Monthly Archives: gennaio 2016

C’è sempre un “Giorno Dopo” il “Giorno della Memoria”

Giorno-della-memoria

Giorno-della-memoriaVogliamo condividere il materiale che abbiamo elaborato per celebrare il più degnamente possibile il “Giorno della Memoria” ricordando anche le diverse Memorie che ci appartengono e che insistono sulla vita di tutti gli esseri viventi.
E’ solo la tenerezza dell’impossibile che ancora accompagna la volontà dei popoli a salvare la speranza di un possibile cambiamento. Noi vogliamo essere tra quelli.

GIORNO DELLA MEMORIA
Biblioteca di Baggio – 27 GENNAIO 2016

Il Giorno della Memoria è stato istituito in Italia il 20 luglio 2000, legge n. 211.
Art. 1.
La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
Art. 2.
In occasione del “Giorno della Memoria” sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto e’ accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.

————————
Purtroppo dobbiamo rilevare gravi contraddizioni a questo dettato; in questi giorni e ancora domani 28 gennaio le autorità competenti stanno concedendo spazi e visibilità, nella Milano “Medaglia d’oro della Resistenza”, a raduni nazifascisti italiani ed europei, senza che la Politica si pronunci con una netta presa di posizione.

PREMESSA
Quello di questa sera vuole essere un incontro non della Memoria, ma per fare Memoria.

Nell’ultima mail – Giornata Memoria-Elenco 27-1-016 – sono state elencate una parte delle circa 80 giornate internazionali dedicate alla “Memoria”; ognuna delle quali evidenzia e richiama l’attenzione su una delle diverse questioni che sono parti proprie e importanti delle condizioni di vita che ci appartengono e alle quali è doverosa la nostra attenzione.
Tuttavia l’elenco sembra voler affermare le singole specificità, ognuna separata dall’altra (non solo per calendario) quasi a voler sottolineare che la “Memoria” di ciascuna è indipendente dall’altra: propria a sé stessa.

Un po’ come se la “memoria singolare” di ognuno di noi, venga vissuta come parte propria al sé e non come una diversità per il Bene Comune.
Quello che, con la vostra partecipazione, vorremmo fare questa sera, è cercare di costruire una coscienza e una responsabilità della Memoria che, a partire dalla doverosa commemorazione della Shoah e dell’Olocausto, ricostruisca la Memoria della quotidianità per ridare alla stessa e alla vita il senso politico e la dimensione universale di quella umanità che ci appartiene.

———————–
Anzitutto poniamo alla vostra e nostra attenzione le parole di Bertolt Brecht “Nessun uomo è un’isola” – Bertoldt Brecht-2 -, un forte richiamo alla solidarietà delle diversità.
———————–
Purtroppo, per ragioni di salute, Ivano Tjetti, presidente della sezione Anpi-Barona, non è potuto intervenre. Sono comunque state proiettate le slide che avrebbero accompagnato il suo intervento.
Giornata Memoria 27-1-016-Slides-3

———————-
Sono seguite tre testimonianze

————————

LA GUERRA
una violenza contro l’umanità

Oggi le nostre vite sono invase da schemi culturali che fanno riferimento in modo pressoché esclusivo al paradigma del benessere personale, della cui provenienza non si fa memoria.
Un benessere funzionale al sistema di valore economico della nostra società che concepisce le relazioni solo in forza della concorrenza, del possesso e del potere.
Un potere che domina, comanda, prende e usa, usa e getta.

LA MEMORIA DELLE MEMORIE

Il dato paradigmatico di governo del sistema economico e della sua politica è la Guerra.
La sua violenta brutalità distruttrice determina i rapporti universali attraverso il mercato globalizzato e  concorrenziale, definisce le politiche proprietarie sugli esseri viventi e sui beni naturali.

La GUERRA si porta dietro il pesante carico delle VIOLENZE, dei RICATTI, delle DISUGUAGLIANZE, con costi enormi sulle popolazioni costrette alla fame e alla fuga.
«Maledetti coloro che fanno le guerre» – dice il Papa – «La guerra è un affare, un affare grande. ’Il bilancio va male? Facciamo una guerra’. Dietro ci sono interessi, vendita di armi, potere» … «La violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione»
Giornata Memoria 27-1-016-La Memoria-7

————————-

PALESTINA – UNA TERRA DUE POPOLI
una delle Memoria umiliate e tradite

Il segretario generale dell’ONU Ban Kim Moon denunciava le “frustrazioni del popolo palestinese a causa delle occupazioni israeliane alle quali è naturale resistere”.
Una Frase che ha scatenato le ire di Benjamin Netanyau: “queste affermazioni incoraggiano il terrorismoGiornata Memoria 27-1-016-Memoria tradita -8

Risoluzioni ONU violate da Israele dal 1947 al 2004 e oltre
https://www.youtube.com/watch?v=bkPTlQ6X5_M

————————-

IL POPOLO DEI MIGRANTI
Memorie sradicate dalla dignità

Persone che portano appresso solo sé stesse, non hanno nulla da perdere, neppure la morte.

La loro non è la storia di un viaggio, pur denso di difficoltà e avventure, ma la forza della memoria che rende resistenti e liberi a rendere possibile il viaggio verso la vita.
Una Memoria che non fa scandalo al perbenismo che li vuole “aiutati a casa loro“. Una casa, i loro Paesi, violentati dalle guerre e dai governanti corrotti, depredati della dignità di popolo sovrano, affamati e sfruttati dal nuovo colonialismo che agisce in nome e per conto del benessere delle popolazioni ricche e del profitto delle Multinazionali.
Una VERGOGNA capace solo di emarginazione, di razzismo e della xenofobia che richiama alla pari quella che il “Giorno della Memoria” vuole commemorare oggi.
Giornata Memoria 27-1-016-Migrazioni -9

Persone che ricercano spazi di libertà e di vita, spesso condannate a perdere la Memoria e la propria dignità per sopravvivere alla emarginazione violenta razzista e xenofoba.
Non parliamo qui delle leggi razziste: la Turco Napolitano, la Bossi-Fini, l’istituzione delle galere CIE o delle Fortezze Armate per i respingimenti.

———————-
Diciamo solo che:

  • I confini sono i limiti dei popoli
  • Il Razzismo non è solidale e la Solidarietà non è razzista
  • Senza Memoria non c’è morale e senza Morale non c’è Giustizia
  • Un giorno senza Memoria non fa storia

——————-
I NUMERI DELLA NOSTRA MEMORIA

Giornata Memoria 27-1-016-I Numeri -10

——————-
ANCHE UNA CANZONE PUO’ FARE MEMORIA

Imagine – John Lennonhttps://www.youtube.com/watch?v=X-asa07vXOU

Immagina non esista paradiso

È facile se provi   
Nessun inferno sotto noi
Sopra solo cielo 
Immagina che tutta la gente
Viva solo per l’oggi

Immagina non ci siano nazioni
Non è difficile da fare
Niente per cui uccidere e morire
E nessuna religione
Immagina tutta la gente
Che vive in pace    

Puoi dire che sono un sognatore
Ma non sono il solo     
Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno
E il mondo vivrà in armonia 

Immagina un mondo senza la proprietà
Mi chiedo se ci riesci
Senza bisogno di avidità o fame
Una fratellanza tra gli uomini
Immagina tutta le gente
Che condivide il mondo

Puoi dire che sono un sognatore
Ma non sono il solo     
Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno
E il mondo vivrà in armonia   

————————-

a conclusione una simpatica parodia del potere

https://www.youtube.com/watch?v=p2VBS3NHg6w

e … nel nome della speranza

https://www.youtube.com/watch?v=6aXIjO4FP3s

Cimitero migranti

Cimitero-migranti

Cimitero-migrantiIl 2015 è stato l’anno più tragico per i migranti e rifugiati. È questo l’esito cui giunge l’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim).

Sono stati infatti 3.771 i morti e dispersi nel Mediterraneo nell’ultimo anno, una media di oltre 10 vite perse al giorno, quasi 500 in più rispetto al 2014, quando furono 3.279. Nel mondo, i migranti morti nel tentativo di raggiungere una speranza di vita sono stati 5.350.

Secondo l’Oim, nel 2015 gli arrivi via mare sono stati 996.645, mentre il bilancio stilato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) è appena più alto e raggiunge quota 1.000.573 sbarchi sulle coste europee.

Il mese più tragico del 2015 è stato aprile, con 1.244 morti, di cui circa 800 in un solo tragico naufragio al largo delle coste libiche, nel quale si contarono solo 28 superstiti.

Quella tra la Libia e l’Italia è considerata la rotta più rischiosa per i migranti, visto che nel 2015 ci sono stati 2.892 morti a fronte di 152.864 arrivi. Più sicura, invece, appare la rotta verso la Grecia (805 morti, 839.561 arrivi), mentre poco battuto è il percorso che porta verso Spagna e Francia (74 morti, 3.845 arrivi). In Italia sbarcano soprattutto eritrei (37.882), nigeriani (20.171), somali (11.242), sudanesi (8.766) e siriani (7.387). In Grecia siriani (455.363), afghani (186.500), iracheni (63.421), pakistani (23.318) e iraniani (19.612).


Oltre al Mediterraneo l’altra area del mondo in cui dei migranti hanno perso la vita è il Sud Est asiatico. Circa 800 persone sono morte nel 2015 nella Baia del Bengala, nel Mare delle Andamane, in Malesia e in Thailandia. Un altro punto caldo è la frontiera tra Stati Uniti e Messico, dove l’anno scorso almeno 330 migranti sono morti nel tentativo di realizzare il loro sogno americano. […].

– See more at: http://www.primapagina.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-12ee1d13-5ccc-4c1c-ac88-ee572b0f21e9.html#p=0

Non c’è giustizia senza pace.

e-pace-senza-giustizia

e-pace-senza-giustiziaOvvero i cinque pilastri per le nuove culture dell’alternativa nonviolenta. Questo Secolo XXI inaugura – speriamo – un Terzo Millennio contraddistinto dalla Nuova Civiltà della Pace per il genere umano.

L’epoca che scaturisce dal “crinale apocalittico della Storia” (La Pira) che stiamo attraversando sarà caratterizzata, nello sbocco positivo, se lo raggiungeremo, da Cinque Pilastri culturali:

  1. Umanità;
  2. coscienza ecologica globale;
  3. eguaglianza: società del diritto eguale tra le differenze (a partire dalla differenza tra maschile e femminile);
  4. nonviolenza;
  5. conversione all’economia della sobrietà.

1)   Stiamo realizzando il nuovo internazionalismo dei diritti della persona, dei diritti sociali e politici e dei diritti dell’Umanità.
Siamo “cittadini del mondo” che aborriscono il nazionalismo e relegano in secondo piano le identità particolari e locali (pur da preservare, ma non per alimentare e coltivare il “noi contro gli altri”).
La nostra ispirazione per una unica famiglia umana quale soggetto fondamentale di riferimento “identitario” si trova nell’appello Russell-Einstein del 1955: “Ci attende, se lo vogliamo, un futuro di continuo progresso in termini di felicità, conoscenza e saggezza. Vogliamo invece scegliere la morte solo perché non siamo capaci di dimenticare le nostre contese? Ci appelliamo, in quanto esseri umani, ad altri esseri umani: ricordate la vostra comune umanità, e dimenticate il resto“.
Slogan che, di conseguenza, segniamo con la matita rossa:
“Prima i francesi” (Marine Le Pen); “Prima gli italiani” (Matteo Salvini); “Prima i siciliani, catalani, i musulmani, i cristiani, i buddhisti … e così via”!

2)   Siamo consapevoli che la specie umana è parte della evoluzione naturale: non è la Terra che ci appartiene ma siamo noi che apparteniamo alla Terra. Abbiamo la responsabilità comune di preservare i cicli eco sistemici (globali e locali) che garantiscono la nostra sopravvivenza e di evitare l’ecocidio (ad es. con le guerre nucleari, con l’inquinamento radioattivo, con tutte le forme di inquinamento). Siamo tutti, in senso proprio, figli e figlie della Madre Terra e quindi perciò stesso fratelli e sorelle. Siamo i custodi degli equilibri ecologici che assicurano le basi vitali anche per le generazioni future.
Riteniamo illuminante quanto afferma la Costituzione dell’Ecuador, che è la prima a riconoscere i “diritti della Madre Terra”, in particolare all’art. 71: “La natura o Pacha Mama, dove si riproduce e si realizza la vita, ha diritto al rispetto integrale della sua esistenza e al mantenimento e alla rigenerazione dei suoi cicli vitali, della sua struttura, funzioni e processi evolutivi. Tutte le persone, comunità, popoli o nazionalità potranno esigere dalle autorità pubbliche il rispetto dei diritti della natura“.
Frasi che segniamo con la matita rossa (non è molto difficile recuperare di chi sono):
“Rifaremo il mondo ad immagine e somiglianza dell’Uomo”.
“L’Uomo non ha una Natura, ha essenzialmente una Storia che è la sua  vera  natura”.
Frasi che incorniciamo:
Fratello Sole, Sorella Acqua (S. Francesco di Assisi)
Noi non ereditiamo la terra dai nostri antenati, la prendiamo in prestito dai nostri figli. (Proverbio degli Indiani d’America).

3)   L’eguaglianza tra gli esseri umani che perseguiamo si fonda sulla “cultura dei diritti”: una codificazione universale di regole che si contrappone alla pratica dell’arbitrio dei singoli Stati e poteri fondata, in ultima analisi, sulla forza (distruttiva).
Il XX secolo è stato, nel suo lato positivo, il secolo dei diritti umani. Innanzitutto con la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo (ricordiamo tra gli estensori Stéphane Hessel) e l’approvazione dei diritti civili e politici nel 1948; in secondo luogo con l’approvazione dei diritti economici, sociali e culturali nel 1966.  Adesso il XXI secolo deve diventare il secolo dei diritti dell’Umanità e della Madre Terra.
La Carta dei diritti dell’Umanità, sulla base della proposta (da emendare e migliorare) dello Stato francese, deve sostanziare la missione che il tempo presente ci consegna: proclamare e realizzare non solo i diritti delle persone singole o organizzate nelle formazioni sociali; ma i diritti dell’Umanità quale componente vivente unica, inscindibile dalla Natura.
L’eguaglianza che perseguiamo, nella logica dei diritti e del diritto, non è egualitarismo appiattente ma riconoscimento e valorizzazione delle differenze e diversità, a partire dalla fondamentale differenza tra genere maschile e femminile, per promuovere il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene comune.
Frasi che segniamo con la matita rossa:
“Solo la forza dell’interesse utilitaristico muove la Storia, che è affermazione di volontà di potenza”.
“Il diritto è la mera mascheratura ipocrita della volontà della classe sociale egemone”.

4)   La nonviolenza, a questo punto della Storia, non è una via ma “la” via: “il cammino che dobbiamo imparare a percorrere” (Stéphane Hessel). Dobbiamo comprendere, poiché fini e mezzi sono legati, che non c’è giustizia senza pace, non c’è futuro della vita senza pace: la pace, anche solo quella “negativa” – una dinamica di confronto e dialogo non armato – è il contesto migliore in cui possono essere combattute le ingiustizie sociali, le oppressioni ed ogni forma di autoritarismo, le discriminazioni legate alla “razza”, alla provenienza geografica, al sesso ed alla religione. Dobbiamo esigere il disarmo totale, a cominciare da quello nucleare, perché la “deterrenza” è certezza di distruzione. Come ci ammoniva Albert Einstein: “O l’umanità distruggerà gli armamenti o gli armamenti distruggeranno l’umanità”. Ma la nonviolenza non va intesa come pacifismo generico, come “non resistenza al male”, o il solo rifiuto etico di uccidere il prossimo, bensì come la “forza dell’intelligenza strategica e dell’unità popolare”. E’ a questa forza, da gestire in modo pianificato ed organizzato (prevenire è essenziale!), che va affidata la difesa dei diritti e del diritto dalla violenza strutturale, ma anche dalla violenza diretta: è l’obiettivo della “difesa popolare nonviolenta”. Questa forza, che è la più potente perché comprende come le dinamiche di potere dipendano da collaborazioni sociali “estorte” o liberamente costruite, nasce dalla partecipazione popolare organizzata e quindi da uno sviluppo democratico legato al protagonismo della base, della cittadinanza attiva mobilitata, con azioni locali dall’ispirazione globale, in associazioni e movimenti sociali e politici. Le singole tecniche e pratiche nonviolente (l’obiezione di coscienza, il boicottaggio, la disobbedienza civile, lo sciopero, etc.) vanno subordinate alla strategia che è basata sul principio di “trasformare i gruppi umani nemici in gruppi umani amici”.
Frasi da segnare con la matita rossa:
“La violenza è la levatrice della Storia”.
“Il fine giustifica i mezzi”.
Frase di Gandhi da incorniciare:
“Il sentiero della nonviolenza richiede molto più coraggio di quello della violenza. È in ogni caso meglio essere violento che mettere la cappa della non violenza per coprire l’impotenza”.

5)   Per concludere, i quattro pilastri della cultura della pace sopra richiamati (ma forse è meglio utilizzare il plurale di “culture”), cioè unica umanità organizzata, responsabilità ecologica globale, eguaglianza delle diversità nel diritto, nonviolenza come forza dell’unità popolare, dovrebbero necessariamente fare capo alla “conversione ecologica” come alternativa alla “crescita economica”, che è “tendenza alla guerra.
Conversione ecologica è un concetto inventato da Alexander Langer, oggi riproposto da Papa Bergoglio nella sua ultima, famosa enciclica “Laudato si’”.
Su questo tema – crescita di guerra vs decrescita di pace – è stata svolta una relazione al Convegno “Rigenerare il futuro” (Parma, 5/6 novembre 2015), che è da riprendere nei suoi concetti essenziali.
La “crescita” (più PIL, più consumo di materia ed energia, più pressione sugli ecosistemi, più avidità di cose, più competizione e prevaricazione sull’altro “differente”, più concentrazione di segni monetari, ma anche di controllo reale di risorse, verso l’1% già straricco) è tendenza alla guerra.

La conversione ecologica, la conversione all’economia della sobrietà
, è, al contrario, costruzione della pace. Partiamo dalla coscienza che la vera ricchezza è il nostro Pianeta da preservare, la Natura, la materia vivente di cui siamo fatti, con il compito comune di custodirla consapevolmente e responsabilmente perché anche le generazioni che verranno possano abitarla, coltivarla e goderla.
La crescita si nutre di politiche di guerra perché è strutturalmente congiunta con un modello di sviluppo belligero.
La conversione ecologica ha bisogno di politiche di pace perché persegue un modello economico, sociale e politico intrinsecamente pacifico. La pace positiva si fa con una sostanziale eguaglianza sociale, sconfiggendo il patriarcato che nasce dalla guerra (una invenzione dei “maschi” che hanno messo sotto le donne), e si fa con la Natura.
La crescita promuove l’energia “dura” del nucleare perché l'”anima” della tecnologia atomica è la potenza militare. L’atomo cosiddetto “civile” è solo un sottoprodotto di quello militare.
La conversione ecologica si appoggia sul modello energetico rinnovabile al 100% perché esso traina ed esige partecipazione popolare, opportunità egualitarie e rispetto della natura: è quindi preparazione della pace costruita con percorsi di pace, avvalendosi dell’omogeneità tra mezzi e fini, della strategia e dei metodi nonviolenti, per come sono stati sommariamente descritti.

La crescita è sfruttamento garantito
dalla violenza delle risorse energetiche non rinnovabili: i combustibili fossili – carbone, petrolio e gas – ma anche il materiale fissile fornito da uranio e plutonio. La loro economicità è solo apparente perché i costi veri non calcolati di estrazione, produzione, distribuzione, consumo sono scaricati sulla società e l’ambiente. Tra i costi vanno compresi le politiche di potenza, gli strumenti e gli interventi militari necessari a controllare risorse non sparse ovunque ma concentrate in specifiche località spesso lontane. Si pensi, ad esempio, a quanto è affermato nel concetto strategico della NATO (ed è quindi recepito da tutti gli Stati che costituiscono tale Alleanza militare): la “sicurezza energetica” è un “interesse vitale” da difendere con mezzi militari. (Per il testo ufficiale del concetto strategico elaborato al vertice di Lisbona del 2010 si vada alla URL : http://www.nato.int/lisbon2010/strategic-concept-2010-eng.pdf).

Come è ormai certo, l’uso di combustibili fossili è un attentato alla sopravvivenza dell’umanità perché la produzione di gas serra dà origine ad un riscaldamento globale catastrofico. Ma è anche alla base di tanto sangue che scorre, delle cosiddette “guerre per il petrolio”, che costituiscono la componente più rilevante della conflittualità violenta che oggi affligge il mondo.
La conversione ecologica non può concepirsi senza l’adozione di un modello energetico rinnovabile: l’energia è, qualitativamente, metà economia, la base di qualsiasi economia, anche dell’economia alternativa. Ma un tale modello decentrato e democratico, che crea occupazione e va a colpire le sperequazioni di reddito, non può essere costruito se non contrastando le tendenze e le politiche di guerra, connaturate alla crescita, che abbisognano, per preparare e per fare le guerre, dei combustibili non rinnovabili così come i motori attuali (nel modello di consumo della società della crescita!) necessitano di benzina o di gas.

La tendenza alla guerra, radicata nella crescita,
va contrastata esplicitamente e con sinergie organizzate da tutti i movimenti che si battono per l’alternativa sociale (ecopacifisti, femministi, sindacali di base, di difesa dei territori e dei diritti sociali). Essa è il terreno prioritario in cui la loro convergenza è doverosa soprattutto perché la realtà dei fatti oggi, con la possibilità che i conflitti degenerino nel confronto nucleare “per incidente, per caso o per errore”, rappresenta la minaccia più immediata e concreta non solo alla sopravvivenza dell’umanità ma addirittura della vita stessa.
Questa pluralità di movimenti sociali lavora da tempo per cercare di cambiare le proprie vite insieme al mondo: le nuove culture della pace riposano nelle loro pratiche e nelle loro mani, i cinque pilastri culturali sono per essi, in un certo senso, come la scoperta dell’acqua calda.
Ma il problema è che spesso quest’acqua nuova e pulita delle idee è frammista a tanta fanghiglia ereditata da un passato, oltretutto molto recente, in cui sono stati tentati assurdi “assalti al cielo” per costruire paradisi in terra.
Esiste la necessità di separare la nuova acqua pulita di idee realmente adeguate alla sfida dei tempi con la vecchia acqua sporca di idee che la Storia si è incaricata di dimostrare fallimentari: il presente “bignamino” forse può contribuire a fare chiarezza in tal senso.

(quasi un “bignamino”…) – Di Alfonso Navarra (www.osmdpn.it)
Milano 7 gennaio 2016

Appello al Presidente Mattarella per difendere salute ed ambiente

clima-e-salute

clima-e-saluteCaro Presidente Mattarella,
abbiamo ascoltato ed apprezzato il suo discorso di fine anno, in particolare dove Lei ha toccato il tema dell’inquinamento e delle sue ricadute per la salute. Il tema è di stringente attualità, specie  in questo periodo di continui superamenti dei livelli di smog.

Ci sembra paradossale che non si possa far altro che sperare in un cambiamento delle condizioni climatiche ( come se ”magicamente” con la pioggia gli inquinanti si dileguassero e non ricadessero viceversa al suolo) e sembra che non ci resti altro che confidare nella “benignità” di quella  Natura che viceversa costantemente violiamo.

Proprio a questo proposito, come cittadini italiani, ci rivolgiamo a Lei  per esprimerle tutto il nostro più profondo sgomento e la nostra angoscia per i tempi che stiamo vivendo.
Siamo certamente preoccupati per la mancanza di lavoro e perché non vediamo un futuro per i nostri giovani, ma ancor più ci angoscia la consapevolezza che stiamo compromettendo un bene ancora più prezioso: la loro salute.

Vorremmo tanto continuare a illuderci di vivere nel “Bel Paese”, ma purtroppo così non è:  Lei saprà che l’ultimo rapporto dell’ UE ci pone al primo posto per morti premature in Europa a causa dei livelli di PM2.5, ossidi di azoto, ozono.Siamo il paese dove la speranza di “vita in salute”  alla nascita (disabilità medio-grave) dal 2004 al 2013  è diminuita di 7 anni nei  maschi e di oltre 10 nelle femmine.
Secondo l’ultimo rapporto dei registri tumori (AIRTUM) “Considerando il rischio cumulativo di avere una diagnosi di qualunque tumore, questa probabilità riguarda un uomo ogni due e una donna ogni tre nel corso della loro vita”.

segue: https://www.change.org/p/presidente-della-repubblica-appello-al-presidente-mattarella-per-difendere-salute-ed-ambiente?recruiter=38447824&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink

Gentilini Patrizia Medico oncoematologo Forlì Comitato Scientifico ISDE

Il Cannibalismo delle corporazioni

Cannibalismo

CannibalismoSe Syngenta ha respinto per la seconda volta la Monsanto e anche la società cinese di pesticidi ChemChina perché vuole più soldi, due altri giganti, DuPont (padrona di Pioneer) e Dow Chemicals, hanno deciso di fondersi in dicembre 2015.

I piani delle multinazionali sono indirizzati sempre di più a tentare di controllare i settori chiave  e sempre più ampi della produzione alimentare.

Nel 1981, il Gruppo ETC (poi RAFI) denunciava che le società agrochimiche stavano comprando i semi, e che il loro obiettivo era quello di sviluppare colture che tollerassero i tossici prodotti dalle loro società, per creare la dipendenza degli agricoltori e vendere più veleni, il loro business più redditizio.
A quel tempo vi erano nel mondo più di 7000 aziende produttrici di sementi commerciali, la maggior parte familiare, e nessuna controllava l’1 per cento del mercato; 34 anni più tardi, sei multinazionali controllano il 63 per cento del mercato globale delle sementi e il 75% il mercato globale dei pesticidi.

Monsanto, Syngenta, DuPont, Dow, Bayer e Basf, tutti produttori di veleno, sono i 6 giganti  che controllano pesticidi, semi e il 100 per cento degli OGM agricoli, che è la più chiara espressione della fusione di entrambi i business.

Monsanto insiste con  Syngenta perché ha disperatamente bisogno di accedere a nuovi pesticidi, dato che il suo prodotto di punta, il glifosato, è in crisi. In due decenni di OGM, l’uso massiccio di  glifosato ha generato 24 erbe infestanti resistenti, che provocano enormi problemi agli agricoltori.

L’aumento del cancro, di aborti e malformazioni neonatali nelle zone coltivate con OGM in Argentina, Brasile, Paraguay è di proporzioni epidemiche.  Il fatto che i figli dei contadini muoiono non sembra avere importanza per la Monsanto, ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato nel 2015 che il glifosato è cancerogeno per gli animali e probabilmente anche per gli esseri umani, e questo è stato un colpo.

Il glifosato inventato da Monsanto è il pesticida più venduto nella storia dell’agricoltura.
Solo per le culture OGM di mais e la soia, il suo uso è aumentato di 20 volte negli Stati Uniti in 17 anni, cifre  simili in Brasile e Argentina; e 10 volte a livello globale.
Ma il business del glifosato è in declino: nel 2013, il mais OGM tollerante al glifosato ha rappresentato il 44 per cento delle sue vendite totali.

Per questo Monsanto chiede con urgenza che la sua semina sia  autorizzata in Messico, il quale non ha bisogno di piante OGM per il suo consumo, in quanto produce più di due volte della sua domanda interna per il consumo umano. Se il Messico importa mais, nonostante questo, è solo perché è un business conveniente per le multinazionali dell’allevamento degli animali in cattività (soprattutto polli e suini).

Anche se la Monsanto è il caso più evidente, tutti i giganti degli OGM hanno le stesse intenzioni, con altre sostanze chimiche anch’esse altamente tossiche.
Pertanto, in aggiunta a queste fusioni che monopolizzano enormi percentuali di ogni categoria; emergono nuovi scenari aziendali che entrano nel gioco di altri settori, come le  transnazionali di fertilizzanti e macchine agricole.

Secondo le vendite del 2013, il mercato globale delle sementi è stata di 39 miliardi di dollari , quello dei pesticida di 54, quello dei macchinari agricoli 116 e quello dei fertilizzanti 175.

La tendenza sembra essere che gli ultimi due ingoieranno i primi due, creando uno scenario di ulteriori grandi controlli oligopolistici.
Ad esempio, la transnazionale dei macchinari agricoli John Deere ha contratti con 5 dei 6 giganti OGM per aumentare le proprie vendite tramite polizze assicurative che condizionano  gli agricoltori ad usare i loro semi, pesticidi e macchinari.

Se saranno consentite queste fusioni, andremo verso nuovi oligopoli che controlleranno  sementi, varietà, pesticidi, fertilizzanti, macchinari, satelliti, dati informatici e assicurazioni.
E che danneggeranno, contaminandole o in altro modo, le opzioni reali per il cibo e il clima: la     produzione contadina, decentrata, diversificata, con semi propri, cioè quelli che già alimentano la maggior parte della popolazione e raffreddano il pianeta.

Silvia Ribeiro è ricercatrice del del Gruppo ETC – www.etcgroup.org
Estratto (traduzione di Antonio Lupo)
http://www.alainet.org/es/articulo/174521

XI Rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano

Qualita-ambiente-urbano

Qualita-ambiente-urbanoIl 16 dicembre 2015 ha presentato XI Rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano. Nell’edizione 2015 i dati delle principali tematiche ambientali sono riferiti a 85 Comuni capoluogo di provincia, con popolazione superiore ai 40.000 abitanti, e a tutti i capoluoghi di regione. L’obiettivo è quello di rendere disponibile l’informazione ambientale a livello nazionale.

Il Rapporto è suddiviso in nove capitoli che corrispondono ad altrettante macro aree tematiche:

Fattori sociali ed economici
Il capitolo analizza gli indicatori che incidono maggiormente sul consumo delle risorse e sulla qualità dell’ambiente.
Il 28% della popolazione totale del Paese risiede negli 85 comuni oggetto di studio, che coprono il 5,5% della superficie nazionale, con una densità abitativa che vede nell’Aquila il valore minimo (148 abitanti per km2) e in Napoli, Milano e Torino i valori più alti (rispettivamente, 8.220, 7.360 e 6.898 abitanti per km2).

Suolo e territorio
In tutte le città analizzate gli indicatori evidenziano un elevato consumo di suolo, con i valori più alti registrati a Roma e Milano, mentre quelli più bassi nei Comuni di Savona e Aosta, con una superficie di suolo consumato inferiore agli 800 ettari.
Le condizioni di urbanizzazione del territorio e di uso del suolo sono rilevanti anche per gli effetti degli eventi meteorici intensi. Negli ultimi quindici anni circa sono state censite 13.519 frane nel territorio degli 85 Comuni oggetto di studio del Rapporto, con un indice di franosità percentuale pari al 2,3%, con un numero di abitanti esposti stimato in 73.316.

Natura urbana
L’importanza di aree verdi per la qualità dell’ambiente urbano è analizzata attraverso indicatori quali, ad esempio, la percentuale di verde pubblico sulla superficie comunale (meno del 5% in 64 comuni), e la disponibilità pro capite (superiore ai 30 m2/ab in quasi metà delle città studiate).

Rifiuti
Nelle città oggetto di indagine si è registrata, dal 2012 al 2014, una diminuzione della produzione di rifiuti urbani del 2,4%.
Per la raccolta differenziata i dati del 2014 descrivono una situazione che corrisponde, per le 85 città, a un contributo pari al 27% del totale nazionale (quasi 36 milioni di tonnellate), con città che vanno ben oltre il 70%, come Pordenone e Trento.

Acque
La situazione relativa al consumo di acqua per uso domestico vede i valori più alti registrati a Catania (230,3 litri per abitante al giorno), seguita da Treviso, Milano, Catanzaro, Pavia, Crotone, Udine. I dati sulle perdite di rete evidenziano la criticità della situazione: 31 delle 85 città oggetto di studio superano la dispersione media nazionale, che corrisponde al 37,4%.

Qualità dell’aria
Per quanto in un gran numero di aree urbane non siano stati rispettati diversi obiettivi che riguardano i limiti per il PM10, il Biossido di azoto (NO2) e l’Ozono, nel corso del 2014 si è registrata una lieve diminuzione dei livelli di PM10 e NO2, oltre al sostanziale rispetto del valore limite annuale per il PM2.5 (unica eccezione l’agglomerato di Milano).

Trasporti e mobilità
Per l’anno 2014 Roma è risultata la città con il maggior numero di auto in circolazione, pari a 1.570.369 (circa il 4% del parco auto di tutta Italia).
L’indicatore domanda e offerta di TPL (Trasporto Pubblico Locale) segnala Roma come il comune con il più alto valore (circa 1.258 milioni di passeggeri trasportati), seguito da Milano, Torino, Venezia e Genova.

Esposizione all’inquinamento acustico
Per il 2014 si rileva una flessione nel numero di controlli, quasi tutti avvenuti a seguito di segnalazione di cittadini, corrispondente a –17% rispetto al 2013.
Le sorgenti più controllate sono le attività di servizio e/o commerciali, seguite a distanza dalle attività produttive e dalle infrastrutture stradali.

Azioni e strumenti per la sostenibilità locale e per il clima
Secondo le modalità di rilevazione del Progetto GELSO (GEstione Locale per la SOstenibilità) di ISPRA vengono proposte alcune delle esperienze più significative, considerabili buone pratiche, realizzate dalle 85 città oggetto di studio del Rapporto.

—————–
Clicca sui titoli in grassetto per scaricare i relativi report in PDF oppure clicca qui per scaricare tutta la pubblicazine):

2016 – Insegnare le parole in italiano ai migranti

italiano

italianoQuella del volontario insegnante nelle scuola di italiano per migranti, è una scelta di attività intensa perché necessita di superare i confini che la politica impone alla dignità umana e alle relazioni sociali.


La scelta di ricreare il rapporto con questa umanità dispersa, richiede di assumere la condizione da “migrante“:  predisporsi ad una “mobilità” rigeneratrice di una consapevolezza in costante “aggiornamento” rispetto alla dimensione del rapporto con la realtà sociale, economica e politica.

E’ la forza della memoria che rende resistenti e liberi a rendere possibile il viaggio: resistenti e liberi di vivere la propria diversità, capaci di emozioni e di cambiamento.

Oggi siamo nel mezzo di una realtà, sistema, in cui non c’è distinzione fra produzione e circolazione: bisogna produrre i consumatori, la domanda.

Il rapporto con la persona migrante non è una relazione ideologica, emozionale, manipolatoria, ma di reciproca consapevolezza del diritto nelle sue diverse articolazioni e soggettivazioni.

Chi insegna la Parola, sa di che parla.  Ha provato ad ascoltarla, a comprenderla, a coniugarla.
Quando pronunciamo “io sono”, “tu sei”, “noi siamo”, scopriamo un mondo: il mistero dell’umano sociale.

Non è possibile rimanere indifferenti.
Io, Tu, Noi, sono la sequenza che sprigiona la sostanza dell’essere relazionante. La parola che segue mette in gioco la mia, la sua, la nostra “verità” che trascende la parola in sé per coniugare un sentimento, un’emozione, un’azione significante.

Io sono migrante – Tu sei migrante – Noi siamo migranti.
Questa, del migrante, è la dimensione che prende corpo nel volontario presente all’insegnamento.
Migrare per essere, per coniugare il verbo al presente, per significare il futuro.

La mia Parola – la tua Parola – la nostra Parola …
E’ la stessa coniugata nel tempo e nello spazio del presente che, assunta e condivisa, può caricare di significato specifico la diversità di ogni persona senza che la stessa venga omologata a quella dell’altra.

Una memoria disattesa.
Non è possibile, quantomeno corretto, (insegnare) accomunare parole se non impariamo a coniugare la “grammatica” del sociale e della politica, quelle regole che (significano) danno, alle parole che prendono corpo, il giusto significato nelle relazioni, … il diritto di umanità.

Le parole prendono vita
L’insegnante volontario non è soggetto alla disciplina delle regole grammaticali. Su di lui grava la responsabilità che le diverse articolazioni delle parole non rimangano escluse dalla memoria e dalla storia.

L’insegnamento della lingua, pur costituendo il bisogno primo a cui rispondere, non è una trasmissione asettica, nozionistica:

  • Le parole, il linguaggio sono parti convenzionali che servono a comunicare, non sempre a comprendere e tanto meno a comprendersi.
    Il loro significato preminente non ha mai contenuti statici, si carica della memoria e dell’esperienza che socialmente si produce nelle diverse tipologie di rapporti sociali ed economici.
    Per questo richiedono sempre un “aggiornamento” oltre il loro significato letterale per assumere più correttamente quello sociale e politico. E questo vale in particolare nell’incontro con linguaggi e culture diverse (comunque con le diversità da rispettare), rese parti di un processo di comprensione generale.
  • Le relazioni con persone portatrici di “bisogni” sono da considerare sempre attraverso un approccio che abbia come fondamento i diritti umani.
    Si tratta perciò di ribaltare la logica preminente in atto nella nostra società (che fa del consumismo la logica dei rapporti sociali) partecipando e condividendo il “diritto” (e con esso la giustizia e la libertà) come parte fondante lo scambio di interesse comune.
    Per questo, l’insegnamento della lingua italiana ai migranti impegna a salvaguardare il diritto allo studio e alla conoscenza, quali basi essenziali per reinterpretare le condizioni di vita: nello specifico il “diritto di cittadinanza” che è il diritto di ogni essere vivente ad essere quella differenza caratterizzante la comune esistenza.
  • Per questo il rapporto deve essere franco, onesto, critico quanto basta per combattere il perbenismo, il razzismo della commiserazione, della sopportazione, delle superiorità, delle superficialità del rapporto, della differenza LORO-NOI, e neppure della banalità del volerci bene, del siamo fratelli e sorelle.
    La “comunicazione” tra e con loro, il “disegno”, il “gioco”, i “pensieri scritti”, i “commenti” … sono parti della comprensione e dello scambio tra soggetti di diritto.
  • Da questo punto di vista la “lezione” che proponiamo risponde ad una necessità, ma è al contempo uno scambio solidale.
    Quando diciamo “io mi chiamo …” non intendiamo rappresentare solo un nome, ma una persona, una storia personale, sociale, politica, …
    Così quando spieghiamo “noi …”, non è solo una particella pronominale, ma un insieme comunicativo di persone, contesti culturali, sociali, politici, … una comunità.
    Altrettanto quando esplicitiamo “io sono …”, “io ho …”, non decliniamo solo i verbi essere e avere, ma comprendiamo la sostanza positiva e/o negativa del “valore” umano, personale, sociale, politico.

Guardo e Penso

Guardo-e-penso

Guardo-e-pensoUn solo augurio.

Se guardo il passato       … penso:  la memoria è un passaggio obbligato del presente
Se guardo oltre me          … penso:  il presente è una nebulosa disarmante, disegna il futuro
Se guardo avanti             … penso:  il futuro non è una nostalgia, ma un risultato del volere
Se guardo dentro me      … penso:  il silenzio dà diritto alla parola.

Il silenzio avvalora il pensiero, riconosce le parole che non ingannano la memoria, osserva il tumulto del “fare” per qualcosa di più,  riconosce le parole che fanno storia.

Non siamo più bambini che vivono il presente con la normalità dell’essere.

La somma dei pensieri (disposizioni, media, …) agitano il presente, confondono la realtà.
Per uscire dal’inganno che perseguita le condizioni di vita, rimane l’agire quella differenza che produce cambiamento.

Ecco spiegate le ragioni del mio augurio!

Alla fine, per tutte e tutti, l’augurio è di non restare con le parole in bocca: indifferenti, recriminanti, giudicanti, …,

Abbiamo bisogno di star bene, di non rimanere un surrogato della politica, di riconquistare spazi di libertà, coniugare forme condivise dell’essere e del divenire.

L’economia governa la sua crisi imponendosi in modo perentorio e indisturbato.
Le politiche di governo, decisamente subalterne e frammentate da interessi privati, offrono scarse possibilità.

Manca una coscienza collettiva, una visione altra, capace di reagire.

Così la crisi economica si alimenta ormai di continue emergenze: guerre, violenze, razzismi, … paure, che disgregano le identità e distruggono l’umanità.
Tutto ciò è l’evidenza di uno stato di necessità che richiama la responsabilità di tutte e di tutti ad una Politica che sappia ricomporre i frammenti che pure lottano per un possibile cambiamento.

Rompiamo il silenzio, abbattiamo i muri, …