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L’Italia in guerra per la “pace”

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Italia-in-AfricaOggi il Parlamento vota sulle missioni militari all’estero: 31 le missioni militari italiane per il 2018, con circa 6.400 uomini dislocati in 21 Stati di tre continenti (Europa, Asia, e Africa). Il costo: oltre 1,5 miliardi.

L’Italia in Africa: missione in Niger

Il governo ha spiegato che l’operazione è di vitale importanza e rappresenta la seconda fase di un progetto più ampio pensato soprattutto dal ministro dell’Interno Marco Minniti, ovvero contrastare l’immigrazione nei punti di partenza.

In realtà il Paese africano è più un luogo di snodo che di origine ma rappresenta il collettore di flussi ingenti che finiscono col riversarsi in Libia.

Quella in Niger, ha spiegato Pinotti, «non sarà una missione combat, andiamo lì per addestrare le forze di sicurezza del Paese». E sempre da ieri al fronte dei favorevoli ai nuovi impegni militari, dove già sono allineati Pd, Forza Italia e Ap, si è aggiunta anche la Lega. «Ogni intervento italiano in giro per il mondo, che serve a difendere i confini o l’interesse nazionale, avrà il voto favorevole della Lega» ha spiegato Matteo Salvini.

Ma cosa faranno i soldati italiani in Niger? «Non è una missione combat – ha detto la ministra – né una missione in cui pensiamo di mettere 470 uomini come sentinelle ai confini. Il Niger ha detto di avere un problema nel controllo dei confini, ma non vogliono che li controlliamo noi. Vogliono diventare in grado di controllarli e sentono di avere bisogno di noi».

La missione potrà inoltre contare sui 130 mezzi terrestri, tra i quali anche carri Lince e due aerei per il trasporto truppe e merci. Il contingente comprenderà un gruppo di addestratori, un team sanitario e personale del genio, oltre naturalmente agli uomini addetti all sicurezza della base.

Il ministro degli esteri Angelino Alfano ha invece annunciato uno stanziamento italiano di 100 milioni di euro al Niger, che intensificherà l’azione di contrasto dei flussi di migranti diretti in Italia.

Il contingente italiano non opererà però solo in Niger, ma anche negli altri paesi dell’area che condividono con il governo nigerino gli stessi problemi relativi al traffico di esseri umani e alla presenza di gruppi jihadisti: quindi Mauritania, Nigeria e Benin.

La base delle operazioni italiane sarà un ex fortino della Legione straniera a Madama, al confine con la Libia meridionale, una zona centrale per controllare il traffico di esseri umani che coinvolge i migranti che partono dalla Libia per raggiungere le coste italiane.

La missione in Niger è anche la seconda più costosa approvata dal governo: costerà 30 milioni di euro.

Missione in Libia

E’ la missione in assoluto più costosa: è prevista una spesa di 34,9 milioni di euro.

Ai 370 uomini già impegnati con la missione Ippocrate (spedale a Misurata) e con la Guardia costiera libica, se ne aggiungeranno altri 30 con funzioni sempre con compiti di addestramento alle forze di sicurezza libiche.

Missione in Tunisia

La terza nuova missione si svolgerà in Tunisia nell’ambito delle attività per la sicurezza della NATO. I soldati italiani impiegati, che saranno 60, dovranno sviluppare le capacità dei tunisini di condurre operazioni interforze.

La missione in Tunisia, richiesta alla NATO dallo stesso governo tunisino, costerà poco meno di 5 milioni di euro.

Il governo italiano ha approvato inoltre due nuove piccole missioni – una in Repubblica Centrafricana e l’altra nel Sahara occidentale – e ha rifinanziato gli impegni già presi in Egitto, Somalia e Gibuti.

Una manifestazione contro le merci ignobili: le armi nucleari

NO-armi-nucleari
NO-armi-nucleari20 gennaio 2018 – manifestazione nazionale a Ghedi e alla sua aerobase

L’Italia aderisca al Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), adottato il 7 luglio 2017 dall’ONU (122 paesi), come chiede ICAN – Premio Nobel per la pace e come esige il rispetto del Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari già ratificato dall’Italia nel 1975.

  • Via le armi atomiche da Ghedi e dagli altri siti nucleari sul suolo italiano.
  • Per l’abolizione ovunque delle armi atomiche.
  • Per non essere complici di atti di sterminio nucleare e per non subire esplosioni o incidenti atomici.
  • Opponiamoci alla NATO che pianifica devastazioni atomiche e non vuole il Trattato.
  • Basta guerre comunque le si chiamino.
  • Chiudere tutte le basi straniere in Italia e tutte le basi italiane all’estero
  • Cessare le cosiddette “missioni militari di pace”
  • Riconvertire le risorse utilizzate per la ricerca e la produzione militare e trasferire le spese militari ai settori civili (ambiente, salute, lavoro)

Nel dicembre 2017, nelle città di Bergamo, Brescia, Camp Darby, Castellamare del Golfo, Crema, Firenze, Genova, Ghedi, Ivrea, Milano, Novara, Padova, Pisa, Roma, Torino, Trieste, Vicenza, Varese, ecc. si sono svolte manifestazioni per mettere al bando le armi nucleari, ora rilanciamo con:

MANIFESTAZIONE A GHEDI E ALLA SUA AEROBASE
Sabato 20 gennaio 2018
ore 13 Concentramento a Ghedi – piazza Roma

Corteo alla RWM (fornitrice di Bombe all’Arabia Saudita usate contro i civili in Yemen)
ore 15 Manifestazione alla Aerobase di Ghedi
Vedi volantino: Mani a Ghedi
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La recente crisi dei missili tra Corea del Nord e USA, con scambi di minacce di reciproco incenerimento atomico, ha riportato l’attenzione sul problema nucleare per troppo tempo messo deliberatamente in sordina dai mezzi di comunicazione di massa.

Il panorama che abbiamo di fronte è terrificante. Sono ancora circa 15400 le armi nucleari presenti (7485 in mano a paesi NATO: USA, Francia e GB, 7300 alla Russia, 260 alla Cina, almeno 260 tra Pakistan ed India, ma è in corso un rapido aumento per entrambi, 80 ad Israele e 8 alla Corea del Nord).

Di queste armi, 4200 sono schierate con le forze operative e 1800 sono pronte all’uso e in grado, a partire da sottomarini, silos missilistici, navi e aeroporti, di raggiungere gli obiettivi in una manciata di minuti.
La loro potenza distruttiva è gigantesca (come 500.000 bombe di Hiroshima, una tonnellata di tritolo per ogni abitante del pianeta), capace di portare alla estinzione dell’umanità e addirittura della vita sulla terra.

Giustamente ha destato allarme l’effettuazione del sesto esperimento atomico nordcoreano, ma non è tollerabile che l’intimazione a smettere sia venuta dagli USA che nel 1945 annichilì con bombe atomiche 2 città e 200.000 persone, e che di esperimenti, anche in atmosfera, ne ha fatti più di 1000, su 2200.

Gli scienziati nel 1947 idearono “l’orologio dell’Apocalisse” che misura il pericolo della catastrofe nucleare. Oggi siamo a 2 minuti e mezzo dalla mezzanotte, cioè dalla fine.
Solo nei periodi 1953-59 e nel 1985-87 abbiamo rischiato così tanto, e le criticità oggi sono più d’una.

  1. Trump ha minacciato un primo colpo atomico decapitante contro le forze nordcoreane, ma la Cina non potrebbe tollerare un attacco nucleare ai suoi confini, sarebbe la guerra termonucleare mondiale! Pyongyang ha minacciato a sua volta un attacco al territorio USA.
  2. A fronte del confronto NATO-Russia sull’Ucraina e sulla Siria, da qualche anno Washington e Mosca si scambiano accuse reciproche di sperimentare armi che violerebbero il Trattato INF che ha eliminato gli Euromissili e gli USA procedono nella installazione dello “Scudo antimissile” di fatto in violazione dell’ABM cioè del pilastro che garantisce la deterrenza reciproca.
  3. Trump ha deciso di cestinare l’Accordo sul nucleare con l’Iran e ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele, tutto ciò prelude a nuove ipotesi di guerra contro l’Iran a fianco di Israele ed Arabia Saudita.
  4. Il conflitto, a volte degenerato in armato, tra India e Pakistan, si accompagna ad una pericolosa accelerazione della corsa locale alle armi nucleari.
  5. Prosegue a suon di miliardi l’innovazione delle armi nucleari che le rende più vicine ad essere usate. A questo si aggiunge lo sviluppo di sistemi che rendono autonome le armi dalle decisioni umane, nonché l’estensione della cyberwar, elementi che avvicinano la possibilità di guerra atomica anche per errore (già in passato alcuni errori ci hanno fatto sfiorare la catastrofe).

Il Potere nucleare è la quintessenza del potere verticistico politico e militare, è l’antitesi della democrazia, la negazione dei più elementari diritti umani e dunque della giustizia sociale.
E’ potere esclusivo, chiuso, segreto, che esercita il diritto di vita o di morte su tutti noi.
E’ il potere che, per mantenere e rafforzare il suo dominio, brucia enormi risorse nella folle corsa al riarmo sottraendole ai bisogni fondamentali dell’umanità accrescendo così gli squilibri socioeconomici e ambientali su scala globale.

Per questo è urgente che l’umanità abolisca le armi nucleari così come ha già ha messo al bando le altre armi di distruzione di massa chimiche e biologiche.

Oggi abbiamo uno strumento in più: all’ONU il 7 luglio 2017 è stato adottato uno storico Trattato che proibisce gli ordigni atomici; promosso da 122 nazioni che non possiedono il nucleare, contro la volontà delle 9 nazioni che possiedono la “Bomba” e della NATO che lo ha nettamente rifiutato.

Un movimento mondiale disarmista, organizzato attorno ad ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) insignito del Premio Nobel per la Pace 2017, ha reso concreta la speranza che l’Umanità riesca finalmente a liberarsi dalla più terribile minaccia alla sua sopravvivenza.

Scienziate e scienziati, Parlamento Europeo, Papa Francesco e leader di altre religioni si sono espressi affinché si giungesse al Trattato e perché sia ora ratificato da tutti, ci indigna così ancor di più il fatto che il Governo italiano abbia ostacolato questo processo e che ora resista alla sua ratifica.

Anche in Italia, nonostante il Trattato di Non Proliferazione, sono dispiegate armi atomiche USA, pronte ad incenerire milioni di persone, negli 11 porti in cui attracca naviglio della VI flotta e nelle aerobasi di Ghedi e di Aviano.

In queste ultime le B-61 saranno presto sostituite dalle bombe all’idrogeno B-61-12 che saranno montate sui net-centrici cacciabombardieri stealth F35, assemblati da Leonardo a Cameri.

Noi diciamo che questo è inaccettabile ed invitiamo tutti a protestare a Ghedi il 20 gennaio 2018.

… la vocazione neocolonialista degli ultimi governi

Voto-pacifista
Voto-pacifista«Per una campagna elettorale pacifista in nome del mai rispettato articolo 11 della Costituzione repubblicana»

Mentre il governo italiano, sempre più convinto della sua vocazione neo-colonialista sposta truppe addirittura in Niger, dopo aver stipulato patti indecenti con i predoni libici per fermare i poveri migranti, la campagna elettorale che si sta mettendo in moto sembra aver dimenticato come il tema della pace dovrebbe costituire uno degli assi portanti nel dibattito politico.

Risulta così necessario far presente come debba essere, in questa circostanza, ritenuta necessaria la centralità dell’articolo 11 della Costituzione Repubblicana: articolo che, nel corso di questi anni, è sicuramente quello che ha subìto il maggior numero di violazioni da parte di tutti i governi e di tutte le maggioranze parlamentari.

Serve una campagna elettorale pacifista e proprio per sottolineare questa necessità mi permetto di far seguire un recentissimo aggiornamento – 8 dicembre 2017 (da «Guerre nel Mondo») – sui conflitti in corso in tutto il Pianeta.

Conflitti attualmente in corso  

AFRICA:

(29 Stati e 241 coinvolti tra milizie-guerrigliere, gruppi terroristi- separatisti)

Punti Caldi: Egitto (guerra contro militanti islamici ramo Stato Islamico), Libia (guerra civile in corso), Mali (scontri tra esercito e gruppi ribelli), Mozambico (scontri con ribelli RENAMO), Nigeria (guerra contro i militanti islamici), Repubblica Centrafricana (spesso avvengono scontri armati tra musulmani e cristiani), Repubblica Democratica del Congo (guerra contro i gruppi ribelli), Somalia (guerra contro i militanti islamici di al-Shabaab), Sudan (guerra contro i gruppi ribelli nel Darfur), Sud Sudan (scontri con gruppi ribelli)

ASIA:

(16 Stati e 171 coinvolti tra milizie-guerriglieri, gruppi terroristi-separatisti)

Punti Caldi: Afghanistan (guerra contro i militanti islamici), Birmania-Myanmar (guerra contro i gruppi ribelli), genocidio del popolo Rohyngia, Filippine (guerra contro i militanti islamici), Pakistan (guerra contro i militanti islamici), Thailandia (colpo di Stato dell’esercito Maggio 2014). Oltre naturalmente agli esprimenti nucleari in corso da parte della Corea del Nord.

EUROPA:

(9 Stati e 81 coinvolti tra milizie-guerriglieri, gruppi terroristi-separatisti)

Punti Caldi: Cecenia (guerra contro i militanti islamici), Daghestan (guerra contro i militanti islamici), Ucraina (Secessione dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk e dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk), Nagorno-Karabakh (scontri tra esercito Azerbaijan contro esercito Armenia e esercito del Nagorno-Karabakh)

MEDIO ORIENTE:

(7 Stati e coinvolti 254 tra milizie-guerriglieri, gruppi terroristi-separatisti)

Punti Caldi: Iraq (guerra contro i militanti islamici dello Stato Islamico), Israele (guerra contro i militanti islamici nella Striscia di Gaza), Siria (guerra civile), Yemen (guerra contro e tra i militanti islamici)

AMERICHE:

(6 Stati e coinvolti 27 tra cartelli della droga, milizie-guerrigliere, gruppi terroristi-separatisti-anarchici)

Punti Caldi: Colombia (guerra contro i gruppi ribelli), Messico (guerra contro i gruppi del narcotraffico)

TOTALI

Totale degli Stati coinvolti nelle guerre 67
Totale Milizie-guerriglieri e gruppi terroristi-separatisti- coinvolti 777

Regioni e province autonome che lottano per l’Indipendenza:

Africa 8:
Regione o Provincia autonoma
che lotta per l’Indipendenza
Nazione
Cabinda Angola
Ogaden
Oromo
Etiopia
Cirenaica Libia
Sahara Occidentale Marocco
Biafra Nigeria
Somaliland Somalia
Darfur Sudan
Asia 21:
Regione o Provincia autonoma
che lotta per l’Indipendenza
Nazione
Kachin
Karen
Stato Shan Nord
Stato Shan Sud
Stato Chin
New Mon State
Palaung State
United Wa State
Birmania-Myanmar
Kashmir
Karen
Orissa
Nagaland
Assam
Bodoland
Tripura
Gorkhaland
India
Papua
Aceh
Indonesia
Balochistan Pakistan
Tamil Sri Lanka
Patani Malay Nation Thailandia
Europa 12:
Regione o Provincia autonoma
che lotta per l’Indipendenza
Nazione
Nagorno-Karabakh Azerbaijan
Corsica Francia
Abkhazia
Sud Ossezia
Georgia
Repubblica di Illiria Macedonia-Fyrom
Trasnistria Moldavia
Irlanda del Nord
Scozia
Regno Unito
Cecenia Russia
Paesi Baschi
Catalogna
Spagna
Stati Federali Europei di Novorossia
(unione dell’Autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk e della
Autoproclamata Repub.Pop.di Lugansk
Ucraina
Medio Oriente  2
Regione o Provincia autonoma
che lotta per l’Indipendenza
Nazione
Kurdistan Iran, Iraq, Turchia
Palestina Israele

Franco Astengo

Il vero libro esplosivo è a firma Trump

Trump

TrumpTutti parlano del libro esplosivo su Trump, con rivelazioni sensazionali di come Donald si fa il ciuffo, di come lui e la moglie dormono in camere separate, di cosa si dice alle sue spalle nei corridoi della Casa Bianca, di cosa ha fatto suo figlio maggiore che, incontrando una avvocatessa russa alla Trump Tower di New York, ha tradito la patria e sovvertito l’esito delle elezioni presidenziali.

Quasi nessuno, invece, parla di un libro dal contenuto veramente esplosivo, uscito poco prima a firma del presidente Donald Trump: «Strategia della sicurezza nazionale degli Stati uniti».
È un documento periodico redatto dai poteri forti delle diverse amministrazioni, anzitutto da quelli militari. Rispetto al precedente, pubblicato dall’amministrazione Obama nel 2015, quello dell’amministrazione Trump contiene elementi di sostanziale continuità.

Basilare il concetto che, per «mettere l’America al primo posto perché sia sicura, prospera e libera», occorre avere «la forza e la volontà di esercitare la leadership Usa nel mondo».
Lo stesso concetto espresso dall’amministrazione Obama (così come dalle precedenti): «Per garantire la sicurezza del suo popolo, l’America deve dirigere da una posizione di forza».

Rispetto al documento strategico dell’amministrazione Obama, che parlava di «aggressione russa all’Ucraina» e di «allerta per la modernizzazione militare della Cina e per la sua crescente presenza in Asia», quello dell’amministrazione Trump è molto più esplicito: «La Cina e la Russia sfidano la potenza, l’influenza e gli interessi dell’America, tentando di erodere la sua sicurezza e prosperità».

In tal modo gli autori del documento strategico scoprono le carte mostrando qual è la vera posta in gioco per gli Stati uniti: il rischio crescente di perdere la supremazia economica di fronte all’emergere di nuovi soggetti statuali e sociali, anzitutto Cina e Russia le quali stanno adottando misure per ridurre il predominio del dollaro che permette agli Usa di mantenere un ruolo dominante, stampando dollari il cui valore si basa non sulla reale capacità economica statunitense ma sul fatto che vengono usati quale valuta globale.

«Cina e Russia – sottolinea il documento strategico – vogliono formare un mondo antitetico ai valori e agli interessi Usa. La Cina cerca di prendere il posto degli Stati uniti nella regione del Pacifico, diffondendo il suo modello di economia a conduzione statale. La Russia cerca di riacquistare il suo status di grande potenza e stabilire sfere di influenza vicino ai suoi confini. Mira a indebolire l’influenza statunitense nel mondo e a dividerci dai nostri alleati e partner».

Da qui una vera e propria dichiarazione di guerra: «Competeremo con tutti gli strumenti della nostra potenza nazionale per assicurare che le regioni del mondo non siano dominate da una singola potenza», ossia per far sì che siano tutte dominate dagli Stati uniti.

Fra «tutti gli strumenti» è compreso ovviamente quello militare, in cui gli Usa sono superiori. Come sottolineava il documento strategico dell’amministrazione Obama, «possediamo una forza militare la cui potenza, tecnologia e portata geostrategica non ha eguali nella storia dell’umanità; abbiamo la Nato, la più forte alleanza del mondo».

La «Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti», a firma Trump, coinvolge quindi l’Italia e gli altri paesi europei della Nato, chiamati a rafforzare il fianco orientale contro l’«aggressione russa», e a destinare almeno il 2% del pil alla spesa militare e il 20% di questa all’acquisizione di nuove forze e armi.
L’Europa va in guerra, ma non se ne parla nei dibattiti televisivi: questo non è un tema elettorale.

Comitato promotore della campagna #NO GUERRA #NO NATO Italia

In Yemen non c’è un conflitto armato

armi-italiane

armi-italianeI recenti casi di palese violazione della legge 185/90 che vieta la vendita di armi ai paesi in conflitto armato hanno trovato nel Governo e nel Ministro della difesa l’assurda giustificazione che in realtà nello Yemen non c’è conflitto armato in quanto non dichiarato.

I numeri della tragedia ignorata dalla nostra ministra: oltre 50.000 le vittime civili in due anni di guerra, tra questi migliaia i bambini; circa 3 milioni gli sfollati; oltre 200,000 i casi di colera; 7 milioni gli yemeniti vicini alla morte per fame a causa del blocco imposto dal regime saudita; … oltre ai grandi disastri ambientali.

La legge 185/1990, all’articolo 1, chiede che le esportazioni di armi siano conformi alla politica estera e di difesa italiana.
Se queste sono innervate dai concetti contenuti nel Nuovo Modello di Difesa del 1991, che violando l’articolo 11 della Costituzione, giustifica interventi armati ovunque nel mondo siano in discussione i nostri interessi, è evidente che, per estensione ciò rende legittime le esportazioni a nostri alleati, che combattono magari le nostre stesse battaglie.

Non sto ovviamente giustificando questo comportamento, voglio solo dire che la legge 185 approvata nel 1990, è stata messa in scacco dall’introduzione del Nuovo Modello di Difesa, via via implementato fino al disegno di legge della Pinotti relativo al nuovo Libro Bianco della Difesa.

A dimostrazione di ciò che dico vi è il flusso di armi e sistemi militari venduto agli USA.
Si è per caso interrotto durante, chessò, la Guerra contro la ex Jugoslavia del 1999 o quella dell’Afghanistan del 2001, o dell’Iraq del 2003, e così via?

No.

Nonostante tutti questi conflitti siano grondanti sangue e vittime, gli USA sono nostri alleati, dunque nessuna limitazione.

Non è un caso che il Nuovo Modello di Difesa fu introdotto a cavallo della prima Guerra del Golfo, a sancire una nuova era della Guerra anche per il nostro Paese, a dispetto di una Costituzione pacifista nata per evitare altre guerre. Stessa sorte dello Statuto ONU, che voleva salvaguardare le future generazioni dal flagello della Guerra.

Dunque la battaglia principale che dobbiamo sostenere è per un diverso Modello di Difesa, non aggressivo, che vieti la proiezione delle ”Forze armate” fuori dai confini, dotato solo di armi difensive (ad esempio non di portaerei o F35, ecc.), denuclearizzato, ecc..

Che superi alleanze belliciste come la NATO o lo strumento europeo di Difesa così come viene avanti, con le sue capacità di proiezione all’estero.

E questo è urgentissimo, e dovrebbe camminare assieme alla creazione del Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta.

Io temo che le vertenze legali aperte sul caso delle bombe dell’Arabia Saudita si concludano con una archiviazione, così come è avvenuto del nostro esposto sui caccia-addestratori AleniaAermacchi venduti ad Israele.

C’è poi la questione dell’embargo sulla vendita di armi, non esistente né per l’Arabia Saudita, né per Israele. Questo la dice lunga su come è messo l’ONU.

La nostra Costituzione pacifista aveva per noi messo fine alla seconda guerra mondiale. Ora dobbiamo mettere fine alla nuova ”guerra mondiale a pezzi” con un nuovo corpo di leggi nazionali e internazionali che siano all’altezza delle minacce all’umanità.

Se non lo facciamo abdichiamo ad un nostro preciso dovere.

Mimmo Cortese di OPAL, Brescia.

Donne globali, l’Italia ha un piano

Non-una

Non-unaIl movimento Ni Una Menos“, che da due anni solca le strade di mezzo mondo, ha conosciuto anche l’adesione italiana.
Sorto come una delle sorprese più vitali del 2016, quando per la prima volta il 26 novembre il progetto “Non Una Di Meno” ha esordito in piazza a Roma insieme a migliaia di donne, si è poi consolidato attraverso assemblee regionali e cittadine che hanno lavorato alacremente lungo tutto il 2017.

Tavoli di lavoro per temi e la preparazione del grande sciopero globale organizzato per l’8 marzo, l’intento iniziale è stato rispettato: il Piano femminista antiviolenza contro la violenza maschile, nelle sue 57 fitte pagine, è stato presentato non più di un mese fa, alla vigilia del secondo appuntamento romano per la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

In principio con la collaborazione tra Di.Re, Udi e la rete Io Decido, “Non Una Di Meno” ha raccolto da subito il consenso di molti collettivi e gruppi che si sono riconosciuti nel denominatore comune della libertà femminile per fare arretrare la miseria del vittimismo in tema di violenza maschile contro le donne. (Vedi: Sulla violenza, ancora)
Ma, soprattutto il riconoscimento del confrontarsi tra pratiche diverse, diventando «casa delle differenze», ha segnato il punto di una serie di battaglie.
Prima fra tutte quella di collocarsi nell’ambito internazionale, globale di un femminismo che trova la sua rigenerazione non azzerando ciò che è stato ma augurandosi di trovare maggiori intersezioni possibili.

Leggendo il Piano antiviolenza si scopre un documento politico capace di fotografare il presente e la sua complessità: tra lavoro, scuola, welfare, ambiente e tanto altro, seguendo il saldo protagonismo delle donne che non cede mai il passo all’automoderazione e alla convenienza partitica ma interroga costantemente i guadagni del femminismo per fare circolare una scommessa di civiltà.

Per tutte e tutti.

Alessandra Pigliaru

Non mitraglie, ma pompe d’acqua

Pompe-Acqua

Pompe-AcquaQuanti di noi sanno indicare con certezza dove si trova il Niger?

Chissà se i compari di Gentiloni sanno che la maggior parte dei rifugiati e dei migranti che vivono in quel paese, il cui territorio è composto per due terzi dal deserto, non vogliono mettersi in viaggio per raggiungere l’Europa, ma aspettano che torni la pace nei propri villaggi per tornarsene a casa in Mali o in Nigeria.

Chissà se sono a conoscenza della presenza dei contingenti francesi, statunitensi e tedeschi, i francesi sono da quelle parti dal 1961…

Chissà se sanno che a Niamey si moltiplicano le cliniche private per l’élite mentre gli ospedali pubblici per la gente comune sono sempre più spesso luoghi di morte e di non di cura.

Non sono i soldati che dobbiamo mandare in Niger – scrive Francesco Gesualdi -, ma medici e insegnanti. Non mitraglie, ma pompe d’acqua…

Alla vigilia di Natale, Paolo Gentiloni ha annunciato di voler trasferire in Niger parte del contingente italiano presente in Iraq. Ed ha dato tre motivazioni per questa scelta: consolidare il paese, sconfiggere il traffico di esseri umani, combattere il terrorismo. Tre situazioni che hanno bisogno di essere analizzate in dettaglio per capire se si tratta di vere motivazioni o di retorica.

Stabilità: tutti riconoscono che in Niger, come negli altri paesi del Sahel, c’è un’assenza crescente di stato. O meglio lo stato c’è, ma non al servizio della popolazione, bensì di un’élite.
Dal 1960, anno di indipendenza, il Niger ha conosciuto almeno sette regimi civili e quattro colpi di stato militari. Il potere è conteso fra esercito, politici di carriera, grandi commercianti, capi religiosi. Lo stesso Mahadou Issoufou, attuale capo di governo, è oggetto di molte critiche e se la missione italiana si prefiggesse di dare stabilità all’attuale classe politica si renderebbe complice di quella che Jean-François Bayart studioso dell’Africa sub-sahariana, chiama privatizzazione dello stato.

In un articolo del 16 agosto 2017, le Monde denuncia che in Mali, Niger e Mauritania, “il sistema politico è detenuto da un’élite predatrice che ha dato il colpo finale a ciò che rimaneva dello stato
E i risultati si vedono: Secondo il rapporto della Banca MondialeLe visage humain d’une crise regionale” metà della popolazione del Niger vive al di sotto della soglia della povertà. Il 44 per cento dei bambini sotto i cinque anni soffre di un ritardo di crescita, mentre il livello medio di scolarizzazione è di un anno e mezzo. Le cliniche private per l’élite, si moltiplicano nella capitale, ma gli ospedali pubblici per la gente comune, sono piuttosto luoghi di morte che di cura.

E ciò nonostante il Niger dispone di una decina di campi profughi in cui ospita 166 000 rifugiati. Non persone che vogliono mettersi in viaggio per raggiungere l’Europa, ma persone che aspettano che torni la pace nei propri villaggi per tornarsene a casa in Mali o in Nigeria. Ad essi si aggiungono le decine di migliaia di migranti che mettono piede sul suolo nigerino non per restarvi, ma per transitare.
Il loro punto di ritrovo è Agadez, porta del deserto, dove il linguaggio utilizzato è diverso dal nostro. Consci dei rischi che si apprestano ad affrontare, i migranti si autodefiniscono “avventurieri”, mentre i proprietari di camion che li porteranno alla frontiera libica sono chiamati passeurs, trasportatori, non trafficanti d’uomini.

In Niger se di qualcosa i migranti si lamentano è per i prezzi esosi, non per la tratta. Per il costo del viaggio, per il costo dei viveri e dell’acqua, per le bustarelle da dare ai poliziotti affinché li lascino passare nonostante la mancanza di documenti appropriati.
Molti arrivano all’ultima oasi nigerina che non hanno più soldi e allora si fermano per mesi sperando di trovare un lavoro che permetta di raggranellare i soldi necessari a pagare il passaggio che li porti in Libia. Poliziotti, proprietari di camion, gestori di negozi, tutti cercano di strizzare i migranti di passaggio, ma non vanno nei villaggi della Nigeria, del Mali o del Senegal a prelevare giovani da deportare con la forza in Libia.

Ed allora cosa significa combattere i trafficanti d’uomini? Arrestare un’intera regione e sequestrare un’intera economia? Non ci sarebbe piuttosto da combattere le cause della disoccupazione che spingono centinaia di migliaia di giovani ad affrontare financo la morte pur di cercare un futuro migliore in un continente ostile come l’Europa?

Combattere il terrorismo è la terza motivazione portata da Gentiloni.
Il terrorismo esiste, ma troppo spesso è usato come alibi per avventure militari di ben altro genere. Considerato che in Niger ci sono già contingenti francesi, statunitensi e tedeschi, con l’arrivo degli italiani, gli eserciti stranieri presenti nel paese saranno quattro.
I francesi ci sono addirittura dal 1961.
Non era ancora trascorso un anno dall’indipendenza, che il nuovo governo del Niger aveva già firmato un accordo che garantiva alla Francia “la libera disposizione delle installazioni militari necessarie ai bisogni della difesa”. Ufficialmente il colonialismo era finito, ma in zona rimanevano da proteggere gli interessi delle compagnie francesi che qualche anno più tardi si sarebbero arricchite dello sfruttamento di uranio.

È arrivato il tempo di riconoscere che terrorismo è espressione di malcontento e disperazione.
E come ci ha ammonito Hiroute Guebre Sellassie, incaricata delle Nazioni Unite per il Sahel, “se non si fa nulla per migliorare l’istruzione, per creare occupazione e opportunità per i giovani, il Sahel sarà non solo un incubatore di migrazione di massa, ma anche di reclutamento terroristico”.

Allora non sono i soldati che dobbiamo mandare in Niger, ma medici, infermieri e insegnanti. Non mitraglie, ma pompe d’acqua, perché mai come oggi le parole di Sandro Pertini risultano vere: “Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgenti di vita per milioni di vite umane che lottano contro la fame”.

Francesco Gesualdi

Un’altra difesa è possibile

unaltra-difesa-possibille

unaltra-difesa-possibilleDifendiamoci, sì, ma da chi e come?

Nel dibattito sulla “legittima difesa” ci dev’essere un punto fermo: riconoscere che l’uso della forza è prerogativa dello Stato e non può essere lasciato al libero arbitrio del singolo.

La “difesa” è un punto decisivo nella pratica della nonviolenza attiva. Difesa della vita, difesa dei diritti, difesa della libertà, difesa dei più deboli, difesa dell’ambiente. La storia della nonviolenza moderna è storia di movimenti di difesa, da Gandhi che difendeva il suo popolo dal colonialismo, fino al Premio Nobel per la Pace 2017 assegnato alla Campagna per la messa al bando della armi nucleari che ci difende dall’olocausto atomico.  Oggi i movimenti nonviolenti nel mondo agiscono in difesa della pace e per salvare la vita a chi fugge dalle guerre.

La difesa personale e collettiva è al centro della Campagna nonviolenta “Un’altra difesa è possibile che vuole introdurre nelle nostre istituzioni la “Difesa civile non armata e nonviolentaper mettere in campo capacità di prevenzione, di mediazione e di risoluzione dei conflitti. I movimenti nonviolenti hanno lanciato la proposta all’Arena di Pace e Disarmo del 25 aprile 2014. In pochi mesi sono state raccolte e depositate 50.000 firme per la Legge di iniziativa popolare. La Camera l’ha recepita e 74 deputati l’hanno sottoscritta. Poi, con la pressione di 20.000 cartoline inviate ai parlamentari di tutti i gruppi politici, il progetto di Legge n. 3484 è stato incardinato e calendarizzato.
Noi chiediamo che in queste ultime settimane di lavori parlamentari si svolgano le audizioni nelle Commissioni congiunte Affari costituzionali e Difesa, per aprire la discussione che possa poi proseguire nella prossima legislatura.

La proposta tende allo sbocco legislativo, oltre che culturale, politico e finanziario, per assolvere al dovere costituzionale di difesa della Patria (art. 52) nell’ottemperanza del ripudio della guerra (art. 11) e prevede la costituzione del “Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta” con i compiti di difendere la Costituzione, di predisporre piani per la difesa civile, non armata e nonviolenta, curandone la sperimentazione e la formazione della popolazione, di svolgere attività di ricerca per la pace, il disarmo, la riconversione civile dell’industria bellica, di favorire la prevenzione dei conflitti armati, la riconciliazione, la mediazione, la promozione dei diritti umani, la solidarietà internazionale e l’educazione alla pace.

Il riconoscimento giuridico di forme di difesa nonviolenta è già stato fatto proprio dal nostro ordinamento (due sentenze della Corte costituzionale, la n. 164/1985 e 470/1989, la legge del 230 del 1998 di riforma dell’obiezione di coscienza e la legge 64 del 2001 istitutiva del servizio civile nazionale, e con il Decreto Legislativo n. 40 del 6 marzo 2017 sul Servizio Civile Universale). Ora tale visione è entrata nel Parlamento per ottenere una legge specifica.
Questo è il coronamento di anni di lavoro sui territori delle Reti promotrici della Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Conferenza nazionale Enti Servizio Civile, Forum Nazionale Servizio Civile, Tavolo Interventi Civili di Pace, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci!) che rappresentano il vasto mondo del volontariato, della pace, del servizio civile, del disarmo.

La difesa civile, non armata e nonviolenta è l’evoluzione della lotta degli obiettori di coscienza al servizio militare, che proprio 45 anni fa, il 15 dicembre 1972, ottenevano la prima Legge di riconoscimento e l’istituzione del servizio civile. Oggi vogliamo ridare valore e dignità alla parola “difesa”, sottraendola al monopolio militare. La difesa armata garantisce solo la difesa ad oltranza dell’industria degli armamenti ma lascia il Paese sempre più vulnerabile e indifeso di fronte ad ogni sorta di minaccia reale alla patria, inondazioni, terremoti, incendi, dissesto idrogeologico.

Nella Legge di bilancio 2018 sono annunciati 25 miliardi di euro nel capitolo “Difesa militare” con un aumento del + 4% rispetto al 2017, risorse sottratte alla difesa dalla povertà, dall’ignoranza, dal degrado del nostro Paese. La campagna “Un’altra difesa è possibile”, cerca di invertire la rotta.

L’unica difesa legittima è quella nonviolenta.

Campagna “Un’altra difesa è possibile”    

  • Mao Valpiana  –  Direttore di Azione nonviolenta
  •  Efrem Tresoldi   –  Direttore di Nigrizia
  •  Alex Zanotelli  –  Direttore di Mosaico di pace
  •  Mario Menin  –  Direttore di Missione Oggi
  •  Riccardo Bonacina  –  Direttore di Vita
  •  Pietro Raitano  –  Direttore di Altreconomia
  •  Gianluca Carmosino, Riccardo Troisi, Marco Calabria  – Direttori di Comune-info

Conferenza al Premio Nobel per la Pace

Nobel-Pace

Nobel-PaceLe armi nucleari non significano l’elevazione di un paese alla grandezza, ma la sua discesa alle profondità più oscure della depravazione.

Domenica 10 dicembre 2017, ICAN ha ricevuto il Premio Nobel per la pace per il suo lavoro, volto a garantire un trattato sul divieto delle armi nucleari.
Setsuko Thurlow, sopravvissuta il 6 agosto 1945 alla bomba di Hiroshima, ha esposto metà della conferenza del Nobel, raccontando l’orribile esperienza vissuta quando era una ragazzina tredicenne.

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Vostra Maestà,
Illustri membri del Comitato Nobel norvegese,
Miei colleghi attivisti, qui e in tutto il mondo,
Signore e signori,

E’ un grande privilegio accettare questo premio, insieme a Beatrice, a nome di tutte le persone straordinarie che formano il movimento ICAN. Ognuno di voi mi dà la grandissima speranza che possiamo – e lo faremo – porre fine all’era delle armi nucleari.

Parlo come membro della famiglia degli hibakusha – quelli di noi che, per una miracolosa casualità, sono sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Da oltre settant’anni lavoriamo per la totale abolizione delle armi nucleari.

Ci siamo alzati solidalmente con coloro che sono stati danneggiati dalla produzione e dalla sperimentazione di queste orribili armi in tutto il mondo. Persone provenienti da luoghi con nomi a lungo dimenticati, come Moruroa, Ekker, Semipalatinsk, Maralinga, Bikini. Persone le cui terre e i cui mari sono stati irradiati, i cui corpi sono stati usati per esperimenti, le cui culture sono state per sempre sconvolte.

Non ci siamo accontentati di essere vittime. Ci siamo rifiutati di aspettare un’istantanea fine ardente o il lento avvelenamento del nostro mondo. Ci siamo rifiutati di sederci pigramente nel terrore perché le cosiddette grandi potenze ci hanno portato al passato crepuscolo nucleare e sconsideratamente vicini alla mezzanotte nucleare. Ci siamo alzati. Abbiamo condiviso le nostre storie di sopravvissuti. Abbiamo detto: l’umanità e le armi nucleari non possono coesistere.

Oggi, voglio che voi sentiate in questa sala la presenza di tutti coloro che sono morti a Hiroshima e a Nagasaki. Voglio che voi sentiate, sopra e attorno a noi, una grande nuvola di un quarto di milione di anime. Ogni persona aveva un nome. Ogni persona era amata da qualcuno. Facciamo in modo che la loro morte non sia stata vana.

Avevo solo 13 anni quando gli Stati Uniti hanno lanciato la prima bomba atomica sulla mia città, Hiroshima. Ricordo ancora vividamente quella mattina. Alle 8:15 ho visto un accecante flash bianco-bluastro dalla finestra. Ricordo di avere avuto la sensazione di galleggiare nell’aria.

Mentre riacquistavo coscienza nel silenzio e nelle tenebre, mi sono ritrovata immobilizzata dalle macerie dell’edificio crollato. Ho cominciato a sentire le deboli grida dei miei compagni di classe: “mamma, aiutami. Dio, aiutami”.

Poi, improvvisamente, ho sentito delle mani toccarmi la spalla sinistra, e un uomo dire: “Non arrenderti! Continua a spingere! Sto cercando di liberarti. Vedi la luce che passa attraverso quell’apertura? Muoviti in quella direzione il più velocemente possibile”. Appena sono strisciata fuori, le rovine hanno preso fuoco. La maggior parte dei miei compagni di classe sono morti bruciati vivi in quell’edificio. Ho visto tutto intorno a me una devastazione assoluta, inimmaginabile.

Processioni di figure spettrali che si trascinavano. Persone grottescamente ferite, sanguinanti, bruciate, annerite e gonfie. Pezzi dei loro corpi erano mancanti. Carne e pelle penzolavano dalle loro ossa. Alcuni avevano in mano i propri bulbi oculari. Qualcuno con il ventre esploso, aperto, con gli intestini che fuoriuscivano. Il disgustoso puzzo di carne umana bruciata riempiva l’aria.

Così, con una bomba la mia amata città è stata cancellata. La maggior parte dei suoi abitanti erano civili che sono stati inceneriti, vaporizzati, carbonizzati – tra questi, membri della mia famiglia e 351 miei compagni di scuola.

Nelle settimane, nei mesi e negli anni successivi molte altre migliaia di persone sarebbero morte, spesso in modi arbitrari e misteriosi, a causa degli effetti a posteriori delle radiazioni. Ancora oggi le radiazioni uccidono i sopravvissuti.

Ogni volta che ricordo Hiroshima, la prima immagine che mi viene in mente è quella del mio nipotino di quattro anni, Eiji – il suo piccolo corpo trasformato in un irriconoscibile pezzo di carne fusa. Ha continuato a chiedere acqua con un filo di voce finchè la morte non lo ha liberato dall’agonia.

Per me, è diventato la rappresentazione di tutti i bambini innocenti del mondo, minacciati come sono, proprio in questo momento, dalle armi nucleari. Ogni secondo di ogni giorno, le armi nucleari mettono in pericolo tutti coloro che amiamo e tutto ciò che ci sta a cuore. Non dobbiamo più continuare a tollerare questa follia.

Attraverso la nostra agonia e alla lotta per la pura sopravvivenza – e per ricostruire la nostra vita dalle ceneri – noi hibakusha ci siamo convinti di dover mettere in guardia il mondo da queste armi apocalittiche. Ancora e ancora, abbiamo condiviso le nostre testimonianze.

Ma alcuni tuttavia rifiutavano di vedere Hiroshima e Nagasaki come delle atrocità – come crimini di guerra. Hanno accettato la propaganda secondo cui si trattava di “bombe buone” che avevano posto fine a una “guerra giusta”. E’ stato questo mito che ha portato alla disastrosa corsa agli armamenti nucleari, una corsa che continua ancora oggi.

Nove nazioni minacciano ancora di incenerire intere città, di distruggere la vita sulla terra, di rendere il nostro bel mondo inabitabile per le generazioni future. Lo sviluppo delle armi nucleari non significa l’elevazione di un paese alla grandezza, ma la sua discesa alle profondità più oscure della depravazione. Queste armi non sono un male necessario; sono il male ultimo.

Il sette luglio di quest’anno sono stata travolta dalla gioia, quando la stragrande maggioranza delle nazioni del mondo ha votato a favore dell’adozione del Trattato di proibizione delle armi nucleari. Dopo essere stata testimone del peggio dell’umanità, quel giorno sono stata testimone del suo meglio. Noi hibakusha abbiamo aspettato il bando per settantadue anni. Che questo sia l’inizio della fine delle armi nucleari.

Ogni leader responsabile firmerà questo trattato. E la storia giudicherà duramente coloro che lo respingeranno. Le loro astratte teorie non devono più mascherare la realtà genocida delle loro pratiche. Il “deterrente” non deve più essere considerato altro che un deterrente al disarmo. Non vivremo più sotto una nuvola di paura a forma di fungo.

Ai funzionari delle nazioni dotate di armi nucleari – e ai loro complici sotto il cosiddetto “ombrello nucleare” – dico questo: ascoltate la nostra testimonianza. Date retta al nostro avvertimento. E sappiate che le vostre azioni sono importanti. Ognuno di voi è parte integrante di un sistema di violenza che mette in pericolo il genere umano. Facciamo in modo di stare tutti all’erta sulla banalità del male.

A ogni presidente e primo ministro di ogni nazione del mondo, vi imploro: aderite a questo trattato; eliminate per sempre la minaccia dell’annientamento nucleare.

Quando ero una ragazzina di 13 anni, intrappolata nelle macerie, ho continuato a spingere. Ho continuato a muovermi verso la luce. E sono sopravvissuta. Ora la nostra luce è il trattato di proibizione. A tutti in questa sala e a tutti quelli che nel mondo stanno ascoltando, ripeto quelle parole che ho sentito rivolgermi nelle rovine di Hiroshima: “Non mollate! Continuare a spingere! Vedete la luce? Muovetevi verso di essa”.

Stasera, mentre marciamo per le strade di Oslo con le torce accese, seguiamoci l’un l’altro fuori dalla notte buia del terrore nucleare. Non importa quali ostacoli dobbiamo affrontare, continueremo a muoverci e continueremo a spingere e a condividere questa luce con altri. Questa è la nostra passione e il nostro impegno affinché il nostro prezioso unico mondo sopravviva.

10.12.2017 – Oslo – Norvegia
Traduzione dall’inglese di Matilde Mirabella

ARMI: e’ questo il nostro Natale di pace ?

armi-atomiche

armi-atomicheSono indignato davanti a quest’Italia che si sta sempre più militarizzando.

Lo vedo proprio a partire dal Sud, il territorio economicamente più disastrato d’Europa, eppure sempre più militarizzato.

Nel 2015 è stata inaugurata a Lago Patria (parte della città metropolitana di Napoli) una delle più importanti basi NATO d’Europa, che il 5 settembre scorso è stata trasformata nell’Hub contro il terrorismo (centro di spionaggio per il Mediterraneo e l’Africa).

Sempre a Napoli, la famosa caserma della Nunziatella è stata venduta dal Comune di Napoli per diventare la Scuola Europea di guerra, così vuole la Ministra della Difesa F. Pinotti.

Ad Amendola (Foggia) è arrivato lo scorso anno il primo cacciabombardiere F-35 armabile con le nuove bombe atomiche B 61-12.
In Sicilia, la base militare di Sigonella (Catania) diventerà nel 2018 la capitale mondiale dei droni. E sempre in Sicilia, a Niscemi (Trapani) è stato installato il quarto polo mondiale delle comunicazioni militari, il cosidetto MUOS. Mentre il Sud sprofonda a livello economico, cresce la militarizzazione del territorio. (Non è per caso che così tanti giovani del Sud trovino poi rifugio nell’Esercito italiano per poter lavorare!)

Ma anche a livello nazionale vedo un’analoga tendenza: sempre più spese in armi e sempre meno per l’istruzione, sanità e welfare.
Basta vedere il Fondo di investimenti del governo italiano per i prossimi anni per rendersene conto. Su 46 miliardi previsti, ben 10 miliardi sono destinati al Ministero della Difesa: 5.3 miliardi per modernizzare le nostre armi e 2.6 per costruire il Pentagono italiano, ossia un’unica struttura per i vertici di tutte le nostre forze armate, con sede a Centocelle (Roma).
L’Italia infatti sta investendo sempre più in campo militare sia a livello nazionale, europeo ed internazionale. L’Italia sta oggi spendendo una barca di soldi per gli F-35, si tratta di 14 miliardi di euro!
Questo, nonostante che la Corte dei Conti abbia fatto notare che ogni aereo ci costerà almeno 130 milioni di euro contro i 69 milioni previsti nel 2007.

Quest’anno il governo italiano spenderà 24 miliardi di euro in Difesa, pari a 64 milioni di euro al giorno. Per il 2018 si prevede un miliardo in più.
Ma è ancora più impressionante l’esponenziale produzione bellica nostrana: Finmeccanica (oggi Leonardo) si piazza oggi all’8° posto mondiale.

Lo scorso anno abbiamo esportato per 14 miliardi di euro, il doppio del 2015!

Grazie alla vendita di 28 Eurofighter al Kuwait per otto miliardi di euro, merito della ministra Pinotti, ottima piazzista d’armi.
E abbiamo venduto armi a tanti paesi in guerra, in barba alla legge 185 che ce lo proibisce. Continuiamo a vendere bombe, prodotte dall’azienda RMW Italia a Domusnovas (Sardegna), all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen, dov’è in atto la più grave crisi umanitaria mondiale secondo l’ONU (e questo nonostante le quattro mozioni del Parlamento Europeo!).
L’Italia ha venduto armi al Qatar e agli Emirati Arabi con cui quei paesi armano i gruppi jihadisti in Medio Oriente e in Africa (noi che ci gloriamo di fare la guerra al terrorismo!).

Siamo diventati talmente competitivi in questo settore che abbiamo vinto una commessa per costruire quattro corvette e due pattugliatori per un valore di 40 miliardi per il Kuwait.
Non meno preoccupante è la nostra produzione di armi leggere: siamo al secondo posto dopo gli USA!

Sono queste le armi che uccidono di più! E di questo commercio si sa pochissimo.

Quest’economia di guerra sospinge il governo italiano ad appoggiare la militarizzazione della UE. E’ stato inaugurato a Bruxelles il Centro di pianificazione e comando per tutte le missioni di addestramento, vero e proprio quartier generale unico.

Inoltre la Commissione Europea ha lanciato un Fondo per la Difesa che a regime svilupperà 5,5 miliardi di investimento l’anno per la ricerca e lo sviluppo industriale nel settore militare.

Questo fondo, lanciato il 22 giugno, rappresenta una massiccia iniezione di denaro pubblico nell’industria bellica europea.

Sta per nascere la PESCO – Cooperazione Strutturata Permanente della UE nel settore militare (la Shengen della Difesa!). “Rafforzare l’Europa della Difesa – afferma la Mogherini, Alto Rappresentante della UE per gli Affari Esteri – rafforza anche la NATO.

La NATO, di cui la UE è prigioniera, è diventata un mostro che spende 1000 miliardi di dollari in armi all’anno.

Trump chiede ora ai 28 paesi membri della NATO di destinare il 2% del Pil alla Difesa.

L’Italia destina oggi 1,2 % del Pil per la Difesa. Gentiloni e la Pinotti hanno già detto di sì al diktat di Trump.

Così l’Italia arriverà a spendere 100 milioni al giorno in armi.

Così la NATO trionfa, mentre è in forse il futuro della UE.

Infatti è la NATO che ha forzato la UE a creare la nuova frontiera all’Est contro il nuovo nemico, la Russia, con un imponente dispiegamento di forze militari in Ucraina, Polonia, Romania, Bulgaria, in Estonia, Lettonia e con la partecipazione anche dell’Italia.

La NATO ha stanziato 17 miliardi di dollari per lo “Scudo anti-missili”. E gli USA hanno l’intenzione di installare in Europa missili nucleari simili ai Pershing 2 e ai Cruise (come quelli di Comiso). E la Russia sta rispondendo con un altrettanto potente arsenale balistico.

Fa parte di questo piano anche l’ammodernamento delle oltre duecento bombe atomiche B61, piazzate in Europa e sostituite con le nuove B61-12.

Il Ministero della Difesa ha pubblicato in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale il bando di costruzione a Ghedi (Brescia) di nuove infrastrutture che ospiteranno una trentina di F-35 capaci di portare cadauno due bombe atomiche B61-12. Quindi solo a Ghedi potremo avere sessantina di B61-12, il triplo delle attuali! Sarà così anche ad Aviano? Se fosse così rischiamo di avere in Italia una forza atomica pari a 300 bombe atomiche di Hiroshima!

Nel silenzio più totale!

Mai come oggi, ci dicono gli esperti, siamo vicini al ‘baratro atomico’.

Ecco perché è stato provvidenziale il Trattato dell’ONU, votato il 7 luglio scorso, che mette al bando le armi nucleari. Eppure l’Italia non l’ha votato e non ha intenzione di votarlo.

E’ una vergogna nazionale.

Siamo grati a Papa Francesco per aver convocato un incontro, lo scorso novembre, in Vaticano sul nucleare, proprio in questo grave momento in cui il rischio di una guerra nucleare è alto e per il suo invito a mettere al bando le armi nucleari.

Quello che non riesco a capire è l’incapacità del movimento della pace a mettersi insieme e scendere in piazza a urlare contro un’Italia e Unione Europea che si stanno armando sempre di più, davanti a guerre senza numero, davanti a un mondo che rischia l’olocausto nucleare.

Eppure in Italia c’è una straordinaria ricchezza di gruppi, comitati, associazioni, reti che operano per la pace. Ma purtroppo ognuno fa la sua strada.

E come mai tanto silenzio da parte dei vescovi italiani?

E che dire della parrocchie, delle comunità cristiane che si apprestano a celebrare la nascita del “Principe della Pace?”

Siamo vicini al Natale – ci ammonisce Papa Francesco – ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, anche presepi … tutto truccato: il mondo continua a fare guerra!”
Oggi più che mai c’è bisogno di un movimento popolare che contesti radicalmente questa economia di guerra.

Alex Zanotelli
Napoli, 5 dicembre 2017

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