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Cessate il fuoco!

Fermiamo le guerre in Medio Oriente

Da troppo tempo si muore in Siria, in Palestina, in Libia, in Egitto, in Iraq, nello Yemen, nella regione a maggioranza curda … il Medio Oriente ed il Mediterraneo si stanno trasformando in un immenso campo di battaglia.

Ora il rischio della deflagrazione di un conflitto che coinvolga le super potenze mondiali è reale.
Le conseguenze possono essere tragiche ed inimmaginabili.

Milioni di persone, in tutto il mondo, di tutte le culture e religioni, stanno dicendo: “Basta guerre, basta morti, basta sofferenze”.
E noi con loro.

Guerre producono guerre, le cui vittime sono le popolazioni civili, oppresse e private dei propri diritti fondamentali, primo fra tutti il diritto alla vita.

Vanno fermate le armi, bloccate le vendite a chi è in guerra. Ora, subito.
Va fatto rispettare il diritto internazionale: è la sola condizione per proteggere la popolazione civile, fermare l’oppressione e l’occupazione, attivare la mediazione tra le parti in conflitto.

Non si può più attendere e rinviare decisioni e responsabilità.
Il limite è superato da tempo.

Ora, subito, bisogna aiutare le vittime, curare i feriti, soccorrere chi fugge dall’orrore. Poi bisognerà punire i responsabili, riconoscere alle popolazioni i loro diritti e sostenerle nel percorso democratico, civile, di liberazione.

Noi ci rivolgiamo all’Unione Europea che deve prendere un’azione politica forte di pacificazione coerente con principi e valori fissati nel Trattato, nella Carta Europea dei Diritti  Umani, negli Accordi e nelle Convenzioni internazionali. L’Unione Europea faccia da mediazione e riporti al dialogo gli Stati Uniti e la Russia.

Chiediamo al nostro paese di essere protagonista di pace, di mettere in atto il “ripudio della guerra” non concedendo le basi per operazioni militari e di avviare una politica di pace nel Mediterraneo.

Nessuno deve sentirsi impotente.
Questo è il momento per tutti di agire per la riconciliazione.

Noi faremo la nostra parte, con le campagne per il disarmo, con gli interventi civili di pace, con la diplomazia dal basso, con il sostegno a chi opera per la pace anche dentro ai conflitti, per dare voce a chi crede ancora nella fratellanza e nella nonviolenza.

Ora,subito.

Rete della Pace

Siria: Usate armi chimiche?

Quando si vuole dare ragione alla propria guerra di potere aggressiva, brutale e distruttrice non c’è che usare la stessa violenza di potere  per raccontare false verità.

Una domanda.

Dicono di avere colpito anche due siti di produzione di armi; ma se veramente colpissero le armi chimiche nascoste di Assad quale disastro succederebbe?

Ecco un sito militare specializzato, Analisi Difesa, che sulle armi chimiche scrive ciò che altrove non leggo: http://www.analisidifesa.it/2018/04/siria-le-fake-news-sulle-armi-chimiche-per-creare-il-casus-belli/

Un sito che non ha problemi a dire la verità perché non ha interessi particolari da difendere o da propagandare; afferma che le armi chimiche si usano per provocare effetti devastanti su larga scala, per provocare migliaia di morti. Un loro uso “limitato” militarmente non ha senso.

Quando le armi chimiche si usano veramente (e Saddam le ha usate con la complicità degli Usa e dell’Occidente) gli effetti sono su larga scala. 

La città curda di Halabja (il 16 marzo 1988) venne attaccata con armi chimiche e le vittime in poche ore furono 5 mila vittime.

Le armi chimiche non fanno più male di quelle convenzionali: essere spappolato un un’esplosione non è più piacevole. La riprovazione nasce dal fatto che sono armi di distruzione di massa e quindi sono indiscriminate, violando il principio di tutela dei civili in guerra, previsto dalle Convenzioni di Ginevra.

Dobbiamo cercare – noi per primi – di fare quell’azione di ricerca della verità che si è smarrita, a tutto vantaggio della propaganda.

Spese militari ed Export di armi

In questi anni c’é un boom nella produzione e nell’esportazione di armamenti

C’è un’evidente decisione politica, che si può far risalire al 2006 con diversi governi protagonisti. Il suo compimento l’ha trovato nella nomina di Mauro Moretti ad amministratore delegato di Finmeccanica (divenuta poi Leonardo, ndr), che ha proceduto alla riorganizzazione delle controllate per una migliore integrazione ma soprattutto alla cessione di settori civili molto rilevanti, non ritenuti strategici.

Sono state invece mantenute e rafforzate quelle del settore militare: aerospazio, difesa e sicurezza. Questi settori per essere competitivi non possono limitarsi alle commesse del ministro della Difesa, ma devono trovare nuovi mercati extraeuropei, come i Paesi ricchi di petrolio e altre risorse del Golfo persico, le ex repubbliche sovietiche, quelli del Subcontinente indiano e dell’Africa subsahariana.

Poco importa se retti da monarchie assolute come i Paesi arabi, da dittature “paternaliste” come Turkmenistan e Kazakistan, da regimi dispotici come l’Angola, oppure se siano in conflitto fra loro come India e Pakistan o poverissimi come le Filippine: conta fare affari, sono questi a garantire la sopravvivenza della nostra industria militare. In gran parte a controllo statale, che fa affari privati ma ha costi pubblici.

Questo comporta scelte che i singoli Stati non sono ancora disposti a fare: da un lato la necessità di progettare la difesa europea come realtà integrata e omogenea, dall’altro di pensare all’industria militare non in una funzione proiettiva nei mercati esteri ma commisurata alle nostre effettive esigenze.

Quello che si sta facendo, anche con la “Cooperazione strutturata e permanente” (Pesco), non va verso la riorganizzazione e ristrutturazione delle industrie militari nazionali, tagliando e riconvertendo settori obsoleti, ma è un ulteriore finanziamento alle industrie dei vari Paesi dell’UE.

Per ciò che riguarda il controllo delle esportazioni l’Italia, che pur ha una delle migliori leggi in materia, la 185/90 ha optato per la scarsa trasparenza, manca un adeguato controllo da parte del Parlamento.

Rendendo note queste informazioni, che devono essere dettagliate e precise, il governo si esporrebbe non solo alla critica di altri Paesi, ma del nostro Parlamento e delle nostre associazioni.
Per questo la relazione che invia al Parlamento riporta solo i valori complessivi delle autorizzazioni rilasciate e delle consegne effettuate a ciascun Paese estero e i generici sistemi militari, come ad esempio velivoli, navi e così via. Ma un conto è una nave per lo sminamento, altro è una fregata con sistemi missilistici. Un conto è un elicottero per il soccorso marino, altro un Mangusta con capacità d’attacco al suolo.
C’è da chiedersi poi perché non ci indigniamo per le nostre bombe sganciate dai sauditi sui civili in Yemen.

In un periodo di precarietà e insicurezza economica le persone tendono a cercare di risolvere problemi che sentono più pressanti come quello del lavoro.

I media spettacolarizzano determinati problemi – es.: l’immigrazione – ma raramente aiutano a riflettere sulle cause e le connessioni, fra cui proprio quella delle forniture militari a regimi dispotici e in zone di conflitto.

Va anche rilevata una progressiva erosione del movimento pacifista, che da una parte non trova nella controparte politica l’attenzione necessaria, dall’altra è emarginato dai media. Sui canali Rai, ma non solo si è parlato pochissimo di cacciabombardieri F35 e delle bombe della RWM finite in Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen.

Cresce anche la Spesa militare, con alcuni trucchi

Nei dati contenuti negli allegati della previsione alla legge di bilancio si scopre che nel 2018 il Ministero dello Sviluppo Economico sborsa 3,5 miliardi di euro per l’acquisto di armamenti militari (+ 5% rispetto al 2017). 
Un importo che rappresenta il 71,5% dell’intero budget dedicato alla competitività e allo sviluppo delle imprese italiane.
Ma quale sviluppo economico si vuole avere quando vi è questa sproporzione di ”investimento” per un settore che contribuisce allo 0,8% del Pil, mentre alle piccole e medie che sul prodotto interno lordo pesano per il 50%, restano le briciole.

Questi dati sono stati rivelati dall’Osservatorio sulle spese militari italiane nel 2° “Rapporto Mil€x” (progetto lanciato nel 2016 dal giornalista del Fatto Quotidiano Enrico Piovesana e da Francesco Vignarca di RID).
Senza questo strumento di monitoraggio indipendente sarebbe più difficile sapere che nel suo complesso la spesa militare italiana per l’anno in corso ammonta a 25 miliardi di euro: l’1,4% del Pil, il 4% in più rispetto al 2017.
Un trend di crescita avviato dal governo Renzi (+ 8,6% rispetto al 2015) che non sembra volersi arrestare.
Nel 2018 continuano ad aumentare anche le spese per gli armamenti: 5,7 miliardi, l’88% in più rispetto a tre legislature fa.

Delle spese per armamenti l’80% finisce nelle casse di Leonardo (ex Finmeccanica, al cui vertice siede l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro).
Fincantieri, negli ultimi anni ha ottenuto 5,4 miliardi di euro grazie alla nuova legge navale.
Fiat Iveco incassa per tutto ciò che riguarda i mezzi terrestri dell’Esercito e la Piaggio Aerospace (azienda ligure, di proprietà degli Emirati Arabi) anche per costruire i droni armati P2HH.

A cosa servono le “Missioni di pace”?

Nel documento programmatico pluriennale della Difesa del 2016 è scritto, nero su bianco, che i fondi per le missioni stanziati dal ministero dell’Economia (1,3 miliardi nel 2018) servono per far fronte alla quasi totalità delle spese di esercizio, ovvero per garantire la manutenzione dei mezzi e l’addestramento del personale.
L’Italia si sta sempre di più buttando in queste missioni (l’ultima in ordine di tempo è quella in Niger) perché per la Difesa è l’unico modo di incamerare risorse che altrimenti non avrebbe.
E questo colpisce il sistema democratico.

Il “Rapporto Mil€x” cita sia i 192 milioni all’anno di contributo alla NATO sia i 43 milioni per la base militare a Gibuti, la prima fuori dai confini dopo la fine del colonialismo come quella relativa all’accordo di “Condivisione nuclerare” con gli USA.
Il nostro Paese fin dagli anni ‘50 ospita una cinquantina di bombe atomiche B-61: una trentina nella base Usa di Aviano, altre venti in quella italiana di Ghedi.
Entrambe dispiegano le bombe B-61, bombe che saranno sostituite dalle più sofisticate B61-12. Questo sia in violazione dell’art. 11 della Costituzione, sia del Trattato di non profilerazione nucleare.
Ecco perchè il Governo non vuole firmare il Trattato di Proibizione delle armi nucleari.

Occorre dunque ridurre le spese militari e aderire al Trattato internazionale di messa al bando delle armi nucleari, perché non possiamo continuare a far parte di un ombrello di difesa nucleare che ha basato la propria sicurezza sulla disponibilità a distruggere intere popolazioni, forse anche l’intero pianeta.

Sintesi di un intervento di Giorgio Beretta protagonista delle campagne “Contro i mercanti di morte” e “Banche armate”

Export di armi, l’Italia tra i primi 10

Al di là delle analisi geopolitiche, un modo di vedere con numeri quali sono le tendenze mondiali verso conflitti armati è l’analisi del commercio di armi.
Non è ovviamente un sistema di previsione dei prossimi conflitti: indica però quali sono le tendenze e dove possono rivelarsi punti di crisi.

Questa settimana, Il prestigioso Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) ha pubblicato una serie di dati sui trasferimenti di armamenti.
La prima cosa che si nota è che il calo di questo commercio, che era stato forte dalla fine della Guerra Fredda, è da tempo terminato.
Dal 2003, i trasferimenti internazionali di armi da guerra aumentano. In particolare, nel periodo 2013-2017 è stato superiore del 10% rispetto al 2008-2012. In entrambi i quinquenni, il volume di scambi è aumentato in direzione di Medio Oriente e Asia.

I maggiori esportatori sono gli Stati Uniti, con il 35% dell’intero export globale. Seguono la Russia con il 22%, la Francia al 6,7%, la Germania al 5,8% e la Cina con il 5,7%.
L’Italia è in posizione numero nove: il 2,5% dell’export mondiale; nel periodo 2013-2017 una crescita del 13% rispetto ai cinque anni precedenti.
Notevoli sono i balzi delle esportazioni per Israele (55%) e Francia (27%).

Più interessante è notare dove le armi sono andate, per capire quali Paesi sospettano di avere nel loro orizzonte un conflitto potenziale.
Il primo acquirente mondiale è l’India: il 12% del totale. Seguono l’Arabia Saudita (10%, rispetto al 3,4% del 2008-2012), l’Egitto (4,5% quando era all’1,6% nel quinquennio precedente), gli Emirati Arabi Uniti (4,4%), la Cina (4%, in calo dal 5,4%).

Una crescita forte di importazioni di armi tra i due quinquenni è avvenuta nei Paesi del Golfo: in Arabia Saudita del 225%, in Oman del 655%, in Iraq del 118%, in Kuwait del 488%, in Qatar del 166%, negli Emirati del 51%.
Incrementi notevoli si sono registrati anche a Taiwan (261%), in Indonesia (123%), Vietnam (81%), Bangladesh (542%).

I numeri non danno il quadro esatto del riarmo dei diversi Paesi, escludono la produzione interna di ciascuno: la Cina, ad esempio, ha in corso un rafforzamento militare massiccio ma la sue importazioni di armi sono calate del 19%: conta sempre di più sulla produzione domestica.
Sono numeri che però raccontano bene i possibili punti di crisi.

da Il corriere

 

L’Italia in guerra per la “pace”

Italia-in-AfricaOggi il Parlamento vota sulle missioni militari all’estero: 31 le missioni militari italiane per il 2018, con circa 6.400 uomini dislocati in 21 Stati di tre continenti (Europa, Asia, e Africa). Il costo: oltre 1,5 miliardi.

L’Italia in Africa: missione in Niger

Il governo ha spiegato che l’operazione è di vitale importanza e rappresenta la seconda fase di un progetto più ampio pensato soprattutto dal ministro dell’Interno Marco Minniti, ovvero contrastare l’immigrazione nei punti di partenza.

In realtà il Paese africano è più un luogo di snodo che di origine ma rappresenta il collettore di flussi ingenti che finiscono col riversarsi in Libia.

Quella in Niger, ha spiegato Pinotti, «non sarà una missione combat, andiamo lì per addestrare le forze di sicurezza del Paese». E sempre da ieri al fronte dei favorevoli ai nuovi impegni militari, dove già sono allineati Pd, Forza Italia e Ap, si è aggiunta anche la Lega. «Ogni intervento italiano in giro per il mondo, che serve a difendere i confini o l’interesse nazionale, avrà il voto favorevole della Lega» ha spiegato Matteo Salvini.

Ma cosa faranno i soldati italiani in Niger? «Non è una missione combat – ha detto la ministra – né una missione in cui pensiamo di mettere 470 uomini come sentinelle ai confini. Il Niger ha detto di avere un problema nel controllo dei confini, ma non vogliono che li controlliamo noi. Vogliono diventare in grado di controllarli e sentono di avere bisogno di noi».

La missione potrà inoltre contare sui 130 mezzi terrestri, tra i quali anche carri Lince e due aerei per il trasporto truppe e merci. Il contingente comprenderà un gruppo di addestratori, un team sanitario e personale del genio, oltre naturalmente agli uomini addetti all sicurezza della base.

Il ministro degli esteri Angelino Alfano ha invece annunciato uno stanziamento italiano di 100 milioni di euro al Niger, che intensificherà l’azione di contrasto dei flussi di migranti diretti in Italia.

Il contingente italiano non opererà però solo in Niger, ma anche negli altri paesi dell’area che condividono con il governo nigerino gli stessi problemi relativi al traffico di esseri umani e alla presenza di gruppi jihadisti: quindi Mauritania, Nigeria e Benin.

La base delle operazioni italiane sarà un ex fortino della Legione straniera a Madama, al confine con la Libia meridionale, una zona centrale per controllare il traffico di esseri umani che coinvolge i migranti che partono dalla Libia per raggiungere le coste italiane.

La missione in Niger è anche la seconda più costosa approvata dal governo: costerà 30 milioni di euro.

Missione in Libia

E’ la missione in assoluto più costosa: è prevista una spesa di 34,9 milioni di euro.

Ai 370 uomini già impegnati con la missione Ippocrate (spedale a Misurata) e con la Guardia costiera libica, se ne aggiungeranno altri 30 con funzioni sempre con compiti di addestramento alle forze di sicurezza libiche.

Missione in Tunisia

La terza nuova missione si svolgerà in Tunisia nell’ambito delle attività per la sicurezza della NATO. I soldati italiani impiegati, che saranno 60, dovranno sviluppare le capacità dei tunisini di condurre operazioni interforze.

La missione in Tunisia, richiesta alla NATO dallo stesso governo tunisino, costerà poco meno di 5 milioni di euro.

Il governo italiano ha approvato inoltre due nuove piccole missioni – una in Repubblica Centrafricana e l’altra nel Sahara occidentale – e ha rifinanziato gli impegni già presi in Egitto, Somalia e Gibuti.

Una manifestazione contro le merci ignobili: le armi nucleari

NO-armi-nucleari20 gennaio 2018 – manifestazione nazionale a Ghedi e alla sua aerobase

L’Italia aderisca al Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), adottato il 7 luglio 2017 dall’ONU (122 paesi), come chiede ICAN – Premio Nobel per la pace e come esige il rispetto del Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari già ratificato dall’Italia nel 1975.

  • Via le armi atomiche da Ghedi e dagli altri siti nucleari sul suolo italiano.
  • Per l’abolizione ovunque delle armi atomiche.
  • Per non essere complici di atti di sterminio nucleare e per non subire esplosioni o incidenti atomici.
  • Opponiamoci alla NATO che pianifica devastazioni atomiche e non vuole il Trattato.
  • Basta guerre comunque le si chiamino.
  • Chiudere tutte le basi straniere in Italia e tutte le basi italiane all’estero
  • Cessare le cosiddette “missioni militari di pace”
  • Riconvertire le risorse utilizzate per la ricerca e la produzione militare e trasferire le spese militari ai settori civili (ambiente, salute, lavoro)

Nel dicembre 2017, nelle città di Bergamo, Brescia, Camp Darby, Castellamare del Golfo, Crema, Firenze, Genova, Ghedi, Ivrea, Milano, Novara, Padova, Pisa, Roma, Torino, Trieste, Vicenza, Varese, ecc. si sono svolte manifestazioni per mettere al bando le armi nucleari, ora rilanciamo con:

MANIFESTAZIONE A GHEDI E ALLA SUA AEROBASE
Sabato 20 gennaio 2018
ore 13 Concentramento a Ghedi – piazza Roma

Corteo alla RWM (fornitrice di Bombe all’Arabia Saudita usate contro i civili in Yemen)
ore 15 Manifestazione alla Aerobase di Ghedi
Vedi volantino: Mani a Ghedi
———————–

La recente crisi dei missili tra Corea del Nord e USA, con scambi di minacce di reciproco incenerimento atomico, ha riportato l’attenzione sul problema nucleare per troppo tempo messo deliberatamente in sordina dai mezzi di comunicazione di massa.

Il panorama che abbiamo di fronte è terrificante. Sono ancora circa 15400 le armi nucleari presenti (7485 in mano a paesi NATO: USA, Francia e GB, 7300 alla Russia, 260 alla Cina, almeno 260 tra Pakistan ed India, ma è in corso un rapido aumento per entrambi, 80 ad Israele e 8 alla Corea del Nord).

Di queste armi, 4200 sono schierate con le forze operative e 1800 sono pronte all’uso e in grado, a partire da sottomarini, silos missilistici, navi e aeroporti, di raggiungere gli obiettivi in una manciata di minuti.
La loro potenza distruttiva è gigantesca (come 500.000 bombe di Hiroshima, una tonnellata di tritolo per ogni abitante del pianeta), capace di portare alla estinzione dell’umanità e addirittura della vita sulla terra.

Giustamente ha destato allarme l’effettuazione del sesto esperimento atomico nordcoreano, ma non è tollerabile che l’intimazione a smettere sia venuta dagli USA che nel 1945 annichilì con bombe atomiche 2 città e 200.000 persone, e che di esperimenti, anche in atmosfera, ne ha fatti più di 1000, su 2200.

Gli scienziati nel 1947 idearono “l’orologio dell’Apocalisse” che misura il pericolo della catastrofe nucleare. Oggi siamo a 2 minuti e mezzo dalla mezzanotte, cioè dalla fine.
Solo nei periodi 1953-59 e nel 1985-87 abbiamo rischiato così tanto, e le criticità oggi sono più d’una.

  1. Trump ha minacciato un primo colpo atomico decapitante contro le forze nordcoreane, ma la Cina non potrebbe tollerare un attacco nucleare ai suoi confini, sarebbe la guerra termonucleare mondiale! Pyongyang ha minacciato a sua volta un attacco al territorio USA.
  2. A fronte del confronto NATO-Russia sull’Ucraina e sulla Siria, da qualche anno Washington e Mosca si scambiano accuse reciproche di sperimentare armi che violerebbero il Trattato INF che ha eliminato gli Euromissili e gli USA procedono nella installazione dello “Scudo antimissile” di fatto in violazione dell’ABM cioè del pilastro che garantisce la deterrenza reciproca.
  3. Trump ha deciso di cestinare l’Accordo sul nucleare con l’Iran e ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele, tutto ciò prelude a nuove ipotesi di guerra contro l’Iran a fianco di Israele ed Arabia Saudita.
  4. Il conflitto, a volte degenerato in armato, tra India e Pakistan, si accompagna ad una pericolosa accelerazione della corsa locale alle armi nucleari.
  5. Prosegue a suon di miliardi l’innovazione delle armi nucleari che le rende più vicine ad essere usate. A questo si aggiunge lo sviluppo di sistemi che rendono autonome le armi dalle decisioni umane, nonché l’estensione della cyberwar, elementi che avvicinano la possibilità di guerra atomica anche per errore (già in passato alcuni errori ci hanno fatto sfiorare la catastrofe).

Il Potere nucleare è la quintessenza del potere verticistico politico e militare, è l’antitesi della democrazia, la negazione dei più elementari diritti umani e dunque della giustizia sociale.
E’ potere esclusivo, chiuso, segreto, che esercita il diritto di vita o di morte su tutti noi.
E’ il potere che, per mantenere e rafforzare il suo dominio, brucia enormi risorse nella folle corsa al riarmo sottraendole ai bisogni fondamentali dell’umanità accrescendo così gli squilibri socioeconomici e ambientali su scala globale.

Per questo è urgente che l’umanità abolisca le armi nucleari così come ha già ha messo al bando le altre armi di distruzione di massa chimiche e biologiche.

Oggi abbiamo uno strumento in più: all’ONU il 7 luglio 2017 è stato adottato uno storico Trattato che proibisce gli ordigni atomici; promosso da 122 nazioni che non possiedono il nucleare, contro la volontà delle 9 nazioni che possiedono la “Bomba” e della NATO che lo ha nettamente rifiutato.

Un movimento mondiale disarmista, organizzato attorno ad ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) insignito del Premio Nobel per la Pace 2017, ha reso concreta la speranza che l’Umanità riesca finalmente a liberarsi dalla più terribile minaccia alla sua sopravvivenza.

Scienziate e scienziati, Parlamento Europeo, Papa Francesco e leader di altre religioni si sono espressi affinché si giungesse al Trattato e perché sia ora ratificato da tutti, ci indigna così ancor di più il fatto che il Governo italiano abbia ostacolato questo processo e che ora resista alla sua ratifica.

Anche in Italia, nonostante il Trattato di Non Proliferazione, sono dispiegate armi atomiche USA, pronte ad incenerire milioni di persone, negli 11 porti in cui attracca naviglio della VI flotta e nelle aerobasi di Ghedi e di Aviano.

In queste ultime le B-61 saranno presto sostituite dalle bombe all’idrogeno B-61-12 che saranno montate sui net-centrici cacciabombardieri stealth F35, assemblati da Leonardo a Cameri.

Noi diciamo che questo è inaccettabile ed invitiamo tutti a protestare a Ghedi il 20 gennaio 2018.

… la vocazione neocolonialista degli ultimi governi

Voto-pacifista«Per una campagna elettorale pacifista in nome del mai rispettato articolo 11 della Costituzione repubblicana»

Mentre il governo italiano, sempre più convinto della sua vocazione neo-colonialista sposta truppe addirittura in Niger, dopo aver stipulato patti indecenti con i predoni libici per fermare i poveri migranti, la campagna elettorale che si sta mettendo in moto sembra aver dimenticato come il tema della pace dovrebbe costituire uno degli assi portanti nel dibattito politico.

Risulta così necessario far presente come debba essere, in questa circostanza, ritenuta necessaria la centralità dell’articolo 11 della Costituzione Repubblicana: articolo che, nel corso di questi anni, è sicuramente quello che ha subìto il maggior numero di violazioni da parte di tutti i governi e di tutte le maggioranze parlamentari.

Serve una campagna elettorale pacifista e proprio per sottolineare questa necessità mi permetto di far seguire un recentissimo aggiornamento – 8 dicembre 2017 (da «Guerre nel Mondo») – sui conflitti in corso in tutto il Pianeta.

Conflitti attualmente in corso  

AFRICA:

(29 Stati e 241 coinvolti tra milizie-guerrigliere, gruppi terroristi- separatisti)

Punti Caldi: Egitto (guerra contro militanti islamici ramo Stato Islamico), Libia (guerra civile in corso), Mali (scontri tra esercito e gruppi ribelli), Mozambico (scontri con ribelli RENAMO), Nigeria (guerra contro i militanti islamici), Repubblica Centrafricana (spesso avvengono scontri armati tra musulmani e cristiani), Repubblica Democratica del Congo (guerra contro i gruppi ribelli), Somalia (guerra contro i militanti islamici di al-Shabaab), Sudan (guerra contro i gruppi ribelli nel Darfur), Sud Sudan (scontri con gruppi ribelli)

ASIA:

(16 Stati e 171 coinvolti tra milizie-guerriglieri, gruppi terroristi-separatisti)

Punti Caldi: Afghanistan (guerra contro i militanti islamici), Birmania-Myanmar (guerra contro i gruppi ribelli), genocidio del popolo Rohyngia, Filippine (guerra contro i militanti islamici), Pakistan (guerra contro i militanti islamici), Thailandia (colpo di Stato dell’esercito Maggio 2014). Oltre naturalmente agli esprimenti nucleari in corso da parte della Corea del Nord.

EUROPA:

(9 Stati e 81 coinvolti tra milizie-guerriglieri, gruppi terroristi-separatisti)

Punti Caldi: Cecenia (guerra contro i militanti islamici), Daghestan (guerra contro i militanti islamici), Ucraina (Secessione dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk e dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk), Nagorno-Karabakh (scontri tra esercito Azerbaijan contro esercito Armenia e esercito del Nagorno-Karabakh)

MEDIO ORIENTE:

(7 Stati e coinvolti 254 tra milizie-guerriglieri, gruppi terroristi-separatisti)

Punti Caldi: Iraq (guerra contro i militanti islamici dello Stato Islamico), Israele (guerra contro i militanti islamici nella Striscia di Gaza), Siria (guerra civile), Yemen (guerra contro e tra i militanti islamici)

AMERICHE:

(6 Stati e coinvolti 27 tra cartelli della droga, milizie-guerrigliere, gruppi terroristi-separatisti-anarchici)

Punti Caldi: Colombia (guerra contro i gruppi ribelli), Messico (guerra contro i gruppi del narcotraffico)

TOTALI

Totale degli Stati coinvolti nelle guerre 67
Totale Milizie-guerriglieri e gruppi terroristi-separatisti- coinvolti 777

Regioni e province autonome che lottano per l’Indipendenza:

Africa 8:
Regione o Provincia autonoma
che lotta per l’Indipendenza
Nazione
Cabinda Angola
Ogaden
Oromo
Etiopia
Cirenaica Libia
Sahara Occidentale Marocco
Biafra Nigeria
Somaliland Somalia
Darfur Sudan
Asia 21:
Regione o Provincia autonoma
che lotta per l’Indipendenza
Nazione
Kachin
Karen
Stato Shan Nord
Stato Shan Sud
Stato Chin
New Mon State
Palaung State
United Wa State
Birmania-Myanmar
Kashmir
Karen
Orissa
Nagaland
Assam
Bodoland
Tripura
Gorkhaland
India
Papua
Aceh
Indonesia
Balochistan Pakistan
Tamil Sri Lanka
Patani Malay Nation Thailandia
Europa 12:
Regione o Provincia autonoma
che lotta per l’Indipendenza
Nazione
Nagorno-Karabakh Azerbaijan
Corsica Francia
Abkhazia
Sud Ossezia
Georgia
Repubblica di Illiria Macedonia-Fyrom
Trasnistria Moldavia
Irlanda del Nord
Scozia
Regno Unito
Cecenia Russia
Paesi Baschi
Catalogna
Spagna
Stati Federali Europei di Novorossia
(unione dell’Autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk e della
Autoproclamata Repub.Pop.di Lugansk
Ucraina
Medio Oriente  2
Regione o Provincia autonoma
che lotta per l’Indipendenza
Nazione
Kurdistan Iran, Iraq, Turchia
Palestina Israele

Franco Astengo

Il vero libro esplosivo è a firma Trump

TrumpTutti parlano del libro esplosivo su Trump, con rivelazioni sensazionali di come Donald si fa il ciuffo, di come lui e la moglie dormono in camere separate, di cosa si dice alle sue spalle nei corridoi della Casa Bianca, di cosa ha fatto suo figlio maggiore che, incontrando una avvocatessa russa alla Trump Tower di New York, ha tradito la patria e sovvertito l’esito delle elezioni presidenziali.

Quasi nessuno, invece, parla di un libro dal contenuto veramente esplosivo, uscito poco prima a firma del presidente Donald Trump: «Strategia della sicurezza nazionale degli Stati uniti».
È un documento periodico redatto dai poteri forti delle diverse amministrazioni, anzitutto da quelli militari. Rispetto al precedente, pubblicato dall’amministrazione Obama nel 2015, quello dell’amministrazione Trump contiene elementi di sostanziale continuità.

Basilare il concetto che, per «mettere l’America al primo posto perché sia sicura, prospera e libera», occorre avere «la forza e la volontà di esercitare la leadership Usa nel mondo».
Lo stesso concetto espresso dall’amministrazione Obama (così come dalle precedenti): «Per garantire la sicurezza del suo popolo, l’America deve dirigere da una posizione di forza».

Rispetto al documento strategico dell’amministrazione Obama, che parlava di «aggressione russa all’Ucraina» e di «allerta per la modernizzazione militare della Cina e per la sua crescente presenza in Asia», quello dell’amministrazione Trump è molto più esplicito: «La Cina e la Russia sfidano la potenza, l’influenza e gli interessi dell’America, tentando di erodere la sua sicurezza e prosperità».

In tal modo gli autori del documento strategico scoprono le carte mostrando qual è la vera posta in gioco per gli Stati uniti: il rischio crescente di perdere la supremazia economica di fronte all’emergere di nuovi soggetti statuali e sociali, anzitutto Cina e Russia le quali stanno adottando misure per ridurre il predominio del dollaro che permette agli Usa di mantenere un ruolo dominante, stampando dollari il cui valore si basa non sulla reale capacità economica statunitense ma sul fatto che vengono usati quale valuta globale.

«Cina e Russia – sottolinea il documento strategico – vogliono formare un mondo antitetico ai valori e agli interessi Usa. La Cina cerca di prendere il posto degli Stati uniti nella regione del Pacifico, diffondendo il suo modello di economia a conduzione statale. La Russia cerca di riacquistare il suo status di grande potenza e stabilire sfere di influenza vicino ai suoi confini. Mira a indebolire l’influenza statunitense nel mondo e a dividerci dai nostri alleati e partner».

Da qui una vera e propria dichiarazione di guerra: «Competeremo con tutti gli strumenti della nostra potenza nazionale per assicurare che le regioni del mondo non siano dominate da una singola potenza», ossia per far sì che siano tutte dominate dagli Stati uniti.

Fra «tutti gli strumenti» è compreso ovviamente quello militare, in cui gli Usa sono superiori. Come sottolineava il documento strategico dell’amministrazione Obama, «possediamo una forza militare la cui potenza, tecnologia e portata geostrategica non ha eguali nella storia dell’umanità; abbiamo la Nato, la più forte alleanza del mondo».

La «Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti», a firma Trump, coinvolge quindi l’Italia e gli altri paesi europei della Nato, chiamati a rafforzare il fianco orientale contro l’«aggressione russa», e a destinare almeno il 2% del pil alla spesa militare e il 20% di questa all’acquisizione di nuove forze e armi.
L’Europa va in guerra, ma non se ne parla nei dibattiti televisivi: questo non è un tema elettorale.

Comitato promotore della campagna #NO GUERRA #NO NATO Italia

In Yemen non c’è un conflitto armato

armi-italianeI recenti casi di palese violazione della legge 185/90 che vieta la vendita di armi ai paesi in conflitto armato hanno trovato nel Governo e nel Ministro della difesa l’assurda giustificazione che in realtà nello Yemen non c’è conflitto armato in quanto non dichiarato.

I numeri della tragedia ignorata dalla nostra ministra: oltre 50.000 le vittime civili in due anni di guerra, tra questi migliaia i bambini; circa 3 milioni gli sfollati; oltre 200,000 i casi di colera; 7 milioni gli yemeniti vicini alla morte per fame a causa del blocco imposto dal regime saudita; … oltre ai grandi disastri ambientali.

La legge 185/1990, all’articolo 1, chiede che le esportazioni di armi siano conformi alla politica estera e di difesa italiana.
Se queste sono innervate dai concetti contenuti nel Nuovo Modello di Difesa del 1991, che violando l’articolo 11 della Costituzione, giustifica interventi armati ovunque nel mondo siano in discussione i nostri interessi, è evidente che, per estensione ciò rende legittime le esportazioni a nostri alleati, che combattono magari le nostre stesse battaglie.

Non sto ovviamente giustificando questo comportamento, voglio solo dire che la legge 185 approvata nel 1990, è stata messa in scacco dall’introduzione del Nuovo Modello di Difesa, via via implementato fino al disegno di legge della Pinotti relativo al nuovo Libro Bianco della Difesa.

A dimostrazione di ciò che dico vi è il flusso di armi e sistemi militari venduto agli USA.
Si è per caso interrotto durante, chessò, la Guerra contro la ex Jugoslavia del 1999 o quella dell’Afghanistan del 2001, o dell’Iraq del 2003, e così via?

No.

Nonostante tutti questi conflitti siano grondanti sangue e vittime, gli USA sono nostri alleati, dunque nessuna limitazione.

Non è un caso che il Nuovo Modello di Difesa fu introdotto a cavallo della prima Guerra del Golfo, a sancire una nuova era della Guerra anche per il nostro Paese, a dispetto di una Costituzione pacifista nata per evitare altre guerre. Stessa sorte dello Statuto ONU, che voleva salvaguardare le future generazioni dal flagello della Guerra.

Dunque la battaglia principale che dobbiamo sostenere è per un diverso Modello di Difesa, non aggressivo, che vieti la proiezione delle ”Forze armate” fuori dai confini, dotato solo di armi difensive (ad esempio non di portaerei o F35, ecc.), denuclearizzato, ecc..

Che superi alleanze belliciste come la NATO o lo strumento europeo di Difesa così come viene avanti, con le sue capacità di proiezione all’estero.

E questo è urgentissimo, e dovrebbe camminare assieme alla creazione del Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta.

Io temo che le vertenze legali aperte sul caso delle bombe dell’Arabia Saudita si concludano con una archiviazione, così come è avvenuto del nostro esposto sui caccia-addestratori AleniaAermacchi venduti ad Israele.

C’è poi la questione dell’embargo sulla vendita di armi, non esistente né per l’Arabia Saudita, né per Israele. Questo la dice lunga su come è messo l’ONU.

La nostra Costituzione pacifista aveva per noi messo fine alla seconda guerra mondiale. Ora dobbiamo mettere fine alla nuova ”guerra mondiale a pezzi” con un nuovo corpo di leggi nazionali e internazionali che siano all’altezza delle minacce all’umanità.

Se non lo facciamo abdichiamo ad un nostro preciso dovere.

Mimmo Cortese di OPAL, Brescia.

Donne globali, l’Italia ha un piano

Non-unaIl movimento Ni Una Menos“, che da due anni solca le strade di mezzo mondo, ha conosciuto anche l’adesione italiana.
Sorto come una delle sorprese più vitali del 2016, quando per la prima volta il 26 novembre il progetto “Non Una Di Meno” ha esordito in piazza a Roma insieme a migliaia di donne, si è poi consolidato attraverso assemblee regionali e cittadine che hanno lavorato alacremente lungo tutto il 2017.

Tavoli di lavoro per temi e la preparazione del grande sciopero globale organizzato per l’8 marzo, l’intento iniziale è stato rispettato: il Piano femminista antiviolenza contro la violenza maschile, nelle sue 57 fitte pagine, è stato presentato non più di un mese fa, alla vigilia del secondo appuntamento romano per la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

In principio con la collaborazione tra Di.Re, Udi e la rete Io Decido, “Non Una Di Meno” ha raccolto da subito il consenso di molti collettivi e gruppi che si sono riconosciuti nel denominatore comune della libertà femminile per fare arretrare la miseria del vittimismo in tema di violenza maschile contro le donne. (Vedi: Sulla violenza, ancora)
Ma, soprattutto il riconoscimento del confrontarsi tra pratiche diverse, diventando «casa delle differenze», ha segnato il punto di una serie di battaglie.
Prima fra tutte quella di collocarsi nell’ambito internazionale, globale di un femminismo che trova la sua rigenerazione non azzerando ciò che è stato ma augurandosi di trovare maggiori intersezioni possibili.

Leggendo il Piano antiviolenza si scopre un documento politico capace di fotografare il presente e la sua complessità: tra lavoro, scuola, welfare, ambiente e tanto altro, seguendo il saldo protagonismo delle donne che non cede mai il passo all’automoderazione e alla convenienza partitica ma interroga costantemente i guadagni del femminismo per fare circolare una scommessa di civiltà.

Per tutte e tutti.

Alessandra Pigliaru

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