Category Archives: Guerre-Disarmo

Sorpresa: il governo “buono” sta spendendo miliardi in armi

Missili, blindati, droni, sommergibili: nel silenzio generale al Parlamento sono stati consegnati otto decreti attuativi che potrebbero avviare programmi militari dal valore miliardario. Forse non è un caso che nel contratto di governo non siano previsti tagli.

Forse non è solo un caso che nel contratto del governo Conte 2 non ci sia alcun riferimento al taglio delle spese militari. 
Prossimamente, infatti, il Parlamento potrebbe autorizzare nuove importanti commesse militari, dal valore miliardario. Nel silenzio generale in questi giorni sono stati consegnati in Parlamento alcuni decreti autorizzativi per avviare importanti programmi militari. Parliamo di atti su cui a lavorare, verosimilmente, è stato l’ex ministro Elisabetta Trenta, e non il suo successore Lorenzo Guerini, da poco insediatosi.

I decreti autorizzativi sono in totale otto: a breve potremmo dotarci di un nuovo sistema missilistico, di nuovi blindati, di mezzi subacquei per le Forze speciali della Marina e finanche di due sommergibili. 

Programmi importanti, dunque. Che sono stati assegnati il 18 settembre alle commissioni Difesa e Bilancio per avere l’ok definitivo. E, per tutti, il termine della discussione è fissato al 28 ottobre 2019. Ad oggi, però, i testi dei decreti – da cui sarebbe possibile comprendere la ratio del programma e, soprattutto, l’entità dell’investimento per le casse pubbliche – risultano non disponibili. Linkiesta, ovviamente, ha contattato le commissioni competenti ma, a quanto pare, i decreti sono top-secret fin quando non verranno calendarizzati.

È possibile, però, avere un’idea di quanto ci sia in ballo, facendo riferimento al Documento Programmatico 2019-2021 messo a punto dalla Trenta qualche mese fa.
È qui, infatti, che sono richiamati tutti i programmi militari, anche quelli che oggi attendono l’ok del Parlamento. Tra questi abbiamo, ad esempio, l’acquisizione di «veicoli tattici ad alta tecnologia per la mobilità tattica terrestre dell’Arma dei carabinieri». In altre parole, blindati. Dal 2020 al 2031 si prevede una spesa di 112 milioni di euro.

Per i sommergibili U212 dal 2019 al 2030 si calcola una spesa di 806 milioni, parte della quale a carico non del ministero della Difesa, ma dello Sviluppo economico

Nulla in confronto a quanto dovremmo sborsare per i sommergibili U212. Parliamo di un programma di cooperazione italo-tedesco per «il mantenimento di adeguate capacità della componente marittima della Difesa per la sorveglianza subacquea negli scenari di rilevanza strategica»: dal 2019 al 2030 si calcola una spesa di 806 milioni, parte della quale a carico non del ministero della Difesa, ma dello Sviluppo economico, «per mezzo – si legge nel Documento Programmatico – delle risorse recate dal rifinanziamento del fondo per gli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese». Decisamente curioso.

Ma non è tutto. Tra gli atti sottoposti a parere parlamentare abbiamo, come detto, anche un nuovo sistema missilistico (il «Teseo Mk2/E Evolve») che ha lo scopo «di salvaguardare la capacità missilistica superficie-superficie della componente marittima della Difesa». Costo: 150 milioni (anche se il programma nella sua interezza, incluse tutte le fasi, prevede un onere complessivo di 395 milioni), a carico anche in questo caso del fondo investimenti del MiSE, secondo quanto riportato nel Documento Programmatico. E ancora: all’attenzione del Parlamento ci saranno anche i nuovi «satelliti radar COSMO-Sky Med di seconda generazione per l’osservazione della terra» (212 milioni fino al 2024) e l’acquisizione di un’unità di supporto alle operazioni subacquee e per il soccorso a sommergibili sinistrati (424 milioni fino al 2032).

Dopo la notizia di pochi giorni fa dell’avvio del programma italo-britannico del nuovo caccia di sesta generazione Tempest, i nuovi decreti sottoposti a parere parlamentare potrebbero dare una spinta ancora più decisiva al business militare

Ma tra gli atti del governo c’è anche un altro particolare: rispunta, infatti, un programma militare già presentato a inizio legislatura e che, dopo aspre polemiche, su spinta del Movimento cinque stelle era stato congelato. Parliamo dell’acquisizione di «aeromobili a pilotaggio remoto». In pratica, droni per potenziare la capacità di «Intelligence, Surveillance and Reconaissance della Difesa».
Anche qui l’investimento è di prim’ordine (ma rimodulato proprio grazie all’impegno dei pentastellati): 716 milioni in 15 anni.

Insomma, dopo la notizia di pochi giorni fa dell’avvio del programma italo-britannico del nuovo caccia di sesta generazione Tempest (che, caso strano, affiancherà ma non sostituirà gli F-35 e gli Eurofighter), i nuovi decreti sottoposti a parere parlamentare potrebbero dare una spinta ancora più decisiva al business militare. «È il primo test per la nuova maggioranza sul tema militare – afferma non a caso il portavoce della Rete per il Disarmo, Francesco Vignarca – Certo, siamo in presenza di programmi già previsti, ma il modo in cui verranno affrontati sarà interessante per capire che tipo di dibattito ci sarà in Parlamento». Quel che si spera, in altre parole, è che «non ci sia solo un passaggio di carte ma un dibattito serio nelle commissioni competenti», magari finalizzato a rivedere al ribasso le cifre in palio.

Non c’è da dimenticare, peraltro, un altro dettaglio: «L’approvazione di questi programmiconclude Vignarcainciderà sulla prossima Manovra che, sappiamo tutti, sarà importante in un periodo già problematico. Ecco, ci piacerebbe che eventuali investimenti vadano in altre direzioni, dalle infrastrutture alla scuola».

Carmine Gazzanni

Fonte: Linkiesta

Strategia nucleare del Pentagono

E’ uscito da poco un nuovo documento del Pentagono sulle strategie nucleari.
Si può trovare l’originale in rete. Il ‘risveglio‘ promosso da Obama continua con il suo successore.

Nell’articolo che segue Dinucci ne sottolinea gli aspetti principali. 
Sempre più inquietante la crescente possibilità di un uso ‘limitato’ del nucleare. Da tempo denunciato dal FAS, Federazione degli Scienziati Americani.

I media italiani nonché le reti della pace non danno sufficiente risalto a quello che oramai da anni succede. E che rappresenta un pericolo incombente.

Mentre l’Unione Euroepa continua a dividersi all’interno, i singoli stati continuano ad affidarsi agli ‘amici’ USA. Come per le sanzioni a Russia ed Iran, che fra l’altro hanno PIL addiruttura inferiori all’Italia stessa, che tutti dicono in crisi.

Salvini ha dato recentemente una dimostrazione chiara di quanto su scritto. La conferenza stampa a Washington avrebbe meritato ben più attenzione e critiche di quanto ahimè si è visto, anzi non si è proprio sentito.

E gli oppositori interni lo seguono sul suo terreno e lasciano però che gli USA continuino a ritenerci dei vassalli a cui dare ordini. Il teatrino eterno della politica italiana.

Franco Dinelli

——————–

L’arte della guerra

L’Europa nella strategia nucleare del Pentagono

I ministri della Difesa della Nato (per l’Italia Elisabetta Trenta, M5S) sono stati convocati a Bruxelles il 26 e 27 giugno per approvare le nuove misure di «deterrenza» contro la Russia, accusata senza alcuna prova di aver violato il Trattato Inf
 
In sostanza si accoderanno agli Stati uniti che, ritirandosi definitivamente dal Trattato il 2 agosto, si preparano a schierare in Europa missili nucleari a gittata intermedia (tra 500 e 5500 km) con base a terra, analoghi a quelli degli anni Ottanta (i Pershing 2 e i Cruise) che furono eliminati (insieme agli SS-20 sovietici) dal Trattato firmato nel 1987 dai presidenti Gorbaciov e Reagan. 
 
Le maggiori potenze europee, sempre più divise all’interno della Ue, si ricompattano nella Nato sotto comando Usa per sostenere i loro comuni interessi strategici. 
 
La stessa Unione europea – di cui 21 dei 27 membri fanno parte della Nato (come ne fa parte la Gran Bretagna in uscita dalla Ue) – ha bocciato alle Nazioni Unite la proposta russa di mantenere il Trattato Inf. 
 
Su una questione di tale importanza l’opinione pubblica europea è lasciata volutamente all’oscuro dai governi e dai grandi media. Non si avverte così il crescente pericolo che ci sovrasta: aumenta la possibilità che si arrivi un giorno all’uso di armi nucleari. 
 
Lo conferma l’ultimo documento strategico delle Forze armate Usa, «Nuclear Operations» (11 giugno), redatto sotto la direzione del Presidente degli Stati maggiori riuniti. 
 
Premesso che «le forze nucleari forniscono agli Usa la capacità di conseguire i propri obiettivi nazionali», il documento sottolinea che esse devono essere «diversificate, flessibili e adattabili» a «una vasta gamma di avversari, minacce e contesti». 
 
Mentre la Russia avverte che anche l’uso di una singola arma nucleare di bassa potenza innescherebbe una reazione a catena che potrebbe portare a un conflitto nucleare su vasta scala, la dottrina statunitense si sta orientando in base a un pericoloso concetto di «flessibilità»
 
Il documento strategico afferma che «le forze nucleari Usa forniscono i mezzi per applicare la forza a una vasta gamma di bersagli nei tempi e nei modi scelti dal Presidente». Bersagli (chiarisce lo stesso documento) in realtà scelti dalle agenzie di intelligence, che ne valutano la vulnerabilità a un attacco nucleare, prevedendo anche gli effetti della ricaduta radioattiva. 
 
L’uso di armi nucleari – sottolinea il documento – «può creare le condizioni per risultati decisivi: in specifico, l’uso di un’arma nucleare cambierà fondamentalmente il quadro di una battaglia creando le condizioni che permettono ai comandanti di prevalere nel conflitto». 
 
Le armi nucleari permettono inoltre agli Usa di «assicurare gli alleati e i partner» che, fidando su di esse, «rinunciano al possesso di proprie armi nucleari, contribuendo agli scopi Usa di non-proliferazione». 
 
Il documento chiarisce però che «gli Usa e alcuni alleati Nato selezionati mantengono aerei a duplice capacità in grado di trasportare armi nucleari o convenzionali». 
 
Ammette così che quattro paesi europei ufficialmente non-nucleari  – Italia, Germania, Belgio, Olanda – e la Turchia, violando il Trattato di non-proliferazione, non solo ospitano armi nucleari Usa (le bombe B-61 che dal 2020 saranno sostituire dalle più micidiali B61-12), ma sono preparati a usarle in un attacco nucleare sotto comando del Pentagono.
 
Tutto questo tacciono governi e parlamenti, televisioni e giornali, con il complice silenzio della stragrande maggioranza dei politici e dei giornalisti, che invece ci ripetono quotidianamente quanto importante sia, per noi italiani ed europei, la «sicurezza»
 
La garantiscono  gli Stati uniti schierando in Europa altre armi nucleari.

Manlio Dinucci – da il Manifesto

Sempre più grande la spesa per le armi nel mondo

Un 2018 da record nei nuovi dati diffusi dall’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma: SIPRI.

La spesa militare mondiale totale ha stabilito un nuovo record salendo a 1822 miliardi di dollari nel 2018, con un aumento del 2,6 per cento rispetto al 2017 pari 2,1% del Prodotto Interno Lordo (PIL) globale, ovvero 214 euro a persona.

I cinque maggiori paesi, in questa poco positiva graduatoria, sono: gli Stati Uniti (649 miliardi di dollari), la Cina (250), l’Arabia Saudita (67,6), l’India (66,5) e la Francia (63,8). 

Sette dei 15 paesi primi in graduatoria sono membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO): Canada, Francia, Germania, Germania, Italia, Turchia (+24% nell’ultimo anno), Regno Unito e Stati Uniti. Insieme hanno rappresentato il 48% (880 miliardi di dollari) della spesa militare globale. 

L’Italia si è piazzata all’undicesimo posto globale sprecando in spesa militare di 27,8 miliardi di dollari (24,9 miliardi di euro) del proprio bilancio.

A evidenziare l’aumento della pressione Nato sulla Russia, si segnalano i dati della spesa militare dell’Ucraina 4,8 miliardi di dollari (+ 21 percento rispetto al 2017 e + 53 percento rispetto al 2013; della Polonia 11,6 miliardi di dollari (+ 8,9 percento rispetto al 2017; della Lituania 1,03 miliardi di dollari  (+18% nell’ultimo anno).

Altro dato che sottolinea le tensioni politiche correnti e radicate è quello del rapporto tra spesa militare e Pil nel Medio Oriente; sei dei 10 paesi con il più alto carico militare del mondo nel 2018 si trovano in questa regione: Arabia Saudita (8,8 per cento del PIL), Oman (8,2 per cento), Kuwait (5,1 per cento), Libano (5,0 per cento), Giordania (4,7 per cento) e Israele (4,3 per cento).

Gli altri quattro paesi col maggiore rapporto tra spesa militare e PIL sono l’Algeria (5,3 per cento), l’Armenia (4,8 per cento), il Pakistan (4,0 per cento) e la Russia (3,9 per cento).

Il SIPRI precisa che per spese militari si intendono non le sole spese in armamenti ma, complessivamente, tutte le spese pubbliche per le forze e le attività militari correnti, compresi gli stipendi e le indennità, le spese operative, gli acquisti di armi e attrezzature, la costruzione militare, la ricerca e sviluppo, l’amministrazione centrale, il comando e il sostegno.

La classifica degli Stati che spendono di più

CLASSIFICA 2018 SPESA MILITARE 2018 (miliardi di $) RAPPORTO PIL (%) VARIAZIONE RISPETTO al 2009 (%)
– Stati Uniti 649 3,2 -17
– Cina 250 1,9 +83
– Arabia Saudita 67,6 8,8 +28
– India 66,5 2,4 +29
– Francia 63,8 2,3 +1,6
– Russia 61,4 3,9 +27
Regno Unito 50,0 1,8 -17
– Germania 49,5 1,2 +9,0
– Giappone 46,6 0,9 +2,3
10° – Corea del Sud 43,1 2,6 +28
11° – Italia 27,8 1,3 -14
12° – Brasile 27,8 1,5 +17
13° – Australia 26,7 1,5 +21
14° – Canada 21,6 1,3 +12
15° Turchia 19,0 2,5 +65

 

4 aprile 2019 – 70 ANNI DI «NATO»

La NATO è l’alleanza militare-nucleare più potente del mondo, a guida esclusiva USA.

A partire dal 1991, con la prima guerra contro l’Iraq, da Alleanza difensiva si è trasformata in una Alleanza che prevede l’aggressione militare in qualunque parte del mondo.

Un movimento globale si è attivato per delegittimare la NATO e contrastare l’architettura militare USA-NATO rappresentata da 1000 basi  straniere  presenti in 145 paesi,  in funzione di un provocatorio accerchiamento dei nemici di turno.

Dal vertice dell’aprile 1999 a Washington la Nato viene trasformata in una Alleanza che prevede l’aggressione militare.
I paesi membri sono impegnati a condurre operazioni militari al di fuori del territorio dell’Alleanza, per ragioni di sicurezza globale, economica, energetica, e migratoria.

Il Nuovo concetto strategico viola i principi della Carta delle Nazioni Unite.

Qualche giorno prima, 24 marzo 1999, era iniziata la guerra della Nato contro l’ex Jugoslavia, senza mandato Onu e con la rivendicazione dell’intervento «umanitario».

Dalle basi in Italia decollarono la maggior parte dei 1.100 aerei che, in 78 giorni, effettuarono 38 mila sortite, sganciando 23 mila bombe e missili (molte a uranio impoverito) sulla Serbia e sul Kosovo.

Viene in tal modo attivato e testato l’intero sistema delle basi Usa/Nato in Italia, preparando il suo potenziamento per le guerre future.

L’appartenenza alla Nato rafforza quindi la sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti.

Da quella guerra in poi il diritto internazionale è diventato il diritto del più forte militarmente

Le basi Usa e Nato rappresentano il 95% di tutte le basi militari straniere nel mondo.

L’Italia ha sul  proprio territorio il 10% delle Basi Usa e NATO ed è totalmente asservita al sistema guerra.

Particolarmente grave è il fatto che, in alcune di queste basi, vi sono bombe nucleari statunitensi e che anche piloti italiani vengono addestrati al loro uso.
L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione nucleare che ha sottoscritto e ratificato.

Le basi militari, oltre ad essere strumenti di guerre contro altri paesi, rappresentano una costante minaccia per la sicurezza dei territori, la salute delle popolazioni e la tutela dell’ambiente.

Dov’è la nostra sovranità territoriale e politica?

Portare l’Italia fuori dal sistema di guerra!

Attuare l’articolo 11 della Costituzione che ripudia la guerra come strumento di soluzione dei conflitti e ci chiede di tessere una politica internazionale di Pace.

L’Italia spende ogni giorno oltre 70 milioni di euro per spese militari.
Secondo gli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza, la spesa militare italiana dovrà essere portata a 100 milioni di euro al giorno. 

Una quantità enorme di soldi pubblici, sottratti alle spese sociali, al benessere della collettività per essere parte di un’Alleanza la cui strategia non è difensiva ma offensiva. 

La NATO è il più grande ostacolo per un mondo libero dalle armi nucleari e in armonia con la natura.

Contribuisce in modo determinante all’insicurezza  dell’Umanità opponendosi alla messa al bando delle armi nucleari per mantenere in maniera terroristica il proprio potere.

L’Italia esca dalla NATO!

l’Europa si liberi dal laccio soffocante della NATO, dal controllo della superpotenza USA e dia il proprio contributo alla pace nel mondo.

Chiediamo la partecipazione di tutte le persone che vogliono la pace, la democrazia, la libertà, il rispetto dei diritti.

Vedi: NO-ALLE-ARMI-NUCLEARI-IN-ITALIA-E-IN-EUROPA-A

FIRMA LA PETIZIONE

https://www.change.org/p/la-campagna-per-l-uscita-dell-italia-dalla-nato-per-un-italia-neutrale

I cinque imperi militari del mondo

Gli Stati Uniti sono ancora l’unica superpotenza del mondo, se con questo termine si intende il paese con la maggiore presenza militare sul pianeta. 

Queste mappe, prodotte nel 2016 dall’Istituto svizzero per la ricerca energetica e sulla pace (Siper), mostrano la distribuzione geografica delle basi militari straniere di cinque tra i paesi con i maggiori bilanci della difesa, nonché i soli con un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu: gli Stati Uniti d’America, la Russia, la Cina, il Regno Unito e la Francia.

Washington ha speso 611 miliardi di dollari per la propria difesa nel 2016 e possiede 587 basi militari in 42 paesi, oltre alle più di quattro mila situate sul proprio territorio. 

È più facile elencare i paesi in cui non sono presenti le forze armate statunitensi, sia nel continente americano che in Europa, la maggior parte delle isole dei Caraibi per esempio, o paesi come Argentina, Cile e Venezuela non ospitano soldati statunitensi.

Per quanto riguarda il vecchio continente, i paesi che non hanno una stabile presenza militare sono: Irlanda, Austria, Svezia, Finlandia, che pur appartenendo all’Unione europea non partecipano alla Nato; la Svizzera, un paese neutrale per eccellenza, la Serbia e il Montenegro, ex nemici nelle guerre degli anni Novanta, anche se il piccolo stato balcanico sta per entrare nella Nato.

Nonostante la precedente appartenenza all’Unione sovietica, ci sono truppe degli Stati Uniti anche in Ucraina, Georgia, Armenia e Albania. Naturalmente però, la Russia e il suo fedele vicino bielorusso non ospitano militari di Washington.

In Africa, l’esercito statunitense è presente in tutto il nord, dal Marocco all’Egitto, Libia inclusa. Inoltre le truppe di Washington hanno una base praticamente in ogni paese del Medio Oriente, eccetto in Siria e Libano e, ovviamente, in Iran. Ma gli Stati Uniti non sono gli unici a impegnare stabilmente i propri militari all’estero. 

Le mappe dell’istituto svizzero infatti sostengono che il Regno Unito e la Francia hanno basi militari in 11 differenti paesi. La presenza francese si concentra sull’Africa, in particolare su una serie di ex colonie, dal Senegal e dalla Mauritania sulla costa occidentale del continente attraverso Mali, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Niger, Ciad fino alla Repubblica Centrafricana. Parigi estende la sua influenza anche su Gabon e Gibuti. La piccola città-stato a dire il vero ospita militari da diversi paesi, inclusa la Cina e l’Italia.

Questa vasta area era una volta conosciuta come Françafrique, un termine tornato in auge con la campagna elettorale presidenziale del 2017. L’esercito francese interviene comunque regolarmente per sostenere i governi della regione e sopprimere le ribellioni. 

Il Regno Unito ha proprie truppe in Germania dalla seconda guerra mondiale e mantiene una presenza militare anche negli Emirati Arabi Uniti. I soldati di Sua maestà sono stribuiti in tutto l’ex impero coloniale britannico: Cipro in Europa; Canada e Belize nelle Americhe; Sierra Leone e Kenya in Africa; Qatar in Medio Oriente e Singapore e Brunei nel sud-est asiatico.

La presenza in Afghanistan è naturalmente dovuta alla lotta della NATO contro i talebani. Il Nepal, strategicamente posizionato tra la Cina e l’India, non ha mai formalmente fatto parte dell’impero britannico, ma ha sempre subito una forte influenza britannica per la maggior parte del XIX secolo. 

La Russia invece mantiene basi militari in altri 9 paesi, tutti ex Stati membri dell’Unione Sovietica. Questi includono Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan.

La Russia mantiene basi anche in altre due repubbliche sovietiche, ma senza il permesso del governo locale: uno in Transnistria, una repubblica autoproclamatasi in Moldavia e quattro in Ossezia del Sud e cinque in Abkhazia, due regioni separatiste della Georgia. In più Mosca mantiene i propri militari in Vietnam e in Siria.

Al momento, l’unica base militare della Cina al di fuori del suo territorio si trova a Gibuti, dove, come già detto sono presenti anche soldati di altri paesi. Djibouti non è comunque l’unico paese in cui i convivono militari di diverse potenze, in alcuni casi ostili tra loro. La mappa che mostra la presenza militare americana e russa in tutto il mondo, rispettivamente in blu e rosso, evidenzia quei paesi, segnati in verde, in cui entrambi i paesi hanno stabilito delle basi permanenti: Moldova, Georgia, Kirghizistan e Vietnam.

————————–
https://www.tpi.it/foto/cinque-imperi-militari-del-mondo/
Alcune mappe, prodotte nel 2016 dall’Istituto svizzero per la ricerca energetica e sulla pace, mostrano la distribuzione geografica delle basi militari straniere di cinque tra i paesi con i maggiori bilanci della difesa


Questa mappa mostra in blu i paesi che ospitano basi militari statunitensi, in rosso quelli che hanno una stabile presenza di militari russi. In verde sono segnate le nazioni che presentano basi di entrambi i paesi.


Questa mappa mostra i paesi che ospitano basi militari degli Stati Uniti d’America

Questa mappa mostra i paesi che ospitano basi militari russe

Questa mappa mostrano i paesi che ospitano basi militari cinesi


Questa mappa mostra i paesi che ospitano basi militari della Francia

Questa mappa mostra i paesi che ospitano basi militari del Regno Unito

Un chiaro invito ad armarsi

La fiera dei feudi intoccabili

Sabato scorso il segretario della Lega, Matteo Salvini, si è presentato trionfante alla fiera delle armi di Vicenza, HIT Show, per raccogliere gli applausi non solo dei cacciatori veneti, degli “sportivi” e dei cosiddetti “appassionati”, ma soprattutto dei produttori bresciani di armi. Ci è andato per rassicurarli che entro marzo sarà approvata la nuova legge sulla legittima difesa. Quella che, a suo dire, permetterà “agli onesti cittadini” di “difendersi in casa propria” senza dover incorrere in estenuanti e costosi processi. Una legge fatta apposta per realizzare il motto tenacemente ripetuto dal leader del Carroccio: “la difesa è sempre legittima”.

Legittima difesa? Sì ma con le armi!

Checché ne dica Salvini, il disegno di legge che è attualmente in seconda lettura al Senato, costituisce un chiaro invito ad armarsi. Il testo recita, infatti, che “sussiste sempre il rapporto di proporzione tra offesa e difesa” se taluno legittimamente presente nell’abitazione o in un altro luogo di privata dimora, o ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale, “usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere la propria o la altrui incolumità, i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione”.

Si introduce così una presunzione di tutti i requisiti della legittima difesa, presunzione che è da ritenersi assoluta, considerato il ricorso all’avverbio “sempre”. Come ha evidenziato con un comunicato l’Associazione italiana dei professori di Diritto penale (Aipdp) questo disegno di legge trasforma l’attuale “diritto di legittima difesa” in “diritto di difesa”. E soprattutto in diritto di difesa con le armi.

Una riforma pericolosa

La situazione attuale dei reati e dei delitti in Italia non giustifica l’assunzione di misure che potrebbero invece avere conseguenze devastanti sulla sicurezza dei cittadini. Furti e rapine nelle abitazioni e nei negozi sono in costante calo. Non solo: secondo i dati del Viminale, presentati in una ricerca di Marzio Barbagli e Alessandra Minello dal titolo “L’inarrestabile declino degli omicidi”, anche gli omicidi sono in forte calo rispetto all’inizio degli anni Novanta (da 1442 nel 1992 a 397 nel 2016): in particolare mostrano una consistente diminuzione quelli compiuti dalla criminalità comune (da 879 a 144) e dalla criminalità organizzata (da 342 a 55). Ma soprattutto sono più che dimezzati gli omicidi per furti o rapine: si passa da una media annuale di oltre 70 ad inizio anni Novanta a circa 30 nell’ultimo quinquennio, di cui 19 nel 2016. E sono stati 16 nel 2017.

Di contro, nel 2016 gli omicidi non attribuibili alla criminalità bensì di tipointerpersonale ammontano a 128 e costituiscono quasi un terzo di tutti gli omicidi perpetrati in Italia (397). Ciò sta a significare che oggi il pericolo maggiore per l’incolumità delle persone non consiste nelle rapine in abitazioni o in esercizi commerciali, ma nell’ambiente familiare e interpersonale. Quello che, appunto, la nuova legge sulla legittima difesa si propone di armare col pretesto del difendersi dai ladri.

Un favore ai produttori di armi

Ma allora a cosa e, soprattutto, a chi serve la nuova legge sulla legittima difesa? Serve soprattutto ai produttori di armi. Le attività legate alla caccia, quelle che tradizionalmente hanno favorito la vendita di fucili, sono da anni in calo. Le aziende hanno urgente bisogno di trovare nuovi acquirenti. Certo un po’ di nuovi appassionati di tiro al volo ci sono. Aumentano anche i sedicenti sportivi e soprattutto quelli che prendono la licenza solo per avere un’arma in casa. Ma è poca cosa. Va perciò creato un nuovo mercato, quello appunto delle armi da difesa personale (pistole, revolver, fucili a pompa e anche fucili semiautomatici, si proprio quelli che vengono usati per fare stragi in America).

Per incentivare questo mercato occorre far leva sulla paura e sulla necessità di difendersi. Ed è qui che la modifica della legge sulla legittima difesa arriva a pennello. Non è un caso, allora, che l’anno scorso, Matteo Salvini abbia firmato proprio a HIT Show un “Impegno d’onore” con un’associazione che ha ricevuto il pieno sostegno dei produttori e dei rivenditori italiani di armi. Associazione che, pur avendo pochissimi iscritti (“poche migliaia”, dice il suo presidente che, stranamente, non è mai in grado di riferire il numero preciso), serve perfettamente agli scopi di produttori e rivenditori di armi: quella, cioè, di stabilire un filo diretto –  e senza esporsi in prima persona –  con un referente politico di caratura nazionale in grado di incentivare il mercato delle armi. Il voto per lui è assicurato. E da allora Salvini non ha perso occasione per farsi scattare foto con un fucile in mano.

HIT Show, la fiera delle armi

Qui torna in ballo HIT Show. Il salone fieristico che da cinque anni si tiene a Vicenza e che quest’anno si è rifatto il look aggiungendo, per la passione per le scampagnate fuori porta, “Outdoor Passion”. Fin dalla prima edizione è stato chiaro – a chi non aveva i paraocchi – che la fiera vicentina costituisce un’abile operazione ideologica per incentivare la diffusione delle armi. E, proprio per questo, è subito diventata la passerella elettorale prediletta da diversi rappresentanti della destra, Lega e Fratelli d’Italia in testa. Anche quest’anno è servita perfettamente allo scopo in vista delle prossime elezioni europee.

Come noto, Hit Show è l’unico salone fieristico in tutti i paesi dell’Unione europea in cui sono esposte tutte le armi cosiddette “comuni” (cioè praticamente tutte tranne quelle “da guerra”), nel quale è permesso l’accesso al pubblico compresi i minori “accompagnati da un adulto” e nel quale e – sta qui il punto – basta acquistare uno spazio espositivo e si può svolgere qualsiasi attività, tra cui raccogliere firme per iniziative di rilevanza politica (come proposte di legge per la “legittima difesa”, per petizioni e campagne contro le norme europee, ecc.), organizzare eventi cosiddetti “culturali” con i rappresentanti di un solo partito, invitare parlamentari per trovare agganci politici per le proprie iniziative e finanche fare propaganda elettorale.

HIT Show, un feudo intoccabile

Mi sono chiesto spesso come persone non certo favorevoli alla diffusione delle armi. come l’ex sindaco di Vicenza, Achille Variati, e l’attuale sindaco di Rimini, Andrea Gnassi, non siano riusciti, nonostante il loro ruolo di rappresentanti istituzionali delle Amministrazioni pubbliche principali azioniste di Italian Exhibition Group (IEG), a far adottare agli organizzatori di HIT Show (IEG e ANPAM) alcune semplici regole di responsabilità sociale l’impresa atte a garantire che la manifestazione fieristica sia conforme alle finalità dichiarate e cioè sia una manifestazione dedicata alla caccia, al tiro sportivo e all’outdoor. Me lo sono chiesto anche in considerazione delle pressanti richieste a loro rivolte fin dalla prima edizione da associazioni nazionali (come l’Osservatorio OPAL e Rete Disarmo) e da numerose associazioni locali. Richieste che sono state ribadite con forza anche nei giorni scorsi.

Non ho trovato risposta. Ma credo di non essere troppo lontano dal vero nell’affermare che HIT Show rappresenta per alcuni promotori del salone fieristico un vero e proprio feudo. Lo è per la Confavi (Confederazione delle Associazioni Venatorie Italiane), quella che all’entrata in fiera distribuisce borse gialle con inclusi manifestini elettorali (si veda il video dell’anno scorso di “La Repubblica” dal min. 3:45). E soprattutto per i produttori di armi. Nella mentalità feudale del “paroni a casa nostra” (padroni a casa nostra) non c’è spazio per la modernità della responsabilità sociale d’impresa. La fiera è il mio castello: “Fòra o sparo!”.

Giorgio Beretta
Fonte: Unimondo.org

Il «grande gioco» delle basi in Africa

I militari italiani in missione a Gibuti hanno donato alcune macchine da cucire all’organizzazione umanitaria che assiste i rifugiati in questo piccolo paese del Corno d’Africa, situato in posizione strategica sulla fondamentale rotta commerciale Asia-Europa all’imboccatura del Mar Rosso, proprio di fronte allo Yemen.

Qui l’Italia ha una propria base militare che, dal 2012, «fornisce supporto logistico alle operazioni militari italiane che si svolgono nell’area del Corno d’Africa, Golfo di Aden, bacino somalo, Oceano Indiano».

A Gibuti i militari italiani non si occupano, quindi, solo di macchine da cucire. Nell’esercitazione Barracuda 2018, svoltasi qui lo scorso novembre, i tiratori scelti delle Forze speciali (il cui comando è a Pisa) si sono addestrati, in diverse condizioni ambientali anche di notte, con i più sofisticati fucili di precisione capaci di centrare l’obiettivo a 1-2 km di distanza.

Non si sa a quali operazioni militari partecipino le Forze speciali, poiché le loro missioni sono segrete; è comunque certo che esse si svolgono prevalentemente in ambito multinazionale sotto comando Usa.

A Gibuti c’è Camp Lemonnier, la grande base Usa da cui opera dal 2001 la Task force congiunta-Corno d’Africa, composta da 4000 specialisti in missioni altamente segrete, tra cui uccisioni mirate per mezzo di commandos o droni killer in particolare nello Yemen e in Somalia.

Mentre gli aerei e gli elicotteri per le operazioni speciali decollano da Camp Lemonnier, i droni sono stati concentrati nell’aeroporto Chabelley, a una decina di chilometri dalla capitale. Qui si stanno realizzando altri hangar, la cui costruzione è stata affidata dal Pentagono a una azienda di Catania già impiegata in lavori a Sigonella, principale base dei droni Usa/Nato per operazioni in Africa e Medioriente.

A Gibuti ci sono anche una base giapponese e una francese, che ospita truppe tedesche e spagnole. A queste si è aggiunta nel 2017 una base militare cinese, l’unica fuori dal suo territorio nazionale.

Pur avendo un fondamentale scopo logistico, quale foresteria degli equipaggi delle navi militari che scortano i mercantili e quale magazzino per i rifornimenti, essa rappresenta un significativo segnale della crescente presenza cinese in Africa.

Presenza essenzialmente economica, a cui gli Stati uniti e le altre potenze occidentali contrappongono una crescente presenza militare.
Da qui l’intensificarsi delle operazioni condotte dal Comando Africa, che ha in Italia due importanti comandi subordinati: lo U.S. Army Africa (Esercito Usa per l’Africa), alla caserma Ederle di Vicenza; le U.S. Naval Forces Europe-Africa (Forze navali Usa per l’Europa e l’Africa), il cui quartier generale è nella base di Capodichino a Napoli, formate dalle navi da guerra della Sesta Flotta basata a Gaeta.

Nello stesso quadro strategico rientra un’altra base Usa di droni armati, che si sta costruendo ad Agadez in Niger, dove il Pentagono già usa per i propri droni la base aerea 101 a Niamey.

Essa serve alle operazioni militari che gli Usa conducono da anni, insieme alla Francia, nell’Africa del Sahel, soprattutto in Mali, Niger e Ciad.

In questi ultimi due Paesi arriva oggi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: sono tra i più poveri del mondo, ma ricchissimi di materie prime – coltan, uranio, oro, petrolio e molte altre – sfruttate da multinazionali statunitensi e francesi che sempre più temono la concorrenza delle società cinesi le quali offrono ai paesi africani condizioni molto più favorevoli.

Il tentativo di fermare con strumenti militari, in Africa e altrove, l’avanzata economica cinese sta fallendo. Probabilmente anche le macchine da cucire, donate a Gibuti dai militari italiani ai profughi, sono «made in China».

Manlio Dinucci

da il manifesto, 15 gennaio 2018

ARMI – Tradimento di Stato

Il 1 gennaio la Chiesa celebra la Giornata Mondiale della Pace, una pace mai come in questo momento minacciata, nell’indifferenza generale.

Il mondo sta sottovalutando il pericolo di una guerra nucleare che potrebbe condurre alla fine della civiltà umana,” ha affermato il presidente russo Putin nella conferenza stampa di fine anno. E questo per due nuovi elementi.
Il primo, è rappresentato dalla “tendenza ad abbassare la soglia per l’uso di armi nucleari, creando cariche nucleari tattiche a basso impatto che possono portare a un disastro nucleare globale.
Purtroppo, a questa categoria, appartengono le nuove bombe nucleari, B61-12 che il prossimo anno gli USA piazzeranno in Italia, in sostituzione di una settantina di vecchie ogive atomiche.

L’altro pericolo viene dalla “disintegrazione del sistema internazionale di controllo degli armamenti,” espresso dal recente ritiro degli USA dal Trattato INF (1987) che permette a Trump di schierare in Europa missili a raggio intermedio con base a terra.

Ora il nostro governo gialloverde ha approvato in sede NATO tale piano e ha dato la disponibilità a installarli in Italia come quelli che erano stati installati a Comiso negli anni ’80.

E’ ormai una vera corsa fra USA e Russia al riarmo nucleare.

Gli USA, già con Obama ed ora con Trump, hanno messo a disposizione oltre mille miliardi di dollari per modernizzare il loro arsenale atomico.

La Russia sta tentando di tenere testa agli USA (Putin ha appena annunciato di aver testato il nuovo missile intercontinentale ipersonico!) cercando di avvicinarsi alla nuova potenza, la Cina, che nel 2017 ha speso ben 228 miliardi di dollari in difesa.

Trump, che nel 2017 ha speso un’enorme cifra in armi, ben 660 miliardi di dollari, sta sferzando i suoi alleati europei perché tutti investano in armi almeno il 2% del PIL.
Se l’Italia obbedisse agli ordini di Trump spenderebbe cento milioni di euro al giorno in armi (già oggi ne spende settanta milioni al giorno!).

Siamo ormai davanti ai due blocchi armati fino ai denti con 15.000 bombe atomiche a disposizione e un enorme armamentario.
Siamo alla follia collettiva: nel 2017 abbiamo raggiunto a livello planetario l’astronomica cifra di 1.739 miliardi di dollari, pari a oltre 4,5 miliardi di dollari che spendiamo ogni giorno in armi.

E’ una polveriera che potrebbe scoppiarci fra le mani.

Gli scienziati dell’Orologio dell’Apocalisse a New York hanno puntato l’orologio a due minuti dalla mezzanotte.

Davanti a questo pauroso scenario, rimango sbalordito dal silenzio dei cittadini italiani. Perché il grande movimento per la pace non scende unitariamente in piazza per contestare il “governo del cambiamento” che, nonostante le promesse, è diventato guerrafondaio come gli altri?

E dovremmo chiedere le ragioni per cui questo governo giallo-verde:

  • non si oppone agli USA che vogliono piazzare in Italia una settantina delle nuove bombe nucleari B61-12;
  • si rifiuta di firmare il Trattato ONU per l’abolizione degli ordigni nucleari;
  • ha accettato che vengano collocati in Italia i nuovi missili nucleari;
  • ha deciso di comperare gli F-35, definiti oggi ‘irrinunciabili’, mentre durante la campagna elettorale erano “strumenti di morte”;
  • continua a vendere le bombe all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen in violazione della legge 185/90, che vieta la vendita di armi ai paesi in guerra (i 5 Stelle durante la campagna elettorale ne avevano chiesto “l’embargo totale”);
  • ha deciso di lasciare i soldati in Afghanistan, mentre il ritiro dei nostri soldati da quel paese era stato il cavallo di battaglia dei 5 Stelle.

Abbiamo scritto, a nome dei centomila che hanno marciato alla Perugia –Assisi, sia al Governo che al Parlamento perché riceva due delegazioni alle quali dare risposte a queste domande.

A tutt’oggi , silenzio! E’ il tradimento di questo governo!

Mi appello altresì alle comunità cristiane che facciano tesoro delle forti prese di posizione di Papa Francesco sulla guerra e sulle armi. E’ un magistero il suo, di una lucidità e forza straordinaria.

Mi auguro che questo venga presto percepito dai sacerdoti e dai fedeli.

Offrire la pace è al cuore della missione dei discepoli di Cristo”, afferma Papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2019.

E allora mettiamoci insieme, credenti e non, per un impegno serio contro la folle corsa agli armamenti, soprattutto nucleari, foriera di nuove e micidiali guerre.

Che il 2019 sia un anno di mobilitazione popolare per la Pace! 

Alex Zanotelli
Napoli, 1 Gennaio 2019

Giornata Internazionale per la totale eliminazione delle armi nucleari

Nella Giornata ONU per l’abolizione delle armi nucleari azioni in 13 Paesi contro la banca che le sostiene con 8 miliardi di dollari

Oggi si celebra in tutto il mondo la Giornata Internazionale per la totale eliminazione delle armi nucleari, voluta dall’ONU in ricordo del coraggio del Colonnello sovietico Stanislav Petrov, che salvò il mondo nel 1983 scegliendo di fermare una risposta missilistica contro gli USA a fronte di un attacco segnalato (e rivelatosi poi un errore del sistema informatico). Un gesto importante e per troppi anni misconosciuto (per ulteriori informazioni si veda in coda al comunicato).

La International Campaing to Abolish Nuclear Weapons (ICAN) attuale Premio Nobel per la Pace (e di cui fanno parte in Italia Rete Disarmo e Senzatomica) ha colto questa importante occasione ed anniversario per invitare l’istituto finanziario BNP-Paribas a ritirare il proprio sostegno (che vale 8 miliardi di dollari!) alla produzione delle armi nucleari, presto attività considerata illegale secondo il diritto internazionale.
Sono 16 le proteste simultanee che si svolgono in 13 Paesi in cui opera la banca.

Sebbene BNP-Paribas abbia sulla carta un codice di condotta che limita i finanziamenti alle società associate alla produzione di armi nucleari, in poco più di 4 anni ha fornito 8 miliardi di dollari Usa a 16 diverse società produttrici di armi nucleari. Lo stesso Istituto è inoltre da anni ai vertici dell’elenco di banche armateche forniscono servizi di supporto all’esportazione di sistemi d’arma e produzioni militari italiane.

“La ‘banca per un mondo che cambia’ (secondo lo slogan pubblicitario utilizzato) ha l‘opportunità di concretizzare un cambiamento reale e contribuire a un mondo libero dalla minaccia nucleare” dichiara Beatrice Fihn, Direttore esecutivo di ICAN. “Stanno continuando ad investire in armi che sono inumane e violano il diritto umanitario e le leggi di guerra. Un investimento che non è né etico né solido economicamente”.

Susi Snyder di Pax Olanda, aggiunge: “BNP-Paribas dovrebbe pubblicare immediatamente la propria ‘lista nera’ con le aziende escluse dai propri finanziamenti e nel contempo aumentare la trasparenza su dove stanno o non stanno investendo. Un istituto che intende essere leader negli investimenti sostenibili non dovrebbe avere nulla da nascondere”.
Susi Snyder, che sarà tra i principali ospiti della Marcia della Pace Perugia-Assisi del prossimo 7 ottobre invitata da Rete Italiana per il Disarmo e Campagna Senzatomica

Il Trattato di Proibizione delle armi nucleari (TPNW), adottato dall’ONU nel luglio 2017 e che entrerà in vigore dopo che altri 35 Stati si saranno uniti ai 15 che lo hanno già ratificato, vieta qualsiasi tipo di assistenza alla produzione o alla fabbricazione di armi nucleari – compreso il finanziamento delle società coinvolte. Altri quattro stati ratificheranno oggi il Trattato con una cerimonia durante l’Assemblea Generale ONU di New York, portando il totale a 19 e mantenendo quindi il ritmo per farlo diventare legge internazionale entro l’anno prossimo.

In Italia la Giornata Internazionale per la totale eliminazione delle armi nucleari è rilanciata da Rete Disarmo e Senzatomica come parte della mobilitazione “Italia, ripensaci” che intende spingere Governo e Parlamento a modificare la posizione del nostro Paese, attualmente contraria, rispetto al Trattato TPNW. Lo scorso 7 luglio (primo anniversario del voto ONU sul Trattato) sono state consegnate simbolicamente a Roma oltre 31.000 cartoline e 150 Ordini del Giorno di Enti Locali a sostegno di “Italia, ripensaci” ed è previsto a breve un rilancio delle azioni di pressione sui parlamentari e sul Governo.

Ulteriori informazioni: https://bnp.dontbankonthebomb.com/

La spesa militare … ignorata

Nel precedente Governo è stato votato un provvedimento di indirizzo che prevedeva la necessità che l’Italia rispetti l’impegno assunto a livello internazionale in sede NATO: quello di aumentare la spesa militare dall’attuale 1,4% fino ad un importo pari al 2% del PIL nazionale.

In pratica quasi un raddoppio delle spese militari nei prossimi sette anni: una previsione di spesa insostenibile quanto folle. Sulla proiezione di aumento, stando alle stime ufficiali della Difesa, si tratterrebbe di altri 16 miliardi annui, che  sommati ai 25 attuali farebbero 41 miliardi all’anno: 100 milioni al giorno.
Una spesa che certamente produrrà ulteriori tagli sulle pensioni, sulla sanità, sull’istruzione, sui servizi sociali, sulla cultura, ecc.

La spesa italiana per la difesa crescerà anche nel 2018: il 4% in più rispetto al 2017.

Ciò nonostante il nuovo governo, che si dice del cambiamento, nel primo provvedimento in commissione speciale alla Camera, relazione Crippa (5 Stelle), definisce “congrua” la spesa stanziata di 760 milioni per l’acquisto di droni: spesa contestata al governo precedente. 

La richiesta, che arriva dalla NATO, per la quale l’Italia dovrà aumentare le spese militari fino al 2% del PIL, ribadita anche da Trump a Gentiloni, è tuttora un accordo politico del tutto informale, assolutamente non vincolante senza l’approvazione del Parlamento italiano. 

Va considerato che molti dei Paesi europei spendeno molto meno del 2%: la Germania 1,2%, come la Spagna e l’Olanda.  La Grecia spende oltre il 2,5% del Pil (obbligata dagli accordi internazionali di “salvataggio”) ma sappiamo in quale drammatica situazione economica si trovi il governo di Atene.

Una drastica riduzione delle spese militari dovrebbe essere il primo obiettivo per il “cambiamento” che vorrebbe perseguire il nuovo governo, il quale si sta affannando nella ricerca di soldi: porre limiti alle pensioni d’oro, abbattere i privilegi dei parlamentari, tutte azioni sacrosante che tuttavia producono “miseria”; piuttosto che imperversare sui migranti tagliando brutalmente i fondi per la solidarietà.

In Italia si spende molto in armamenti “tradizionali” a partire dagli F-35 che costano 14 miliardi oltre ai costi per la loro manutenzione; la nuova flotta navale che costa circa 5,4 miliardi; gli 800 nuovi carri armati per una spesa di oltre 5 miliardi.

Senza ignorare che grandissima parte della spesa, circa il 60%, cioè 12 miliardi di euro all’anno, è destinata al personale.

Comunque un incremento, tra il 2015 e il 2016, di oltre il 10% di spesa pone l’Italia ai vertici tra Paesi non solo Europei: Germania +3%, Gran Bretagna +0,7%, Francia +0,6, Stati Uniti  +1,7%, Russia +5,9%, Cina +5,4%.

Oggi è possibile ripensare ad una difesa più razionale a partire dal ridiscutere il ruolo dell’Italia nella NATO, prospettando la costruzione di un unico esercito europeo al servizio del diritto internazionale, con funzioni di polizia per pacificare i confini del Vecchio continente e per fare dell’Europa una potenza di pace.

« Older Entries