Category Archives: Guerre-Disarmo

Il «grande gioco» delle basi in Africa

I militari italiani in missione a Gibuti hanno donato alcune macchine da cucire all’organizzazione umanitaria che assiste i rifugiati in questo piccolo paese del Corno d’Africa, situato in posizione strategica sulla fondamentale rotta commerciale Asia-Europa all’imboccatura del Mar Rosso, proprio di fronte allo Yemen.

Qui l’Italia ha una propria base militare che, dal 2012, «fornisce supporto logistico alle operazioni militari italiane che si svolgono nell’area del Corno d’Africa, Golfo di Aden, bacino somalo, Oceano Indiano».

A Gibuti i militari italiani non si occupano, quindi, solo di macchine da cucire. Nell’esercitazione Barracuda 2018, svoltasi qui lo scorso novembre, i tiratori scelti delle Forze speciali (il cui comando è a Pisa) si sono addestrati, in diverse condizioni ambientali anche di notte, con i più sofisticati fucili di precisione capaci di centrare l’obiettivo a 1-2 km di distanza.

Non si sa a quali operazioni militari partecipino le Forze speciali, poiché le loro missioni sono segrete; è comunque certo che esse si svolgono prevalentemente in ambito multinazionale sotto comando Usa.

A Gibuti c’è Camp Lemonnier, la grande base Usa da cui opera dal 2001 la Task force congiunta-Corno d’Africa, composta da 4000 specialisti in missioni altamente segrete, tra cui uccisioni mirate per mezzo di commandos o droni killer in particolare nello Yemen e in Somalia.

Mentre gli aerei e gli elicotteri per le operazioni speciali decollano da Camp Lemonnier, i droni sono stati concentrati nell’aeroporto Chabelley, a una decina di chilometri dalla capitale. Qui si stanno realizzando altri hangar, la cui costruzione è stata affidata dal Pentagono a una azienda di Catania già impiegata in lavori a Sigonella, principale base dei droni Usa/Nato per operazioni in Africa e Medioriente.

A Gibuti ci sono anche una base giapponese e una francese, che ospita truppe tedesche e spagnole. A queste si è aggiunta nel 2017 una base militare cinese, l’unica fuori dal suo territorio nazionale.

Pur avendo un fondamentale scopo logistico, quale foresteria degli equipaggi delle navi militari che scortano i mercantili e quale magazzino per i rifornimenti, essa rappresenta un significativo segnale della crescente presenza cinese in Africa.

Presenza essenzialmente economica, a cui gli Stati uniti e le altre potenze occidentali contrappongono una crescente presenza militare.
Da qui l’intensificarsi delle operazioni condotte dal Comando Africa, che ha in Italia due importanti comandi subordinati: lo U.S. Army Africa (Esercito Usa per l’Africa), alla caserma Ederle di Vicenza; le U.S. Naval Forces Europe-Africa (Forze navali Usa per l’Europa e l’Africa), il cui quartier generale è nella base di Capodichino a Napoli, formate dalle navi da guerra della Sesta Flotta basata a Gaeta.

Nello stesso quadro strategico rientra un’altra base Usa di droni armati, che si sta costruendo ad Agadez in Niger, dove il Pentagono già usa per i propri droni la base aerea 101 a Niamey.

Essa serve alle operazioni militari che gli Usa conducono da anni, insieme alla Francia, nell’Africa del Sahel, soprattutto in Mali, Niger e Ciad.

In questi ultimi due Paesi arriva oggi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: sono tra i più poveri del mondo, ma ricchissimi di materie prime – coltan, uranio, oro, petrolio e molte altre – sfruttate da multinazionali statunitensi e francesi che sempre più temono la concorrenza delle società cinesi le quali offrono ai paesi africani condizioni molto più favorevoli.

Il tentativo di fermare con strumenti militari, in Africa e altrove, l’avanzata economica cinese sta fallendo. Probabilmente anche le macchine da cucire, donate a Gibuti dai militari italiani ai profughi, sono «made in China».

Manlio Dinucci

da il manifesto, 15 gennaio 2018

ARMI – Tradimento di Stato

Il 1 gennaio la Chiesa celebra la Giornata Mondiale della Pace, una pace mai come in questo momento minacciata, nell’indifferenza generale.

Il mondo sta sottovalutando il pericolo di una guerra nucleare che potrebbe condurre alla fine della civiltà umana,” ha affermato il presidente russo Putin nella conferenza stampa di fine anno. E questo per due nuovi elementi.
Il primo, è rappresentato dalla “tendenza ad abbassare la soglia per l’uso di armi nucleari, creando cariche nucleari tattiche a basso impatto che possono portare a un disastro nucleare globale.
Purtroppo, a questa categoria, appartengono le nuove bombe nucleari, B61-12 che il prossimo anno gli USA piazzeranno in Italia, in sostituzione di una settantina di vecchie ogive atomiche.

L’altro pericolo viene dalla “disintegrazione del sistema internazionale di controllo degli armamenti,” espresso dal recente ritiro degli USA dal Trattato INF (1987) che permette a Trump di schierare in Europa missili a raggio intermedio con base a terra.

Ora il nostro governo gialloverde ha approvato in sede NATO tale piano e ha dato la disponibilità a installarli in Italia come quelli che erano stati installati a Comiso negli anni ’80.

E’ ormai una vera corsa fra USA e Russia al riarmo nucleare.

Gli USA, già con Obama ed ora con Trump, hanno messo a disposizione oltre mille miliardi di dollari per modernizzare il loro arsenale atomico.

La Russia sta tentando di tenere testa agli USA (Putin ha appena annunciato di aver testato il nuovo missile intercontinentale ipersonico!) cercando di avvicinarsi alla nuova potenza, la Cina, che nel 2017 ha speso ben 228 miliardi di dollari in difesa.

Trump, che nel 2017 ha speso un’enorme cifra in armi, ben 660 miliardi di dollari, sta sferzando i suoi alleati europei perché tutti investano in armi almeno il 2% del PIL.
Se l’Italia obbedisse agli ordini di Trump spenderebbe cento milioni di euro al giorno in armi (già oggi ne spende settanta milioni al giorno!).

Siamo ormai davanti ai due blocchi armati fino ai denti con 15.000 bombe atomiche a disposizione e un enorme armamentario.
Siamo alla follia collettiva: nel 2017 abbiamo raggiunto a livello planetario l’astronomica cifra di 1.739 miliardi di dollari, pari a oltre 4,5 miliardi di dollari che spendiamo ogni giorno in armi.

E’ una polveriera che potrebbe scoppiarci fra le mani.

Gli scienziati dell’Orologio dell’Apocalisse a New York hanno puntato l’orologio a due minuti dalla mezzanotte.

Davanti a questo pauroso scenario, rimango sbalordito dal silenzio dei cittadini italiani. Perché il grande movimento per la pace non scende unitariamente in piazza per contestare il “governo del cambiamento” che, nonostante le promesse, è diventato guerrafondaio come gli altri?

E dovremmo chiedere le ragioni per cui questo governo giallo-verde:

  • non si oppone agli USA che vogliono piazzare in Italia una settantina delle nuove bombe nucleari B61-12;
  • si rifiuta di firmare il Trattato ONU per l’abolizione degli ordigni nucleari;
  • ha accettato che vengano collocati in Italia i nuovi missili nucleari;
  • ha deciso di comperare gli F-35, definiti oggi ‘irrinunciabili’, mentre durante la campagna elettorale erano “strumenti di morte”;
  • continua a vendere le bombe all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen in violazione della legge 185/90, che vieta la vendita di armi ai paesi in guerra (i 5 Stelle durante la campagna elettorale ne avevano chiesto “l’embargo totale”);
  • ha deciso di lasciare i soldati in Afghanistan, mentre il ritiro dei nostri soldati da quel paese era stato il cavallo di battaglia dei 5 Stelle.

Abbiamo scritto, a nome dei centomila che hanno marciato alla Perugia –Assisi, sia al Governo che al Parlamento perché riceva due delegazioni alle quali dare risposte a queste domande.

A tutt’oggi , silenzio! E’ il tradimento di questo governo!

Mi appello altresì alle comunità cristiane che facciano tesoro delle forti prese di posizione di Papa Francesco sulla guerra e sulle armi. E’ un magistero il suo, di una lucidità e forza straordinaria.

Mi auguro che questo venga presto percepito dai sacerdoti e dai fedeli.

Offrire la pace è al cuore della missione dei discepoli di Cristo”, afferma Papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2019.

E allora mettiamoci insieme, credenti e non, per un impegno serio contro la folle corsa agli armamenti, soprattutto nucleari, foriera di nuove e micidiali guerre.

Che il 2019 sia un anno di mobilitazione popolare per la Pace! 

Alex Zanotelli
Napoli, 1 Gennaio 2019

Giornata Internazionale per la totale eliminazione delle armi nucleari

Nella Giornata ONU per l’abolizione delle armi nucleari azioni in 13 Paesi contro la banca che le sostiene con 8 miliardi di dollari

Oggi si celebra in tutto il mondo la Giornata Internazionale per la totale eliminazione delle armi nucleari, voluta dall’ONU in ricordo del coraggio del Colonnello sovietico Stanislav Petrov, che salvò il mondo nel 1983 scegliendo di fermare una risposta missilistica contro gli USA a fronte di un attacco segnalato (e rivelatosi poi un errore del sistema informatico). Un gesto importante e per troppi anni misconosciuto (per ulteriori informazioni si veda in coda al comunicato).

La International Campaing to Abolish Nuclear Weapons (ICAN) attuale Premio Nobel per la Pace (e di cui fanno parte in Italia Rete Disarmo e Senzatomica) ha colto questa importante occasione ed anniversario per invitare l’istituto finanziario BNP-Paribas a ritirare il proprio sostegno (che vale 8 miliardi di dollari!) alla produzione delle armi nucleari, presto attività considerata illegale secondo il diritto internazionale.
Sono 16 le proteste simultanee che si svolgono in 13 Paesi in cui opera la banca.

Sebbene BNP-Paribas abbia sulla carta un codice di condotta che limita i finanziamenti alle società associate alla produzione di armi nucleari, in poco più di 4 anni ha fornito 8 miliardi di dollari Usa a 16 diverse società produttrici di armi nucleari. Lo stesso Istituto è inoltre da anni ai vertici dell’elenco di banche armateche forniscono servizi di supporto all’esportazione di sistemi d’arma e produzioni militari italiane.

“La ‘banca per un mondo che cambia’ (secondo lo slogan pubblicitario utilizzato) ha l‘opportunità di concretizzare un cambiamento reale e contribuire a un mondo libero dalla minaccia nucleare” dichiara Beatrice Fihn, Direttore esecutivo di ICAN. “Stanno continuando ad investire in armi che sono inumane e violano il diritto umanitario e le leggi di guerra. Un investimento che non è né etico né solido economicamente”.

Susi Snyder di Pax Olanda, aggiunge: “BNP-Paribas dovrebbe pubblicare immediatamente la propria ‘lista nera’ con le aziende escluse dai propri finanziamenti e nel contempo aumentare la trasparenza su dove stanno o non stanno investendo. Un istituto che intende essere leader negli investimenti sostenibili non dovrebbe avere nulla da nascondere”.
Susi Snyder, che sarà tra i principali ospiti della Marcia della Pace Perugia-Assisi del prossimo 7 ottobre invitata da Rete Italiana per il Disarmo e Campagna Senzatomica

Il Trattato di Proibizione delle armi nucleari (TPNW), adottato dall’ONU nel luglio 2017 e che entrerà in vigore dopo che altri 35 Stati si saranno uniti ai 15 che lo hanno già ratificato, vieta qualsiasi tipo di assistenza alla produzione o alla fabbricazione di armi nucleari – compreso il finanziamento delle società coinvolte. Altri quattro stati ratificheranno oggi il Trattato con una cerimonia durante l’Assemblea Generale ONU di New York, portando il totale a 19 e mantenendo quindi il ritmo per farlo diventare legge internazionale entro l’anno prossimo.

In Italia la Giornata Internazionale per la totale eliminazione delle armi nucleari è rilanciata da Rete Disarmo e Senzatomica come parte della mobilitazione “Italia, ripensaci” che intende spingere Governo e Parlamento a modificare la posizione del nostro Paese, attualmente contraria, rispetto al Trattato TPNW. Lo scorso 7 luglio (primo anniversario del voto ONU sul Trattato) sono state consegnate simbolicamente a Roma oltre 31.000 cartoline e 150 Ordini del Giorno di Enti Locali a sostegno di “Italia, ripensaci” ed è previsto a breve un rilancio delle azioni di pressione sui parlamentari e sul Governo.

Ulteriori informazioni: https://bnp.dontbankonthebomb.com/

La spesa militare … ignorata

Nel precedente Governo è stato votato un provvedimento di indirizzo che prevedeva la necessità che l’Italia rispetti l’impegno assunto a livello internazionale in sede NATO: quello di aumentare la spesa militare dall’attuale 1,4% fino ad un importo pari al 2% del PIL nazionale.

In pratica quasi un raddoppio delle spese militari nei prossimi sette anni: una previsione di spesa insostenibile quanto folle. Sulla proiezione di aumento, stando alle stime ufficiali della Difesa, si tratterrebbe di altri 16 miliardi annui, che  sommati ai 25 attuali farebbero 41 miliardi all’anno: 100 milioni al giorno.
Una spesa che certamente produrrà ulteriori tagli sulle pensioni, sulla sanità, sull’istruzione, sui servizi sociali, sulla cultura, ecc.

La spesa italiana per la difesa crescerà anche nel 2018: il 4% in più rispetto al 2017.

Ciò nonostante il nuovo governo, che si dice del cambiamento, nel primo provvedimento in commissione speciale alla Camera, relazione Crippa (5 Stelle), definisce “congrua” la spesa stanziata di 760 milioni per l’acquisto di droni: spesa contestata al governo precedente. 

La richiesta, che arriva dalla NATO, per la quale l’Italia dovrà aumentare le spese militari fino al 2% del PIL, ribadita anche da Trump a Gentiloni, è tuttora un accordo politico del tutto informale, assolutamente non vincolante senza l’approvazione del Parlamento italiano. 

Va considerato che molti dei Paesi europei spendeno molto meno del 2%: la Germania 1,2%, come la Spagna e l’Olanda.  La Grecia spende oltre il 2,5% del Pil (obbligata dagli accordi internazionali di “salvataggio”) ma sappiamo in quale drammatica situazione economica si trovi il governo di Atene.

Una drastica riduzione delle spese militari dovrebbe essere il primo obiettivo per il “cambiamento” che vorrebbe perseguire il nuovo governo, il quale si sta affannando nella ricerca di soldi: porre limiti alle pensioni d’oro, abbattere i privilegi dei parlamentari, tutte azioni sacrosante che tuttavia producono “miseria”; piuttosto che imperversare sui migranti tagliando brutalmente i fondi per la solidarietà.

In Italia si spende molto in armamenti “tradizionali” a partire dagli F-35 che costano 14 miliardi oltre ai costi per la loro manutenzione; la nuova flotta navale che costa circa 5,4 miliardi; gli 800 nuovi carri armati per una spesa di oltre 5 miliardi.

Senza ignorare che grandissima parte della spesa, circa il 60%, cioè 12 miliardi di euro all’anno, è destinata al personale.

Comunque un incremento, tra il 2015 e il 2016, di oltre il 10% di spesa pone l’Italia ai vertici tra Paesi non solo Europei: Germania +3%, Gran Bretagna +0,7%, Francia +0,6, Stati Uniti  +1,7%, Russia +5,9%, Cina +5,4%.

Oggi è possibile ripensare ad una difesa più razionale a partire dal ridiscutere il ruolo dell’Italia nella NATO, prospettando la costruzione di un unico esercito europeo al servizio del diritto internazionale, con funzioni di polizia per pacificare i confini del Vecchio continente e per fare dell’Europa una potenza di pace.

Ecco dove sono i soldi

Nel 2017 un nuovo aumento record delle spese militari nel mondo: 1.739 miliardi di dollari pari al 2,2% del PIL mondiale (230 dollari pro capite). 

Lo afferma il Rapporto del SIPRI (l’autorevole e indipendente Istituto svedese di ricerca per la pace)

Non c’è pace in questo mondo dai grandi affari dove si vive la brutale indifferenza e disprezzo delle vittime delle guerre e delle tragedie umane.
Come i cecchini israeliani che sparano dalle alture sulle persone inermi, così le grandi lobby militari misurano la loro potenza e il loro credito sul numero delle bombe sganciate sulla vita delle persone.

Un gioco disumano e arrogante del potere di dominio.

Tensioni geopolitiche portano a forti rialzi della spesa militare a partire dall’Arabia Saudita fortemente finanziata, da questo punto di vista dagli Stati Uniti, i quali continuano a detenere il primato della spesa con 610 miliardi di dollari ogni anno.

Per contro la Russia, percepita come una minaccia, ha prodotto un bizzarro effetto con un drastico calo: meno 20 per cento, mentre l’Europa centrale e occidentale, segnano un aumento rispettivamente più 12 e 1,7 per cento.

Anche il nostro Paese registra un rialzo (+2,1%) della spesa militare pari a circa 29 miliardi di dollari (1,5% del PIL).

Cosa c’è di più ragionevole ed urgente del decidere un taglio netto di queste spese criminali destinate ad usi militari e di impiegarle verso le vere necessità umane.
Naturalmente non c’è capitolo nel «Contratto» di governo del Movimento 5 Stelle e della Lega.

Cessate il fuoco!

Fermiamo le guerre in Medio Oriente

Da troppo tempo si muore in Siria, in Palestina, in Libia, in Egitto, in Iraq, nello Yemen, nella regione a maggioranza curda … il Medio Oriente ed il Mediterraneo si stanno trasformando in un immenso campo di battaglia.

Ora il rischio della deflagrazione di un conflitto che coinvolga le super potenze mondiali è reale.
Le conseguenze possono essere tragiche ed inimmaginabili.

Milioni di persone, in tutto il mondo, di tutte le culture e religioni, stanno dicendo: “Basta guerre, basta morti, basta sofferenze”.
E noi con loro.

Guerre producono guerre, le cui vittime sono le popolazioni civili, oppresse e private dei propri diritti fondamentali, primo fra tutti il diritto alla vita.

Vanno fermate le armi, bloccate le vendite a chi è in guerra. Ora, subito.
Va fatto rispettare il diritto internazionale: è la sola condizione per proteggere la popolazione civile, fermare l’oppressione e l’occupazione, attivare la mediazione tra le parti in conflitto.

Non si può più attendere e rinviare decisioni e responsabilità.
Il limite è superato da tempo.

Ora, subito, bisogna aiutare le vittime, curare i feriti, soccorrere chi fugge dall’orrore. Poi bisognerà punire i responsabili, riconoscere alle popolazioni i loro diritti e sostenerle nel percorso democratico, civile, di liberazione.

Noi ci rivolgiamo all’Unione Europea che deve prendere un’azione politica forte di pacificazione coerente con principi e valori fissati nel Trattato, nella Carta Europea dei Diritti  Umani, negli Accordi e nelle Convenzioni internazionali. L’Unione Europea faccia da mediazione e riporti al dialogo gli Stati Uniti e la Russia.

Chiediamo al nostro paese di essere protagonista di pace, di mettere in atto il “ripudio della guerra” non concedendo le basi per operazioni militari e di avviare una politica di pace nel Mediterraneo.

Nessuno deve sentirsi impotente.
Questo è il momento per tutti di agire per la riconciliazione.

Noi faremo la nostra parte, con le campagne per il disarmo, con gli interventi civili di pace, con la diplomazia dal basso, con il sostegno a chi opera per la pace anche dentro ai conflitti, per dare voce a chi crede ancora nella fratellanza e nella nonviolenza.

Ora,subito.

Rete della Pace

Siria: Usate armi chimiche?

Quando si vuole dare ragione alla propria guerra di potere aggressiva, brutale e distruttrice non c’è che usare la stessa violenza di potere  per raccontare false verità.

Una domanda.

Dicono di avere colpito anche due siti di produzione di armi; ma se veramente colpissero le armi chimiche nascoste di Assad quale disastro succederebbe?

Ecco un sito militare specializzato, Analisi Difesa, che sulle armi chimiche scrive ciò che altrove non leggo: http://www.analisidifesa.it/2018/04/siria-le-fake-news-sulle-armi-chimiche-per-creare-il-casus-belli/

Un sito che non ha problemi a dire la verità perché non ha interessi particolari da difendere o da propagandare; afferma che le armi chimiche si usano per provocare effetti devastanti su larga scala, per provocare migliaia di morti. Un loro uso “limitato” militarmente non ha senso.

Quando le armi chimiche si usano veramente (e Saddam le ha usate con la complicità degli Usa e dell’Occidente) gli effetti sono su larga scala. 

La città curda di Halabja (il 16 marzo 1988) venne attaccata con armi chimiche e le vittime in poche ore furono 5 mila vittime.

Le armi chimiche non fanno più male di quelle convenzionali: essere spappolato un un’esplosione non è più piacevole. La riprovazione nasce dal fatto che sono armi di distruzione di massa e quindi sono indiscriminate, violando il principio di tutela dei civili in guerra, previsto dalle Convenzioni di Ginevra.

Dobbiamo cercare – noi per primi – di fare quell’azione di ricerca della verità che si è smarrita, a tutto vantaggio della propaganda.

Spese militari ed Export di armi

In questi anni c’é un boom nella produzione e nell’esportazione di armamenti

C’è un’evidente decisione politica, che si può far risalire al 2006 con diversi governi protagonisti. Il suo compimento l’ha trovato nella nomina di Mauro Moretti ad amministratore delegato di Finmeccanica (divenuta poi Leonardo, ndr), che ha proceduto alla riorganizzazione delle controllate per una migliore integrazione ma soprattutto alla cessione di settori civili molto rilevanti, non ritenuti strategici.

Sono state invece mantenute e rafforzate quelle del settore militare: aerospazio, difesa e sicurezza. Questi settori per essere competitivi non possono limitarsi alle commesse del ministro della Difesa, ma devono trovare nuovi mercati extraeuropei, come i Paesi ricchi di petrolio e altre risorse del Golfo persico, le ex repubbliche sovietiche, quelli del Subcontinente indiano e dell’Africa subsahariana.

Poco importa se retti da monarchie assolute come i Paesi arabi, da dittature “paternaliste” come Turkmenistan e Kazakistan, da regimi dispotici come l’Angola, oppure se siano in conflitto fra loro come India e Pakistan o poverissimi come le Filippine: conta fare affari, sono questi a garantire la sopravvivenza della nostra industria militare. In gran parte a controllo statale, che fa affari privati ma ha costi pubblici.

Questo comporta scelte che i singoli Stati non sono ancora disposti a fare: da un lato la necessità di progettare la difesa europea come realtà integrata e omogenea, dall’altro di pensare all’industria militare non in una funzione proiettiva nei mercati esteri ma commisurata alle nostre effettive esigenze.

Quello che si sta facendo, anche con la “Cooperazione strutturata e permanente” (Pesco), non va verso la riorganizzazione e ristrutturazione delle industrie militari nazionali, tagliando e riconvertendo settori obsoleti, ma è un ulteriore finanziamento alle industrie dei vari Paesi dell’UE.

Per ciò che riguarda il controllo delle esportazioni l’Italia, che pur ha una delle migliori leggi in materia, la 185/90 ha optato per la scarsa trasparenza, manca un adeguato controllo da parte del Parlamento.

Rendendo note queste informazioni, che devono essere dettagliate e precise, il governo si esporrebbe non solo alla critica di altri Paesi, ma del nostro Parlamento e delle nostre associazioni.
Per questo la relazione che invia al Parlamento riporta solo i valori complessivi delle autorizzazioni rilasciate e delle consegne effettuate a ciascun Paese estero e i generici sistemi militari, come ad esempio velivoli, navi e così via. Ma un conto è una nave per lo sminamento, altro è una fregata con sistemi missilistici. Un conto è un elicottero per il soccorso marino, altro un Mangusta con capacità d’attacco al suolo.
C’è da chiedersi poi perché non ci indigniamo per le nostre bombe sganciate dai sauditi sui civili in Yemen.

In un periodo di precarietà e insicurezza economica le persone tendono a cercare di risolvere problemi che sentono più pressanti come quello del lavoro.

I media spettacolarizzano determinati problemi – es.: l’immigrazione – ma raramente aiutano a riflettere sulle cause e le connessioni, fra cui proprio quella delle forniture militari a regimi dispotici e in zone di conflitto.

Va anche rilevata una progressiva erosione del movimento pacifista, che da una parte non trova nella controparte politica l’attenzione necessaria, dall’altra è emarginato dai media. Sui canali Rai, ma non solo si è parlato pochissimo di cacciabombardieri F35 e delle bombe della RWM finite in Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen.

Cresce anche la Spesa militare, con alcuni trucchi

Nei dati contenuti negli allegati della previsione alla legge di bilancio si scopre che nel 2018 il Ministero dello Sviluppo Economico sborsa 3,5 miliardi di euro per l’acquisto di armamenti militari (+ 5% rispetto al 2017). 
Un importo che rappresenta il 71,5% dell’intero budget dedicato alla competitività e allo sviluppo delle imprese italiane.
Ma quale sviluppo economico si vuole avere quando vi è questa sproporzione di ”investimento” per un settore che contribuisce allo 0,8% del Pil, mentre alle piccole e medie che sul prodotto interno lordo pesano per il 50%, restano le briciole.

Questi dati sono stati rivelati dall’Osservatorio sulle spese militari italiane nel 2° “Rapporto Mil€x” (progetto lanciato nel 2016 dal giornalista del Fatto Quotidiano Enrico Piovesana e da Francesco Vignarca di RID).
Senza questo strumento di monitoraggio indipendente sarebbe più difficile sapere che nel suo complesso la spesa militare italiana per l’anno in corso ammonta a 25 miliardi di euro: l’1,4% del Pil, il 4% in più rispetto al 2017.
Un trend di crescita avviato dal governo Renzi (+ 8,6% rispetto al 2015) che non sembra volersi arrestare.
Nel 2018 continuano ad aumentare anche le spese per gli armamenti: 5,7 miliardi, l’88% in più rispetto a tre legislature fa.

Delle spese per armamenti l’80% finisce nelle casse di Leonardo (ex Finmeccanica, al cui vertice siede l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro).
Fincantieri, negli ultimi anni ha ottenuto 5,4 miliardi di euro grazie alla nuova legge navale.
Fiat Iveco incassa per tutto ciò che riguarda i mezzi terrestri dell’Esercito e la Piaggio Aerospace (azienda ligure, di proprietà degli Emirati Arabi) anche per costruire i droni armati P2HH.

A cosa servono le “Missioni di pace”?

Nel documento programmatico pluriennale della Difesa del 2016 è scritto, nero su bianco, che i fondi per le missioni stanziati dal ministero dell’Economia (1,3 miliardi nel 2018) servono per far fronte alla quasi totalità delle spese di esercizio, ovvero per garantire la manutenzione dei mezzi e l’addestramento del personale.
L’Italia si sta sempre di più buttando in queste missioni (l’ultima in ordine di tempo è quella in Niger) perché per la Difesa è l’unico modo di incamerare risorse che altrimenti non avrebbe.
E questo colpisce il sistema democratico.

Il “Rapporto Mil€x” cita sia i 192 milioni all’anno di contributo alla NATO sia i 43 milioni per la base militare a Gibuti, la prima fuori dai confini dopo la fine del colonialismo come quella relativa all’accordo di “Condivisione nuclerare” con gli USA.
Il nostro Paese fin dagli anni ‘50 ospita una cinquantina di bombe atomiche B-61: una trentina nella base Usa di Aviano, altre venti in quella italiana di Ghedi.
Entrambe dispiegano le bombe B-61, bombe che saranno sostituite dalle più sofisticate B61-12. Questo sia in violazione dell’art. 11 della Costituzione, sia del Trattato di non profilerazione nucleare.
Ecco perchè il Governo non vuole firmare il Trattato di Proibizione delle armi nucleari.

Occorre dunque ridurre le spese militari e aderire al Trattato internazionale di messa al bando delle armi nucleari, perché non possiamo continuare a far parte di un ombrello di difesa nucleare che ha basato la propria sicurezza sulla disponibilità a distruggere intere popolazioni, forse anche l’intero pianeta.

Sintesi di un intervento di Giorgio Beretta protagonista delle campagne “Contro i mercanti di morte” e “Banche armate”

Export di armi, l’Italia tra i primi 10

Al di là delle analisi geopolitiche, un modo di vedere con numeri quali sono le tendenze mondiali verso conflitti armati è l’analisi del commercio di armi.
Non è ovviamente un sistema di previsione dei prossimi conflitti: indica però quali sono le tendenze e dove possono rivelarsi punti di crisi.

Questa settimana, Il prestigioso Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) ha pubblicato una serie di dati sui trasferimenti di armamenti.
La prima cosa che si nota è che il calo di questo commercio, che era stato forte dalla fine della Guerra Fredda, è da tempo terminato.
Dal 2003, i trasferimenti internazionali di armi da guerra aumentano. In particolare, nel periodo 2013-2017 è stato superiore del 10% rispetto al 2008-2012. In entrambi i quinquenni, il volume di scambi è aumentato in direzione di Medio Oriente e Asia.

I maggiori esportatori sono gli Stati Uniti, con il 35% dell’intero export globale. Seguono la Russia con il 22%, la Francia al 6,7%, la Germania al 5,8% e la Cina con il 5,7%.
L’Italia è in posizione numero nove: il 2,5% dell’export mondiale; nel periodo 2013-2017 una crescita del 13% rispetto ai cinque anni precedenti.
Notevoli sono i balzi delle esportazioni per Israele (55%) e Francia (27%).

Più interessante è notare dove le armi sono andate, per capire quali Paesi sospettano di avere nel loro orizzonte un conflitto potenziale.
Il primo acquirente mondiale è l’India: il 12% del totale. Seguono l’Arabia Saudita (10%, rispetto al 3,4% del 2008-2012), l’Egitto (4,5% quando era all’1,6% nel quinquennio precedente), gli Emirati Arabi Uniti (4,4%), la Cina (4%, in calo dal 5,4%).

Una crescita forte di importazioni di armi tra i due quinquenni è avvenuta nei Paesi del Golfo: in Arabia Saudita del 225%, in Oman del 655%, in Iraq del 118%, in Kuwait del 488%, in Qatar del 166%, negli Emirati del 51%.
Incrementi notevoli si sono registrati anche a Taiwan (261%), in Indonesia (123%), Vietnam (81%), Bangladesh (542%).

I numeri non danno il quadro esatto del riarmo dei diversi Paesi, escludono la produzione interna di ciascuno: la Cina, ad esempio, ha in corso un rafforzamento militare massiccio ma la sue importazioni di armi sono calate del 19%: conta sempre di più sulla produzione domestica.
Sono numeri che però raccontano bene i possibili punti di crisi.

da Il corriere

 

L’Italia in guerra per la “pace”

Italia-in-AfricaOggi il Parlamento vota sulle missioni militari all’estero: 31 le missioni militari italiane per il 2018, con circa 6.400 uomini dislocati in 21 Stati di tre continenti (Europa, Asia, e Africa). Il costo: oltre 1,5 miliardi.

L’Italia in Africa: missione in Niger

Il governo ha spiegato che l’operazione è di vitale importanza e rappresenta la seconda fase di un progetto più ampio pensato soprattutto dal ministro dell’Interno Marco Minniti, ovvero contrastare l’immigrazione nei punti di partenza.

In realtà il Paese africano è più un luogo di snodo che di origine ma rappresenta il collettore di flussi ingenti che finiscono col riversarsi in Libia.

Quella in Niger, ha spiegato Pinotti, «non sarà una missione combat, andiamo lì per addestrare le forze di sicurezza del Paese». E sempre da ieri al fronte dei favorevoli ai nuovi impegni militari, dove già sono allineati Pd, Forza Italia e Ap, si è aggiunta anche la Lega. «Ogni intervento italiano in giro per il mondo, che serve a difendere i confini o l’interesse nazionale, avrà il voto favorevole della Lega» ha spiegato Matteo Salvini.

Ma cosa faranno i soldati italiani in Niger? «Non è una missione combat – ha detto la ministra – né una missione in cui pensiamo di mettere 470 uomini come sentinelle ai confini. Il Niger ha detto di avere un problema nel controllo dei confini, ma non vogliono che li controlliamo noi. Vogliono diventare in grado di controllarli e sentono di avere bisogno di noi».

La missione potrà inoltre contare sui 130 mezzi terrestri, tra i quali anche carri Lince e due aerei per il trasporto truppe e merci. Il contingente comprenderà un gruppo di addestratori, un team sanitario e personale del genio, oltre naturalmente agli uomini addetti all sicurezza della base.

Il ministro degli esteri Angelino Alfano ha invece annunciato uno stanziamento italiano di 100 milioni di euro al Niger, che intensificherà l’azione di contrasto dei flussi di migranti diretti in Italia.

Il contingente italiano non opererà però solo in Niger, ma anche negli altri paesi dell’area che condividono con il governo nigerino gli stessi problemi relativi al traffico di esseri umani e alla presenza di gruppi jihadisti: quindi Mauritania, Nigeria e Benin.

La base delle operazioni italiane sarà un ex fortino della Legione straniera a Madama, al confine con la Libia meridionale, una zona centrale per controllare il traffico di esseri umani che coinvolge i migranti che partono dalla Libia per raggiungere le coste italiane.

La missione in Niger è anche la seconda più costosa approvata dal governo: costerà 30 milioni di euro.

Missione in Libia

E’ la missione in assoluto più costosa: è prevista una spesa di 34,9 milioni di euro.

Ai 370 uomini già impegnati con la missione Ippocrate (spedale a Misurata) e con la Guardia costiera libica, se ne aggiungeranno altri 30 con funzioni sempre con compiti di addestramento alle forze di sicurezza libiche.

Missione in Tunisia

La terza nuova missione si svolgerà in Tunisia nell’ambito delle attività per la sicurezza della NATO. I soldati italiani impiegati, che saranno 60, dovranno sviluppare le capacità dei tunisini di condurre operazioni interforze.

La missione in Tunisia, richiesta alla NATO dallo stesso governo tunisino, costerà poco meno di 5 milioni di euro.

Il governo italiano ha approvato inoltre due nuove piccole missioni – una in Repubblica Centrafricana e l’altra nel Sahara occidentale – e ha rifinanziato gli impegni già presi in Egitto, Somalia e Gibuti.

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