comunque tracciata: il Testo unico è, e rimane, un vero e proprio manifesto liberista, la cui finalità è quella di promuovere “la concorrenza, la libertà di stabilimento e la libertà di prestazione di servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione dei servizi pubblici locali di interesse economico generale”.
Si tratta di un provvedimento che, cinque anni dopo la straordinaria vittoria referendaria sull’acqua e i beni comuni, vuole portare fino in fondo la sciagurata scelta compiuta ventidue anni fa, con la legge Galli, di risolvere i problemi del servizio idrico non con il risanamento e la riqualificazione delle gestioni pubbliche, ma imboccando la via opposta, ossia consegnando il servizio idrico a grandi holding finanziarie, secondo il credo neoliberista, e agli interessi di un ceto politico che aspira a farsi potentato economico.

Oltre vent’anni dopo i risultati di quella scelta sono gravemente passivi per i cittadini. I pesanti aumenti tariffari solo in piccola parte sono stati utilizzati per costruire depuratori e rinnovare la rete. La massima parte sono andati a risanare i conti delle multiutilities e a distribuire dividendi agli azionisti, quasi tutti istituti finanziari.
Il referendum del 2011 chiedeva, anzi imponeva, di voltar pagina. Ma la volontà popolare, che indicava la via di un rinnovamento della politica attraverso la partecipazione dei cittadini (e dei cittadini-lavoratori delle aziende) è stata ignorata. L’esplosione delle tubature dell’acqua quasi contemporaneamente a Firenze (Publiacqua, con forte presenza di Acea tramite la controllata Acque Blu Fiorentine) e a Genova (Iren) riveste un significato quasi simbolico dell’esito delle scelte compiute dai governi della “Seconda Repubblica”.

Con l’alibi della crisi e la trappola artificialmente costruita del debito pubblico, si cerca di portare a termine la spoliazione delle comunità locali, mercificando i beni comuni, privatizzando i servizi pubblici e attaccando i diritti del mondo del lavoro.
Con questo provvedimento, il governo Renzi prova a chiudere il cerchio aperto dalla straordinaria vittoria referendaria del giugno 2011, attaccando esplicitamente la stessa nozione di servizio pubblico locale e prefigurando l’intervento del pubblico come di supporto al mercato.

Dunque oggi si confrontano due linee: il vero cambiamento, a partire dai risultati del referendum, da una parte; il perseverare sulla via fallimentare dell’assoggettamento dei servizi pubblici locali agli interessi della finanza casinò, dall’altra.

A sostegno del necessario cambiamento di rotta in questi mesi si è progressivamente prodotta un’opposizione sociale alla legge Madia e a ciò che essa rappresenta: lo dimostrano le decine di iniziative territoriali e la raccolta di centinaia di migliaia di firme in calce alla petizione alle Camere, promossa dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e sostenuta dalle compagini che hanno dato vita alla campagna dei Referendum Sociali.

Crediamo sia giunto il momento di fare un punto collettivo, proponendo a tutte e tutti quelli che, a diverso titolo e in tutti i territori, da anni si battono contro tutti i provvedimenti che vogliono consegnare i beni comuni ai grandi interessi finanziari, devastando i territori ed espropriando le comunità territoriali, un’assemblea nazionale di discussione collettiva sulle iniziative e le mobilitazioni da intraprendere nel prossimo autunno.

Fermare il decreto Madia vuol dire consentire alle comunità territoriali la riappropriazione sociale dei beni comuni, l’autogoverno partecipativo degli stessi, la messa in campo di una nuova economia sociale territoriale.

Fermare il decreto Madia vuol dire rispettare la volontà popolare espressa dal referendum sull’acqua, bloccare le politiche liberiste di privatizzazione, riappropriarsi della democrazia.

E’ evidente come tutto ciò incroci la scadenza del referendum confermativo sulla controriforma costituzionale del prossimo autunno. E almeno due sono le ragioni di fondo: la prima è che il combinato tra controriforma costituzionale e legge elettorale nasce proprio con l’idea di restringere gli spazi di democrazia in termini funzionali ad affermare le scelte di carattere neoliberista e classista che contraddistinguono l’attuale governo. La seconda è che non è possibile disgiungere i contenuti delle scelte sul terreno economico e sociale da quelle relative alle forme e agli assetti istituzionali. Da questo punto di vista, è evidente che, se non si vuole produrre un discorso che rischia di essere astratto sulla difesa e sull’espansione della democrazia, esso va innervato di contenuti e fatto vivere in relazione alle scelte che intervengono sulle politiche economiche e sociali, su quelle scelte che riguardano la condizione di vita concreta delle persone.

FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA

Acqua Pubblica – Buon compleanno referendum!

Acqua-pubblica

Acqua-pubblica5 anni fa abbiamo vinto contro le privatizzazioni di Ronchi, oggi fermiamo il decreto Madia!
In questi giorni il referendum sull’acqua bene comune e per la difesa dei servizi pubblici compie 5 anni.

Sono stati anni vissuti pericolosamente. Anni in cui l’esito referendario è stato ripetutamente messo sotto attacco dai Governi succedutisi alla guida del Paese. Solo la persistente mobilitazione del movimento per l’acqua ha finora evitato che venisse completamente stravolto.

Il 12 e 13 giugno 2011, infatti, oltre 26 milioni di persone si recarono alle urne per bloccare il progetto del Governo Berlusconi di definitiva privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici locali.
10 giorni prima della scadenza referendaria l’allora Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, pubblicava sul suo profilo Facebook il seguente post: “Referendum. Vado a votare sì all’acqua pubblica …“.
Ora Matteo Renzi è Segretario del PD, Presidente del Consiglio e il PD è il principale partito di maggioranza.
Quali migliori condizioni per attuare l’esito referendario e rispettare la volontà popolare?

Ma qual’era la volontà popolare?
Così la riassumeva la Corte costituzionale: “rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua.
Invece il Governo ha deciso di muoversi lungo una direzione contraria, soprattutto con i decreti attuativi della legge Madia, i cui obiettivi espliciti, riportati nella relazione di accompagnamento, sono “la riduzione della gestione pubblica ai soli casi di stretta necessità” e il “rafforzamento del ruolo dei soggetti privati”.

Il decreto Madia sui servizi pubblici locali vieta, inoltre, la gestione pubblica per i servizi a rete, quindi acqua inclusa, e ripristina l’”adeguatezza della remunerazione del capitale investito” nella composizione della tariffa, nell’esatta dicitura che 26 milioni di cittadini avevano abrogato.

E’ significativo che proprio mentre milioni di italiane e italiani stanno per votare le future amministrazioni delle loro città, il Governo discuta un decreto che, di fatto, viola l’art. 75 della Costituzione e sposta la gestione dei servizi pubblici dai consigli comunali ai consigli di amministrazione. Bloccare questo progetto è innanzitutto una questione di democrazia.

Per cui in questi giorni sono in programma decine di iniziative diffuse sui territori e prosegue la raccolta firme sulla petizione popolare per il ritiro di questi decreti nell’ambito del “Firma Day” promosso dalla campagna sui referendum sociali e costituzionali.

Inoltre, come movimento per l’acqua, contestiamo lo stravolgimento della legge per la ripubblicizzazione dell’acqua compiuta dalla maggioranza alla Camera il 20 Aprile scorso.

Per questo nei giorni in cui ricorre il 5° compleanno del referendum nelle iniziative in programma intendiamo ribadire la richiesta di ritiro immediato del decreto Madia e il ripristino del testo originario della legge per l’acqua.

Roma, 10 Giugno 2016.
Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

Difendi i beni comuni!

Madia

MadiaIl “Decreto Madia” (Testo unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale), se non sarà modificato durante il suo iter, cancellerà completamente gli esiti della vittoria referendaria del 2011 sulla gestione dell’acqua e dei servizi pubblici.

Il testo attuale è un vero manifesto liberista che punta allo stesso obiettivo del Decreto Ronch: prevede l’obbligo di gestione dei servizi a rete (acqua compresa) tramite società per azioni e reintroduce in tariffa l’”adeguatezza della remunerazione del capitale investito”, ovvero i profitti, nell’esatta dicitura abrogata dal voto referendario.

Prima di fine giugno, quando il decreto completerà il suo iter, sarà necessario rispondere con una vera e propria sollevazione dal basso, con iniziative di contrasto in tutti i territori e l’inondazione di firme in calce alla petizione popolare per il ritiro del decreto Madia, promossa dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua all’interno della stagione appena aperta dei referendum sociali.

Vedi: Cos’è il decreto Madia

Sito web: www.acquabenecomune.org 

Sito web: www.acquabenecomune.org 

Acqua sotto attacco: fermare Renzi e Madia!

acqua-pubblica

acqua-pubblicaCinque anni dopo la straordinaria vittoria referendaria del movimento per l’acqua, il Partito Democratico, il Governo Renzi e il ministro Madia, tentano un doppio affondo per chiudere definitivamente l’anomalia di un pronunciamento democratico dell’intero paese, frutto di un’esperienza di partecipazione dal basso senza precedenti e di un’alfabetizzazione sociale che ha imposto il paradigma dei beni comuni contro il pensiero unico del mercato.

Nei prossimi giorni la legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua, presentata con oltre 400.000 firme nel 2007, approderà nell’aula parlamentare: vi arriverà, tuttavia, con una serie di emendamenti, portati avanti dal Partito Democratico, che ne stravolgerà il testo e il significato, eliminando ogni riferimento alla ripubblicizzazione del servizio idrico integrato e alla sua gestione partecipativa, che ne costituivano il cuore e il senso.

E’ bene che il PD sappia fin da subito che tutto questo non solo non viene fatto nel nostro nome, ma che è un’espressione di disprezzo della volontà popolare chiara, netta e senza ritorno.

E, mentre in Parlamento si consuma questa ignobile farsa, è finalmente disponibile il Testo Unico sui servizi pubblici locali, decreto attuativo della Legge Madia n. 124/2015.

Tuttavia, mentre il comma c) dell’art. 19 della legge cosi recita: “individuazione della disciplina generale in materia di regolazione e organizzazione dei servizi di interesse economico generale di ambito locale (..) tenendo conto dell’esito del referendum abrogativo del 12 e 13 giugno 2011”, ecco quali sono le finalità dichiarate del decreto attuativo, così come riportate nell’analisi di impatto allegata:

  • ridurre la gestione pubblica dei servizi ai soli casi di stretta necessità;
  • garantire la razionalizzazione delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali, in un’ottica di rafforzamento del ruolo dei soggetti privati.

Il decreto è un vero e proprio manifesto liberista che –art. 4, comma 2- promuove “la concorrenza, la libertà di stabilimento e la libertà di prestazione di servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione dei servizi pubblici locali di interesse economico generale”.

Logica conseguenza di quest’assunto sono:

  • l’obbligo di gestione dei servizi pubblici locali a rete attraverso società per azioni (art. 7, comma 1);
  • l’obbligo, laddove la società per azioni sia a totale capitale pubblico, di rendere conto delle ragioni del mancato ricorso al mercato (art. 7 comma 3), di presentare un piano economico-finanziario relativo a tutta la durata dell’affidamento, sottoscritto da un istituto di credito (art. 7, comma 4), di acquisire il parere dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato.

E perché sia chiaro a tutti come l’anomalia referendaria vada definitivamente consegnata agli archivi, ecco ricomparire, dopo anni con cui si era tentato di nasconderla dentro la dicitura “oneri finanziari”, l’”adeguatezza della remunerazione del capitale investito” nella composizione della tariffa, nell’esatta dicitura che 26 milioni di cittadini avevano democraticamente abrogato.

Il totale disprezzo della volontà popolare e della democrazia non poteva essere meglio esternato.
Hanno annichilito il paese con la trappola-shock del debito pubblico e lo hanno rinchiuso nella gabbia del pareggio di bilancio, del patto di stabilità e dei vincoli monetaristi: ora si apprestano alla definitiva espropriazione di ciò che ci appartiene per consegnarlo ai grandi interessi delle lobby finanziarie.

Alle donne e agli uomini che in tutti questi anni hanno detto chiaramente come l’acqua e i beni comuni siano garanzia di diritti universali e, come tali, da sottrarre al mercato e da restituire alla gestione partecipativa delle comunità territoriali, il compito di fermare Renzi, Madia e le lobby della finanza,  che hanno deciso di assecondare.

Oggi più che mai si scrive acqua, si legge democrazia

Marco Bersani
15 mar 2016

Acqua Pubblica di Milano NO all’Accordo con Mekorot

Accqua-Mekorot

Accqua-MekorotMM Deve Annullare l’Accordo con Mekorot.  MM, società pubblica che gestisce il servizio idrico della nostra città, ha firmato nei giorni scorsi un accordo di collaborazione con Mekorot, società nazionale per le risorse idriche di Israele.

Firma la Petizione al Sindaco

Questa società è oggetto di una campagna internazionale di boicottaggio per violazione dei diritti umani.

Mekorot infatti sottrae l’acqua alle falde palestinesi per poi fornirla alle colonie israeliane; nei territori occupati nega l’accesso diretto all’acqua ai palestinesi e la vende loro a prezzi proibitivi.

Anche l’Unione Europea ha denunciato come inaccettabile l’azione delle aziende israeliane che operano nei territori occupati nel disprezzo di tutte le risoluzioni ONU al riguardo.

Nel 2014 una multiutility italiana che opera anche nel settore idrico, la Acea, ha sottoscritto un analogo accordo con Mekorot, stigmatizzato da molte organizzazioni che si occupano di diritti umani e contro il quale sono state raccolte migliaia di firme.

Il sindaco, la Giunta e il Consiglio comunale, sono state messe a conoscenza di questo accordo? Non si tratta di un accordo di poco conto: è stipulato da una azienda di proprietà del Comune di Milano ed è il Comune che dovrebbe dettarne le linee guida.

Se ne erano a conoscenza, è molto inquietante che nessuno sia intervenuto per bloccarlo, perché stiamo parlando di Acqua e di Diritti Umani. Mekorot è una azienda che calpesta sistematicamente i diritti umani in Palestina, e che per questo è stata condannata a livello internazionale.

Questa vergogna non può essere tollerata e ci aspettiamo un tempestivo intervento degli organi di governo della nostra città, che pure in passato non hanno mancato di esprimere solidarietà al popolo palestinese, perché le parole diventino fatti.

Chiediamo che il Comune di Milano non sottoscriva l’accordo con la Mekorot!

Milano, 24-2-2016

comitatomilaneseacqua@gmail.com

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