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Gli Usa mettono il segreto sulle armi atomiche in Italia

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NO-NukeVietata la divulgazione dei report sulla sicurezza degli arsenali nucleari, che per decenni hanno fornito le uniche informazioni sulle armi dell’apocalisse. Proprio mentre il Parlamento discute delle nuove bombe per gli F-35 del nostro Paese

Buio totale. E’ questo che ci aspetta d’ora in poi per le armi nucleari americane stoccate in Italia nelle basi di Aviano e Ghedi. Una completa assenza di trasparenza. Sì, perché il Pentagono non rivelerà più i report delle ispezioni di sicurezza sui suoi armamenti atomici. Per decenni questo tipo di informazioni sono rimaste accessibili al pubblico e hanno permesso di avere un minimo di controllo sulla gestione degli arsenali da parte dei militari, per capire se venivano rispettate misure di sicurezza rigorose e adeguate. Ora, però, con un’improvvisa inversione a U, il Pentagono ha deciso che questi dati verranno secretati. Non sarà quindi più possibile sapere se le bombe di Aviano e a Ghedi hanno falle di sicurezza, emerse grazie a ispezioni ufficiali dello stesso governo americano.

La decisione arriva come un fulmine a ciel sereno dopo che per anni esperti e giornalisti hanno potuto accedere a questo tipo di informazioni, che, ad oggi, non hanno mai comportato un rischio, dal momento che i report non contengono di certo dati classificati, come conferma a Repubblica il guru della segretezza, l’americano Steven Aftergood, che guida il programma “Project on Government Secrecy” della Federation of American Scientists di Washington. “Senza rivelare informazioni coperte dal segreto di Stato, i rapporti delle ispezioni possono indicare se ci sono stati problemi con il personale che maneggia gli armamenti nucleari, se ce ne sono stati con l’equipaggiamento tecnico o con altri aspetti dello stoccaggio delle armi”, ci dice Aftergood, confermando come d’ora in poi queste informazioni saranno completamente off limits “per effetto di una decisione della US Air Force e del Joint Chiefs of Staff”.

Il provvedimento non menziona in particolare Aviano e Ghedi, ma come spiega al nostro giornale un esperto nucleare di livello internazionale, l’americano Stephen Schwartz, “questo nuovo ordine riguarda ogni installazione della US Air Force coinvolta nella gestione degli armamenti atomici. Quindi a mio avviso include le basi militari all’estero”. L’Italia è diventata la nazione con il più alto numero di ordigni nucleari Usa stoccati sul suolo europeo: secondo i dati della Federation of American Scientists, ad Aviano e a Ghedi sono stoccate settanta delle centottanta bombe presenti in Europa e il nostro è l’unico paese in Europa con due basi nucleari: quella dell’Aeronautica militare di Ghedi e quella statunitense di Aviano (Pordenone).

Ad oggi, i report sulle ispezioni ufficiali costituiscono una delle pochissime fonti di dati sullo stato degli arsenali e ora che si parla dell’arrivo in Italia della nuova bomba termonucleare B61-12 per sostituire le vecchie B-61 e andare in dotazione ai caccia F-35, l’esigenza di un controllo minimamente efficace di questi armamenti è più cruciale che mai. Proprio martedì scorso il tema è stato affrontato in Senato, dove sono state presentate quattro mozioni per bloccare questo tipo di ordigni.

E’ proprio grazie a un report di un’indagine interna della US Air Force che nel 2008 emersero alcune preoccupazioni per la base di Ghedi  e l’inchiesta era scattata dopo un fatto clamoroso quanto allarmante accaduto un anno prima, che pure non vedeva coinvolta Ghedi: nel 2007, la US Air Force aveva perso il controllo per ben trentasei ore di sei testate nucleari, che erano state trasportate in giro per l’America, senza che i militari che ne dovevano garantire la sicurezza si accorgessero di nulla.

“La vera ragione per cui la US Air Force agisce così e rovescia una prassi consolidata per decenni [di rendere i rapporti delle ispezioni disponibili al pubblico, ndr] va proprio cercata nelle notizie imbarazzanti riportate dai media tipo quella”, ci dice Stephen Schwartz, aggiungendo senza mezzi termini che “questa non è una ragione legittima per secretare queste informazioni che prima erano pubbliche e che non hanno in alcun modo messo a rischio la sicurezza nucleare, anzi, probabilmente l’hanno rafforzata”.

Anche Steven Aftergood sembra pensarla allo stesso modo. In una dichiarazione all’Associated Press, che per prima ha rivelato la notizia, Aftergood ha detto: “Tutta questa storia puzza. Agiscono come se avessero qualcosa da nascondere: non si tratta di segreti che riguardano la sicurezza nazionale. Io credo che questa nuova policy non distingua tra la protezione dei segreti legittimi e la decisione di schermare l’incompetenza. E’ chiaro che le informazioni classificate che riguardano la tecnologia delle armi nucleari vadano protette, ma negligenze ed errori non devono essere nascosti all’opinione pubblica”.

Che strumenti avranno in mano le comunità locali e, più in generale, i cittadini italiani per penetrare questo muro di segretezza che circonda Aviano e Ghedi? “Dovrebbe essere possibile usare il Freedom of Information Act per richiedere i report completi delle ispezioni”, ci dice Schwartz,”ma sospetto che la US Air Force opporrà resistenza al rilascio delle copie oppure apporrà ai documenti degli

omissis così pesanti, che saranno completamente inutili”. Una valutazione questa su cui Steven Aftergood concorda: “Poiché queste informazioni sono ormai coperte da segreto, sarà difficile, se non impossibile, ottenerle tramite il Freedom of Information Act”.

 

STEFANIA MAURIZI
da la Repubblica – 20 luglio 2017

 

Verso un Trattato Onu per l’abolizione delle armi nucleari

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Difesa-nucleareRappresentanti di 132 Paesi sono in riunione da ieri, 15 Giugno, a New York, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, per il secondo round di colloqui  per negoziare “uno strumento legalmente vincolante per proibire le armi nucleari e volto alla loro totale proibizione“.

Una iniziativa a cui non si era mai giunti a trattare una proibizione totale dell’arma nucleare.
L’intesa, vincolante, dovrà essere discussa e approvata al Palazzo di vetro entro il 7 luglio.

Un impegno di questo tipo non sarebbe problematico per la stragrande maggioranza degli Stati, che, avendo aderito al Trattato di Non Proliferazione nucleare (Tnp) del 1970, hanno già rinunciato all’arma atomica.
Anche la disposizione, che pure dovrebbe essere inclusa nel nuovo trattato e che prevede la proibizione degli esperimenti nucleari, non presenta difficoltà, poiché ad un Test Ban Treaty hanno aderito quasi tutti gli Stati.

Nella realtà l’iniziativa della proibizione crea evidenti difficoltà ai cinque Paesi cui il Tnp concede di possedere l’arma nucleare (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti), cui si sono aggiunti nel tempo altri quattro che non hanno aderito al Tnp e si sono dotati anch’essi dell’arma nucleare (India, Israele, Pakistan e da ultimo la Corea del Nord) che in base all’accordo in atto dovrebbero anche loro rinunciare agli arsenali nucleari anche se non hanno dato alcuna indicazione di voler rinunciare all’arma atomica.

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Preoccupazioni sorgono anche a quegli Stati a cui difesa finale conta sull'”ombrello nucleare” americano. Si tratta degli alleati europei della Nato, ma anche di Paesi dell’Asia/Pacifico come Corea del Sud, Giappone e Australia.
Tutti i Paesi della Nato (con l’eccezione dei Paesi Bassi) hanno deciso di non partecipare a questo negoziato, anche se approvato a larga maggioranza in Assemblea generale e nonostante l’impegno vincolante adottato nel Tnp di negoziare “uno strumento giuridicamente vincolante che proibisca le armi nucleari e conduca alla loro eliminazione totale” .

Tuttavia è assai probabile che il negoziato finisca per produrre, comunque, un accordo internazionale giuridicamente vincolante e depositato presso le Nazioni Unite. È anche prevedibile, come avvenuto in altre occasioni, un “effetto stigmatizzazione” nei confronti di coloro che si saranno tenuti fuori dall’accordo.

In Italia un appello al governo per l’adesione al trattato è stato promosso da accademici appartenenti all’Unione degli Scienziati italiani per il Disarmo (Uspid), da alcuni membri del capitolo italiano dello European Leadership Network, da Pugwash e Landau Network. Tutti enti impegnati nel campo della sicurezza e controllo degli armamenti.

Il vero record di Renzi: sestuplicato l’export di armamenti

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Vendita-armiLo sa, ma non lo dice in pubblico. E la notizia non compare né sul suo sito personale, né sul portale “Passo dopo passo” e nemmeno tra “I risultati che contano” messi in bella mostra con tanto di infografiche da “Italia in cammino”. Eppure è stata la miglior performance del suo governo.

Nei 1024 giorni di permanenza a Palazzo Chigi, Matteo Renzi ha raggiunto un primato storico di cui però, stranamente, non parla: ha sestuplicato le autorizzazioni per esportazioni di armamenti. Dal giorno del giuramento (22 febbraio 2014) alla consegna del campanellino al successore (12 dicembre 2016), l’esecutivo Renzi ha infatti portato le licenze per esportazioni di sistemi militari da poco più di 2,1 miliardi ad oltre 14,6 miliardi di euro: l’incremento è del 581% che significa, in parole semplici, che l’ammontare è più che sestuplicato. Una vera manna per l’industria militare nazionale, capeggiata dai colossi a controllo statale Finmeccanica-Leonardo e Fincantieri. E’ tutto da verificare, invece, se le autorizzazioni rilasciate siano conformi ai dettami della legge n. 185 del 1990 e, soprattutto, se davvero servano alla sicurezza internazionale e del nostro paese.

Renzi e il motto di Baden Powell

Un fatto è certo: è un record storico dai tempi della nascita della Repubblica. Ma, visto il totale silenzio, il primato sembra imbarazzare non poco il capo scout di Rignano sull’Arno che ama presentarsi ricordando il motto di Baden Powell: “Lasciare il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato”. L’imbarazzo è comprensibile: la stragrande maggioranza degli armamenti non è stata destinata ai paesi amici e alleati dell’UE e della Nato (nel 2016 a questi paesi ne sono stati inviati solo per 5,4 miliardi di euro pari al 36,9%), bensì ai paesi nelle aree di maggior tensione del mondo, il Nord Africa e il Medio Oriente. E’ in questa zona – che pullula di dittatori, regimi autoritari, monarchi assoluti sostenitori diretti o indiretti del jihadismo oltre che di tiranni di ogni specie e risma – che nel 2016 il governo Renzi ha autorizzato forniture militari per oltre 8,6 miliardi di euro, pari al 58,8% del totale. Anche questo è un altro record, ma pochi se ne sono accorti.

Il basso profilo della sottosegretaria Boschi

Eppure non sono cifre segrete. Sono tutte scritte, nero su bianco e con tanto di grafici a colori, nella “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento per l’anno 2016” inviata alle Camere lo scorso 18 aprile. L’ha trasmessa l’ex ministra delle Riforme e attuale Sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Maria Elena Boschi. Nella relazione di sua competenza l’ex catechista e Papa girl si è premurata di segnalare che “sul valore delle esportazioni e sulla posizione del Kuwait come primo partner, incide una licenza di 7,3 miliardi di euro per la fornitura di 28 aerei da difesa multiruolo di nuova generazione Eurofighter Typhoon realizzati in Italia”.  Al resto – cioè ai sistemi militari invitati in 82 paesi del mondo tra cui soprattutto quelli spediti in Medio Oriente – la Sottosegretaria ha riservato solo un laconico commento: “Si è pertanto ulteriormente consolidata la ripresa del settore della Difesa a livello internazionale, già iniziata nel 2014, dopo la fase di contrazione del triennio 2011-2013”. La legge n. 185 del 1990, che regolamenta la materia, stabilisce che l’esportazione e i trasferimenti di materiale di armamento “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia”: autorizzare l’esportazione di sistemi militari a paesi al di fuori delle principali alleanze politiche e militari dell’Italia meriterebbe pertanto qualche spiegazione in più da parte di chi, durante il governo Renzi e oggi col governo Gentiloni, ha avuto la delega al programma di governo.

I meriti della ministra Pinotti

Non c’è dubbio, però, che gran parte del merito per il boom di esportazioni sia della ministra della Difesa, Roberta Pinotti. E’ alla “sorella scout”, titolare di Palazzo Baracchini, che va attribuito il pregio di aver consolidato i rapporti con i ministeri della Difesa, soprattutto dei paesi mediorientali. La relazione del governo non glielo riconosce apertamente, ma la principale azienda del settore, Finmeccanica-Leonardo, non ha mancato di sottolinearne il ruolo decisivo. Soprattutto nella commessa dei già citati 28 caccia multiruolo Eurofighter Typhoon: “Si tratta del più grande traguardo commerciale mai raggiunto da Finmeccanica” – commentava l’allora Amministratore Delegato e Direttore Generale di Finmeccanica, Mauro Moretti. “Il contratto con il Kuwait si inserisce in un’ampia e consolidata partnership tra i Ministeri della Difesa italiano e del Paese del Golfo” – aggiungeva il comunicato ufficiale di Finmeccanica-Leonardo. Alla firma non poteva quindi mancare la ministra, nonostante i slittamenti della data dovuti – secondo fonti ben informate – alle richieste di chiarimenti circa i costi relativi “a supporto tecnico, addestramento, pezzi di ricambio e la realizzazione di infrastrutture”.

Anche il Ministero della Difesa ha posto grande enfasi sui “rapporti consolidati” tra Italia e Kuwait: rapporti – spiegava il comunicato della Difesa“che potranno essere ulteriormente rafforzati, anche alla luce dell’impegno comune a tutela della stabilità e della sicurezza nell’area mediorientale, dove il Kuwait occupa un ruolo centrale”. Nessuna parola, invece, sul ruolo del Kuwait nel conflitto in Yemen, in cui è attivamente impegnato con 15 caccia, insieme alla coalizione a guida saudita che nel marzo del 2015 è intervenuta militarmente in Yemen senza alcun mandato internazionale. I meriti della ministra Pinotti nel sostegno all’export di sistemi militari non si limitano ai caccia al Kuwait: va ricordato anche l’accordo di cooperazione militare con Qatar per la fornitura da parte di Fincantieri di sette unità navali dotate di missili MBDA per un valore totale di 5 miliardi di euro, che però non compare nella Relazione governativa. Ma, soprattutto, non va dimenticata la visita della ministra Pinotti in Arabia Saudita per promuovere “affari navali”: ne ho parlato qualche mese fa e rimando in proposito ai miei precedenti articoli.

Le dichiarazioni dell’ex ministro Gentiloni

Una menzione particolare spetta all’ex ministro degli Esteri e attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. E’ lui, ex catechista ed ex sostenitore della sinistra extraparlamentare, che più di tutti si è speso in difesa delle esportazioni di sistemi militari. Lo ha fatto nella sede istituzionale preposta: alla Camera in riposta a due “Question Time”. Il primo risale al 26 novembre 2015, in riposta ad un’interrogazione del M5S, durante la quale il titolare della Farnesina, dopo aver ricordato che “… abbiamo delle Forze armate, abbiamo un’industria della Difesa moderna che ha rapporti di scambio e esportazioni con molti paesi del mondo…” ha voluto evidenziare che “è importante ribadire che l’Italia comunque rispetta, ovviamente, le leggi del nostro paese, le regole dell’Unione europea e quelle internazionali (pausa) sia per quanto riguarda gli embargo che i sistemi d’arma vietati”. Già, ma la legge 185/1990 e le “regole Ue e internazionali” non si limitano agli embarghi, anzi pongono una serie di specifici divieti sui quali Gentiloni ha bellamente sorvolato.

Nel secondo, del 26 ottobre 2016, in risposta ad un’interrogazione del M5S che riguardava nello specifico le esportazioni di bombe e materiali bellici all’Arabia Saudita e il loro impiego nel conflitto in Yemen, Gentiloni ha sostenuto che “l’Arabia Saudita non è oggetto di alcuna forma di embargo, sanzione o restrizione internazionale nel settore delle vendite di armamenti”. Tacendo però sulla Risoluzione del Parlamento europeo, votata ad ampia maggioranza già nel febbraio del 2016, che ha invitato l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e Vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini, ad avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita”, in considerazione delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale perpetrate dall’Arabia Saudita nello Yemen. Questa risoluzione, finora, è rimasta inattuata anche per la mancanza di sostegno da parte del Governo italiano.

Ventimila bombe da sganciare in Yemen

Rispondendo alla suddetta interrogazione, Gentiloni ha però dovuto riconoscere le “la ditta RWM Italia, facente parte di un gruppo tedesco, ha esportato in Arabia Saudita in forza di licenze rilasciate in base alla normativa vigente”. Un’assunzione, seppur indiretta, di responsabilità da parte del ministro. Il quale, nonostante i vari organismi delle Nazioni Unite e lo stesso Ban Ki-moon abbiano a più riprese condannato i bombardamenti della coalizione saudita sulle aree abitate da civili in Yemen (sono più di 10mila i morti tra i civili), ha continuato ad autorizzare le forniture belliche a Riad. E non vi è notizia che le abbia sospese, nemmeno dopo che uno specifico rapporto trasmesso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu non solo ha dimostrato l’utilizzo anche delle bombe della RWM Italia sulle aree civili in Yemen, ma ha affermato che questi bombardamenti “may amount to war crimes” (“possono costituire crimini di guerra”).

Nella Relazione inviata al Parlamento spiccano le autorizzazioni all’Arabia Saudita per un valore complessivo di oltre 427 milioni di euro. Tra queste figurano “bombe, razzi, esplosivi e apparecchi per la direzione del tiro” e altro materiale bellico. La relazione non indica, invece, il paese destinatario delle autorizzazioni rilasciate alle aziende, ma l’incrocio dei dati forniti nelle varie tabelle ministeriali, permette di affermare che una licenza da 411 milioni di euro alla RWM Italia è destinata proprio all’Arabia Saudita: si tratta, nello specifico, dell’autorizzazione all’esportazione di 19.675 bombe Mk 82, Mk 83 e Mk 84. Una conferma in questo senso è contenuta nella Relazione Finanziaria della Rheinmetall (l’azienda tedesca di cui fa parte RWM Italia) che per l’anno 2016 segnala un ordine “molto significativo” di “munizioni” per 411 milioni di euro da un “cliente della regione MENA” (Medio-Oriente e Nord Africa).

La legge n. 185/1990 vieta espressamente l’esportazione di sistemi militari “verso Paesi in conflitto armato e la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione”, ma – su questo punto – nessun commento nella Relazione. E nemmeno da Renzi. Men che meno da Gentiloni. Che l’attuale capo del governo si sia dato come obiettivo quello di migliorare la performance di Renzi nell’esportazione di sistemi militari?

Giorgio Beretta
Lunedì, 05 Giugno 2017

http://www.unimondo.org/Notizie/Il-vero-record-di-Renzi-sestuplicato-l-export-di-armamenti-166511

Italia «a testa alta» nelle spese per la guerra

Spese-militari-al-2%

Spese-militari-al-2%«L’Italia partecipa a testa alta all’Alleanza Atlantica, nella quale è il quinto maggiore contributore, e conferma l’obiettivo di raggiungere il 2 per cento del Pil nelle spese militari»: lo ha dichiarato il presidente del consiglio Gentiloni, ricevendo il 27 aprile a Roma il segretario generale della Nato Stoltenberg.  Ha così ripetuto quanto già detto al presidente Usa Trump, ossia di essere «fiero del contributo finanziario dell’Italia alla sicurezza dell’Alleanza», garantendo che, «nonostante certi limiti di bilancio, l’Italia rispetterà l’impegno assunto».

I dati sulla spesa militare mondiale, appena pubblicati dal Sipri, confermano che Gentiloni ha ragione ad andare fiero e a testa alta: la spesa militare dell’Italia, all’11° posto mondiale, è salita a 27,9 miliardi di dollari nel 2016. Calcolata in euro, corrisponde a una spesa media giornaliera di circa 70 milioni (cui si aggiungono altre voci, tra cui le missioni militari all’estero, extra budget della Difesa).

Sotto pressione Usa, la Nato vuole però che l’Italia arrivi a spendere per il militare il 2% del Pil, ossia circa 100 miloni di euro al giorno.
Su questo, Trump è stato duramente esplicito: ricevendo Gentiloni alla Casa Bianca, riferisce lui stesso in una intervista alla Associated Press, gli ha detto «Andiamo, devi pagare, devi pagare…». E, nell’intervista, Trump si dice sicuro: «Pagherà». Non è però Gentiloni a pagare, ma la stragrande maggioranza degli italiani, direttamente e indirettamente attraverso il taglio delle spese sociali.

C’è però, evidentemente, chi ci guadagna. Nel 2016,  l’export italiano di armamenti è aumentato di oltre l’85% rispetto al 2015, salendo a 14,6 miliardi di euro.

Un vero e proprio boom, dovuto in particolare alla vendita di 28 cacciabombardieri Eurofighter al Kuwait, che diviene primo importatore di armi italiane. Un maxi-contrattto da 8 miliardi di euro, merito della ministra Pinotti, efficiente piazzista di armi (v. il manifesto, 23 febbraio 2016). La più grande commessa mai ottenuta da Finmeccanica, nelle cui casse entra la metà degli 8 miliardi. Garantita con un finanziamento di 4 miliardi da un pool di banche, tra cui UniCredit e Intesa Sanpaolo, e dalla Sace del gruppo Cassa depositi e prestiti.

Si accelera così la riconversione armata di Finmeccanica, con risultati esaltanti per i grossi azionisti: nella classifica delle 100 maggiori industrie belliche mondiali, redatta dal Sipri, Finmeccanica si colloca nel 2015 al 9° posto mondiale con una vendita di armi del valore di 9,3 miliardi di dollari, equivalente ai due terzi del suo fatturato complessivo.

L’azienda accresce fatturato e profitti puntando su industrie come la Oto Melara, produttrice di sistemi d’arma terrestri e navali (tra cui il veicolo blindato Centauro, con potenza di fuoco di un carrarmato, e cannoni con munizioni guidate Vulcano venduti a più di 55 marine nel mondo); la Wass, leader mondiale nella produzione di siluri (tra cui il Black Shark a lunga gittata); la Mbda, leader mondiale nella produzione di missili (tra cui quello anti-nave Marte e quello aria-aria Meteor); l’Alenia Aermacchi che, oltre a produrre aerei da guerra (come il caccia da addestramento avanzato M-346 fornito a Israele), gestisce l’impianto Faco di Cameri scelto dal Pentagono quale polo dei caccia F-35 schierati in Europa.

Poco importa che Finmeccanica – in barba al «Trattato sul commercio di armamenti» che proibisce di fornire armi utilizzabili contro civili  – fornisca armi a paesi come il Kuwait e l’Arabia Saudita, che stanno facendo strage di civili nello Yemen. Come stabilisce il «Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa» a firma della ministra Pinotti, convertito in disegno di legge, è essenziale che l’industria militare sia«pilastro del Sistema Paese», poiché  «contribuisce, attraverso le esportazioni, al riequilibrio della bilancia commerciale e alla promozione di prodotti dell’industria nazionale in settori ad alta remunerazione», creando «posti di lavoro qualificati».

Poco importa che si spendano per il militare, con denaro pubblico, oltre 70 milioni di euro al giorno, in continuo aumento. Essenziale, stabilisce il «Libro Bianco», è che l’Italia sia militarmente in grado di tutelare, ovunque sia necessario, «gli interessi vitali del Paese».
Più precisamente, gli interessi vitali di chi si arricchisce con la guerra.

Manlio Dinucci
il manifesto, 30 aprile 2017

Fermiamo i signori della guerra – APPELLO

La-follia-della-guerra

La-follia-della-guerraTrovo vergognosa l’indifferenza con cui noi assistiamo a una ‘guerra mondiale a pezzetti’, a una carneficina spaventosa come quella in Siria, a un attacco missilistico da parte di Trump contro la base militare di Hayrat in Siria, ora allo sgancio della Super-Bomba GBU-43 (la madre di tutte le bombe) in Afghanistan e a un’incombente minaccia nucleare.

L’Italia, secondo l’Osservatorio sulle armi, spenderà quest’anno 23 miliardi di euro in armi (l’1,18% del Pil) che significa 64 milioni di euro al giorno!

Ora Trump, che porterà il bilancio militare USA a 700 miliardi di dollari, sta premendo perché l’Italia arrivi al 2% del Pil che significherebbe 100 milioni di euro al giorno.
Pronti a rivedere le spese militari – ha risposto la ministra della Difesa R. Pinotti – come ce lo chiede l’America.”
La Pinotti ha annunciato anche che vuole realizzare il Pentagono italiano a Centocelle (Roma) dove sorgerà una nuova struttura con i vertici di tutte le forze armate. La nostra ministra della Difesa ha inoltre preparato il Libro Bianco della Difesa in cui si afferma che l’Italia andrà in guerra ovunque i suoi interessi vitali saranno minacciati.

E’ un autentico golpe democratico che cancella l’articolo 11 della Costituzione.
Dobbiamo appellarci al Parlamento italiano perché non lo approvi.

Il Libro Bianco inoltre definisce l’industria militare italiana “pilastro del Sistema paese“.
Infatti nel 2015 abbiamo esportato armi pesanti per un valore di oltre sette miliardi di euro!

Vendendo armi ai peggiori regimi come l’Arabia Saudita. Questo in barba alla legge 185/90 che vieta la vendita di armi a paesi in guerra o dove i diritti umani sono violati. L’Arabia Saudita è in guerra contro lo Yemen, dove vengono bombardati perfino i civili con orribili tecniche speciali. Secondo l’ONU, nello Yemen è in atto una delle più gravi crisi umanitarie del Pianeta.
All’Arabia Saudita abbiamo venduto bombe aeree MK82, MK83, MK84, prodotte dall’azienda RMW Italia con sede legale a Ghedi (Brescia) e fabbrica a Domusnovas in Sardegna.

Abbiamo venduto armi anche al Qatar e agli Emirati arabi con cui quei paesi armano i gruppi jihadisti in Iraq, in Libia, ma soprattutto in Siria dov’è in atto una delle guerre più spaventose del Medio Oriente. In sei anni di guerra ci sono stati 500.000 morti e dodici milioni di rifugiati o sfollati su una popolazione di 22 milioni!

 

Come italiani, stiamo assistendo indifferenti alla tragica guerra civile in Libia, da noi causata con la guerra contro Gheddafi. E ora, per fermare il flusso dei migranti, abbiamo avuto la spudoratezza di firmare un Memorandum con il governo libico di El Serraj che non riesce neanche a controllare Tripoli. E così aiutiamo la Libia a frantumarsi ancora di più.

E con altrettanta noncuranza assistiamo a guerre in Sud Sudan, Somalia, Sudan, Centrafrica, Mali. Senza parlare di ciò che avviene nel cuore dell’Africa in Congo e Burundi.
E siamo in guerra in Afghanistan: una guerra che dura da 15 anni ed è costata agli italiani 6,6 miliardi di euro.
Mentre in Europa stiamo assistendo in silenzio al nuovo schieramento della NATO nei paesi baltici e nei paesi confinanti con la Russia.
In Romania, la NATO ha schierato razzi anti-missili e altrettanto ha fatto in Polonia a Redzikovo.
Ben cinquemila soldati americani sono stati spostati in quei paesi. Anche il nostro governo ha inviato 140 soldati italiani in Lettonia.

Mosca ha risposto schierando a Kalinin- grad Iscander ordigni atomici, i 135-30.

 

Siamo ritornati alla Guerra Fredda con il terrore nucleare incombente. (La lancetta dell’Orologio dell’Apocalisse a New York è stata spostata a due minuti dalla mezzanotte come ai tempi della Guerra Fredda).

Ecco perché all’ONU si sta lavorando per un Trattato sul disarmo nucleare promosso dalle nazioni che non possiedono il nucleare, mentre le 9 nazioni che la possiedono non vi partecipano. E’ incredibile che il governo Gentiloni ritenga che tale Conferenza “costituisca un elemento fortemente divisivo“, per cui l’Italia non vi partecipa.
Eppure l’Italia, secondo le stime della Federation of American Scientists, ha sul territorio almeno una settantina di vecchie bombe atomiche che ora verranno rimpiazzate dalle più micidiali B61-12. E dovremmo mettere in conto anche la possibilità, segnalata sempre dalla FAS, di Cruise con testata atomica a bordo della VI Flotta USA con comando a Napoli.

Quanta ipocrisia da parte del nostro governo!
Davanti a una così grave situazione, non riesco a capire il quasi silenzio del movimento italiano per la pace. Una cosa è chiara: siamo frantumati in tanti rivoli, ognuno occupato a portare avanti le proprie istanze!
Quand’è che decideremo di metterci insieme e di scendere unitariamente in piazza per contestare un governo sempre più guerrafondaio?
Perché non rimettiamo tutti le bandiere della pace sui nostri balconi?

Ma ancora più male mi fa il silenzio della CEI e delle comunità cristiane. Questo nonostante le forti prese di posizione sulla guerra di Papa Francesco.
E’ un magistero il suo, di una lucidità e forza straordinaria. Quando verrà recepito dai nostri vescovi, sacerdoti, comunità cristiane? Dopo il suo recente messaggio inviato alla Conferenza ONU, in cui ci dice che “dobbiamo impegnarci per un mondo senza armi nucleari”, non si potrebbe pensare a una straordinaria Perugia-Assisi, promossa dalle realtà ecclesiali insieme a tutte le altre realtà, per dare forza al tentativo della Nazioni unite di mettere al bando le armi atomiche e dire basta alla ‘follia’ delle guerre e dell’industria delle armi?

Sarebbe questo il regalo di Pasqua che Papa Francesco ci chiede: “Fermate i signori della guerra, la violenza distrugge il mondo e a guadagnarci sono solo loro.

Alex Zanotelli
Napoli,14 aprile 2017

Firma questo appello: https://www.petizioni24.com/fermiamoisignoridellaguerra

Sotto un regime militare

Italia-ripudia-guerra

Italia-ripudia-guerraQuello delle spese militari è l’unico settore in Italia e nel mondo, che non ha mai vissuto tagli, anche in tempo di grande crisi.

Per l’anno 2017 l’Italia destina circa 23,3 miliardi di euro alle spese militari, pari a oltre 64 milioni di euro al giorno: un rapporto spese militari/PIL vicino all’1,4 per cento.

La spesa militare italiana non incide solo sul bilancio della Difesa ma anche sul bilancio del Ministero degli Esteri per le missioni e su quello del Ministero dello Sviluppo economico per i programmi di acquisto degli armamenti.

La grande spesa militare ed in particolare quella per gli armamenti, viene giustificata dalla lotta al terrorismo, dalla lotta all’immigrazione e a quella della criminalità urbana: pretesti questi che non spiegano l’acquisto di cacciabombardieri, navi da guerra o blindati per le città.

in realtà è la “politica” e le scelte di governo che giustificano l’aumento delle spese militari facendo leva sulle “paure” dei cittadini

“Affermare che gli F-35 servono per combattere l’Isis è deleterio in termini di sicurezza nazionale, perché andare a bombardare città e villaggi in Paesi islamici non fa altro che aizzare l’odio della galassia jihadista verso il Paese aggressore”
Allo stesso modo non è vero che “le nuove navi da guerra della Marina servono per soccorrere i profughi nel Mediterraneo”

Spese militari e democrazia

La potente forza delle industrie militari – sia palese che occulta – ha più volte dimostrato di essere in grado di influenzare le politiche dei governi spingendoli alla necessità di un sempre più grande potenziamento degli armamenti, per fare guerre “umanitarie” disastrose per l’intera umanità ma enormemente vantaggiosi per l’industria bellica.

Tutto ciò a grave danno e a prevalere sugli interessi della collettività: minacce alla pace, alla sicurezza, alla libertà, oltre che una riduzione della spesa per i servizi sociali e il benessere dei cittadini.

 Il Libro Bianco, un vero golpe costituzionale

Il 10 febbraio il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge che consentirà l’implementazione del «Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa» e la «Revisione e riorganizzazione della formazione e del funzionamento delle Forze Armate».

Un grave atto che sta passando sotto un servile silenzio e la complicità dei parlamentari del tutto indifferenti alla violazione del mandato costituzionale.

Alle Forze Armate vengono assegnate quattro missioni:
  1. prima missione: la difesa della Patria, stabilita dall’Art. 52, viene riformulata in difesa degli «interessi vitali del Paese».
  2. seconda missione: «contributo alla difesa collettiva dell’Alleanza Atlantica e al mantenimento della stabilità nelle aree incidenti sul Mare Mediterraneo, al fine della tutela degli interessi vitali o strategici del Paese».
  3. terza missione: Il “ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali“, stabilito dall’Articolo 11, viene sostituito dalla «gestione delle crisi al di fuori delle aree di prioritario intervento, al fine di garantire la pace e la legalità internazionale».
  4. quarta missione: viene affidata alle Forze Armate, sul piano interno, la «salvaguardia delle libere istituzioni», con «compiti specifici in casi di straordinaria necessità ed urgenza». Una formula vaga che si presta a misure autoritarie e a strategie eversive.

“Il Libro Bianco demolisce in tal modo i pilastri costituzionali della Repubblica italiana, che viene riconfigurata quale potenza che si arroga il diritto di intervenire militarmente nelle aree prospicienti il Mediterraneo – Nordafrica, Medioriente, Balcani – a sostegno dei propri interessi economici e strategici, e , al di fuori di tali aree, ovunque nel mondo siano in gioco gli interessi dell’Occidente rappresentati dalla Nato sotto comando degli Stati uniti”. (Manlio Dinucci)

Nel Libro Bianco l’industria militare viene definita  «pilastro del Sistema Paese» poiché «contribuisce, attraverso le esportazioni, al riequilibrio della bilancia commerciale e alla promozione di prodotti dell’industria nazionale in settori ad alta remunerazione», creando «posti di lavoro qualificati».

Non resta che riscrivere l’Articolo 1 della Costituzione, precisando che la nostra è una repubblica, un tempo democratica, fondata sul lavoro dell’industria bellica“.

La NATO va rafforzata: più spese militari

Lo dicono gli USA; e sia la Merkel che la Mogherini dicono SI rinnovando ai Paesi europei dell’Alleanza Atlantica di aumentare la spesa militare al 2% del PIL. (Per l’Italia equivarrebbe a 100 milioni giorno)

Vedi : Percentuali di spesa nei Paesi NATO

Mentre l’Unione Europea sta vivendo una grande crisi, la Nato resta «indissolubile», aumenta il suo bilancio e si allarga a est.

“La guerra è distruzione di vite umane e risorse, è seminagione di odio, è dominio-imperio degli spazi economici e finanziari con la violenza militare”.
“La fuga disperata di milioni di esseri umani che chiamiamo migranti è epocale perché corrisponde all’epoca delle guerre occidentali in Medio Oriente, che hanno distrutto tre stati, l’Iraq, la Libia e la Siria, fondamentali per gli equilibri mondiali; ed è epocale perché corrisponde alla rapina epocale, da parte delle multinazionali, delle ricchezze dell’immensa Africa dell’interno.
Ora di fronte a chi fugge dalle guerre e dalla «miseria da rapina» l’Europa, nonostante le evidenti responsabilità, erige muri e militarizza i propri confini, fino alla soluzione del blocco navale militare e alla pratica di esternalizzare l’accoglienza dei profughi a Paesi esperti in tortura e campi di concentramento”.

Nucleare: una minaccia rimossa

 Gran parte dell’opinione pubblica, assorbita forse dall’impresa della quotidiana sopravvivenza, non si accorge di quanto grave sia ancora il pericolo di una guerra nucleare.

Esiste un Trattato di Non Proliferazione nucleare (TNP) del 1970 voluto soprattutto dagli Stati Uniti e dall’Urss, che avevano il solo scopo di limitare l’ulteriore proliferazione delle armi nucleari.
In realtà il Tnp era ispirato e gestito secondo gli interessi degli Stati nucleari, soprattutto Usa e Urss: infatti gli Stati che hanno acquisito l’arma nucleare sono aumentati da 5 a 9.

Sono 15.000 le testate nel mondo. 4.500 sono detenute da Usa e Russia e le rimanenti da altri 7 Stati. (Inghilterra, Francia, Cina, Israele, India, Pakistan, Corea del Nord).
Comunque il Trattato non ha impedito agli Stati Uniti di schierare testate nucleari nei paesi europei dell’Alleanza atlantica: in Italia ne rimangono una settantina nelle basi di Aviano e di Ghedi Torre.

L’approssimarsi dei negoziati dell’Onu a marzo, impone di indurre il Governo italiano ad esigere il ritiro (e l’eliminazione) delle testate schierate in Italia e ad impegnarsi attivamente nella conferenza delle Nazioni Unite per dare un contributo attivo ai negoziati che porteranno alla messa al bando degli ordigni nucleari.

Bergoglio ai padroni del mondo: «Scandalose le spese per le armi»

Pace-pace

Pace-paceNegli ultimi giorni Jorge Mario Bergoglio sta ripetendo messaggi a tema unico: la pace e l’impegno per il disarmo. L’ultimo lo ha pronunciato giusto ieri mattina ricevendo in udienza gli ambasciatori di Svezia, Moldavia, isole Fiji e Maurizio, Tunisia e Burundi in occasione della presentazione delle loro lettere credenziali.

IL DISCORSO ai nuovi ambasciatori ha ripreso ampi stralci del messaggio apostolico preparato il giorno dell’Immacolata per il 1°gennaio dell’anno nuovo, quando si celebrerà la cinquantesima Giornata mondiale della Pace — LA NONVIOLENZA – STILE DI UNA POLITICA PER LA PACE, il cui testo è stato diffuso lo scorso 12 dicembre, cioè proprio lo stesso giorno in cui la Conferenza congiunta cattolico-protestante a Berlino, influente gruppo ecumenico nato nel 1973 e conosciuto in Germania con l’acronimo Gkke, ha diffuso il suo inquietante ultimo rapporto sul boom della vendita di armi tedesche verso i paesi del Golfo le aree di conflitto, gli Stati-canaglia che ha messo in serio imbarazzo la cancelliera cristianodemocratica Angela Merkel.

Nelle 118 pagine del rapporto si fa notare infatti come «totalmente inaccettabile» che la Germania, terzo esportatore mondiale di armi, nel 2015 ne ha vendute per 798 milioni di dollari all’Arabia saudita, da impiegare in Yemen, e per 1,77 miliardi di dollari al Qatar che, sottolinea mondignor Karl Justen, «opera una massiccia violazione dei diritti umani e sostiene gli islamisti in tutto il mondo».

BERGOGLIO, naturalmente, senza entrare in questo dettaglio, ma fornendo un quadro di riferimento, nel suo messaggio di fine anno ha «assicurato» che la Chiesa cattolica, con il «nuovo Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale» che si aprirà il 1° gennaio 2017, «accompagnerà ogni tentativo di costruzione della pace anche attraverso la nonviolenza attiva e creativa».

Una terminologia nuova, che il papa incastona in un sistema di riferimenti dai predecessori Paolo VI a Giovanni XXIII e dal Discorso della Montagna del Nazareno fino a Madre Teresa che denunciava i trafficanti di armi, per finire al «Mahatma Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India» e alle «migliaia di donne liberiane che hanno organizzato incontri di preghiera e protesta non violenta ottenendo negoziati di alto livello per la conclusione della seconda guerra civile in Liberia».

Il pontefice riprende l’analisi sulla situazione di «un mondo frantumato» eppure «intimamente connesso», dove «purtroppo siamo alle prese con una terribile guerra mondiale a pezzi». Dice: «Non è facile sapere se il mondo sia più o meno violento di quanto lo fosse ieri, né se i moderni mezzi di comunicazione e la mobilità che caratterizza la nostra epoca ci rendano più consapevoli della violenza o più assuefatti ad essa».

«QUESTA VIOLENZA che si esercita “a pezzi”, in modi e a livelli diversi, provoca enormi sofferenze di cui siamo ben consapevoli: guerre in diversi Paesi e continenti; terrorismo, criminalità e attacchi armati imprevedibili; gli abusi subiti dai migranti e dalle vittime della tratta; la devastazione dell’ambiente. A che scopo?». La risposta è netta: «Rappresaglie e spirali di conflitti letali recano benefici solo a pochi signori della guerra».

La risposta che invece il papa dà, ricordando la conclusione a novembre del Giubileo della Misericordia, è a favore della «famiglia umana», la proposta di una «ecologia integrale fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo».

Ieri, riprendendo il discorso con gli ambasciatori, Bergoglio è stato più politico e si è rivolto a «coloro che ricoprono cariche istituzionali in ambito nazionale o internazionale», richiamandoli a «assumere nella propria coscienza e nell’esercizio delle loro funzioni uno stile non violento».
E, per essere più esplicito, nel messaggio per l’anno che viene, l’avvio di un «percorso di transizione politica verso la pace». O meglio «verso un’etica di fraternità e di coesistenza pacifica tra le persone e tra i popoli», che «non può basarsi sulla logica della paura, della violenza e della chiusura ma sulla responsabilità, sul rispetto e sul dialogo sincero».

AI LEADER DEL MONDO il papa rivolge perciò un appello in favore del disarmo e della proibizione e abolizione delle armi nucleari, e un appello a tutta l’umanità a un impegno «con la preghiera e l’azione» a bandire la violenza e «a prendersi cura della casa comune», oltre che per la fine della violenza domestica e degli abusi su donne e bambini.

Il manifesto – 16-12-016

Il referendum che nessuno fa mai

Diamogli-un-taglio

Diamogli-un-taglioLa maggioranza degli italiani, sfidando i poteri forti schierati con Renzi, ha sventato il suo piano di riforma anticostituzionale. Ma perché ciò possa aprire una nuova via al paese, occorre un altro fondamentale NO: quello alla «riforma» bellicista che ha scardinato l’Articolo 11, uno dei pilastri basilari della nostra Costituzione.

Le scelte economiche e politiche interne, tipo quelle del governo Renzi bocciate dalla maggioranza degli italiani, sono infatti indissolubilmente legate a quelle di politica estera e militare. Le une sono funzionali alle altre.

Quando giustamente ci si propone di aumentare la spesa sociale, non si può ignorare che l’Italia brucia nella spesa militare 55 milioni di euro al giorno (cifra fornita dalla Nato, in realtà più alta).

Quando giustamente si chiede che i cittadini abbiano voce nella politica interna, non si può ignorare che essi non hanno alcuna voce nella politica estera, che continua ad essere orientata verso la guerra.

Mentre era in corso la campagna referendaria, è passato sotto quasi totale silenzio l’annuncio fatto agli inizi di novembre dall’ammiraglio Backer della U.S. Navy: «La stazione terrestre del Muos a Niscemi, che copre gran parte dell’Europa e dell’Africa, è operativa».

Realizzata dalla General Dymanics – gigante Usa dell’industria bellica, con fatturato annuo di 30 miliardi di dollari – quella di Niscemi è una delle quattro stazioni terrestri Muos (le altre sono in Virginia, nelle Hawaii e in Australia). Tramite i satelliti della Lockheed Martin – altro gigante Usa dell’industria bellica con 45 miliardi di fatturato – il Muos collega alla rete di comando del Pentagono sottomarini e navi da guerra, cacciabombardieri e droni, veicoli militari e reparti terrestri in movimento, in qualsiasi parte del mondo si trovino.

L’entrata in operatività della stazione Muos di Niscemi potenzia la funzione dell’Italia quale trampolino di lancio delle operazioni militari Usa/Nato verso Sud e verso Est, nel momento in cui gli Usa si preparano a installare sul nostro territorio le nuove bombe nucleari B61-12.

Passato sotto quasi totale silenzio, durante la campagna referendaria, anche il «piano per la difesa europea» presentato da Federica Mogherini: esso prevede l’impiego di gruppi di battaglia, dispiegabili entro dieci giorni fino a 6 mila km dall’Europa. Il maggiore, di cui l’Italia è «nazione guida», ha effettuato, nella seconda metà di novembre, l’esercitazione «European Wind 2016» in provincia di Udine. Vi hanno partecipato 1500 soldati di Italia, Austria, Croazia, Slovenia e Ungheria, con un centinaio di mezzi blindati e molti elicotteri. Il gruppo di battaglia a guida italiana, di cui è stata certificata la piena capacità operativa, è pronto ad essere dispiegato già da gennaio in «aree di crisi» soprattutto nell’Europa orientale.

A scanso di equivoci con Washington, la Mogherini ha precisato che ciò «non significa creare un esercito europeo, ma avere più cooperazione per una difesa più efficace in piena complementarietà con la Nato», in altre parole che la Ue vuole accrescere la sua forza militare restando sotto comando Usa nella Nato (di cui sono membri 22 dei 28 paesi dell’Unione).

Intanto, il segretario generale della Nato Stoltenberg ringrazia il neo-eletto presidente Trump per «aver sollevato la questione della spesa per la difesa», precisando che «nonostante i progressi compiuti nella ripartizione del carico, c’è ancora molto da fare». In altre parole, i paesi europei della Nato dovranno addossarsi una spesa militare molto maggiore.

I 55 milioni di euro, che paghiamo ogni giorno per il militare, presto aumenteranno. Ma su questo non c’è referendum.

Manlio Dinucci
da Il manifesto 6/12/2016

L’Italia nel 2017 spenderà per le Forze armate 64 milioni di euro al giorno

Spese-militari-2017

Spese-militari-2017Nell’ultimo decennio le spese militari italiane sono cresciute del 21% salendo dall’1,2 all’1,4% del Pil. L’Italia nel 2017 spenderà per le Forze armate almeno 23,4 miliardi di euro (64 milioni al giorno), più di quanto previsto nei documenti programmatici governativi dell’anno scorso».

Lo rileva l’Osservatorio sulle spese militari italiane nel suo rapporto presentato alla Camera. Numeri che fanno a pezzi la vulgata sull’austerity e sulla mancanza di soldi, che sputtanano governi – soprattutto di “centrosinistra” – che si sono dedicati al taglio sistematico del welfare e alla compressione di salari e diritti adoperando tutte le armi della retorica del “cambiamento” e della “competizione” mentre l’articolo 11 della Costituzione diventava carta straccia assieme alle parti della Carta che proclamano la rimozione delle disuguaglianze e la promozione sociale.

La macchina della guerra non è solo bestialmente violenta ma parassitaria.

L’industria militare è per sua natura un settore che dipende dalla commesse pubbliche e dunque incide sul meccanismo usurario del debito pubblico in nome del quale, da decenni, si tagliano risorse per la vita delle persone e se ne usurpano altre per la guerra.

64 milioni al giorno sono un’enormità: basti pensare che Renzi dice di aver armato tutto il casino della “riforma” costituzionale per risparmiare 57 milioni l’anno di spese per il Senato. L’occupazione militare di un lembo della Val di Susa costa 90mila euro al giorno e per un minuto di “missione di pace” in Afghanistan l’Italia spende 1800 euro, 79 milioni al mese.

Dall’inizio di quella guerra sono andati in fumo oltre sei miliardi per massacrare civili e ingrassare l’apparato militar-industriale. E sono in arrivo i droni armati, strumento principe per le esecuzioni extragiudiziali: l’Italia sarà il terzo Paese della NATO (dopo USA e UK) a dotare di armamenti i propri velivoli senza pilota, di cui dispone da qualche anno.

Recenti accordi internazionali e la decisione nel 2015 del Congresso USA di accogliere la richiesta italiana del 2012 consentiranno alle nostre Forze Armate di disporre fra qualche mese di droni armati. Senza dimenticare il coinvolgimento dell’industria nazionale in progetti di sviluppo del primo drone militare europeo (co-prodotto con Francia e Germania) la cui consegna è prevista per il 2025.

Il Rapporto rileva per il 2017 un aumento dei costi per il trasporto aereo di Stato (i cosiddetti ‘aerei blu’), che salgono a 25,9 milioni di euro, con un incremento di quasi il 50% rispetto ai 17,4 milioni del 2016. La quasi totalità di questa cifra, 23,5 milioni, sostiene l’Osservatorio, «è il costo del nuovo Airbus A340 della presidenza del Consiglio in forza al 31/o stormo dell’Aeronautica Militare, il cui costo totale per otto anni (2016-2023) risulta essere di 168,2 milioni di euro (noleggio e assicurazione) più 55 milioni di carburante, per un totale di 223,2 milioni (27,9 milioni in media all’anno)».

L’Osservatorio lamenta inoltre che, nonostante il Parlamento nel 2014 abbia votato una mozione di maggioranza che impegnava formalmente il governo a dimezzare il budget originario del programma per l’acquisto del supercaccia F-35, «il requisito della Difesa non ha subito alcuna modifica, se non una dilazione delle acquisizioni e il budget è anzi aumentato da 13 a 13,5 miliardi di euro».

Il governo non ha la minima intenzione di rispettare lo sconcerto popolare per lo sciupio vistoso di denaro pubblico: sono stati firmati ordini per otto supercaccia e versati acconti per altri sette. Una parte degli F-35 – secondo il Rapporto – è destinato alla Trieste, la nuova supernave da 1.100 milioni della Marina che, ufficialmente, è stata impostata come unità di sostegno agli sbarchi con una vocazione per i soccorsi umanitari ma che è né più né meno di una portaerei.

«La Difesa costa 23 miliardi di euro l’anno e sono soldi spesi bene, perché le nostre forze armate danno un servizio di grandissima qualità a questo Paese». Così la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, ex “pacifista” poi interventista Pd.

Nel 2017, solo per l’acquisto di strumenti per le forze di cielo, di terra e di mare si impiegheranno 5,6 miliardi di euro, ossia 15 milioni al giorno.

I nuovi armamenti (25% della spesa militare) acquisiti dal ministero dello Sviluppo economico, che nel 2017 userà l’86% dei suoi fondi (3,4 miliardi) per armi.

Sul fronte del personale si lamenta la mancanza di soldi per la manutenzione e l’addestramento. Il 41% delle risorse finirà negli stipendi di 90 mila tra ufficiali e sottufficiali più 81 mila militari di truppa, una piramide grottesca, sanguinaria e costosissima. 32 mila marescialli e 4500 ufficiali in da smaltire in otto anni forse da smistare in altre amministrazioni, palazzi di giustizia o musei.

Francesco Ruggeri
http://popoffquotidiano.it/2016/11/24/la-macchina-della-guerra-costa-64-miliardi-al-giorno/

Il governo italiano dice ‘NO’ al bando delle armi nucleari

Nucleare

NucleareVoto storico all’ONU per il disarmo “atomico”:  SI’ al bando delle armi nucleari nel 2017.  Oggi, 27 Ottobre 2016, al Palazzo di Vetro è passata la risoluzione presentata dal Messico (co-sponsor  per la redazione l’Austria, Brasile, Irlanda, la Nigeria e il Sud Africa) e da altri 57 Paesi per il bando delle armi nucleari con una Conferenza ONU da tenere nel 2017.

E’ un giorno storico per tutta l’Umanità che desta sincero stupore, oltre che gioia, negli attivisti per la pace (e per il diritto di tutti alla sopravvivenza della nostra specie e dell’ecosistema): fino a qualche anno fa, prima che prendesse il via, con Oslo nel 2013, il “percorso umanitario”, poi proseguito con Nayarit (marzo 2014) e Vienna (dicembre 2014), un risultato del genere sarebbe stato inimmaginabile, nel contesto dei negoziati internazionali prigionieri del quadro bloccato del TNP.

Ma questo sogno si è realmente realizzato alla Prima Commissione, riunita nell’Aula 4: hanno votato per il SI 123 Stati, per il NO 38, e si sono astenuti in 16. Va precisato il non peso dei voti di astensione ai fini del quorum necessario dei 2/3 per la validità giuridica della decisione.

La risoluzione  approvata  (per il testo andare alla URL: http://reachingcriticalwill.org/images/documents/Disarmament-fora/1com/1com16/resolutions/L41.pdf) istituisce una conferenza delle Nazioni Unite a partire dal marzo del prossimo anno, aperta a tutti gli Stati membri, con il compito preciso  di negoziare uno “strumento giuridicamente vincolante per vietare le armi nucleari, che porti verso la loro eliminazione totale“.  I negoziati, da tenersi a New York, continueranno nel mese di giugno e luglio.

Il voto delle Nazioni Unite è arrivato poche ore dopo che il Parlamento europeo ha adottato la propria risoluzione su questo medesimo tema – 415 a favore e 124 contro, con 74 astensioni – invitando gli Stati membri dell’Unione europea a “partecipare in modo costruttivo” nei negoziati del prossimo anno.

Gli arsenali nucleari nel mondo contengono ancora circa 16.000 testate, in possesso soprattutto di due nazioni: gli Stati Uniti e la Russia. Sette altre nazioni possiedono armi nucleari: Gran Bretagna, Francia, Cina, Israele, India, Pakistan e Corea del Nord.
E’ notevole stavolta che le nove nazioni con armi nucleari si sono divise nel voto: sei hanno votato contro ma Cina, India e Pakistan si sono astenute. Molti dei loro alleati, compresi quelli in Europa che ospitano armi nucleari sul loro territorio come parte di un accordo NATO, si sono accodati come è ormai loro costume.

Per quanto riguarda l’Italia, essa non ha fatto eccezione tra i Paesi cosiddetti “ombrello”: non si è astenuta, come l’Olanda (come pure la Svizzera e la Finlandia), ha votato proprio contro!

Ma le nazioni dell’Africa, America Latina, Caraibi, Sud-Est asiatico e del Pacifico hanno votato a grande maggioranza a favore della risoluzione, e  si apprestano ad essere protagoniste in occasione della conferenza di negoziazione a New York il prossimo anno.
Per quanto riguarda i voti, la lista completa si trova al link :
http://www.ican.org/campaign-news/live-updates-from-the-first-committee-of-the-un-general-assembly/

In Italia – sollecitati da Rete Italiana Disarmo e dai Disarmisti Esigenti (Campagna OSM-DPN, Energia Felice, Armes Nucléaires Stop, WILPF Italia, Peacelink, Accademia Kronos, Pressenza e altri) al Parlamento sono state presentate due mozioni per sostenere il bando delle armi nucleari.

Alla Camera una mozione con prima firmataria Donatella Duranti. Altri firmatari: Scotto, Marcon, Carlo Galli, Piras, Ricciatti, Costantino, Franco Bordo, Placido, Sannicandro, Pannarale, Airaudo
Al Senato una mozione con primo firmatario Roberto Cotti. Altri sottoscrittori: AIROLA, BLUNDO, CAPPELLETTI, GIROTTO, NUGNES, PUGLIA, SCIBONA, BAROZZINO, BOCCHINO, CERVELLINI, DE CRISTOFARO, DE PETRIS, MINEO, PETRAGLIA.

I disarmisti esigenti si sono accordati con la Senatrice Loredana De Petris ed hanno ottenuto, su sua iniziativa, la sala Nassirya al senato il 3 novembre alle ore 14.00 per una conferenza stampa.
La conferenza stampa sarà introdotta da Antonia Sani di WILPF Italia e conclusa da Alfonso Navarra, obiettore di coscienza alle spese militari e nucleari.

Interverranno rappresentanti delle associazioni promotrici dei “disarmisti esigenti”, esponenti delle associazioni sostenitrici della campagna per il bando giuridico internazionale delle armi nucleari e alcuni parlamentari che hanno presentato le mozioni citate.

Un problema urgente che sarà affrontato è quello della mobilitazione  per influenzare già il voto di dicembre (l’Assemblea generale dell’ONU deve confermare quanto è uscito dalla Prima Commissione Disarmo) e soprattutto per ottenere una svolta diplomatica dell’Italia.

I disarmisti esigenti insisteranno nel sottolineare, stimolando un ecopacifismo alquanto “dormiente” nel nostro Paese, che certi risultati non sono frutto di gruppi che guardano al loro ombelico muovendosi sulla semplice reazione (anche se spesso sacrosanta) a ciò che li colpisce direttamente sul territorio, bensì di un movimento mondiale organizzato della società civile che ha saputo stimolare e sostenere una “disobbedienza” degli Stati non nucleari alle potenze nucleari finalmente decisa ad andare fino in fondo.

Un Trattato che vieta le armi nucleari servirebbe a colmare il “vuoto giuridico” attualmente esistente in materia di armi nucleari, come riconosciuto e sottolineato da alcuni anni dalla Iniziativa Umanitaria (Humanitarian Pledge  – http://www.icanw.org/pledge/) promossa da diverse organizzazioni internazionali. Una grave anomalia: quelle nucleari sono le uniche armi di distruzione di massa non ancora vietate dal diritto internazionale in modo globale e universale.

Le armi chimiche, armi biologiche, mine antiuomo e bombe a grappolo sono tutti armamenti espressamente proibiti attraverso Convenzioni internazionali. La maggior parte delle Nazioni concorda con il fatto che la proibizione delle armi nucleari sia oggi l’unico piano di azione adeguato alla luce delle conseguenze umanitarie catastrofiche del loro uso.

Ma noi “disarmisti esigenti” siamo andati oltre questa considerazione ispirando l’approvazione della “mozione Zaratti” alla Camera dei deputati perché riteniamo sia da condannare lo stesso possesso delle “armi” nucleari (in realtà “ordigni” che provocano cataclismi) come implicita minaccia d’uso: il disarmo nucleare non va considerata una semplice necessità ma un diritto perché l’autodifesa degli Stati non può mettere a rischio la sopravvivenza dell’Umanità.

La vicenda di Stanislav Petrov il 26 settembre 1983 (il falso allarme di attacco nucleare cui l’ex colonnello sovietico decise di non dare seguito) dimostra che la possibilità della guerra nucleare non intenzionale è concretissima e che la “deterrenza” non può essere ammessa COME CONCETTO perché, NEL CASO DEGLI ORDIGNI NUCLEARI,  è garanzia di distruzione ed autodistruzione …

Info. alfiononuke@gmail.com  cell. 340-0736871
Antonia.sani@alice.it  cell. 349-7865685

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