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Più 3,6% le spese militari nel mondo – Più 6% quelle italiane

Ancora in aumento le spese militari mentre il bilancio della sanità pubblica resta in default.

In questi giorni in tutto il mondo fino al 9 maggio, all’interno delle “Giornate Globali di azione sulle spese militari” molte realtà associative stanno manifestando affinché si ponga fine alla pandemia delle spese militari.

La Campagna promossa dall’International Peace Bureau è sostenuta in Italia dalla Rete Italiana per il Disarmo unitamente alla Rete della Pace e Sbilanciamoci con l’obiettivo dichiarato di ribadire quanto sia urgente spostare i fondi dai bilanci militari verso altri obiettivi, quali la lotta contro il Covid-19 investendo nella sanità pubblica oltre che porre rimedi ad altre crisi sociali e ambientali.

Il Mondo intero sta vivendo situazioni drammatiche: imperi violenti, depauperazioni delle risorse naturali, disastri ambientali, inquinamento, povertà estreme, morti per fame e per carenza di acqua potabile e servizi igienici, decine di milioni di migranti e richiedenti asilo … pandemie di diversa natura che pongono l’umanità in grave sofferenza.

Proprio in questi giorni è scattato un allarme ONU che sollecita la massima attenzione sul  «Rischio carestie bibliche a causa della pandemia» di Covid-19, che nei prossimi mesi sarà urgente intervenire per evitare una catastrofe, prima che milioni di persone muoiano di fame.

Tra le cause principali universalmente riconosciute sono le guerre sempre più diffuse e i grandi affari che le grandi imprese del settore – in modo del tutto impunito – fanno con la commercializzazione delle armi.

Nonostante questo stato di crisi umanitaria, ogni anno nel mondo le spese militari e per armamenti sono in continuo aumento.

Lo testimonia il grafico del SIPRI (Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma) che ogni anno fornisce i dati aggiornati.  

Un enorme spreco di denaro: 259 dollari per abitante del pianeta.

Le armi e gli eserciti non ci garantiranno maggiore sicurezza. Anzi, renderanno sempre più̀ catastrofiche le conseguenze dei conflitti attualmente in corso e quelli futuri.

Il solo bilancio militare della NATO – di cui l’Italia è parte contribuente – presenta un bilancio di 1.035 miliardi di dollari, cioè il 54% della spesa militare mondiale.

«Tutto questo avviene mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità, con tutti i suoi limiti, l’unico tentativo globale e concertato di rispondere alle crisi di natura medico-sanitaria, ha un bilancio biennale di circa 4,5 miliardi di dollari per la maggior parte contributi volontari di Stati e privati», sottolinea Giulio Marcon portavoce di Sbilanciamoci. «Stiamo parlando di una cifra che annualmente è solo lo 0,11% di quanto i Governi spendono globalmente per il settore militare».

«Un altro paragone possibile è con l’investimento nell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) dei Paesi industrializzati che è pari a 152,8 miliardi di dollari, equivalenti allo 0,30% del loro PIL e meno dell’8% della spesa militare» – aggiunge Sergio Bassoli della segreteria di Rete della Pace – «Un dato significativo che denuncia dove stia il vero interesse ed investimento da parte dei Governi in totale contraddizione con gli impegni sottoscritti per l’Agenda 2030».

La situazione è del tutto simile anche in Italia

L’elaborazione dei dati fatta dall’Osservatorio Mil€x, (vedi: La stima della spesa militare italiana per il 2020) stima che la spesa militare prevista per il 2020 è di circa 26,3 miliardi di euro con crescita di oltre il 6% (quasi un miliardo e mezzo in più) rispetto al bilancio preventivo 2019.

«E questi sono solo i numeri delle previsioni di partenza – sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo – perché́ nei bilanci consuntivi si verifica una spesa effettiva decisamente superiore. Va sottolineato poi che nella previsione per il 2020 quasi 5,9 miliardi di euro sono destinati all’acquisto di nuovi sistemi d’arma».

La Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci! e Rete della Pace intendono avanzare al Governo e al Parlamento una moratoria di un anno per il 2021 su tutti gli acquisti di natura militare per nuovi sistemi d’arma.

Complessivamente si tratterebbe di più di 6 miliardi di euro risparmiati che potrebbero essere immediatamente riconvertiti e investiti per gli interventi di riorganizzazione scolastica post Covid-19 e per acquisto di strumentazione medica al fine di aumentare i posti letto, soprattutto quelli di terapia intensiva: investimenti fondamentali per il futuro dell’Italia.

Questa evidenza di dati dell’assurdo dell’“Impero capitalistico” sempre più devastante, richiama l’attenzione di ogni persona di buon senso e la necessità di “serrare le fila” per promuovere iniziative adeguate al fine di  sovvertire queste politiche dal grande spreco del danaro pubblico.

Giornate globali di azione sulle Spese militari 2020

ASSISTENZA SANITARIA
NON SISTEMA DI GUERRA

La crisi pandemica COVID-19 ha mostrato al mondo quali dovrebbero essere le priorità dell’umanità. Questo grave attacco alla sicurezza delle persone in tutto il mondo rende vergognose le spese militari globali e dimostra che sono uno spreco oltraggioso e una perdita di opportunità. Ciò di cui il mondo ha bisogno ora è di concentrare tutti i mezzi a disposizione sulle minacce fondamentali alla sicurezza: condizioni di vita sane per tutti, che derivano necessariamente da società più giuste, verdi e pacifiche.

Dal 10 Aprile – 9 Maggio si manifestano le Giornate Globali di Azione sulle Spese Militari (Global Days of Action on Military Spending – GDAMS) per il 2020 intendono attirare l’attenzione sul grande costo-opportunità degli attuali livelli di spesa militare: 1.820 miliardi di dollari all’anni, quasi 5 miliardi di dollari al giorno, 239 dollari a persona.

Quando una minoranza della popolazione globale decide di finanziare preparativi di guerra perdiamo tutti l’opportunità di finanziare politiche che affrontano le nostre reali minacce alla sicurezza.

Le strutture militari non possono fermare questa pandemia, e non lo faranno.

Questa crisi può essere affrontata solo sostenendo l’assistenza sanitaria e le altre attività di sostegno alla vita, non con attrezzature militari e personale preparato per la guerra.

Il fatto che le risorse militari vengano impiegate durante questa crisi può essere profondamente fuorviante: non giustifica i loro budget gonfiati, né significa che stanno risolvendo questa crisi.

Mostra piuttosto il contrario: abbiamo bisogno di meno soldati, cacciabombardieri, carri armati e portaerei e più medici, ambulanze e ospedali.

Per decenni ci siamo sbagliati sulle nostre reali priorità, è dunque giunto il tempo di (ri)considerare come la spesa militare si sia presa un’enorme quantità di risorse pubbliche per fornire una falsa nozione di sicurezza che non ha nulla a che fare con le esigenze e i diritti delle persone in materia di assistenza sanitaria, istruzione e alloggio, per citare solo alcuni tra i servizi sociali essenziali.

È tempo di spostare il bilancio militare verso i veri bisogni umani.

Importanti riduzioni nelle spese militari libererebbero risorse non solo per fornire assistenza sanitaria universale, ma anche per far fronte alle emergenze climatiche e umanitarie che anche ogni anno uccidono migliaia di persone, specialmente nei paesi del Sud del mondo che stanno subendo le peggiori conseguenze di un modello economico che è stato loro imposto.

Trasferire risorse per finanziare assistenza sanitaria per tutti, azioni di mitigazione degli impatti climatici e aiuti umanitari contribuirebbero a impedire che ciò accada di nuovo e salvare le comunità più colpite.

Queste risorse potrebbero certamente provenire dai bilanci militari, cui è stata data precedenza dai decisori politici per decenni.

Dobbiamo garantire che una crisi sanitaria così grave non si ripeta.

A questo scopo dobbiamo ripensare la politica internazionale, riconsiderare le reali minacce alla nostra sicurezza e fornire ai servizi di protezione civile pubblici tutti i finanziamenti di cui hanno bisogno per funzionare correttamente.

Dobbiamo anche garantire che questa crisi non venga pagata dai più vulnerabili, come è accaduto molte volte in precedenza.

La riallocazione dei bilanci della difesa contribuirebbe a finanziare una transizione davvero e con ogni evidenza necessaria verso società ed economie più pacifiche, giuste e sostenibili.

 

Durante le GDAMS 2020 (dal 10 aprile al 9 maggio 2020) ci mobiliteremo insieme, da Seul a Toronto e da Sydney a Buenos Aires, dall’Italia al mondo per chiedere importanti riduzioni della spesa militare al fine di finanziare misure urgenti per affrontare la pandemia di Covid-19 e fornire sicurezza umana a tutti.

Agisci anche tu per chiedere ai Governo di spostare fondi dalle strutture militari alla salute, dalla guerra alla Pace: unisciti alle azioni GDAMS 2020!

 

                                                     

                             www.demilitarize.org                www.disarmo.org

«Compriamo sottomarini e la gente muore in ospedale»

Con quella cifra (1,3 miliardi di euro) il governo potrebbe allestire subito 1300 posti letto di terapia intensiva.
Così Gino Strada: “Oggi tutti a piangere, ma nessuno si chiede chi ha smantellato la sanità pubblica del nostro Paese?
È un tabù. In Italia si può parlare di tutto, ma non di spese militari. Anche adesso, mentre negli ospedali mancano i letti di terapia intensiva noi facciamo affari con le armi. È vergognoso”.

Gino Strada le armi le conosce bene, suo malgrado. Come il bisturi e le corsie di ospedale.
Lui e lo staff di Emergency girano il mondo per riparare i danni che quelle armi procurano all’uomo. E allora proprio non comprende perché un Paese come il nostro, debba continuare ad investire su strumenti di morte, quando il sistema sanitario nazionale versa in una situazione comatosa, per colpa dei tagli indiscriminati perpetrati negli ultimi anni.

Oggi tutti a lodare i medici e gli infermieri ma, invece di utilizzare le risorse per garantirgli sicurezza e strumenti di lavoro efficaci, il nostro governo pensa ad altro”.
Strada si riferisce alla commessa, confermata due giorni fa dall’amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono e resa pubblica dalla Rete italiana per il disarmo, della Marina Militare per l’acquisto di due nuovi sommergibili U-212 dal costo complessivo di 1,3 miliardi di euro. Sì, avete capito bene: milletrecento milioni.

Domanda: Strada, con quella cifra si potrebbero allestire subito 1310 posti letto di terapia intensiva nella lotta contro il coronavirus. Ma come è possibile?
Tutti i governi hanno anteposto la spesa militare a quella sociale.

Risposta È sconcertante. La ritengo una scelta irresponsabile da parte di uno Stato che invece di dare risposte alle persone che fanno fatica perfino a mangiare, spende miliardi per comprare due inutili sottomarini e mantenere il programma d’acquisto degli F35. La vera sicurezza per i cittadini è la salute non la difesa armata. Non è però una novità. Tutti i governi hanno anteposto la spesa militare a quella sociale. Se mi domanda il motivo non le so rispondere, ma è un dato di fatto: le risorse destinate all’acquisto di armamenti continuano ad aumentare mentre quelle in welfare, istruzione e sanità continuano a diminuire. È un paradosso imbarazzante.

Domanda: Come è imbarazzante che nonostante ci sia il blocco delle attività non ritenute essenziali, le fabbriche di armi restano aperte…

RispostaCerto, sottovalutando il rischio che si sta facendo correre ai lavoratori di quel settore. Non capisco davvero perché debbano continuare a produrre. Se c’è una cosa che non è essenziale sono proprio gli armamenti. Bisognerebbe ricordarlo alla classe politica. Oppure bisognerebbe ricordarlo a noi stessi quando andiamo a votare.

Domanda: Per questa emergenza si sta utilizzando, lo ha fatto più volte anche il premier Conte, la parola “guerra”. Lei che in guerra c’è stato e ha lavorato sotto le bombe, crede che sia una terminologia adeguata da usare in un contesto come il nostro?

RispostaA me questo tipo di linguaggio non piace. Ma, a parte la semantica, ci sono proprio delle differenze di fondo. Una su tutte: la guerra è una scelta dell’uomo, le malattie anche quelle infettive no. E poi perché usare questi termini militareschi? Perché invece di guerra non la chiamiamo sfida? Sfida scientifica, ma soprattutto sociale. Così come i medici non sono militari in trincea o eroi. Sono persone che stanno facendo il proprio dovere in condizioni difficilissime, con un senso di responsabilità e dello Stato encomiabile e a loro deve andare tutta la nostra riconoscenza. Ma anche qui siamo ad un altro paradosso: molti di quelli che oggi definiscono eroi gli operatori sanitari sono coloro che in questi ultimi anni hanno smantellato la sanità pubblica mettendo quegli stessi operatori in condizione di pericolo.

Domanda: Arriviamo al punto, alla questione sanitaria. Come per gli armamenti, un altro tabù del nostro Paese è la sanità privata. Considerata un’eccellenza, nessuno la vuole toccare. Anzi ogni anno i soldi aumentano mentre il sistema pubblico è al collasso…
Non si può fare profitto sulle sofferenze degli altri. Occorre recuperare un’etica sociale

RispostaSono d’accordo. Ma voglio precisarlo: io non sono contrario alla sanità privata. Sono contrario che la sanità privata venga finanziata con i soldi pubblici. Se vuole espandersi lo faccia pure, ci mancherebbe, ma non sottraendo risorse alla collettività. Non si può fare profitto sulle sofferenze degli altri. Sarebbe come se legittimassimo di andare in giro, porta a porta, a vendere mascherine a 200 euro, non si può è immorale. Ciò di cui non riesco a capacitami e che siamo riusciti a smantellare uno dei sistemi sanitari più efficienti al mondo, invidiato da tutti. Lo stiamo vedendo adesso, con l’emergenza coronavirus in corso, ma lo avevamo visto già prima e sarà così anche dopo, quando torneremo alla normalità. Occorre recuperare un’etica sociale. La verità è che il nostro sistema sanitario nazionale sta in piedi solo e soltanto grazie alla dedizione di medici e infermieri, non certo grazie alle scellerate politiche degli ultimi governi.

Domanda: Ma almeno da questa brutta storia potremo imparare qualcosa? Magari che la sanità pubblica va preservata…

RispostaSarebbe bello che comprendessimo tutti, i nostri politici in testa, che la salvaguardia della salute delle persone passa solo da una sanità pubblica e gratuita. Non a caso nelle regioni in cui si è investito nel privato e disinvestito nel pubblico ci troviamo di fronte a mortalità più elevate. La sanità come la scuola e come il lavoro sono i pilastri di una società, dare queste cose in mano ai privati credo sia un gesto suicida. Perciò non sono ottimista. Passata l’emergenza passeranno anche tutti quei bei discorsi che oggi si fanno sul valore del nostro sistema sanitario nazionale. In questo momento ai politici fa comodo dire questo, domani se lo scorderanno, come fanno sempre. Torneranno a tagliare le risorse, a non sbloccare le assunzioni dei medici e a chiudere gli ospedali. Mentre adesso li andiamo a costruire nei padiglioni della Fiera. Tutto questo è pazzesco.

Domanda: A proposito di Fiera, nei padiglioni di Bergamo, grazie alla collaborazione dell’Associazione Nazionale Alpini, della Protezione civile, di Emergency e della task force di sanitari russi, avete appena realizzato un vero e proprio ospedale. I lavori sono iniziati il 24 marzo e si sono conclusi il primo aprile. Uno sforzo che ha potuto anche contare sul fondamentale, generoso e tangibile supporto di numerosissimi donatori, sia a livello locale sia nazionale. È la prova tangibile che se c’è collaborazione le cose si possono fare bene e in breve tempo?
A Bergamo abbiamo allestito una struttura con 72 posti in terapia intensiva e altrettanti in sub intensiva.

RispostaCerto, basta solo evitare, come accade ai padiglioni della Fiera di Milano, di sparare cifre infondate su nuove postazioni solo per uno squallido gioco politico. A Bergamo abbiamo fatto i passi secondo le risorse a disposizione. La struttura, che potrà contare su 72 posti in terapia intensiva e altrettanti in sub intensiva, sarà sotto la giurisdizione dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII. Con una task force di 20 unità tra medici, infermieri e fisioterapisti. Il team di Emergency ha la responsabilità di gestire 12 postazioni. Ci sono però ancora dei problemi da risolvere. Mancano i caschi per la Cpap (la ventilazione meccanica a pressione positiva continua, ndr) e non ci sono ancora gli strumenti di protezione del personale.

Domanda: Visto il lavoro sul campo di Emergency, è inutile chiederle cosa risponde a chi domanda ancora oggi, in modo strumentale: dove sono le ong?

RispostaFrancamente non so perché facciano queste domande, ma le risposte non le devo dare io, basta aprire gli occhi e guardare senza pregiudizi. Parlano i fatti. Invece di perdere tempo a fare polemiche facessero anche loro qualcosa per la collettività. Invece c’è chi specula, sciacalli sempre pronti a portare avanti le proprie campagne d’odio. Questo non è il tempo delle divisioni e dei personalismi, dobbiamo unire tutte le forze sociali per perseguire un unico obiettivo comune. Mi spiace per chi invece continua a coltivare il proprio orticello. Problemi loro, non dedichiamogli altro tempo.

Domanda: Passiamo ad altro, allora. Si sta cominciando a parlare della cosiddetta Fase 2. Quella in cui, superata l’emergenza, bisognerà convivere col virus e tornare pian piano alla normalità. Le chiedo, da medico, quando tutto ciò sarà possibile?
ll virus ha ancora troppi lati oscuri, ci vuole tempo e pazienza. E soprattutto dobbiamo fidarci di medici e scienziati

RispostaSono sincero, è una domanda a cui non so rispondere. La comunità scientifica ha opinioni molto diverse, dettate da alcune incertezze diffuse. ll virus ha ancora troppi lati oscuri, lo si sta studiando, ci vuole tempo e pazienza. E soprattutto dobbiamo fidarci di medici e scienziati. Solo loro possono dettare i tempi. Trovo paradossale che il capo della Protezione civile organizzi cronoprogrammi e faccia previsioni sulla fine della quarantena. Con tutto il rispetto, non credo spetti a lui. Ma è emblematico di un momento in cui c’è ancora troppa confusione. Il governo decide una cosa, la regione X ne fa un’altra, la regione Y un’altra ancora. Si cambia idea ogni tre giorni. I cittadini sono spaesati. Tutti parlano senza avere credibilità. In una situazione emergenziale bisognerebbe rispettare le competenze. L’unico che dovrebbe raccontarci come stanno le cose è il ministro della Salute, invece sta zitto. Perché? Forse non ha nulla da dire e allora fa bene a tacere, ma tutto ciò è preoccupante.

Domanda: Strada, concludo con una speranza, e non mi riferisco al ministro “silenzioso”. Emergency e altre ong sono in prima linea. Medici albanesi, russi, cinesi, cubani sono arrivati dai loro paesi a darci una mano. Tra le persone, seppur alle dovute distanze, si sta riscoprendo un senso civico ormai dimenticato. Pensa che tutta questa solidarietà diffusa possa resistere e far parte della nostra vita anche dopo l’emergenza?

RispostaSto apprezzando molto l’aiuto internazionale che molti Paesi stanno offrendo all’Italia. Perché non è né dovuto né scontato. Come ho piacere constatare tutta questa ritrovata solidarietà. Non solo il mondo delle ong, delle associazioni, i sindacati ma va sottolineata soprattutto l’azione civile delle singole persone che con il loro pezzettino di aiuto quotidiano stanno impedendo il naufragio di questo Paese. Bisogna farne tesoro e ricordarcelo anche quando torneremo tutti ad abbracciarci. A quel punto non si potrà più tornare indietro. L’augurio è che questa generosità collettiva sia come un virus, stavolta positivo, che infetta ognuno di noi. E magari anche la nostra classe politica.

Stefano Milani 04 aprile 2020

https://www.rassegna.it/articoli/compriamo-sottomarini-e-la-gente-muore-in-ospedale

 

Le guerre non si devono fare!

Il rifiuto della guerra non nasce dall’indolenza o dalla paura ma solo dalla consapevolezza.

La guerra è un male assoluto e va ‘ripudiata’, come recita la nostra Costituzione all’Articolo 11.

La manifestazione di ieri a Milano in Piazza Duca d’Aosta “Contro la guerra e il terrorismo di stato”, oltre alle altre diffuse manifestazioni in Italia e nel mondo, richiamano l’attenzione di tutte e di tutti ad una maggiore determinazione.

Occorre riaffermare il diritto alla sovranità popolare per fermare il delirio di onnipotenza dei potentati che non si fanno scrupoli di alcun tipo per annettersi il controllo di territori per lo sfruttamento del petrolio e di altre ricchezze naturali, oltre che per superare le loro crisi economiche e finanziarie.

Il raid militare Usa in Iraq finalizzato all’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani si configura come un atto criminale al di fuori di ogni “procedura”, sia pure discutibile, delle relazioni internazionali, mira ad acutizzare la conflittualità nell’incandescente scacchiere Medio Orientale, uno scenario in cui centrale sarebbe il ruolo di Israele-potenza nucleare.

Il presidente Usa non ha ordinato l’attacco mortale al generale iraniano per fermare una guerra, ma piuttosto per provocarla.

La guerra, da sempre, è lo strumento privilegiato delle fabbriche di morte le cui esportazioni di armamenti riempiono gli arsenali militari che trovano nelle guerre la risposta alle necessità di aggiornamento. Così le spese militari saranno sempre più imponenti – 1822 miliardi di dollari, +2,6% vedi: https://www.money.it/spese-militari-classifica-Sipri-2019-Stati-spendono-di-piu

 – ed a nulla serve il lamento del Segretario Generale dell’Onu circa il mancato rispetto del divieto di vendere armi ai Paesi in guerra.

In questo contesto internazionale è oltremodo importante denunciare all’opinione pubblica, per lo più disinformata, circa il ruolo delle oltre 100 basi militari Usa-Nato presenti in Italia, presenza che vede nelle basi militari di Aviano (Pordenone) e di Ghedi (Brescia) la presenza di oltre 65 bombe nucleari Usa, oltre alla grande base di Sigonella in Sicilia che possono essere direttamente coinvolte nelle guerre.

Inoltre il territorio italiano, di fatto un crocevia di trasporti bellici, è sempre più soggetto alla perdita della sovranità popolare in particolare oggi con il sovranismo della Lega sempre più schierata e subalterna alle posizioni di Turmp.

Per non restare subalterni alla guerra occorre chiedere, con maggior determinazione, una presa di posizione chiara contro l’utilizzo del territorio italiano a fini di guerra:

  • Non dare la disponibilità delle Basi Usa in Italia.
  • Bloccare l’acquisto degli F35.
  • Ritirare i nostri soldati dall’Iraq e dall’Afghanistan.
  • Dare più potere all’Onu e non alla Nato.
Dobbiamo gridare il nostro no alla guerra!

Sorpresa: il governo “buono” sta spendendo miliardi in armi

Missili, blindati, droni, sommergibili: nel silenzio generale al Parlamento sono stati consegnati otto decreti attuativi che potrebbero avviare programmi militari dal valore miliardario. Forse non è un caso che nel contratto di governo non siano previsti tagli.

Forse non è solo un caso che nel contratto del governo Conte 2 non ci sia alcun riferimento al taglio delle spese militari. 
Prossimamente, infatti, il Parlamento potrebbe autorizzare nuove importanti commesse militari, dal valore miliardario. Nel silenzio generale in questi giorni sono stati consegnati in Parlamento alcuni decreti autorizzativi per avviare importanti programmi militari. Parliamo di atti su cui a lavorare, verosimilmente, è stato l’ex ministro Elisabetta Trenta, e non il suo successore Lorenzo Guerini, da poco insediatosi.

I decreti autorizzativi sono in totale otto: a breve potremmo dotarci di un nuovo sistema missilistico, di nuovi blindati, di mezzi subacquei per le Forze speciali della Marina e finanche di due sommergibili. 

Programmi importanti, dunque. Che sono stati assegnati il 18 settembre alle commissioni Difesa e Bilancio per avere l’ok definitivo. E, per tutti, il termine della discussione è fissato al 28 ottobre 2019. Ad oggi, però, i testi dei decreti – da cui sarebbe possibile comprendere la ratio del programma e, soprattutto, l’entità dell’investimento per le casse pubbliche – risultano non disponibili. Linkiesta, ovviamente, ha contattato le commissioni competenti ma, a quanto pare, i decreti sono top-secret fin quando non verranno calendarizzati.

È possibile, però, avere un’idea di quanto ci sia in ballo, facendo riferimento al Documento Programmatico 2019-2021 messo a punto dalla Trenta qualche mese fa.
È qui, infatti, che sono richiamati tutti i programmi militari, anche quelli che oggi attendono l’ok del Parlamento. Tra questi abbiamo, ad esempio, l’acquisizione di «veicoli tattici ad alta tecnologia per la mobilità tattica terrestre dell’Arma dei carabinieri». In altre parole, blindati. Dal 2020 al 2031 si prevede una spesa di 112 milioni di euro.

Per i sommergibili U212 dal 2019 al 2030 si calcola una spesa di 806 milioni, parte della quale a carico non del ministero della Difesa, ma dello Sviluppo economico

Nulla in confronto a quanto dovremmo sborsare per i sommergibili U212. Parliamo di un programma di cooperazione italo-tedesco per «il mantenimento di adeguate capacità della componente marittima della Difesa per la sorveglianza subacquea negli scenari di rilevanza strategica»: dal 2019 al 2030 si calcola una spesa di 806 milioni, parte della quale a carico non del ministero della Difesa, ma dello Sviluppo economico, «per mezzo – si legge nel Documento Programmatico – delle risorse recate dal rifinanziamento del fondo per gli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese». Decisamente curioso.

Ma non è tutto. Tra gli atti sottoposti a parere parlamentare abbiamo, come detto, anche un nuovo sistema missilistico (il «Teseo Mk2/E Evolve») che ha lo scopo «di salvaguardare la capacità missilistica superficie-superficie della componente marittima della Difesa». Costo: 150 milioni (anche se il programma nella sua interezza, incluse tutte le fasi, prevede un onere complessivo di 395 milioni), a carico anche in questo caso del fondo investimenti del MiSE, secondo quanto riportato nel Documento Programmatico. E ancora: all’attenzione del Parlamento ci saranno anche i nuovi «satelliti radar COSMO-Sky Med di seconda generazione per l’osservazione della terra» (212 milioni fino al 2024) e l’acquisizione di un’unità di supporto alle operazioni subacquee e per il soccorso a sommergibili sinistrati (424 milioni fino al 2032).

Dopo la notizia di pochi giorni fa dell’avvio del programma italo-britannico del nuovo caccia di sesta generazione Tempest, i nuovi decreti sottoposti a parere parlamentare potrebbero dare una spinta ancora più decisiva al business militare

Ma tra gli atti del governo c’è anche un altro particolare: rispunta, infatti, un programma militare già presentato a inizio legislatura e che, dopo aspre polemiche, su spinta del Movimento cinque stelle era stato congelato. Parliamo dell’acquisizione di «aeromobili a pilotaggio remoto». In pratica, droni per potenziare la capacità di «Intelligence, Surveillance and Reconaissance della Difesa».
Anche qui l’investimento è di prim’ordine (ma rimodulato proprio grazie all’impegno dei pentastellati): 716 milioni in 15 anni.

Insomma, dopo la notizia di pochi giorni fa dell’avvio del programma italo-britannico del nuovo caccia di sesta generazione Tempest (che, caso strano, affiancherà ma non sostituirà gli F-35 e gli Eurofighter), i nuovi decreti sottoposti a parere parlamentare potrebbero dare una spinta ancora più decisiva al business militare. «È il primo test per la nuova maggioranza sul tema militare – afferma non a caso il portavoce della Rete per il Disarmo, Francesco Vignarca – Certo, siamo in presenza di programmi già previsti, ma il modo in cui verranno affrontati sarà interessante per capire che tipo di dibattito ci sarà in Parlamento». Quel che si spera, in altre parole, è che «non ci sia solo un passaggio di carte ma un dibattito serio nelle commissioni competenti», magari finalizzato a rivedere al ribasso le cifre in palio.

Non c’è da dimenticare, peraltro, un altro dettaglio: «L’approvazione di questi programmiconclude Vignarcainciderà sulla prossima Manovra che, sappiamo tutti, sarà importante in un periodo già problematico. Ecco, ci piacerebbe che eventuali investimenti vadano in altre direzioni, dalle infrastrutture alla scuola».

Carmine Gazzanni

Fonte: Linkiesta

Strategia nucleare del Pentagono

E’ uscito da poco un nuovo documento del Pentagono sulle strategie nucleari.
Si può trovare l’originale in rete. Il ‘risveglio‘ promosso da Obama continua con il suo successore.

Nell’articolo che segue Dinucci ne sottolinea gli aspetti principali. 
Sempre più inquietante la crescente possibilità di un uso ‘limitato’ del nucleare. Da tempo denunciato dal FAS, Federazione degli Scienziati Americani.

I media italiani nonché le reti della pace non danno sufficiente risalto a quello che oramai da anni succede. E che rappresenta un pericolo incombente.

Mentre l’Unione Euroepa continua a dividersi all’interno, i singoli stati continuano ad affidarsi agli ‘amici’ USA. Come per le sanzioni a Russia ed Iran, che fra l’altro hanno PIL addiruttura inferiori all’Italia stessa, che tutti dicono in crisi.

Salvini ha dato recentemente una dimostrazione chiara di quanto su scritto. La conferenza stampa a Washington avrebbe meritato ben più attenzione e critiche di quanto ahimè si è visto, anzi non si è proprio sentito.

E gli oppositori interni lo seguono sul suo terreno e lasciano però che gli USA continuino a ritenerci dei vassalli a cui dare ordini. Il teatrino eterno della politica italiana.

Franco Dinelli

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L’arte della guerra

L’Europa nella strategia nucleare del Pentagono

I ministri della Difesa della Nato (per l’Italia Elisabetta Trenta, M5S) sono stati convocati a Bruxelles il 26 e 27 giugno per approvare le nuove misure di «deterrenza» contro la Russia, accusata senza alcuna prova di aver violato il Trattato Inf
 
In sostanza si accoderanno agli Stati uniti che, ritirandosi definitivamente dal Trattato il 2 agosto, si preparano a schierare in Europa missili nucleari a gittata intermedia (tra 500 e 5500 km) con base a terra, analoghi a quelli degli anni Ottanta (i Pershing 2 e i Cruise) che furono eliminati (insieme agli SS-20 sovietici) dal Trattato firmato nel 1987 dai presidenti Gorbaciov e Reagan. 
 
Le maggiori potenze europee, sempre più divise all’interno della Ue, si ricompattano nella Nato sotto comando Usa per sostenere i loro comuni interessi strategici. 
 
La stessa Unione europea – di cui 21 dei 27 membri fanno parte della Nato (come ne fa parte la Gran Bretagna in uscita dalla Ue) – ha bocciato alle Nazioni Unite la proposta russa di mantenere il Trattato Inf. 
 
Su una questione di tale importanza l’opinione pubblica europea è lasciata volutamente all’oscuro dai governi e dai grandi media. Non si avverte così il crescente pericolo che ci sovrasta: aumenta la possibilità che si arrivi un giorno all’uso di armi nucleari. 
 
Lo conferma l’ultimo documento strategico delle Forze armate Usa, «Nuclear Operations» (11 giugno), redatto sotto la direzione del Presidente degli Stati maggiori riuniti. 
 
Premesso che «le forze nucleari forniscono agli Usa la capacità di conseguire i propri obiettivi nazionali», il documento sottolinea che esse devono essere «diversificate, flessibili e adattabili» a «una vasta gamma di avversari, minacce e contesti». 
 
Mentre la Russia avverte che anche l’uso di una singola arma nucleare di bassa potenza innescherebbe una reazione a catena che potrebbe portare a un conflitto nucleare su vasta scala, la dottrina statunitense si sta orientando in base a un pericoloso concetto di «flessibilità»
 
Il documento strategico afferma che «le forze nucleari Usa forniscono i mezzi per applicare la forza a una vasta gamma di bersagli nei tempi e nei modi scelti dal Presidente». Bersagli (chiarisce lo stesso documento) in realtà scelti dalle agenzie di intelligence, che ne valutano la vulnerabilità a un attacco nucleare, prevedendo anche gli effetti della ricaduta radioattiva. 
 
L’uso di armi nucleari – sottolinea il documento – «può creare le condizioni per risultati decisivi: in specifico, l’uso di un’arma nucleare cambierà fondamentalmente il quadro di una battaglia creando le condizioni che permettono ai comandanti di prevalere nel conflitto». 
 
Le armi nucleari permettono inoltre agli Usa di «assicurare gli alleati e i partner» che, fidando su di esse, «rinunciano al possesso di proprie armi nucleari, contribuendo agli scopi Usa di non-proliferazione». 
 
Il documento chiarisce però che «gli Usa e alcuni alleati Nato selezionati mantengono aerei a duplice capacità in grado di trasportare armi nucleari o convenzionali». 
 
Ammette così che quattro paesi europei ufficialmente non-nucleari  – Italia, Germania, Belgio, Olanda – e la Turchia, violando il Trattato di non-proliferazione, non solo ospitano armi nucleari Usa (le bombe B-61 che dal 2020 saranno sostituire dalle più micidiali B61-12), ma sono preparati a usarle in un attacco nucleare sotto comando del Pentagono.
 
Tutto questo tacciono governi e parlamenti, televisioni e giornali, con il complice silenzio della stragrande maggioranza dei politici e dei giornalisti, che invece ci ripetono quotidianamente quanto importante sia, per noi italiani ed europei, la «sicurezza»
 
La garantiscono  gli Stati uniti schierando in Europa altre armi nucleari.

Manlio Dinucci – da il Manifesto

Sempre più grande la spesa per le armi nel mondo

Un 2018 da record nei nuovi dati diffusi dall’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma: SIPRI.

La spesa militare mondiale totale ha stabilito un nuovo record salendo a 1822 miliardi di dollari nel 2018, con un aumento del 2,6 per cento rispetto al 2017 pari 2,1% del Prodotto Interno Lordo (PIL) globale, ovvero 214 euro a persona.

I cinque maggiori paesi, in questa poco positiva graduatoria, sono: gli Stati Uniti (649 miliardi di dollari), la Cina (250), l’Arabia Saudita (67,6), l’India (66,5) e la Francia (63,8). 

Sette dei 15 paesi primi in graduatoria sono membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO): Canada, Francia, Germania, Germania, Italia, Turchia (+24% nell’ultimo anno), Regno Unito e Stati Uniti. Insieme hanno rappresentato il 48% (880 miliardi di dollari) della spesa militare globale. 

L’Italia si è piazzata all’undicesimo posto globale sprecando in spesa militare di 27,8 miliardi di dollari (24,9 miliardi di euro) del proprio bilancio.

A evidenziare l’aumento della pressione Nato sulla Russia, si segnalano i dati della spesa militare dell’Ucraina 4,8 miliardi di dollari (+ 21 percento rispetto al 2017 e + 53 percento rispetto al 2013; della Polonia 11,6 miliardi di dollari (+ 8,9 percento rispetto al 2017; della Lituania 1,03 miliardi di dollari  (+18% nell’ultimo anno).

Altro dato che sottolinea le tensioni politiche correnti e radicate è quello del rapporto tra spesa militare e Pil nel Medio Oriente; sei dei 10 paesi con il più alto carico militare del mondo nel 2018 si trovano in questa regione: Arabia Saudita (8,8 per cento del PIL), Oman (8,2 per cento), Kuwait (5,1 per cento), Libano (5,0 per cento), Giordania (4,7 per cento) e Israele (4,3 per cento).

Gli altri quattro paesi col maggiore rapporto tra spesa militare e PIL sono l’Algeria (5,3 per cento), l’Armenia (4,8 per cento), il Pakistan (4,0 per cento) e la Russia (3,9 per cento).

Il SIPRI precisa che per spese militari si intendono non le sole spese in armamenti ma, complessivamente, tutte le spese pubbliche per le forze e le attività militari correnti, compresi gli stipendi e le indennità, le spese operative, gli acquisti di armi e attrezzature, la costruzione militare, la ricerca e sviluppo, l’amministrazione centrale, il comando e il sostegno.

La classifica degli Stati che spendono di più

CLASSIFICA 2018 SPESA MILITARE 2018 (miliardi di $) RAPPORTO PIL (%) VARIAZIONE RISPETTO al 2009 (%)
– Stati Uniti 649 3,2 -17
– Cina 250 1,9 +83
– Arabia Saudita 67,6 8,8 +28
– India 66,5 2,4 +29
– Francia 63,8 2,3 +1,6
– Russia 61,4 3,9 +27
Regno Unito 50,0 1,8 -17
– Germania 49,5 1,2 +9,0
– Giappone 46,6 0,9 +2,3
10° – Corea del Sud 43,1 2,6 +28
11° – Italia 27,8 1,3 -14
12° – Brasile 27,8 1,5 +17
13° – Australia 26,7 1,5 +21
14° – Canada 21,6 1,3 +12
15° Turchia 19,0 2,5 +65

 

4 aprile 2019 – 70 ANNI DI «NATO»

La NATO è l’alleanza militare-nucleare più potente del mondo, a guida esclusiva USA.

A partire dal 1991, con la prima guerra contro l’Iraq, da Alleanza difensiva si è trasformata in una Alleanza che prevede l’aggressione militare in qualunque parte del mondo.

Un movimento globale si è attivato per delegittimare la NATO e contrastare l’architettura militare USA-NATO rappresentata da 1000 basi  straniere  presenti in 145 paesi,  in funzione di un provocatorio accerchiamento dei nemici di turno.

Dal vertice dell’aprile 1999 a Washington la Nato viene trasformata in una Alleanza che prevede l’aggressione militare.
I paesi membri sono impegnati a condurre operazioni militari al di fuori del territorio dell’Alleanza, per ragioni di sicurezza globale, economica, energetica, e migratoria.

Il Nuovo concetto strategico viola i principi della Carta delle Nazioni Unite.

Qualche giorno prima, 24 marzo 1999, era iniziata la guerra della Nato contro l’ex Jugoslavia, senza mandato Onu e con la rivendicazione dell’intervento «umanitario».

Dalle basi in Italia decollarono la maggior parte dei 1.100 aerei che, in 78 giorni, effettuarono 38 mila sortite, sganciando 23 mila bombe e missili (molte a uranio impoverito) sulla Serbia e sul Kosovo.

Viene in tal modo attivato e testato l’intero sistema delle basi Usa/Nato in Italia, preparando il suo potenziamento per le guerre future.

L’appartenenza alla Nato rafforza quindi la sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti.

Da quella guerra in poi il diritto internazionale è diventato il diritto del più forte militarmente

Le basi Usa e Nato rappresentano il 95% di tutte le basi militari straniere nel mondo.

L’Italia ha sul  proprio territorio il 10% delle Basi Usa e NATO ed è totalmente asservita al sistema guerra.

Particolarmente grave è il fatto che, in alcune di queste basi, vi sono bombe nucleari statunitensi e che anche piloti italiani vengono addestrati al loro uso.
L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione nucleare che ha sottoscritto e ratificato.

Le basi militari, oltre ad essere strumenti di guerre contro altri paesi, rappresentano una costante minaccia per la sicurezza dei territori, la salute delle popolazioni e la tutela dell’ambiente.

Dov’è la nostra sovranità territoriale e politica?

Portare l’Italia fuori dal sistema di guerra!

Attuare l’articolo 11 della Costituzione che ripudia la guerra come strumento di soluzione dei conflitti e ci chiede di tessere una politica internazionale di Pace.

L’Italia spende ogni giorno oltre 70 milioni di euro per spese militari.
Secondo gli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza, la spesa militare italiana dovrà essere portata a 100 milioni di euro al giorno. 

Una quantità enorme di soldi pubblici, sottratti alle spese sociali, al benessere della collettività per essere parte di un’Alleanza la cui strategia non è difensiva ma offensiva. 

La NATO è il più grande ostacolo per un mondo libero dalle armi nucleari e in armonia con la natura.

Contribuisce in modo determinante all’insicurezza  dell’Umanità opponendosi alla messa al bando delle armi nucleari per mantenere in maniera terroristica il proprio potere.

L’Italia esca dalla NATO!

l’Europa si liberi dal laccio soffocante della NATO, dal controllo della superpotenza USA e dia il proprio contributo alla pace nel mondo.

Chiediamo la partecipazione di tutte le persone che vogliono la pace, la democrazia, la libertà, il rispetto dei diritti.

Vedi: NO-ALLE-ARMI-NUCLEARI-IN-ITALIA-E-IN-EUROPA-A

FIRMA LA PETIZIONE

https://www.change.org/p/la-campagna-per-l-uscita-dell-italia-dalla-nato-per-un-italia-neutrale

I cinque imperi militari del mondo

Gli Stati Uniti sono ancora l’unica superpotenza del mondo, se con questo termine si intende il paese con la maggiore presenza militare sul pianeta. 

Queste mappe, prodotte nel 2016 dall’Istituto svizzero per la ricerca energetica e sulla pace (Siper), mostrano la distribuzione geografica delle basi militari straniere di cinque tra i paesi con i maggiori bilanci della difesa, nonché i soli con un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu: gli Stati Uniti d’America, la Russia, la Cina, il Regno Unito e la Francia.

Washington ha speso 611 miliardi di dollari per la propria difesa nel 2016 e possiede 587 basi militari in 42 paesi, oltre alle più di quattro mila situate sul proprio territorio. 

È più facile elencare i paesi in cui non sono presenti le forze armate statunitensi, sia nel continente americano che in Europa, la maggior parte delle isole dei Caraibi per esempio, o paesi come Argentina, Cile e Venezuela non ospitano soldati statunitensi.

Per quanto riguarda il vecchio continente, i paesi che non hanno una stabile presenza militare sono: Irlanda, Austria, Svezia, Finlandia, che pur appartenendo all’Unione europea non partecipano alla Nato; la Svizzera, un paese neutrale per eccellenza, la Serbia e il Montenegro, ex nemici nelle guerre degli anni Novanta, anche se il piccolo stato balcanico sta per entrare nella Nato.

Nonostante la precedente appartenenza all’Unione sovietica, ci sono truppe degli Stati Uniti anche in Ucraina, Georgia, Armenia e Albania. Naturalmente però, la Russia e il suo fedele vicino bielorusso non ospitano militari di Washington.

In Africa, l’esercito statunitense è presente in tutto il nord, dal Marocco all’Egitto, Libia inclusa. Inoltre le truppe di Washington hanno una base praticamente in ogni paese del Medio Oriente, eccetto in Siria e Libano e, ovviamente, in Iran. Ma gli Stati Uniti non sono gli unici a impegnare stabilmente i propri militari all’estero. 

Le mappe dell’istituto svizzero infatti sostengono che il Regno Unito e la Francia hanno basi militari in 11 differenti paesi. La presenza francese si concentra sull’Africa, in particolare su una serie di ex colonie, dal Senegal e dalla Mauritania sulla costa occidentale del continente attraverso Mali, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Niger, Ciad fino alla Repubblica Centrafricana. Parigi estende la sua influenza anche su Gabon e Gibuti. La piccola città-stato a dire il vero ospita militari da diversi paesi, inclusa la Cina e l’Italia.

Questa vasta area era una volta conosciuta come Françafrique, un termine tornato in auge con la campagna elettorale presidenziale del 2017. L’esercito francese interviene comunque regolarmente per sostenere i governi della regione e sopprimere le ribellioni. 

Il Regno Unito ha proprie truppe in Germania dalla seconda guerra mondiale e mantiene una presenza militare anche negli Emirati Arabi Uniti. I soldati di Sua maestà sono stribuiti in tutto l’ex impero coloniale britannico: Cipro in Europa; Canada e Belize nelle Americhe; Sierra Leone e Kenya in Africa; Qatar in Medio Oriente e Singapore e Brunei nel sud-est asiatico.

La presenza in Afghanistan è naturalmente dovuta alla lotta della NATO contro i talebani. Il Nepal, strategicamente posizionato tra la Cina e l’India, non ha mai formalmente fatto parte dell’impero britannico, ma ha sempre subito una forte influenza britannica per la maggior parte del XIX secolo. 

La Russia invece mantiene basi militari in altri 9 paesi, tutti ex Stati membri dell’Unione Sovietica. Questi includono Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan.

La Russia mantiene basi anche in altre due repubbliche sovietiche, ma senza il permesso del governo locale: uno in Transnistria, una repubblica autoproclamatasi in Moldavia e quattro in Ossezia del Sud e cinque in Abkhazia, due regioni separatiste della Georgia. In più Mosca mantiene i propri militari in Vietnam e in Siria.

Al momento, l’unica base militare della Cina al di fuori del suo territorio si trova a Gibuti, dove, come già detto sono presenti anche soldati di altri paesi. Djibouti non è comunque l’unico paese in cui i convivono militari di diverse potenze, in alcuni casi ostili tra loro. La mappa che mostra la presenza militare americana e russa in tutto il mondo, rispettivamente in blu e rosso, evidenzia quei paesi, segnati in verde, in cui entrambi i paesi hanno stabilito delle basi permanenti: Moldova, Georgia, Kirghizistan e Vietnam.

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https://www.tpi.it/foto/cinque-imperi-militari-del-mondo/
Alcune mappe, prodotte nel 2016 dall’Istituto svizzero per la ricerca energetica e sulla pace, mostrano la distribuzione geografica delle basi militari straniere di cinque tra i paesi con i maggiori bilanci della difesa


Questa mappa mostra in blu i paesi che ospitano basi militari statunitensi, in rosso quelli che hanno una stabile presenza di militari russi. In verde sono segnate le nazioni che presentano basi di entrambi i paesi.


Questa mappa mostra i paesi che ospitano basi militari degli Stati Uniti d’America

Questa mappa mostra i paesi che ospitano basi militari russe

Questa mappa mostrano i paesi che ospitano basi militari cinesi


Questa mappa mostra i paesi che ospitano basi militari della Francia

Questa mappa mostra i paesi che ospitano basi militari del Regno Unito

Un chiaro invito ad armarsi

La fiera dei feudi intoccabili

Sabato scorso il segretario della Lega, Matteo Salvini, si è presentato trionfante alla fiera delle armi di Vicenza, HIT Show, per raccogliere gli applausi non solo dei cacciatori veneti, degli “sportivi” e dei cosiddetti “appassionati”, ma soprattutto dei produttori bresciani di armi. Ci è andato per rassicurarli che entro marzo sarà approvata la nuova legge sulla legittima difesa. Quella che, a suo dire, permetterà “agli onesti cittadini” di “difendersi in casa propria” senza dover incorrere in estenuanti e costosi processi. Una legge fatta apposta per realizzare il motto tenacemente ripetuto dal leader del Carroccio: “la difesa è sempre legittima”.

Legittima difesa? Sì ma con le armi!

Checché ne dica Salvini, il disegno di legge che è attualmente in seconda lettura al Senato, costituisce un chiaro invito ad armarsi. Il testo recita, infatti, che “sussiste sempre il rapporto di proporzione tra offesa e difesa” se taluno legittimamente presente nell’abitazione o in un altro luogo di privata dimora, o ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale, “usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere la propria o la altrui incolumità, i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione”.

Si introduce così una presunzione di tutti i requisiti della legittima difesa, presunzione che è da ritenersi assoluta, considerato il ricorso all’avverbio “sempre”. Come ha evidenziato con un comunicato l’Associazione italiana dei professori di Diritto penale (Aipdp) questo disegno di legge trasforma l’attuale “diritto di legittima difesa” in “diritto di difesa”. E soprattutto in diritto di difesa con le armi.

Una riforma pericolosa

La situazione attuale dei reati e dei delitti in Italia non giustifica l’assunzione di misure che potrebbero invece avere conseguenze devastanti sulla sicurezza dei cittadini. Furti e rapine nelle abitazioni e nei negozi sono in costante calo. Non solo: secondo i dati del Viminale, presentati in una ricerca di Marzio Barbagli e Alessandra Minello dal titolo “L’inarrestabile declino degli omicidi”, anche gli omicidi sono in forte calo rispetto all’inizio degli anni Novanta (da 1442 nel 1992 a 397 nel 2016): in particolare mostrano una consistente diminuzione quelli compiuti dalla criminalità comune (da 879 a 144) e dalla criminalità organizzata (da 342 a 55). Ma soprattutto sono più che dimezzati gli omicidi per furti o rapine: si passa da una media annuale di oltre 70 ad inizio anni Novanta a circa 30 nell’ultimo quinquennio, di cui 19 nel 2016. E sono stati 16 nel 2017.

Di contro, nel 2016 gli omicidi non attribuibili alla criminalità bensì di tipointerpersonale ammontano a 128 e costituiscono quasi un terzo di tutti gli omicidi perpetrati in Italia (397). Ciò sta a significare che oggi il pericolo maggiore per l’incolumità delle persone non consiste nelle rapine in abitazioni o in esercizi commerciali, ma nell’ambiente familiare e interpersonale. Quello che, appunto, la nuova legge sulla legittima difesa si propone di armare col pretesto del difendersi dai ladri.

Un favore ai produttori di armi

Ma allora a cosa e, soprattutto, a chi serve la nuova legge sulla legittima difesa? Serve soprattutto ai produttori di armi. Le attività legate alla caccia, quelle che tradizionalmente hanno favorito la vendita di fucili, sono da anni in calo. Le aziende hanno urgente bisogno di trovare nuovi acquirenti. Certo un po’ di nuovi appassionati di tiro al volo ci sono. Aumentano anche i sedicenti sportivi e soprattutto quelli che prendono la licenza solo per avere un’arma in casa. Ma è poca cosa. Va perciò creato un nuovo mercato, quello appunto delle armi da difesa personale (pistole, revolver, fucili a pompa e anche fucili semiautomatici, si proprio quelli che vengono usati per fare stragi in America).

Per incentivare questo mercato occorre far leva sulla paura e sulla necessità di difendersi. Ed è qui che la modifica della legge sulla legittima difesa arriva a pennello. Non è un caso, allora, che l’anno scorso, Matteo Salvini abbia firmato proprio a HIT Show un “Impegno d’onore” con un’associazione che ha ricevuto il pieno sostegno dei produttori e dei rivenditori italiani di armi. Associazione che, pur avendo pochissimi iscritti (“poche migliaia”, dice il suo presidente che, stranamente, non è mai in grado di riferire il numero preciso), serve perfettamente agli scopi di produttori e rivenditori di armi: quella, cioè, di stabilire un filo diretto –  e senza esporsi in prima persona –  con un referente politico di caratura nazionale in grado di incentivare il mercato delle armi. Il voto per lui è assicurato. E da allora Salvini non ha perso occasione per farsi scattare foto con un fucile in mano.

HIT Show, la fiera delle armi

Qui torna in ballo HIT Show. Il salone fieristico che da cinque anni si tiene a Vicenza e che quest’anno si è rifatto il look aggiungendo, per la passione per le scampagnate fuori porta, “Outdoor Passion”. Fin dalla prima edizione è stato chiaro – a chi non aveva i paraocchi – che la fiera vicentina costituisce un’abile operazione ideologica per incentivare la diffusione delle armi. E, proprio per questo, è subito diventata la passerella elettorale prediletta da diversi rappresentanti della destra, Lega e Fratelli d’Italia in testa. Anche quest’anno è servita perfettamente allo scopo in vista delle prossime elezioni europee.

Come noto, Hit Show è l’unico salone fieristico in tutti i paesi dell’Unione europea in cui sono esposte tutte le armi cosiddette “comuni” (cioè praticamente tutte tranne quelle “da guerra”), nel quale è permesso l’accesso al pubblico compresi i minori “accompagnati da un adulto” e nel quale e – sta qui il punto – basta acquistare uno spazio espositivo e si può svolgere qualsiasi attività, tra cui raccogliere firme per iniziative di rilevanza politica (come proposte di legge per la “legittima difesa”, per petizioni e campagne contro le norme europee, ecc.), organizzare eventi cosiddetti “culturali” con i rappresentanti di un solo partito, invitare parlamentari per trovare agganci politici per le proprie iniziative e finanche fare propaganda elettorale.

HIT Show, un feudo intoccabile

Mi sono chiesto spesso come persone non certo favorevoli alla diffusione delle armi. come l’ex sindaco di Vicenza, Achille Variati, e l’attuale sindaco di Rimini, Andrea Gnassi, non siano riusciti, nonostante il loro ruolo di rappresentanti istituzionali delle Amministrazioni pubbliche principali azioniste di Italian Exhibition Group (IEG), a far adottare agli organizzatori di HIT Show (IEG e ANPAM) alcune semplici regole di responsabilità sociale l’impresa atte a garantire che la manifestazione fieristica sia conforme alle finalità dichiarate e cioè sia una manifestazione dedicata alla caccia, al tiro sportivo e all’outdoor. Me lo sono chiesto anche in considerazione delle pressanti richieste a loro rivolte fin dalla prima edizione da associazioni nazionali (come l’Osservatorio OPAL e Rete Disarmo) e da numerose associazioni locali. Richieste che sono state ribadite con forza anche nei giorni scorsi.

Non ho trovato risposta. Ma credo di non essere troppo lontano dal vero nell’affermare che HIT Show rappresenta per alcuni promotori del salone fieristico un vero e proprio feudo. Lo è per la Confavi (Confederazione delle Associazioni Venatorie Italiane), quella che all’entrata in fiera distribuisce borse gialle con inclusi manifestini elettorali (si veda il video dell’anno scorso di “La Repubblica” dal min. 3:45). E soprattutto per i produttori di armi. Nella mentalità feudale del “paroni a casa nostra” (padroni a casa nostra) non c’è spazio per la modernità della responsabilità sociale d’impresa. La fiera è il mio castello: “Fòra o sparo!”.

Giorgio Beretta
Fonte: Unimondo.org

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