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Vi voglio raccontare una storia

una bella storia: la nostra presenza alla Sagra di Baggio.

Abbiamo sempre ritenuto la Sagra di Baggio un momento importante di visibilità e di rappresentazione di contenuti che sono propri dell’attività della nostra associazione.

Ci siamo premurati anzitutto di raccontare le verità sul tema dei migranti in particolare per sfatare la “grande invasione” che l’Italia starebbe subendo.

Vedi: Quale invasione

Cercando di spiegare come accoglienza e umanità siano un Bene comune.

Abbiamo posto particolare accento alla Questione Femminile: sul diritto delle donne ad essere protagoniste delle battaglie politiche e del diritto alla Vita nelle sue diverse declinazioni denunciando la violenza che le donne subiscono in particolare quando vengono considerate “proprietà privata“.

Vedi poster: Donne

Un altro aspetto importante che abbiamo rappresentato con grande efficacia, vista l’attenzione delle persone, è stato il tema del “riciclo e le buone pratiche di raccolta differenziata” suggerito dal Municipio 7: tema che ci è caro in particolare per le stesse pratiche del Gruppo di Acquisto Solidale presente nell’Associazione Dimensioni Diverse.

Vedi: Il mio balcone ecologico

Vol_Quando la plastica genera morte

Vedi alcune foto

Questa é la nostra storia
che ci ha visti presenti alla 390° Sagra di Baggio.

—————–

La “bella storia” racconta anche un’altra realtà che ci pare giusto raccontare perché ci compete, compete a tutti.

Ci sono momenti in cui la Sagra appare come un “NON LUOGO“: fiumane di gente che si trascina lungo la via, spinta in avanti da chi la segue, impossibilitata a ricercare un possibile sguardo amico, distratta da una grande apatia, di ciò che appare loro come una diversità altra.

Noi che vogliamo essere uno sguardo vivo, che crediamo al richiamo di una diversità possibile, ad una umanità attiva e solidale, quei volti distratti dall’indifferenza ci apparivano stranieri anche se dello stesso colore della pelle.

Avanti, sempre più avanti, trascinati via verso un dove che non pare esistere.

Distratti, sempre più alienati, indifferenti ad un destino omologante e precario.

Non sappiamo, non ci è dato sapere, cosa ha spinto la Giunta del Municipio 7 a chiedere alle Associazioni di rappresentare il tema del riciclo e neppure se lo animasse qualche idea di politica in merito.

Quello che sappiamo è la politica dell’Amministrazione in merito al “riuso” (sinonimo di “riciclo” dell’area verde ex Piazza d’Armi ed in particolare degli ex Magazzini annessi che hanno deciso di abbattere.

Vedi: Vol_Questo lo dovete sapere

Così come sappiamo della politica di Governo in merito ai “respingimenti” (sinonimo di smaltimenti) dei migranti raccolti nel mare Mediterraneo verso la Libia, vero inferno di morte: atroce indifferenza.

Sono tristi esempi di modi diversi di “riciclare” Beni pubblici, bellezze naturali e disprezzo di umanità e di vite umane: i respingimenti verso la Libia hanno superato per numero gli immigrati arrivati in Italia.

Il “riciclo” non è solo un risparmio, presuppone una diversa sensibilità personale dell’agire politico, un concetto di  sostenibilità responsabile anzitutto per la Vita delle persone oltre che per le cose che possono salvaguardare ricchezze della Natura e le sue bellezze.

Per questo la “storia” della Sagra si presta alla Memoria resistente.

Alla fine della giornata folate di forte vento scuotevano gli alberi e le vecchie foglie cadevano segnando l’inizio della nuova stagione.

Nella testa del ministro

Una volta c’era la Lega … oggi c’è Salvini.

Ministro della Repubblica democratica assume in sé e rappresenta la negligenza dell’umano indifferente,
la debolezza del rancoroso che piange sulla propria miseria,
l’uomo del comando, al comando del disordine violento e repressivo.

Per Salvini il corpo del reato è l’altrui miseria quella in fuga,
la miseria generata dalle ingiustizie perpetrate nei loro paesi,
e qui da noi, nell’occidente responsabile, il migrare non è un diritto,
ma la pena dell’ingiustizia,
il migrante è un perseguitato politico che ingenera paure.

Nella testa del ministro – ci siamo noi

Un giorno ci si dovrà chiedere seriamente quanti “salvini” abitano tra noi;
a cominciare da chi, usa la parola senza dargli senso,
manifesta in piazza e plaude alla sicurezza repressiva,
critica le nefandezze di una certa politica ma non la agisce,
fa della solidarietà l’alibi della propria inconsistenza politica,

…….

per poi “comprendere” la miseria di chi si fa forte, arrogante e violento sulla miseria altrui,
la paura che rivendica il diritto esclusivo,
l’apatia di chi “non cambia niente”, avanti il più “forte”.

…….

E’ ora di prendere parola e dare ad essa la giusta dimensione;
abbattere lo scempio di umanità che si ingenera nei linguaggi e nelle politiche del Governo;
paura e diffidenza sono paradigmi brutali di una disumanità senza storia.

…….

«Ridare all’intelligenza umana la libertà di pensiero potrebbe essere la determinazione di una lotta morale e politica del nostro tempo».

La Bellezza è un’emozione universale

La Bellezza è un’emozione universale
libera alle diversità dei sentimenti che la comprendono.

La misura dello sguardo non le appartiene.

La Bellezza non è un desiderio
la sua forma è plurale, ignorarla è impossibile
come le diversità che si comprendono/incontrano.

La Bellezza non si sottrae al tempo
è un dono dell’universalità della vita.

La bellezza è una meravigliosa attitudine,
un sentimento che implode nella miseria umana
anche quando la stessa soggiace alla fine della ribellione.

La bellezza insorge: alla banalità del vivere
allo sguardo indifferente, alla violenza disumana.

Possedere la bellezza è impossibile: non ha mercato
liberata nel desiderio illimitato di cambiamento.

La bellezza non porta rancore ma il rancore non porta bellezza.

La miseria non è della Natura
la miseria non si assolve con un sorriso solidale
la miseria manca della Bellezza che travalica l’esistente
e irrompe nella giustizia.

Un santo …, no un prete …, anzi un uomo.

A Baggio esiste una via, quella che dal Cimitero arriva alla via Cusago, dedicata a Óscar Arnulfo Romero arcivescovo salvadoregno, ucciso mentre celebrava la Messa da un sicario dei cosiddetti “squadroni della morte”, il 24 marzo 1980 a San Salvador.

Solo dopo 35 anni (il 23 maggio del 2015) la Chiesa lo ha dichiarato martire.

Un passaggio caratterizzante la vita di Oscar Romero è stato l’assassinio (il 12 marzo del 1977 a El Paisnal) di Padre Rutilio Grande, da parte delle forze di sicurezza salvadoregne insieme a due dei suoi parrocchiani contadini.

Rutilio Grande, un caro amico e collaboratore di  monsignor Oscar Romero, era un gesuita salvadoregno che andò a vivere in campagna tra i contadini, immergendosi nella loro vita, nella loro religiosità, nei loro problemi. Diceva: “non sono venuto a portarvi la Chiesa ma perché voi diventiate chiesa

Fu ucciso perché la sua predicazione evangelica scuoteva i contadini dal torpore sociale e indirettamente suscitava rivendicazioni sindacali.

L’uccisione di Padre Rutilio Grande è stato uno degli eventi chiave che ha condotto Monsignor Oscar Romero, nominarono arcivescovo di San Salvador il 3 febbraio 1977, ad allineare il suo ministero con la causa dei poveri e degli oppressi in El Salvador.

Poiché era arcivescovo della capitale San Salvador, di fatto primate della Chiesa salvadoregna, questa assunzione di responsabilità significò per Romero impegnarsi in un ruolo pubblico di difesa dei poveri, con grande forza e determinazione.

Romero viveva sobriamente nelle stanzette del custode di un ospedale per malati terminali.

Pur consapevole delle reiterate minacce di morte, con grande responsabilità e determinazione, non ha mai smesso di opporsi al regime denunciando con determinazione violenze e ingiustizie.

A chi lo sollecitava alla prudenza rispondeva: il pavido che cerca di sottrarsi ai pericoli e alle difficoltà della vita ha già perso la propria. 

Con questa memoria di uomo giusto, ancorché beato, lungo la via a lui intestata verrà realizzato in sua memoria un murales, realizzato dall’artista salvadoregno Renacho Melgas, che sarà inaugurato domenica 26 agosto alle ore 17 alla presenza del Console della Repubblica di El Salvador.

Sarà presente anche Don Alberto Vitali, parroco dei migranti.

Il volantino

 

Partigiano portami via!

Resistenza ovunque sia!

Luoghi dove la storia potrà raccontare qualcosa che ci appartiene

24 Aprile 2018: Liberazione – Resistenza

Bella e partecipata è stata la serata organizzata da Rete 7 all’esterno della Biblioteca di Baggio.

Il richiamo alla lotta di Liberazione è stata fatta da Giuliana Cislaghi.

Ci ha raccontato di quegli anni dove resistere al nazi-fascismo, essere partigiani, anche per i cittadini di Baggio, voleva dire pensare oltre sè stessi, schierarsi e lottare per il Bene Comune: la libertà, la pace, la solidarietà, … (Sintesi Giuliana Cislaghi)

Il paragone con i nostri giorni è stato richiamato da Giuliana, in particolare, riguardo ai giovani che risultano facile preda di false ideologie, cedendo alle crisi di un sistema che insorge oltre ogni speranza.

Ogni parola è un pregiudizio” diceva Nietzsche, soprattutto quando il linguaggio è insufficiente ad affermare la verità che pure attraversa l’esistenza.

Si generano “periferie”, dimensioni del sapere marginale, dalle produttività deboli, di politiche irrisolte, ma anche luoghi dove poter mostrare il valore della solidarietà, dove la resistenza è riconoscere le diversità come storie da vivere. (25 Aprile, una celebrazione)

Anche le parole di “Eroe” con la musica e il canto di Caparezza hanno sottolineato il significato della lotta resistente. (Senti: https://www.youtube.com/watch?v=xXLXgGJ5mIg )

E infine la “Festa Conviviale” dove la diversità dei cibi offerti ha generato scambi di simpatia e di affetto tra tutte le persone convenute che si  raccontavano, mentre la musica sottolineava il piacere della serata.
Vedi le Foto

IL 25 TUTTE E TUTTI ALLA MANIFESTAZIONE

Sulla pelle dei migranti

La squallida campagna elettorale in corso alimenta e al tempo stesso si nutre di una narrazione ricca di odio contro i migranti e della mistificazione dei fatti. Nessuno racconta sul serio quello che accade in mare e in Libia

Una campagna elettorale tossica, quella in corso in Italia, che si sta combattendo a colpi di fake news e di speculazioni, anche in senso apertamente razzista, sulla pelle degli immigrati in Italia. Rimbalzano così da un canale di informazione all’altro, dati fatti percepire in modo enormemente amplificato all’opinione pubblica e quindi agli elettori, come la presenza in Italia di immigrati, o musulmani, oppure come il numero delle persone che avrebbero diritto ad uno status di protezione.

Dati che potrebbero fare la differenza nella composizione del futuro parlamento e nella nomina del nuovo governo, spesso dati assolutamente falsificanti, ma utili per chi vuole sfruttare l’allarme sicurezza e la paura che si diffonde nel corpo sociale.

Dal confronto politico e dalla cronaca nazionale sembra invece scomparso il tema dei soccorsi in mare nelle acque del Mediterraneo centrale. Alcuni giornali italiani tacciono sistematicamente. La Marina e la Guardia costiera hanno ridotto al minimo i loro comunicati.

Le minacce della Guardia costiera “libica” non si contano più. La Guardia costiera “libica” ha potuto bloccare in alto mare centinaia di migranti in fuga dagli orrori dei lager libici, per riconsegnarli a terra agli stessi carcerieri dai quali erano fuggiti. 

Come nel caso di tanti nigeriani bloccati in mare e riportati in centri nei quali possono essere venduti o costretti a fuggire per finire di nuovo nelle mani di altre milizie che li tortureranno per estorcere loro danaro.

Si tratta di un ennesimo caso di intercettazione in alto mare, questo il termine esatto. La Marina italiana e la Guardia costiera italiana evidentemente non presidiano più una vasta zona di acque internazionali a nord della costa libica. dopo gli accordi di collaborazione operativa stipulati con il Memorandum d’intesa del 2 febbraio 2017. Ma per Gentiloni, grazie a Minniti ed ai suoi accordi avremmo “acceso i riflettori sui diritti umani in Libia”. 

Dal primo febbraio di quest’anno, dopo la fine ingloriosa di Triton, dovrebbe essere partita l’operazione Themis di Frontex (adesso ridefinita Guardia Costiera e di frontiera europea), e sono presenti nelle acque del Mediterraneo centrale le navi dell’operazione europea EUNAVFOR MED, ma i loro assetti, salvo qualche lodevole eccezione di soccorso, risultano praticamente invisibili.   

Si muore anche per abbandono o ritardo nei soccorsi.

Intanto i  veri trafficanti rimangono a terra e magari sono anche collusi, con  parte della cd. Guardia costiera libica e con le milizie armate che l’Unione Europea, e l’Italia, stanno foraggiando per impedire che i migranti riescano ad allontanarsi dalle coste libiche.

Ed adesso la frontiera da difendere per impedire il passaggio dei migranti si è spostata in Niger.

Lasciando ai libici la possibilità di raggiungere le acque internazionali, pure in assenza di una vera zona SAR (zona di soccorso) libica riconosciuta a livello internazionale dall’IMO (Organizzazione marittima internazionale, si realizzano di fatto dei veri e propri respingimenti collettivi.

Si assiste così ad un vero e proprio aggiramento del divieto di trattamenti inumani.Nessuno osa ricordare le gravissime responsabilità dell’Unione Europea, accertate dalla condanna del Tribunale permanente dei Popoli, anche molte ONG sono state ridotte al silenzio o si sono dileguate.

Dopo che lo scorso anno una parte dei servizi segreti è stata utilizzata a fini politici per gettare discredito sulle navi umanitarie presenti delle ONG e fare partire indagini come quelle che hanno portato al sequestro della nave Juventa della ONG tedesca Jugend Rettet, si continuano a diffondere dati falsi su collusioni tra operatori umanitari e trafficanti.

Questi attacchi provengono da una destra che non ha mai rinnegato i suoi rapporti con il fascismo e che oggi cerca di accreditarsi come paladina dell’identità italiana e del benessere della popolazione autoctona, dimenticando che il contributo apportato dagli stranieri anche in termini economici è complessivamente superiore al costo derivante dalla loro presenza in Italia, incluso il costo enorme di un sistema di accoglienza che ancora è tutto da bonificare, ma che non si può chiudere in qualche mese con una rapida espulsione delle persone che ospita.

Un tentativo di strumentalizzazione della paura e del livore sociale da respingere con tutta la forza possibile, come sono da respingere la legittimazione degli accordi per bloccare e incarcerare chi legittimamente cerca una possibilità di emigrare o per i rimpatri forzati verso i paesi di origine.

E’ tempo che la politica si confronti sulle possibili soluzioni che l’Italia, anche da sola in un contesto europeo sempre più blindato, come la legalizzazione di quanti sono arrivati dalla Libia per effetto di violenze subite in quel paese o per persone che ormai sono saldamente radicate nel nostro territorio e rivendicano gli stessi diritti degli italiani.

Nel medio periodo occorre pensare ad una valorizzazione della protezione umanitaria, ed all’apertura di consistenti canali legali di ingresso per lavoro.

Nessuno si illuda comunque che ci siano soluzioni miracolistiche per il cosiddetto problema immigrazione, senza affrontare i grandi temi della giustizia sociale e di una redistribuzione più equa della ricchezza e dei carichi fiscali e contributivi, per tutti, italiani e stranieri. 

Va superato l’attuale Regolamento Dublino che inchioda i richiedenti asilo nel paese europeo di primo ingresso. Garantire possibilità di transito verso altri paesi europei.

Il malessere sociale, la crisi economica non si possono nascondere dietro la guerra ai poveri, agli ultimi arrivati, alle minoranze.
Dietro la logica del nemico interno da allontanare a ogni costo, o da abbattere, si cela soltanto lo stato di polizia. 

Lanciamo proposte di convivenza nel rispetto della legalità. Al di fuori di questo orizzonte non rimane che un ulteriore inasprimento dello scontro sociale e un clima di guerra che, dalle frontiere esterne, e ne abbiamo già tante in divenire, potrebbe presto trasferirsi alle frontiere interne che stanno frammentando anche il nostro territorio. E a quel punto nessuno, proprio nessuno, potrà sentirsi davvero al sicuro.

(Estratto da un articolo di Fulvio Vassallo)

La paralisi bianca e l’uomo nero

Bologna stazione, ore 15. Visione caleidoscopica di un Paese in tilt.

Freccerosse in ritardo di tre, quattrocento minuti. Tabelloni elettronici assurdi, che mostrano i treni delle 10 del mattino ma non quelli in arrivo imminente. Annunci sonori automatici resi incomprensibili dal frastuono del pubblico posseduto da un frenetico andirivieni. Nessuna voce autorevole che spieghi cosa accade e indirizzi i passeggeri. Scale mobili prese d’assalto. Fiumane che salgono e scendono negli inferi dell’alta velocità. Impossibile sedersi, alcune donne anziane piangono. Fuori fa freddo, e la sala d’aspetto è strapiena. E meno male che c’è, oggi che in Italia si paga anche per la pipì.

La stazione di Bologna è un purgatorio dove regna un sottomesso silenzio. Nessuno impreca. Comunicazione interpersonale zero. Tutti sono chini sugli smartphone, ciascuno per conto suo, separatamente in cerca di vie d’uscita alternative.

E intanto, nei corridoi sotterranei, ecco la visione surreale di cinque uomini in mimetica che, anziché soccorrere i naufraghi delle “frecce”, attorniano armati uno straniero di pelle scura che cerca nella giacca documenti che verosimilmente non ha. Passano dei ragazzi con zaini, deridono il “clandestino”, e la forza pubblica non reagisce.
Mai mi è apparsa più chiara la funzione del capro espiatorio. In assenza di soluzioni, serve a sfogare sull’alieno la rabbia della gente.

Vent’anni fa sarebbe stata la rivoluzione. Oggi niente. Perché?

Come mai questo Paese taglieggiato dalle camorre, desertificato dalla grande distribuzione, saccheggiato dalle banche, bastonato dalle tasse, espropriato degli spazi pubblici e delle certezze sindacali, come mai questa Italia derubata del futuro, che va in crisi per una nevicata, che si lascia togliere persino la libertà democratica delle preferenze elettorali, che vede i suoi figli sedati fin da piccoli dalle playstation e poi costretti, da grandi, a emigrare per sfamarsi, magari facendo i camerieri con una laurea in tasca, come mai un Paese simile, anziché fare la rivoluzione, diventa razzista?

La risposta è di un’ovvietà elementare.
Esiste un legame strettissimo tra la nullità di una classe dirigente e il rialzarsi della tensione etnica. Quando i reggitori non sanno dare risposte alla gente, le offrono nemici.
Funziona sempre, perché l’uomo nero da detestare abita in ciascuno di noi. I media lo sanno, e ci campano. I social figurarsi. Accusare il “forestiero” impedisce di pensare ai nemici interni e assolve la comunità “autoctona” dall’obbligo morale di interrogarsi sui propri errori. È così da secoli. La dissoluzione della Jugoslavia insegna. Dopo aver saccheggiato il paese, la dirigenza post-comunista, per non pagare il conto, ha scagliato serbi contro croati e quel che segue. Ammazzatevi tra voi, pezzi di imbecilli.

Che c’entra la Jugoslavia? C’entra eccome. È stata il primo segno di una malattia che oggi sta contagiando l’Unione europea e si chiama balcanizzazione. Che significa: trasferimento sul piano etnico di una tensione politica e sociale che altrimenti spazzerebbe via i responsabili della crisi, i ladri e i loro cortigiani.
Lo sta facendo Erdogan, evocando nemici a destra e a manca. Lo ha fatto Trump per spuntarla alle elezioni. Lo ha fatto Theresa May che ora non sa come gestire il risultato – Brexit – di un voto da cui non pensava di uscire vittoriosa. Lo fanno i Catalani chiedendo di sessore asepararsi da Madrid. Gli vanno dietro i populisti austriaci pianificando reticolati al Brennero. Per non parlare dei belgi di lingua olandese e francese che si guardano a muso duro sotto le vetrate del palazzo dell’Ue a Bruxelles. Impotenza, mascherata di patriottismo.

Viviamo un momento drammaticamente complesso segnato dal tema immigrazione. Ne siamo sommersi e non sappiamo come gestirla. Non lo sanno nemmeno quelli che l’hanno messa in moto per avere lavoratori a basso costo.
Volevano manodopera, e invece gli hanno mandato degli uomini. Non era previsto. Uomini che fanno figli e cercano la felicità.
E allora ecco la pensata: trasformare l’immigrato in parafulmine, per farla franca. Farne un tema elettorale, semplificare la complessità, depistare la tensione su altri obiettivi, speculare sul naturale spaesamento e le nostalgie identitarie dei più deboli in una società globale che emargina ed esclude.

Chi fomenta odio razziale, con o senza il rosario, non si limita a evocare tragici fantasmi di ieri, ma è anche complice dei ladri che costringono i nostri figli a emigrare. Li copre. Con la pressione etnica aiuta i caporali ad abbassare il costo del lavoro e l’economia illegale a campare di schiavi nei campi di pomodori.
È così ovvio, benedetto Iddio. Ma allora perché i cosiddetti democratici, salvo poche eccezioni, non ne parlano? Per paura dei sondaggi? Per non andare contro il senso comune di una minoranza urlante?

Un giorno, presto o tardi, vi sarà imputato di avere taciuto. Perché anche dalla vostra pusillanimità discende l’osceno silenzio che nei treni e sugli autobus avvolge e lascia impunito chi, in questa vigilia elettorale, tuona contro l’uomo nero.

È questo silenzio che ferisce e offende, più ancora del razzismo. Eppure sarebbe così facile svelare il trucco; dire che, un secolo fa, dicevano di noi italiani in America le stesse cose che oggi noi diciamo dei forestieri in Italia. E cioè che fanno troppi figli, rubano il lavoro alla gente, portano criminalità e malattie. Per mio nonno è stato così, a otto anni ha attraversato l’oceano da solo, per fame. Minore non accompagnato. Varrebbe la pena ricordarlo. Anche perché sono le stesse cose che, forse, altri Paesi diranno, domani, dei nostri figli.

Paolo Rumiz
da “La Repubblica” 27-2-018

Grande è la confusione sotto il cielo della politica sanitaria lombarda.

Questa-riformaTanta ed evidente è l’incompetenza e l’inadeguatezza di responsabilità dei politici mostrata nel diritto alla Salute Pubblica, che hanno trovato normale trasformare i malati cronici (oltre 3.350.000) da pazienti in clienti di “gestori” privati demandati alle loro cure.

Nessuna delle forze di opposizione presenti nel Consiglio Regionale ha mosso critiche o si è opposta alle delibere della Giunta Lombarda.

Appare sconcertante l’incapacità del politico di governare il diritto alla salute in quanto Bene Pubblico, fondamentale per la vita.

Ne sono conseguenti la disorganizzazione, gli sprechi, le logiche spartitorie delle poltrone,…, che hanno prodotto e producono disfunzioni, malcontenti, … oltre a perdite economiche che diventano l’alibi per delegare, affidare la gestione pubblica della salute a “gestori” privati e ai loro guadagni.

La salute non è una merce.

L’assemblea di ieri sera, 13 febbraio, come quella del 23 novembre dello scorso anno, in Biblioteca a Baggio, ha visto grande interesse circa il processo di riforma della sanità lombarda, la quale appare sempre più priva di “politica“, oltre che di buon senso, tanto si presenta confusa, imprecisa rispetto alle necessità dei pazienti, mentre appare chiaro e determinato l’indirizzo teso alla privatizzazione del Servizio Sanitario Lombardo.

Quando non è la “politica” a produrre la riforma:
la riforma non è “politica”.

Di questo abbiamo parlato ieri sera alla Biblioteca di Baggio in una assemblea molto partecipata e attenta.
Presenti Alessandro Braga, conduttore della trasmissione sulla salute a Radio Popolare “37e2” e il dottor Maurizio Bardi, medico di base e di Medicina Democratica.

La “colossale disattenzione” dell’opposizione al Consiglio Regionale è stata la prima osservazione critica fatta circa le responsabilità attinenti alle delibere emanate dalla Giunta Lombarda in merito alle cure sanitarie dei malati cronici e del mancato rapporto con la dimensione “Socio-Sanitaria” territoriale.

Nel merito il dott. Maurizio Bardi, utilizzando delle slide –Slide – Riforma Sanitaria lombarda– ha illustrato e spiegato le ragioni e le criticità di una riforma confusa e imprecisa che rischia di proporsi come modello anche per altre Regioni, oltre alle conseguenze che potrebbero ricadere sul futuro del Medico di Base.

Quelle narrazioni che amplificano la spirale della violenza

Spirale-violenzaL’APPELLO.

Ai direttori e alle direttrici delle reti televisive e delle testate giornalistiche

Siamo studiosi e studiose, scrittori e scrittrici, preoccupati dal dilagare dell’odio nei media italiani.
Odio verso le donne, i migranti, i figli di migranti, la comunità Lgbtq.
Un odio che è ormai il piatto principale di moltissimi talk show televisivi nei quali vige da tempo la politica dei microfoni aperti, senza nessuna direzione o controllo. E spesso le parole che escono fuori da alcuni dibattimenti televisivi sono parole che mettono fortemente in crisi o addirittura contraddicono l’essenza stessa della nostra Costituzione, il richiamarsi a un patto antifascista e democratico.

L’attentato di Macerata, dove un simpatizzante neonazista ha cercato la strage di uomini e donne africani, è qualcosa che ci interroga nel profondo. Le vittime sono diventate il bersaglio di un uomo la cui azione terroristica si è nutrita della narrazione tossica veicolata non solo da internet ma anche dal mainstream mediatico. Dopo quello che è successo non possiamo restare in silenzio. Serve una maggiore assunzione di responsabilità, serve un nuovo patto fra chi fa comunicazione e i cittadini.

Le parole di odio, lo abbiamo visto chiaramente, possono tradursi in atti di violenza omicida. Azioni che, acclamate e imitate, rischiano seriamente di innescare una spirale di violenza. Per noi è evidente che il nodo mediatico ha contribuito a produrre e legittimare lo scatenarsi delle pulsioni peggiori.
Per questo chiediamo ai media di non prestare più il fianco alla propaganda d’odio, ma di compiere anzi uno sforzo nel contrastarla. Intere fette di società (per esempio i migranti e i figli di migranti) nella rappresentazione mediatica esistono pressoché solo come stereotipo o nei peggiori dei casi come bersaglio dell’odio, contraltare utile a chi fa di una propaganda scellerata il suo lavoro principale.

Sappiamo che nei media lavorano seri professionisti che come noi sono molto preoccupati per la piega degli eventi. Servono contenuti nuovi, modalità diverse, linguaggi aperti e trasparenti. Non possiamo permettere che nel 2018, ad 80 anni dalle leggi razziali, ritornino quelle parole (e quegli atti) della vergogna.
Dobbiamo cambiare ora e dobbiamo farlo tutti insieme. Ne va della nostra convivenza e della nostra tenuta democratica.

Quello che chiediamo non è un superficiale politically correct. Chiediamo invece una presa in carico di un mondo nuovo, il nostro, che ha bisogno di conoscersi e non odiarsi.

Antonio Gramsci scriveva: Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri.

Dipende da noi non lasciar nascere questi mostri.
Dipende da noi evitare che torni lo spettro del fascismo nelle nostre vite.
Per farlo però dobbiamo lavorare in sinergia e cambiare i mezzi di comunicazione.
E dobbiamo farlo ora, prima che sia troppo tardi.

Seguono le firme – Vedi: https://www.nazioneindiana.com/2018/02/05/ai-direttori-delle-reti-televisive-delle-testate-giornalistiche/

 

Oh! Oh!

ArmiQualcuno se l’è presa a male. Qualcosa gli è andata di traverso.

Il “decoro urbano“, l'”ordine pubblico“, non hanno gradito che liberi cittadini abbiano manifestato un legittimo desiderio: mantenere a verde l’area della ex Piazza d’Armi.

Tanto è stata bella e partecipata la festa dei cittadini – domenica 28 gennaio – che hanno voluto manifestare pubblicamente che quell’area non venga cementificata e concessa ad uso esclusivo privato, quanto è stata violenta e sconsiderata l’azione della Pubblica Amministrazione nel voler cancellare ogni “velleità” espressa liberamente dal popolo.

Distruggere, rompere, gettare a terra, le scritte, i disegni, le affermazioni di diritto, oltre a voler segnalare alla Polizia i nomi delle persone che cercavano di recuperare una parte di quelle testimonianze, ci sembra un po’ una vigliaccata.

Un governo della città così brutale da non sapere e volere cogliere una rivendicazione popolare espressa con tanto calore e simpatia per il Bene Pubblico, non fa una … “bella figura” di sé,

soprattutto quando l’Amministrazione propone di trattare un Bene Pubblico come un interesse privato, speculativo.

Per questo, per una mera logica di “fare cassa“, sono scattate modalità repressive.

E’ la legge – quella di Minniti-Orlando – sul “decoro urbano” che “obbliga” l’Amministrazione ad intervenire con fermezza.

Bella scusa!

La realtà è la Grande Speculazione che su quell’area pensa di metterci le mani.

Va denunciata la volontà assurda (ancora una volta per motivi di sicurezza e decoro urbano), si vuole alienare, abbattere, radere al suolo un grande Bene Pubblico disponibile alla socialità, come lo sono gli ex magazzini militari, ancora in buono stato.
Per contro è evidente la denuncia dei cittadini all’Amministrazione per l’abbandono e l’incuria dell’area e dei magazzini perché non muove un dito per liberare questi spazi alla socialità; finge di non sapere che da alcuni anni, gruppi di cittadini, sull’area e sulle pertinenze, hanno elaborato progetti sociali e produttivi.

La domanda è d’obbligo: è possibile che a fronte di spazi e aree disponibili la logica – in primis – sia sempre quella della rendita e poi quello che avanza

Questa modalità e le regole che vengono praticate sono proprie di un potere che per garantire sé stesso restringe sempre più la partecipazione e la democrazia.

Queste modalità “abusive” della gestione della Cosa Pubblica, in particolare con riferimento alla ex Piazza d’Armi, chiama tutta la città a ribellarsi.

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Coordinamento Comitati e Associazioni per la Piazza d’Armi

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PRESIDIO PER DIFENDERE PIAZZA D’ARMI

domenica 28 febbraio 2018
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