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“Spazio Donna” dell’Associazione Dimensioni Diverse

La sua storia ha avuto origine alla fine degli anni ’60 quando un gruppo di ragazzi e ragazze si sono costituiti parte del “Circolo Acli di Baggio” trovandosi a vivere nella realtà del quartiere i diversi problemi: il territorio, la casa, la scuola, la problematica femminile, la formazione, gli spazi pubblici come la biblioteca.

Erano anni di grande trasformazione sociale e di grande entusiasmo nella scoperta di un diverso impegno civile e sociale: un grande fervore ha permesso al gruppo di esprimersi nei diversi campi con particolare riferimento alla realtà di Baggio, in quegli anni, in grande trasformazione dovuto anche ai nuovi insediamenti per le migrazioni dal Sud Italia.

Nei primi anni ’70 si era costituito il “Collettivo Donne“ che aveva la sede denominata “Centro Donna” in via Due Giugno 4 e faceva parte del “Gruppo Acli” che svolgeva l’attività in via Ceriani n°20 accanto alla “Merceria” ora “Libreria Oltre il Confine”.

Il “Collettivo Donne” all’interno del  “Gruppo Acli” si diede il compito di tener vivo e coltivare un costante  rapporto con le donne di Baggio. Erano i primi anni dei gruppi di “autocoscienza”, del Femminismo, e altri gruppi femministi si sono ritrovati nelle rivendicazioni: dal “Consultorio Pubblico” prima, il “Centro Donna” Pubblico” poi.

  • Vedi alcune foto 
  • Vedi “Centro Donne – Zona 18

Nel contempo il “Collettivo Donne” proseguiva a sviluppare numerose iniziative di sensibilizzazioni rivolte in particolare alle donne della zona.

Per conoscere le esigenze delle donne di Baggio, per poter individuare le argomentazioni che più avrebbero risposto alle loro necessità e attirato la loro attenzione, abbiamo predisposto un questionario sulla salute della donna che siamo andate a proporre nelle case popolari, nei vecchi cortili e nella Cascina Meriggia, là dove era alta la presenza di famiglie numerose, in cerca di lavoro, provenienti dal Meridione.

Le esigenze emerse più espresse sono state due: la salute della donna messa in pericolo dalla presenza di un alto numero di figli (mancanza di conoscenze riguardo la contraccezione) e la bassa conoscenza della lingua italiana (al sud le donne difficilmente potevano andare a scuola perché il compito principale era di accudire alla famiglia).

I nostri campi d’intervento sono stati:

  1. Insegnare la lingua italiana nei cortili in cui le donne mettevano a disposizione la loro casa perché i mariti non erano d’accordo che si allontanassero. I corsi erano riconosciuti a livello istituzionale.
  2. Diffusione dei metodi contraccettivi attraverso incontri organizzati con il Consultorio Familiare Pubblico che in quegli anni, con una mobilitazione dei diversi gruppi di donne  presenti nella zona fra cui il nostro “Collettivo Donne”, ne aveva rivendicato l’apertura al Consiglio di Zona.
  3. In collaborazione con il Consultorio Familiare Pubblico (allora sempre pronto ad accogliere le istanze delle donne organizzate sul territorio) e con la Regione Lombardia, ma anche con le Organizzazioni Sindacali, abbiamo contribuito ad organizzare diversi corsi gratuiti sulla Salute della Donna, corsi “150 ore”, corsi di maglia e cucito soprattutto per le casalinghe perché fossero motivate maggiormente ad uscire da casa. I corsi rappresentavano una prima occasione per introdurre tematiche sulla condizione femminile. La sede dei corsi erano le strutture di zona: aule della scuola media, scuola elementare e Biblioteca.
  4. In seguito un’altra rivendicazione collettiva dei diversi gruppi attivi a Baggio è stata la richiesta dell’apertura di un “Centro Donne” pubblico  in cui le donne potessero organizzarsi. Fu aperto nella ex Scuola Media “Don Milani” in via A. da Baggio, ma dopo poco tempo il Consiglio di Zona, per mancanza di fondi o per contrastare le richieste dei gruppi di donne organizzate (la Lega era alla guida del CdZ) il servizio pubblico fu chiuso.
  5. Il Collettivo Donne continuò il suo cammino di contatti con le donne del quartiere.
  6. Nel 1990 il “Gruppo Acli” ormai uscito dalle Acli, decise di darsi una veste giuridica creando l’Associazione “Dimensioni Diverse” – spazio di relazione e di pensiero”.
    L’attività delle donne dell’Associazione si sono riconosciute nello “Spazio Donna” continuando a promuovere iniziative fra le donne della zona, in collaborazione con il Sindacato di zona e la Regione Lombardia.
  7. Nel 1994 l'”Associazione Dimensioni Diverse-Spazio Donna” è stata registrata nell’elenco delle Associazioni Femminili della Regione Lombardia.
  8. Perché la ricchezza degli anni passati prodotta dalle donne non fosse dispersa ma continuasse a dar vita a nuovi percorsi nella zona, nel 2010  l’”Associazione Dimensioni Diverse-Spazio Donna” ha contribuito a costituire, a Baggio, il Gruppo “Donne a Confronto” composto da donne impegnate a vario titolo nella nostra zona.
    L’obiettivo del gruppo è dare, nell’arco di tutto l’anno, continuità alle tematiche che ogni anno vengono messe in campo, con particolare attenzione alle ricorrenze: “Giornata Internazionale contro la violenza sulle Donne”  e  “8 Marzo”.

Questa terra non si vende, si lavora e si difende

Questa-terraIn questi tempi di paura globale alcune persone hanno paura della fame, altre di mangiare. Un miliardo di persone stasera andranno a letto con lo stomaco vuoto, mentre tutte le altre hanno sempre più paura di mangiare quello che procura il mercato, che potrebbe essere veleno o spazzatura. Non possiamo più aspettare che i governi e le istituzioni facciano qualcosa di importante e sensato per affrontare questo problema capitale…” (Eduardo Galeano)
E’ in atto, a livello mondiale una corsa all’accaparramento delle terre (land grabbing).
Negli ultimi tempi stiamo assistendo a un incremento di questa attività che, contrariamente a quanto si può pensare, non avviene solo nei paesi classificati come in via di sviluppo ma anche nel così detto “Primo Mondo“.

La crisi prima del sistema capitalista e successivamente anche di quello neo-liberista fa si che anche nei paesi già “sviluppati” ci sia in corso un attacco nei confronti delle pochissime aree di terreno a vocazione agricola ancora rimaste da mettere a rendita e cioè quelle di proprietà degli Enti Pubblici.
La mentalità con cui si effettua questo tipo di operazioni viene definita “estrattivista“, cioè predatoria, che sottrae disponibilità alle collettività con la stessa modalità con cui agisce l’attività mineraria nei confronti del sottosuolo.
Tutto questo puntualmente a vantaggio di pochi soggetti forti.
Sempre di più, per il prossimo futuro, la “risorsa cibo” risulterà strategica per consentire o consolidare profitti, speculazioni e potere.
La terra viene quindi vista come una risorsa di cui impossessarsi e prenderne il controllo il più velocemente possibile e il cibo/merce sta assumendo sempre di più il duplice volto di “spazzatura standardizzata chimico-tossico” per le classi meno abbienti e “bio-di qualità-che fa bene alla salute” per i più facoltosi.
Dal punto di vista sociale invece, sempre a livello mondiale, siamo arrivati a superare i sette miliardi di umani che vivono su questo pianeta e dobbiamo tenere conto che un miliardo di questi non hanno cibo a sufficienza.

Alla stragrande maggioranza di tutti gli altri invece, quelli che hanno possibilità di comprare il proprio cibo, è stato imposto un regime alimentare standardizzato, uniformato, che genera per tutti grandi ingiustizie, problemi di salute e distruzione dell’ambiente, mentre genera enormi profitti solo per pochissimi.
Il capitalismo e il neoliberismo, come modelli di organizzazione della produzione e della distribuzione del cibo, si sono impossessati dell’intero pianeta.

Il cibo è stato ridotto allo status di merce e come qualsiasi altra merce è soggetto alle leggi dello sfruttamento e del profitto. Chi può permetterselo economicamente può continuare a vivere comprando l’energia (il cibo) necessaria, chi non può permetterselo non può continuare a vivere.

L’unico modo per riuscire a fare i soldi necessari è quello di vendere la propria forza lavoro ammesso che ci sia qualcuno disposto a comprarla. Come sempre avviene, c’è molta differenza di disponibilità fra coloro che “possono” comprare il proprio cibo; di conseguenza la concorrenza per piazzare il più alto possibile il proprio posto nella scala sociale è un valore da mettere come priorità.
I governi e le istituzioni cosa fanno?
Invece di operare per le collettività operano a vantaggio delle imprese multinazionali alle quali sono assoggettati. O meglio, appare sempre meno distinto il confine fra imprese multinazionali, governi di Stati nazione e criminalità organizzata.

Queste tre entità appaiono sempre meno “in lotta” fra loro e sempre di più come diversi modi di esercitare un “unico” fortissimo potere dominante.
Questo sistema ha come fine quello di mantenere la sua struttura di potere, con l’idea di aumentare all’infinito i suoi margini di profitto. Poco importa se a danno delle popolazioni.

Dalla Rivoluzione Verde siamo passati alla proposta della green economy.

In pratica si continua a dire che tutto questo è per ridurre la fame nel mondo, per “nutrire il pianeta“, per migliorare la vita del genere umano e così via.

La proposta della Rivoluzione Verde ha usato questa scusa, pur essendo chiara la distruzione che avrebbe causato alla natura, in tempi in cui l’opinione pubblica non era sensibile ecologicamente. Ora la green economy utilizza la scusa che non possiamo continuare a distruggere la natura e c’è bisogno di miglioramenti ecologici.

La grande, vergognosa e colossale manipolazione dell’immaginario collettivo che si è consumata all’EXPO di Milano ne è una prova evidente. Multinazionali come Coca Cola, Nestlé e tantissime altre, insieme alle nostre istituzioni e a chi gli da credito, ci hanno dato lezioni di “sostenibilità” e di amore per nostra madre terra.
Sotto questa luce, sentirsi cittadini appartenenti a sistemi democratici solo perché ci è concessa la possibilità di scegliere chi ci rappresenterà, delegando totalmente ed attingendo informazioni da un sistema uniformato e plasmato dal potere dominante, appare del tutto fuori luogo.

Il nostro paese, come molti altri, è in guerra pur non riconoscendolo, anzi, addirittura tradendo la propria carta costituzionale che espressamente la ripudierebbe. È in guerra con la natura e con il suo stesso popolo, una guerra subdola e non facilmente riconoscibile, ma le industrie che producevano ordigni e veleni per uccidere il nemico adesso fanno concimi chimici e pesticidi; quelle che costruivano i carri armati adesso fanno i trattori ed i padroni di queste fabbriche sono gli stessi.
Siamo al terribile paradosso dove, per motivi di igiene e salute pubblica, si vietano pratiche contadine che hanno sfamato le popolazioni per millenni mentre si autorizza, anzi si incentiva economicamente e culturalmente, l’uso di sostanze chimiche altamente tossiche e cancerogene per la produzione e per la lavorazione dei nostri alimenti. Gli stessi alimenti di cui, ormai, la maggioranza della popolazione ignora l’origine e non riesce a vedere oltre agli scaffali sempre forniti e luminosi della grande distribuzione.
Non abbiamo solo la nostra guerra casalinga, siamo anche coinvolti, a vari livelli, in molte altre guerre in tante altre zone di questo pianeta; vere e proprie guerre per le risorse, per le materie prime necessarie alle nostre industrie, guerre per l’energia e per il controllo di zone ritenute strategiche, guerre per l’acqua e per il cibo o solo semplicemente per “ricostruire” lucrandoci.

Siamo coinvolti in guerre che hanno iniziato a produrre, oltre che devastazioni, morte e sofferenza, anche migrazioni di popoli in fuga dai loro territori.
Siamo coinvolti in un sistema che dimentica immediatamente il retorico pietismo per il “profugo in mare” e dieci minuti dopo lo sbarco lo classifica “clandestino” e quindi lo rifiuta e lo segrega rendendolo buono solo ad ingrossare le file dei nuovi schiavi al lavoro nei campi, nei cantieri e nelle fabbriche che pretendono costi sempre più bassi.

Ovviamente da clandestino, quindi senza dignità e diritti.

Chi avesse intenzione di produrre autonomamente il proprio cibo e non possiede né terra né consistenti capitali a disposizione si trova nell’impossibilità di farlo.
L’accesso alla terra come base del sostentamento alimentare non è possibile per chiunque lo desideri, ma solo per pochi che se lo possono permettere e questo non è ammissibile.
Nasce con queste considerazioni di base la campagna “terra bene comune“.

Inizialmente si oppone alla tendenza generalizzata di privatizzare le terre ancora rimaste patrimonio pubblico considerandole le ultime parti di territorio rimaste a disposizione della sovranità alimentare delle popolazioni locali. In seguito si è allargata all’idea di far partire esperienze di una neo-contadinità agroecologica che si pone come soluzione dal basso alle problematiche sociali e ambientali fino a qua elencate proprio partendo da queste terre che spesso sono in abbandono o sottoutilizzate.
Va da se che questo non può venire dalle istituzioni, ma solo attraverso forme di organizzazione spontanee di cittadini che, iniziando dalla ri-costruzione di una comunità, continuano poi con il “liberare, custodire e difendere” delle porzioni di territorio sulle quali produrre il proprio cibo, istruirsi e curarsi in modo autonomo.
Sono nate dal basso, negli ultimi anni, molte esperienze e forme di lotta da parte di gruppi autoaggregatisi spontaneamente di cittadini e contadini che hanno per oggetto la difesa, e in alcuni casi anche la presa in custodia, di porzioni più o meno grandi di terre abbandonate o sottoposte a speculazioni di ogni genere. Si stanno sperimentando, a vari livelli, forme di autodeterminazione alimentare e non solo.

Prende forma il concetto di “Terra Bene Comune”.

Nei nostri territori il quadro è già fortemente compromesso. La terra è ormai di fatto quasi del tutto sottratta all’utilizzo delle comunità locali che sono sempre più depredate della propria autodeterminazione ed è messa al servizio di speculazioni varie, comprese quelle di una agricoltura industriale gestita dalla Grande Distribuzione Organizzata.

Tutto il tessuto socio-culturale, compresa l’identità stessa del territorio, è fortemente messo a repentaglio e in molti casi già abbondantemente distrutto.
Continuando queste pratiche e queste analisi confermiamo che l’accesso alla terra, che è un mezzo indispensabile alla produzione del cibo, al pari dell’acqua e dell’aria, va considerato elemento indispensabile alla vita umana e quindi non mercificabile. Come minimo, a partire dalle terre che già sono di proprietà della collettività e che per di più versano in stato di abbandono.
La lotta intrapresa a Mondeggi e quelle intraprese in molte altre zone devono essere per tutti noi un incoraggiamento, un incitamento all’azione: dobbiamo riconsiderare il senso della politica e non più intenderla solo come lo spazio di una delega espressa sulla base di informazioni attinte da un sistema uniformato e plasmato dal potere dominante, il quale evidentemente ha tutto l’interesse a mantenere le cose così come stanno il più a lungo possibile.

Dobbiamo considerare il fare politica un agire diretto, partecipativo, che non sia solo la spregiudicata difesa di quello che si pensa che siano i nostri interessi personali.
È fondamentale il dilagare su tutto il territorio di questa consapevolezza e di queste pratiche e il nostro sforzo è quello di trovare delle vie di comunicazione per promuovere e facilitare tutto questo.

 Dobbiamo iniziare dagli strati sociali che più hanno la percezione del “bisogno” di un cambiamento radicale in questa società, e cioè giovani e migranti.
Manca di realismo chi continua ad aspettarsi che per le vie convenzionali possa giungere quello che urgentemente ci serve. Come dicono gli Zapatisti, cambiare il mondo è molto difficile, forse impossibile; quello che ci sembra fattibile è creare un mondo del tutto nuovo“. (Gustavo Esteva)

Giovanni Pandolfini <giovannipandolfini@gmail.com>

Sette giorni all’inferno: diario di un finto rifugiato nel ghetto di Stato

cINQUE-GIORNIDormitori stracolmi. Dove la legge non esiste. Fabrizio Gatti è entrato, clandestino, nel Cara di Foggia. Dove oltre mille esseri umani sono tenuti come bestie. E per ciascuno le coop prendono 22 euro al giorno.

La quinta notte apro la porta sull’inferno. Dal buio dello stanzone esce un alito di aria intensa e arroventata che impasta la gola. Si accende un lumino e rischiara una distesa di decine di persone, ammassate come stracci su tranci di gommapiuma. Niente lenzuola, a volte solo un asciugamano fradicio di sudore sotto le coperte di lana. Nemmeno un armadietto hanno messo a disposizione: ciabatte e scarpe sono sparse sul pavimento, i vestiti di ricambio dentro sacchetti di carta. Rischio di calpestare una serpentina incandescente, collegata alla presa elettrica da due fili volanti. Qualcuno sta preparando la colazione per poi andare a lavorare nei campi. Cucinano per terra. Se scoppia un incendio, è una strage.

No, questa non è una bidonville. È un ghetto di Stato: il Cara di Borgo Mezzanone vicino a Foggia, il Centro d’accoglienza per richiedenti asilo, il terzo per dimensioni in Italia. Ce ne sono molti altri di stanzoni ricoperti di corpi. I ragazzi africani vengono sfruttati anche quando dormono. Per trattarli così, il consorzio “Sisifo” della Lega delle cooperative rosse, e la sua consorziata bianca “Senis Hospes”, amministrata da manager cresciuti sotto l’ombrello di Comunione e liberazione, incassano dal governo una fortuna: ventidue euro al giorno a persona, quattordicimila euro ogni ventiquattro ore, oltre quindici milioni d’appalto in tre anni. Più eventuali compensi straordinari, secondo le emergenze del momento.

La quinta notte rinchiuso qui dentro ho già visto i gangster nigeriani entrare nel Cara a prelevare le ragazzine da far prostituire. I cani randagi urinare sulle scarpe degli ospiti messe all’aria ad asciugare. E perfino i trafficanti afghani offrire viaggi nei camion per l’Inghilterra. Mi hanno anche interrogato. Un picciotto dei nigeriani, non la polizia. Agenti e soldati di guardia non si muovono dal piazzale asettico del cancello di ingresso. In una settimana, mai incontrati. Nessuno protegge i 636 ospiti dichiarati nel contratto d’appalto. Ma siamo sicuramente più di mille. Contando gli abusivi, forse millecinquecento. Perché da quattro buchi nella recinzione, chiunque può passare. E da lì sono entrato anch’io. Un nome falso, una storia personale inventata. Da lunedì 15 a domenica 21 agosto. Una settimana come tante. Nulla è cambiato, nemmeno oggi. Quello che segue è il mio diario da finto rifugiato nel Ghetto di Stato.

TELECAMERE E BUCHI NELLA RETE

Dentro il Cara di Borgo Mezzanone il giorno non tramonta mai. Una costellazione di fari abbaglianti splende non appena fa buio sul Tavoliere, la grande pianura ai piedi del Gargano. La cupola di luce appare a chilometri di distanza.
Bisogna arrivare alla rete arrugginita di un aeroporto militare dismesso. C’è un varco a est, dopo una lunga camminata nei campi. Ma a ovest entrano addirittura le macchine e i furgoni dei caporali, carichi di schiavi di ritorno dalla giornata di lavoro. Sono quasi le dieci di sera. Le prime casupole lungo la pista di decollo formano la baraccopoli abitata da quanti negli anni sono usciti dal centro d’accoglienza, con o senza permesso di soggiorno. Una stratificazione di sbarchi dal Mediterraneo e di sfruttamento da parte degli agricoltori foggiani.
Da qualche mese però la bidonville si sta allargando. Da Napoli è arrivata la mafia nigeriana e si è presa metà pista: nelle baracche hanno aperto bar, due ristoranti, una discoteca che con la musica assorda ogni notte il riposo dei braccianti. Da Bari sono venuti alcuni afghani piuttosto integralisti e ora controllano l’altra metà: hanno allestito un negozio che vende di tutto e una misteriosa moschea. Questa è la zona chiamata Pista, appunto. Ancora qualche centinaio di metri e si può toccare la recinzione del Ghetto di Stato.
I fari sono puntati a terra e le telecamere inquadrano tutto il perimetro. Il Cara è diviso in due settori. Il primo, proprio qui davanti, è composto da diciotto moduli prefabbricati. Quattro abitazioni per modulo. Ogni abitazione ha tre stanzette: due metri per due, una finestra, lo spazio per due brande, raramente quattro a castello. Ciascun modulo ospita così tra le 24 e le 48 persone. Oppure, per dirla brutalmente, rende ai gestori tra i 528 e i 1.056 euro al giorno. La piazza centrale è un campetto di calcio, davanti al capannone con la mensa, la moschea e i pavimenti di tre camerate ricoperti di materassi.

Anche il secondo capannone accanto è un dormitorio stracolmo. I bagni sono distribuiti in una dozzina di casupole: sei rubinetti ciascuno, sei turche, sei docce malridotte, alcune con l’acqua calda. Il secondo settore è invece rinchiuso dietro cancellate alte cinque metri: due fabbricati illuminati a giorno sotto un’altra schiera di telecamere.

È il vecchio Cie per le espulsioni, una prigione. Lo usano per l’accoglienza. I rapporti sulle visite ufficiali sostengono che il secondo settore sia la parte dove si sta meglio. Oltre non bisogna andare. Lì vigila, si fa per dire, il personale di guardia.

I buchi nella recinzione del Cara sono quattro, proprio sotto le telecamere. Dopo una nottata e una giornata di sopralluoghi, il fotografo Carlos Folgoso sa cosa deve fare. Adesso posso entrare.

I FANTASMI RESPINTI

Una voce sguaiata al megafono della moschea ricorda all’improvviso che Allah è il più grande. È l’ora della preghiera che precede l’aurora. Sono le quattro e diciannove. Addio sonno. Fino alle tre e mezzo avevamo il tormento della musica afro dalla baracca appena fuori il recinto, lì dove i gangster nigeriani fanno prostituire le ragazzine. Poi due auto si sono sfidate con frenate e sgommate lungo la Pista. Quindi un ragazzo ha telefonato al fratello in Africa e parlava così forte che sembrava volesse farsi sentire direttamente. Adesso chiamano alla preghiera anche dalla misteriosa moschea degli afghani. Le voci dei muezzin erano scomparse da questo cielo il 15 agosto del 1300, giorno d’inizio del massacro dei musulmani a Lucera. Migliaia di morti, i sopravvissuti venduti come schiavi: le radici europee del cristianesimo non sono più pacifiche di certi fanatici islamisti di oggi.

Ogni angolo protetto dalla luce dei fari è occupato da qualcuno che prova a dormire all’aperto. Un po’ per il caldo asfissiante. Un po’ perché dentro non c’è posto. Lo sanno anche le zanzare. Quando il sole è ormai a picco, Suleman, 24 anni, nel Cara da tre mesi, esce a raccogliere babbaluci, le lumache aggrappate agli arbusti. «Al mercato di Foggia», spiega, «gli italiani le comprano a tre euro al chilo». Già. E le rivendono su Internet a sette. Ma servono ore a mettere insieme un chilo.

Da dove vieni? «Dal Ghana, ho chiesto asilo», rivela Suleman. Il Ghana è una Repubblica. Forse è un oppositore perseguitato. Alla domanda, lui guarda stupito: «No, spero di ottenere i documenti e trovare un lavoro qualsiasi in Italia o in Europa. Dove non lo so. E tu?». Meglio non dire la verità, l’inchiesta è ancora lunga. È il momento di collaudare il nome preso in prestito da Steve Biko, l’eroe sudafricano della lotta contro l’apartheid: «Sono senza documenti e voglio raggiungere mia sorella a Londra». Lui non capisce subito. «Sono un sudafricano bianco. La terra di Mandela. Conosci Nelson Mandela?». «No Steve, who is this man, chi è quest’uomo? Ma hai il tesserino da rifugiato?», vuol sapere Suleman. No. «Allora non hai mangiato Steve, hai fame?», chiede con apprensione. No, grazie. «Però non dormire qui fuori. È pericoloso. Dentro nessuno controlla. Puoi anche mangiare. Stasera mi trovi dopo la preghiera quando distribuiscono la cena. Tu vieni in moschea?».
Sotto il caldo del pomeriggio ci si va a riparare nei pochi metri d’ombra. Quanti attraversano il Sahara e il mare per sfuggire alla povertà meritano totale rispetto. Ma il diritto internazionale protegge soltanto chi scappa da dittature e guerre, come accade per eritrei, somali e maliani che dormono nei due grandi capannoni. La domanda di asilo di Suleman verrà comprensibilmente respinta. E anche lui si aggiungerà alle migliaia di fantasmi che riempiono le bidonville. Come la Pista, là fuori.

GLI SCHIAVI IN BICICLETTA

Un altro giorno è passato. È la seconda notte qui dentro. I gangster nigeriani hanno appena spento il loro tormento musicale. Sono le tre e alla fontanella della piazza centrale c’è già la coda. Prima di partire i braccianti devono rifornire i loro zaini con le bottigliette di plastica piene.

I padroni italiani non regalano più nemmeno l’acqua. I quattro varchi nella recinzione sono una manna per l’agricoltura pugliese. Forse è per questo che non li chiudono.

Centinaia di richiedenti asilo escono che è ancora buio. E ritornano che è già buio. I caporali nigeriani li aspettano su furgoni e auto sgangherate all’inizio della Pista: per il trasporto ai campi di ortaggi e pomodori, incassano cinque euro al giorno a passeggero e li trattengono dalla paga.

I capibianchi, gli sgherri italiani, li prendono invece a bordo lungo la strada che porta a Foggia. Così molti ragazzi per evitare il costo del passaggio partono in bici da soli.
Le biciclette nel Cara sono grovigli di manubri e fatica parcheggiati a centinaia davanti alle casupole. Qualcuno nelle camerate si è portato la sua in mezzo ai materassi dove dorme. Farsi rubare la bici significa dover consegnare ai caporali 35 euro a settimana, il guadagno di due giornate di lavoro.

I braccianti che vivono nel Ghetto di Stato vengono pagati meno dei loro colleghi di fuori: anche 15 euro a giornata, piuttosto che 25. I padroni foggiani decurtano il corrispondente di vitto e alloggio. Tanto sono garantiti dalla prefettura. Uno squilibrio che crea tensione tra la generazione ormai uscita dal centro d’accoglienza e gli ultimi arrivati, disposti a lavorare a meno.

Il muezzin ancora non ha chiamato alla preghiera. E i primi ragazzi venuti a rifornirsi d’acqua alla fontanella sono già in viaggio. Erano tornati ieri sera quasi alle dieci. Si sono fatti la doccia. Hanno lavato e steso gli abiti da lavoro. Poi hanno mangiato la pasta della mensa, tenuta da parte da qualche compagno di stanza. Era mezzanotte passata quando sono andati finalmente a dormire. Dopo appena tre ore di sonno già pedalano silenziosi, uno dietro l’altro, che sembra il via di una tappa a cronometro. Scavalcano bici in spalla il muretto sotto i fari e le telecamere. Poi si dissolvono nel buio come bersaglieri del lavoro, chiamati in prima linea a riempire i nostri piatti.

Lo stesso periodo, subito dopo la richiesta d’asilo, in Germania è dedicato ai corsi obbligatori di tedesco. Chi non frequenta è respinto. Qui dopo un anno di sfruttamento sanno al massimo dire “cumpà”. Compare, in foggiano. E quando li trasferiscono sono spaesati, impreparati, analfabeti. Come appena sbarcati. Nonostante quello che lo Stato versa alla cooperativa di gestione, nessuno ha insegnato loro nulla dell’Italia. E magari, una volta in città, passano la notte a gridare al telefonino. Così dal vicinato si aggiungono nuovi voti alla destra xenofoba.

LE SPIE DEI GANGSTER NIGERIANI

«Ehi Steve, South Africa, come stai?», chiede in inglese Nazim. Ha 17 anni anche se sul tesserino magnetico gli hanno scritto che è nato nel 1997. Viene da Dacca, Bangladesh, via Libia.

Martedì sera ha saputo che non mangiavo dalla notte prima. È tornato con un piatto di plastica sigillato con la pasta della mensa, una scatola di carne, una mela, due panini. «Steve, prendi», ha insistito: «Sono piatti avanzati oggi». Vuole raggiungere l’Inghilterra o la Germania. Sa molto poco delle conseguenze di Brexit, delle frontiere europee chiuse. «Adesso vado dai nigeriani là fuori alla festa di un amico di Dacca. Gli hanno riconosciuto l’asilo. Domani parte per Milano. Ha invitato gli amici a bere birra. Portano anche le ragazze. Vieni, Steve?». È l’una di notte. Meglio non esporsi troppo.

Precauzione inutile. La polizia non si è mai fatta vedere. Ma le spie dei nigeriani mi hanno già notato. Sono l’unico bianco con la faccia europea. Sono qui da quattro giorni. Non rispetto gli invisibili confini interni. E ho il doppio dell’età media degli ospiti. Così nel corso della notte provano a sapere di me. Prima con un africano del Mali. Poi con due pakistani. Alla fine con Cumpà, un senegalese alto e grosso. Sono marcato a zona. Non appena mi sdraio a dormire sulla solita piattaforma di cemento, arriva lui. «Cumpà, che succede?», chiede il picciotto in italiano. Puzza di birra. «Cumpà, di dove sei?». Rispondo in inglese che non capisco. E Cumpà si arrabbia: «Cumpà, vieni a dormire da me perché se arrivano i miei amici nigeriani da fuori, tu passi dei guai». Entra nel suo loculo. Riappare con un materasso sporco. «Cumpà, tu ti sdrai qui e non te ne vai». Ora si sistema sul suo materasso. Siamo sdraiati uno accanto all’altro, sotto il cielo nuvoloso. Lui si gira su un fianco. Cerca di fare l’amicone. «Cumpà, allora mi dici che cosa fai qui?».

I suoi amici nigeriani non scherzano. La notte del 18 aprile hanno rapinato un ospite del Cara e lo hanno trascinato fuori. Lì lo hanno accecato con una latta di gasolio rovesciata negli occhi e bastonato fino a farlo svenire. Qualche giorno prima avevano ferito un connazionale con un machete. A giugno la polizia ha poi arrestato cinque appartenenti agli Arobaga, il clan che controlla caporalato e prostituzione lungo la Pista. «Io non parlo inglese», torna ad arrabbiarsi Cumpà: «Ho capito: tu sei un poliziotto. Adesso chiamo gli altri». Si alza e se ne va. Un messaggio parte subito per il telefonino di Carlos, il fotografo nascosto da qualche parte là fuori: “Vai via” seguito da una raffica di punti esclamativi. Steve resta sdraiato sul materasso, con le pulci che gli pizzicano le caviglie. È più sicuro rimanere nel Cara e vedere cosa succede. Cumpà riappare dopo mezz’ora. Solo. Si sdraia. Ronfa come un diesel. Anche i suoi amici saranno ubriachi. Al richiamo del muezzin, un connazionale viene a scuoterlo: «Madou, la preghiera». Non si muove. Al risveglio religioso, stamattina Cumpà preferisce il sonno di Bacco.

L’ASSALTO DEI CANI RANDAGI

Qualche riga oggi bisogna dedicarla alla pet therapy. È quella prassi secondo cui l’interazione uomo-animale rafforza le terapie tradizionali. Alla prefettura di Foggia, responsabile della fisica e della metafisica di questo Ghetto di Stato, devono crederci profondamente: perché il Cara è infestato di cani, ovunque, perfino dentro le docce. Nessuno fa nulla per tenerli fuori. Quando è ancora buio, subito dopo la preghiera, tre braccianti escono in bicicletta dal buco a Ovest, dove la recinzione è stata smontata. Le loro sagome sfilano nel chiarore della luna. Un cane abbaia e la sua voce richiama un’intera muta che si lancia all’inseguimento dei tre poveretti. Sono una decina di grossi randagi. Corrono. Ringhiano e si mordono. Poi diligentemente tornano a sdraiarsi tra gli ospiti del centro.

Nasrin, 27 anni, afghano di Tora Bora, si tiene alla larga dai cani. Una sera parliamo davanti alla partita di cricket improvvisata dai pakistani, sul piazzale vicino ai rifiuti. Nasrin dice che se ne intende di viaggi fino in Inghilterra. È andato e tornato, rinchiuso nei camion. Un suo conoscente, che dorme alla Pista, conferma più tardi che può trovare i contatti. Deve solo verificare i prezzi. Dopo Brexit sono aumentati. «In Inghilterra i caporali pakistani pagano bene con la raccolta di spinaci e ortaggi: 340 sterline a settimana», spiega Nasrin. Con i documenti? «No, senza. Però si lavora 18 ore al giorno. In sei anni ho messo via ottantamila euro. E in Afghanistan mi sono costruito una bella casa». Allora perché sei qui? «Perché per avere i documenti avevo chiesto asilo in Italia».
Stasera è meglio stare lontani dalla piazza. Una macchina dei carabinieri è ferma lì da un po’. Dicono siano venuti per una notifica. Poco più tardi tre nigeriani entrano a prendere le prostitute. Le ragazzine sono a malapena maggiorenni. Due in particolare. Nessuno sa se siano ospiti o abusive. Dormono nella sezione femminile, dice qualcuno, ricavata nell’ex centro di espulsione. Le portano dalle parti della discoteca, la causa dell’insonnia di molti di noi. Entrano nell’anticamera illuminata a giorno. E scompaiono oltre il separé, nella sala con la musica al massimo, le luci colorate, la palla di specchi al centro del soffitto.

La corrente la rubano dalla rete di illuminazione pubblica. La Pista, anni fa, era un centro d’accoglienza. E molti braccianti, a loro volta ostaggi del caos, abitano là da allora. Bisogna stare molto attenti ai cavi elettrici. Per collegare le nuove baracche appena costruite e in costruzione, li hanno stesi ovunque nell’erba secca del campo tra la bidonville e il Cara. Sono semplici cavi doppi da interni, collegati tra loro da banalissimo nastro adesivo. Quando piove c’è il rischio di prendersi una bella scarica.

BENVENUTI ALL’INFERNO

Adesso è più difficile girare indisturbati. Trovarsi davanti Cumpà potrebbe essere pericoloso. Un angolo controluce del grande piazzale è il nuovo nascondiglio. I fari puntati negli occhi di chi passa sono lo schermo più sicuro dietro cui proteggersi. Il sottofondo musicale stanotte è dedicato al reggae. Il volume aumenta via via che scorrono le ore. E durante la preghiera sfuma in un fruscio assordante. Una mano sta cambiando canale alla radio. Si ricomincia con la voce di Malika Ayane. Le parole piovono direttamente dal buio: «La prima cosa bella che ho avuto dalla vita…».

Parte una fila di braccianti in bicicletta. Attacca un vecchio successo di Luis Miguel: «Viviamo nel sogno di poi…». Se ne vanno a lavorare altre schiene sui pedali. Vengono tutti dall’ex Cie. Bisogna sfidare le telecamere per avvicinarsi e vedere. Anche lì hanno aperto un buco nella recinzione.

Si salta sopra un fossato di fogna putrida a cielo aperto. E si scende agli inferi. Le camerate sono al buio. Hanno appeso stracci e teli alle finestre per tenere fuori la luce dei fari. Non c’è spazio nemmeno per la porta. Si apre a fatica. L’aria è densa, ma ancora non è chiaro cosa ci sia oltre. Sono quasi le quattro e mezzo. Un ragazzo si sta vestendo e adesso accende la pila. Una scritta incollata alla colonna al centro del salone saluta beffarda: «Benvenuti». Un orsacchiotto sotto il cuscino di un adulto sporge la testa e fissa il soffitto. La vita è tutta raccolta nei sacchetti e nelle scatole sotto le brande. Un vecchio televisore trasmette il replay delle Olimpiadi. E rischiara di un poco il suo orizzonte di corpi ammassati. Impossibile contarli tutti.

Quattro sedie separano dall’angolo cottura i tranci di gommapiuma, usati come materassi. Per terra la serpentina elettrica incandescente sta riscaldando due uova, la pasta avanzata ieri sera, una teiera. Un sacchetto di plastica e un rotolo di carta igienica sono pericolosamente vicini al calore. Pentole, un piatto, due bicchieri. Tutto per terra. Non c’è lo spazio per un tavolo.

Nel cortile al centro del Cie, per terra ci dormono pure. Il piccolo loculo di Cumpà al confronto è un lusso. Almeno ha un po’ di riservatezza, l’aria intorno, i vasi con gli oleandri.

Perfino l’architettura qui dentro è oscena. È stata progettata e costruita in modo che si possa vedere soltanto uno spicchio di cielo. La mente che l’ha pensata voleva probabilmente umiliare le donne e gli uomini da rinchiudervi. L’effetto è questo, anche ora che è un centro di accoglienza.
Stesse condizioni nelle altre stanze. Non ci sono uscite di sicurezza. Nemmeno maniglioni antipanico. Molte porte si incastrano prima di aprirsi. E il loro movimento va verso l’interno. Dovevano servire a non far scappare i reclusi, non ad agevolarne la fuga. Se scoppia un incendio, questa è una trappola.

LO SCONTO SULLA DIGNITA’

I bagni e le docce non profumano mai di disinfettante. Hanno perfino sloggiato dei profughi per trasformare le loro stanzette in privatissimi negozi. Ce ne sono cinque tra le casupole statali. Vendono bibite, riso, farina, pane, accessori per telefonini direttamente dalle finestre. Quattro li controllano gli afghani della Pista. Il quinto due ragazzi africani.

Non ci sono cestini per i rifiuti, solo sacchi neri appesi qua e là. Stanotte i cani li hanno strappati e hanno disperso avanzi della cena ovunque. Un favore alla catena alimentare, sì. Perché alla fine anche i ratti hanno un motivo per uscire allo scoperto.

Quello che colpisce è la rinuncia totale a spiegare, insegnare, preparare i richiedenti asilo a quello che sarà. Se i gestori lo fanno nei loro uffici, i risultati non si vedono. Qui fuori sembriamo tutti pazienti di un reparto oncologico. In attesa permanente di conoscere la diagnosi: vivremo da cittadini o moriremo da clandestini?

Forse non ci sono abbastanza soldi per seguire il modello tedesco. Oppure noi italiani siamo troppo furbi, oggi. E contemporaneamente troppo stolti per pensare al domani. Non c’è soltanto la crisi umanitaria internazionale a rendere precario qualsiasi intervento.

La ragione del fallimento si trova già nella gara d’appalto per gestire il Cara: premiava il «maggior ribasso percentuale sul prezzo a base d’asta, pari a euro 20.892.600». Un cifra di partenza che equivaleva a 30 euro al giorno a persona.

E il consorzio “Sisifo” di Palermo si è aggiudicato il contratto con uno sconto di 8 euro. Ha abbassato la diaria a 22 euro e rinunciato a quasi cinque milioni e mezzo in tre anni.

La logica matematica ci suggerisce una sola cosa: o i funzionari della prefettura di Foggia hanno sbagliato a formulare i prezzi, o il consorzio della Lega Coop sapeva di non starci nelle spese. Anche se è davvero difficile pensare che 22 euro al giorno a persona non bastino a fornire il minimo di dignità. Comunque il ministero dell’Interno chiede sempre di aumentare il numero di ospiti di qualche centinaio. E l’emergenza è pagata bene: i soliti 30 euro, ma senza gara. Così perfino lo sconto è rimborsato.

La cooperativa cattolica “Senis Hospes”, che per conto di “Sisifo” gestisce Borgo Mezzanone e altri centri, corre al galoppo. Fatturato in crescita del 400 per cento in due anni: dai 3 milioni del 2012 a 15,2 milioni del 2014, ultimo bilancio disponibile. Dipendenti dichiarati: dai 109 del 2014 ai 518 di quest’anno. «Tali attività …», scrive nella relazione annuale Camillo Aceto, 52 anni, presidente di “Senis Hospes”, «rispondono alla missione che la cooperativa si prefigge dedicando l’attenzione alle categorie più bisognose». Ma qui dentro, nel grande stanzone degli inferi, oggi la luce è accesa alle quattro. È domenica. Alcuni richiedenti asilo sono già partiti per i campi. Altri preparano lo zaino. Sempre sotto quella scritta sulla colonna centrale, che martella la vista: «Benvenuti».

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Dal sito del settimanale “L’Espresso” riprendiamo il reportage di Fabrizio Gatti pubblicato il 12 settembre 2016

I costi della guerra, i dividendi della pace

STERMINIOLa Siria è una svolta tra molti dubbi e sottili speranze. Come ha ammesso John Kerry, manca ancora la materia prima essenziale: la fiducia. Non è la prima tregua annunciata e finora sono tutte fallite perché non erano l’inizio della pace ma la continuazione della guerra, anzi delle molte guerre, non soltanto di quella al Califfato, che percorrono il Levante, dalla Siria all’Iraq al Kurdistan.

Eppure i costi di questo conflitto, in corso dal 2011 con 300mila morti e milioni di profughi, sono enormi sotto il profilo umano, economico e della sicurezza. Così alti e devastanti che quasi riesce difficile immaginare quali potrebbero essere i dividendi della pace.

La Siria, una sorta di Jugoslavia araba, ormai è anch’essa un’ex Siria e in quell’area, ai confini con Turchia e Iraq, l’Isis ha imperversato esportando mortalmente il jihadismo anche in Europa. Da questa destabilizzazione cronica sono venuti milioni di profughi: tre in Turchia, più di un milione in Libano e un altro milione in Giordania. Mentre le ricche monarchie del Golfo che alimentano questa guerra, Arabia Saudita in testa, non prendono neppure un profugo. L’Iraq ne accoglie 300mila nel Kurdistan e minoranze come cristiani e yazidi non esistono quasi più nei luoghi originari.

Ma l’Europa si è illusa che poteva delegare alla Turchia la questione, che naturalmente strumentalizza a suo vantaggio. Siamo indulgenti soprattutto con le nostre debolezze, oltre che con gli autocrati come Erdogan, Assad, Al Sisi e le monarchie petrolifere, per poi lamentarci che sulla sponda Sud non progrediscono mai e cadono in preda all’islam radicale.

La Siria offre un’istantanea disperante: 4 milioni e mezzo di rifugiati all’estero e più di 7 milioni di sfollati interni, un siriano su due non ha più la sua casa. La base economica è stata distrutta, la produzione di petrolio _ 500mila barili al giorno prima della guerra _ è crollata, la disoccupazione è oltre il 50% e l’80% dei siriani sono in preda alla povertà. La distruzione è paragonabile a quella di certe nazioni dopo la seconda guerra mondiale. L’Onu ha calcolato che in un arco di dieci anni ci vorranno almeno 200 miliardi di dollari per ricostruire la Siria e 150 per far tornare la Libia ai livelli di quella di Gheddafi.

Ma da ricostruire in Siria non ci sono soltanto palazzi e infrastrutture: ci sono da restaurare rapporti sociali fatti a pezzi dai settarismi esplosi con la guerra civile. C’è da salvare soprattutto un’intera generazione di giovani siriani. Più di 2 milioni di bambini hanno dovuto interrompere gli studi, mezzo milione è a rischio. Una scuola su quattro è stata distrutta e oltre 50mila insegnanti hanno perso il lavoro.

Su questi bambini si combatte la battaglia per il futuro, anche nostro.

Qualche giorno fa da Daraya, un sobborgo di Damasco, dopo una tregua locale, sono usciti dall’assedio dei bambini perfettamente vestiti, con la camicia bianca e il cravattino i maschi, le bambine con il fiocco in testa e la gonna stirata: pronti per andare a scuola. In questo quartiere tenuto dai ribelli hanno sofferto la fame: tutto hanno perso i siriani, non la dignità. Erano accompagnati da un guerrigliero con il fucile in pugno: «Combatto tra i ribelli perché è questo l’unico lavoro che ho trovato», ha dichiarato alla Bbc.

Proviamo a immaginare per un momento che possa esserci la pace, e ce ne vorrebbe più di una in Siria e in Iraq per sistemare le ambizioni di curdi, arabi, turchi, persiani, sciiti, sunniti, alauiti. Se si dovessero soddisfare tutte le rivendicazioni, non solo sarebbe necessario cambiare i confini tracciati dalle potenze coloniali, ma forse avere un Medio Oriente doppio di quello attuale.

La pace può significare sfruttare al meglio le risorse, da quelle umane a quelle energetiche e del suolo. Il Kurdistan iracheno rigurgita di petrolio, potrebbe dare da mangiare a 50 milioni di persone e oggi non ha i soldi per pagare un milione e mezzo dipendenti pubblici. Se ci fosse la pace, l’Iran esporterebbe dall’Iraq, dalla Turchia e dalla Siria il suo potenziale di oro nero e di gas. La stessa Russia porterebbe il suo gas in Europa meridionale e nei Balcani attraverso la Turchia e la Grecia. Invece di scappare da Siria, Iraq, Kurdistan, come è accaduto in questi anni, laureati, tecnici, professionisti, resterebbero sul posto: la ricostruzione, materiale e morale – come ha dimostrato il caso iracheno – è sempre più difficile quando un Paese è impoverito delle sue risorse umane migliori.

Con la pace si possono costruire strade, ferrovie, aprire le frontiere, liberare i commerci, far circolare le idee: è quanto è accaduto in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Un patrimonio inestimabile, il vero miraggio di gran parte delle popolazioni della sponda Sud, che stiamo per depauperare con i “muri” e gli egoismi nazionali. È davvero banale: ma quando si tessono le lodi della pace è perché si avverte il timore che anche qui la possiamo perdere.

Bisogna essere realisti. Se Stati Uniti e Russia ci provano ancora una volta a fare la tregua è perché sentono che questa guerra a mondiale a pezzi, come l’ha definita il Papa, può sfuggire al controllo. Pochi giorni fa il faraonico G-20 di Hangzhou, il primo in Cina, è stato la prova del disordine geopolitico ed economico mondiale: una sfilata di leader incapaci di affrontare i problemi e forse persino di prevederli, come ha dimostrato pochi giorni dopo l’atomica nord-coreana.

 

In Medio Oriente gli Usa sono avviluppati nelle loro contraddizioni: usano i curdi contro l’Isis e la Turchia, alleato storico nella Nato, li colpisce. I sauditi, partner di ferro di Washington, hanno acquistato 100 miliardi di dollari di armi in otto anni di presidenza Obama e non riescono a vincere né la guerra per procura in Siria né quella in casa con lo Yemen. Anzi minacciano di aprire nuove tensioni con l’Iran, forse l’unico modo per far impennare le quotazioni del petrolio. Ma gli iraniani sono anche alleati degli Usa nel sostegno al Governo sciita di Baghdad contro il Califfato: l’intreccio sembra inestricabile.

Lo stesso Putin, che con l’intervento in Siria ha ridato alla Russia credenziali di superpotenza, è consapevole che Assad, come Erdogan, non è un alleato troppo affidabile e che gli iraniani non si faranno manovrare da Mosca. Per lui la Siria non deve diventare un altro caos come lo fu l’Afghanistan negli anni 80 per l’ex Urss. Non se lo può permettere neppure economicamente e il suo obiettivo non è ridursi a combattere nel deserto di Raqqa o nel Donbass.

Si può quindi immaginare la pace soltanto quando la guerra diventa troppo costosa e sfugge di mano: anche una tregua quindi può essere un passo avanti, ma senza farsi troppe illusioni.

Alberto Negri – da ilSole24Ore

Promuovere i Beni Comuni, Fermare il Decreto Madia

La-MadiaIn seguito all’inequivocabile sconfitta subita alle recenti elezioni amministrative, il governo Renzi sta pensando di utilizzare tutto il tempo tecnico a sua disposizione, posticipando a fine novembre l’approvazione definitiva del Testo unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale, decreto legislativo attuativo dell’art. 19 della L. 124/2015 (Legge Madia).
Evidentemente in difficoltà, e con la prospettiva – completamente aperta – di un referendum costituzionale in cui ha deciso di mettere in gioco il proprio futuro politico, il governo Renzi cerca di dissimulare le carte, rallentando la marcia e suggerendo aperture.

Ma la direzione è comunque tracciata: il Testo unico è, e rimane, un vero e proprio manifesto liberista, la cui finalità è quella di promuovere “la concorrenza, la libertà di stabilimento e la libertà di prestazione di servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione dei servizi pubblici locali di interesse economico generale”.
Si tratta di un provvedimento che, cinque anni dopo la straordinaria vittoria referendaria sull’acqua e i beni comuni, vuole portare fino in fondo la sciagurata scelta compiuta ventidue anni fa, con la legge Galli, di risolvere i problemi del servizio idrico non con il risanamento e la riqualificazione delle gestioni pubbliche, ma imboccando la via opposta, ossia consegnando il servizio idrico a grandi holding finanziarie, secondo il credo neoliberista, e agli interessi di un ceto politico che aspira a farsi potentato economico.

Oltre vent’anni dopo i risultati di quella scelta sono gravemente passivi per i cittadini. I pesanti aumenti tariffari solo in piccola parte sono stati utilizzati per costruire depuratori e rinnovare la rete. La massima parte sono andati a risanare i conti delle multiutilities e a distribuire dividendi agli azionisti, quasi tutti istituti finanziari.
Il referendum del 2011 chiedeva, anzi imponeva, di voltar pagina. Ma la volontà popolare, che indicava la via di un rinnovamento della politica attraverso la partecipazione dei cittadini (e dei cittadini-lavoratori delle aziende) è stata ignorata. L’esplosione delle tubature dell’acqua quasi contemporaneamente a Firenze (Publiacqua, con forte presenza di Acea tramite la controllata Acque Blu Fiorentine) e a Genova (Iren) riveste un significato quasi simbolico dell’esito delle scelte compiute dai governi della “Seconda Repubblica”.

Con l’alibi della crisi e la trappola artificialmente costruita del debito pubblico, si cerca di portare a termine la spoliazione delle comunità locali, mercificando i beni comuni, privatizzando i servizi pubblici e attaccando i diritti del mondo del lavoro.
Con questo provvedimento, il governo Renzi prova a chiudere il cerchio aperto dalla straordinaria vittoria referendaria del giugno 2011, attaccando esplicitamente la stessa nozione di servizio pubblico locale e prefigurando l’intervento del pubblico come di supporto al mercato.

Dunque oggi si confrontano due linee: il vero cambiamento, a partire dai risultati del referendum, da una parte; il perseverare sulla via fallimentare dell’assoggettamento dei servizi pubblici locali agli interessi della finanza casinò, dall’altra.

A sostegno del necessario cambiamento di rotta in questi mesi si è progressivamente prodotta un’opposizione sociale alla legge Madia e a ciò che essa rappresenta: lo dimostrano le decine di iniziative territoriali e la raccolta di centinaia di migliaia di firme in calce alla petizione alle Camere, promossa dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e sostenuta dalle compagini che hanno dato vita alla campagna dei Referendum Sociali.

Crediamo sia giunto il momento di fare un punto collettivo, proponendo a tutte e tutti quelli che, a diverso titolo e in tutti i territori, da anni si battono contro tutti i provvedimenti che vogliono consegnare i beni comuni ai grandi interessi finanziari, devastando i territori ed espropriando le comunità territoriali, un’assemblea nazionale di discussione collettiva sulle iniziative e le mobilitazioni da intraprendere nel prossimo autunno.

Fermare il decreto Madia vuol dire consentire alle comunità territoriali la riappropriazione sociale dei beni comuni, l’autogoverno partecipativo degli stessi, la messa in campo di una nuova economia sociale territoriale.

Fermare il decreto Madia vuol dire rispettare la volontà popolare espressa dal referendum sull’acqua, bloccare le politiche liberiste di privatizzazione, riappropriarsi della democrazia.

E’ evidente come tutto ciò incroci la scadenza del referendum confermativo sulla controriforma costituzionale del prossimo autunno. E almeno due sono le ragioni di fondo: la prima è che il combinato tra controriforma costituzionale e legge elettorale nasce proprio con l’idea di restringere gli spazi di democrazia in termini funzionali ad affermare le scelte di carattere neoliberista e classista che contraddistinguono l’attuale governo. La seconda è che non è possibile disgiungere i contenuti delle scelte sul terreno economico e sociale da quelle relative alle forme e agli assetti istituzionali. Da questo punto di vista, è evidente che, se non si vuole produrre un discorso che rischia di essere astratto sulla difesa e sull’espansione della democrazia, esso va innervato di contenuti e fatto vivere in relazione alle scelte che intervengono sulle politiche economiche e sociali, su quelle scelte che riguardano la condizione di vita concreta delle persone.

FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA

L’impegno per un mondo del diritto: la coscienza planetaria della nonviolenza

impegnoSarebbe più adeguato, a mio parere, rispetto  “alla complessità della sfida che ci troviamo a dover affrontare”, parlare di “coscienza planetaria proattiva“. Quella che si riassume nello slogan: “Prima l’Umanità, prima le persone“.

Ed intendendo l’umanità non quella “maschia” che vuole dominare la Natura, ma quella plurale, ricca di tutte le differenze, che si sente un prodotto del flusso della Vita. L’Umanità che non possiede la Terra, ma che appartiene ad essa, e quindi la custodisce come una Madre amata…

Noi non dobbiamo barcamenarci nel mondo “amici di tutti, nemici di nessuno“; ma proporci, pensando globalmente, organizzandoci internazionalmente, ed agendo localmente, di cambiarlo con tutte le nostre energie affinché, come recentemente ha ricordato Papa Francesco, sia modellato sulla forza del diritto e non sul diritto della forza (armata).

La nostra bussola è chiara ed è indicata dalla Costituzione italiana: non dobbiamo semplicemente difendere “con coerenza, radicalità e trasparenza” gli interessi del nostro popolo, della nostra comunità nazionale. Dobbiamo credere in un “ordine internazionale fondato sulla pace e la giustizia tra le Nazioni” accettando a questo fine le limitazioni della sovranità nazionale necessarie.

La sovranità statale non è un assoluto, trova un suo limite nei diritti delle persone, dei popoli e dell’Umanità.

La neutralità attiva era un concetto ristretto ma dirompente all’epoca della Guerra Fredda, ed è stato propugnato dai fondatori dei movimenti nonviolenti DI CUI FACCIO PARTE, in cui ANCORA OGGI lotto ed insieme costruisco alternativa.

Ma adesso, nel BIPOLARISMO SUPERATO da una unica superpotenza militare che sta per essere sorpassata, in forza economica, da un gigante demografico senza precedenti, nella  spirale dell’1% parassitario che ha organizzato un meccanismo che già assorbe la maggior parte della ricchezza creata dall’interazione tra lavoro vivo e Natura, possiamo consideralo la chiave di volta per un ribaltamento radicale delle logiche di un mondo che corre verso il precipizio dell’autodistruzione?

Abbiamo tre bombe globali che minacciano la sopravvivenza dell’Umanità, quella della deterrenza nucleare (espressione suprema del militarismo), quella ecologica (micidiale con il riscaldamento globale), quella della disuguaglianza creata dalla finanziarizzazione; e noi dobbiamo presentarci – ritengo – non come quelli che sventolano la bandiera della “neutralità” ma come gli “schierati” ATTIVAMENTE dalla parte di TUTTI, come quelli che organizzano attivamente la RISPOSTA GENERALE per disinnescarle, mettendo in secondo piano tutte le questioni secondarie che oggi reclamano la precedenza.

Noi non siamo “neutrali” rispetto alla Vita, DEGLI UOMINI E DELLA NATURA, che oggi è minacciata ed aggredita.

Noi siamo invece “impegnati” a difenderla con tutte le nostre forze a partire da ciò che già unisce la comunità internazionale, degli Stati e della società civile, riassumibile, in Europa, nei nomi di tre città: Ginevra, Parigi e Barcellona.

A Ginevra abbiamo avuto la svolta storica degli Stati non nucleari che, rompendo la gabbia del TNP, stanno procedendo verso la proibizione legale della più terribile e insensata delle armi di distruzione di massa. Il trattato per la proibizione delle armi atomiche, che – adesso ne abbiamo posto le premesse – porteremo a casa in pochi anni, sarà seguito dall’inizio di negoziati per la loro eliminazione: si discuterà come togliere effettivamente di mezzo armi che il diritto internazionale ha già bollato come criminali, la differenza non è da poco.

Ed è in questo quadro di mobilitazione reale sul punto di ottenere risultati straordinari che va inserita la denuclearizzazione locale dell’Italia, dell’Europa, del Mediterraneo e del Medio Oriente: non ha più senso politico, nell’anno di grazia 2016, ancorarla, come decenni fa, all’attuazione del TNP!

Parigi ha fissato il principio che il sistema energetico fossile va abbandonato: dobbiamo fare sì che ai documenti seguano atti coerenti e tempestivi per la conversione energetica ed ecologica, a partire dal 100% rinnovabili, facendo saltare la pretesa contraddittoria che il nostro “sviluppo”, la nostra “crescita” dell’accumulazione monetaria priva di controlli sulle forze distruttive tecnologiche ed industriali possa conciliarsi con tale obiettivo.

Non possiamo più separare la pace dall’impegno ecologico ed anche su questo punto l’attuale Papa va sostenendo diciamo ad alta voce quello che i nonviolenti più avveduti predicavano da tempo nel deserto.

Barcellona, cioé il partenariato euromediterraneo che oggi si intreccia con l’Unione per il Mediterraneo, significa infine indicare la cooperazione in un mercato comune su basi paritarie come il veicolo per raggiungere gli obiettivi di ecosviluppo generale, una prosperità nel rispetto della diversità delle culture e nel rispetto della Natura.

Questo è forse il segreto della pace: dirottare le energie dalla competizione distruttiva al lavorare insieme su obiettivi comuni che migliorino le condizioni di tutti.

Ed è questo metodo cooperativo che deve diventare anche la base per la risposta efficace alle ingiustizie e alle violenze: la difesa nonviolenta che è forza dell’unione popolare animata non dalla paura dell’altro, ma dalla fiducia che insieme si possono costruire benessere, giustizia e libertà.

Alfonso Navarra

Lettera di Joao Pedro Stedile ai movimenti popolari italiani

Stedile-Joe-PabloStimati compagne e compagni dei movimenti popolari italiani, scrivo a carattere personale, a partire dalle riunioni che abbiamo fatto recentemente nel coordinamento finalizzato alla preparazione del III° Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari con il Papa Francesco, che si realizzerà tra il 2 e il 5 novembre 2016 a Roma.

Certamente sapete che Papa Francesco, da quando ha assunto il suo incarico,  si è preoccupato di entrare in relazione, ascoltare, dare voce ai movimenti popolari di tutto il mondo, indipendentemente dalle opzioni religiose, da questioni etniche e dalla natura dei vari movimenti. A partire da questa apertura, abbiamo realizzato il primo incontro nell’ottobre del 2014, a Roma, e poi, nell’agosto del 2015, a Santa Cruz de la Sierra (Bolivia).

E ora stiamo preparando il III Incontro che sarà nuovamente a Roma.

Gli Obiettivi di questo III EMMP (Incontro Mondiale del Movimenti Popolari) sono: 

  1. Promuovere il protagonismo dei lavoratori di tutto il mondo che agiscono nelle lotte per terra, la casa e il lavoro.
  2. Contribuire con proposte e riflessioni ai necessari cambiamenti strutturali di cui il mondo ha bisogno, richiamandosi alle riflessioni che Papa Francesco ha condiviso nelle sue encicliche Evangelii Gaudium e Laudato si;
  3. Contribuire affinché i movimenti popolari di tutto il mondo realizzino azioni concrete a livello locale, regionale e internazionale e rafforzare il dialogo e la cooperazione tra la Chiesa (a livello nazionale, regionale e globale) e le organizzazioni popolari.
  4. Rafforzare il dialogo e la cooperazione tra i movimenti popolari e tra questi e le pastorali sociali della Chiesa.

I temi principiali del terzo incontro

In questa occasione, discuteremo e approfondiremo la nostra riflessione intorno a tre grandi temi:

Territorio e beni naturali; la natura dello Stato e la necessità di democrazie partecipative; il tema dei rifugiati e degli sfollati.

Inviteremo alcuni specialisti che ci aiutino nella riflessione e alla fine produrremo un documento di sintesi con le nostre decisioni da condividere con Papa Francesco, con il quale ci riuniremo nel pomeriggio di sabato 5 novembre.

In allegato, troverete una proposta metodologica che è ancora in costruzione, in dialogo con i rappresentanti dei movimenti e della Chiesa.

CONSULTAZIONE

Di fronte a questo progetto, mi rivolgo a voi movimenti popolari italiani, appartenenti alle più diverse esperienze, per chiedervi un’opinione.

Dal 2 al 4 novembre, ci riuniremo tra dirigenti dei movimenti popolari di tutto il mondo: circa 180 compagni e compagne, di cui due italiani.

Tuttavia, nel giorno dell’incontro con Papa Francesco, abbiamo due alternative: realizzare un dialogo più ristretto, a cui partecipino solo i 180 delegati, o organizzare, come ci è stato proposto dal Vaticano, un incontro di massa nella sala Paolo VI, che contiene 3/4.000 persone.

In questa prospettiva, coinvolgere 3/4.000 militanti dei movimenti popolari in questa sorta di udienza pubblica dipende dalle possibilità e dalla volontà politica dei movimenti popolari italiani, in quanto non sarebbe possibile, a causa dei costi e del tempo, portare militanti da altri Paesi a partecipare a una attività per loro lontana e che dura soltanto mezza giornata.

E quindi, a nome del coordinamento dell’evento, vi chiedo se siete interessati e avete la possibilità di partecipare, coinvolgendo  un numero così alto di militanti, secondo i criteri che abbiamo sempre utilizzato in questi incontri, garantendo cioè un’equa partecipazione di uomini e donne, giovani e rappresentanti del più ampio e plurale ventaglio di movimenti.

Nel caso i movimenti italiani non siano interessati, dovremmo optare per lo spazio più ristretto.

Aspettiamo le vostre reazioni entro la metà di settembre

Saluti a tutti e tutte

Joao Pedro Stedile
Movimento Senza Terra/Via campesina Brasil

Disarmo nucleare

Disarmo-nucleareLa buona novella di Ginevra diffusa da Palermo. La più importante conquista del pacifismo mondiale nel dopoguerra è in dirittura d’arrivo lanciata dal gruppo di lavoro ONU di Ginevra sul disarmo nucleare.

Gli Stati non nucleari hanno lanciato il cuore oltre l’ostacolo ed il 19 agosto hanno deciso che, essendo maggioranza, l’ONU dovrà, con un Trattato, persino con le potenze nucleari in disaccordo, dichiarare fuori legge le armi nucleari, così come ha già fatto con le armi chimiche e biologiche.

Il Trattato aprirà la strada a negoziati per una Convenzione che elimini effettivamente gli ordigni atomici: si può bene capire che negoziare per distruggere armi dichiarate “criminali” è ben altra cosa che farlo per armi “legalizzate” dal TNP, anche se in via provvisoria!

(Per approfondire l’argomento si veda l’articolo di Luigi Mosca apparso sul sito di “Massa Critica” http://www.massacritica.eu//?s=luigi+Mosca&x=7&y=6)

La “buona novella” per la sopravvivenza di tutta l’Umanità sarà annunciata in Italia durante il convegno del 23 settembre a Palermo nel quale i nonviolenti avanzeranno le loro proposte su “Pace, difesa e sicurezza nel Mediterraneo”.

(Vai su: https://propostanonviolenta.wordpress.com).

Considerato che la grande stampa non ha dedicato ad essa – la buona novella della messa al bando giuridica delle armi nucleari – un rigo, a nostro avviso, vale la pena seguire il convegno non foss’altro che per questo motivo.

Ma la discussione si impegnerà anche ad avanzare nuove proposte sulla difesa nonviolenta, che, per quanto riguarda in particolare ambasciate di pace e corpi civili di pace – e per quanto ci riguarda – non nascono da semplici sogni accademici, o dalla progettazione “pacifista” sul servizio civile, ma dalle rischiose ed esemplari esperienze della Casa per la Pace a Bagdad (1990-1991) e dall’Ambasciata di Pace a Pristina (1995-1997), eredi della Resistenza nonviolenta di Comiso.

La proposta nonviolenta per la sicurezza nel Mediterraneo è basata sulla cooperazione nella conversione energetica ed ecologica (a partire dall’attuazione degli accordi sul clima di Parigi); per la difesa è basata sulla forza dell’unione popolare, che ricerca la pace per la via della pace.

Alfonso Navarra

“UNA SHENGEN DELLA DIFESA”?

Armi-ZanotelliTrovo incredibile, come cittadino e ancora di più come cristiano, che la ministra della Difesa, Pinotti e  degli Esteri Gentiloni, ambedue provenienti da ambienti pacifisti, abbiano avuto l’ardire di lanciare un appello all’Europa perché si crei al più presto una “ Shengen della Difesa.” E questo proprio nel contesto di questa nostra guerra contro l’ISIS in Libia.

Dico subito il mio rifiuto per l’intervento dell’Italia, a fianco degli USA (in barba alla costituzione Italiana), senza avvisare il Parlamento e senza l’avallo dell’ONU.

La ministra della Difesa, Pinotti, ha ammesso che abbiamo una quarantina di Forze Speciali all’opera sul suolo libico , per proteggere la nostra intelligence impegnata sul posto in azioni di supporto informatico alle milizie libiche.

In Libia ci sono soldati americani per guidare gli attacchi aerei USA, ma soprattutto soldati inglesi che hanno il compito di guidare la guerra contro l’ISIS. Gli americani assicurano che sarà una guerra di “30 giorni”, ma così affermavano anche per la guerra in Iraq e Afghanistan! E sono ancora lì dopo oltre dieci anni! Altrettanto succederà nel ginepraio libico.

Ma quello che maggiormente mi preoccupa è che l’Italia si dimentica di quanto i libici ci odiano per i crimini da noi commessi durante l’occupazione coloniale! Abbiamo fucilato e impiccato in quel periodo centomila libici su una popolazione di ottocentomila.

Necessariamente questa guerra contro la Libia, paese arabo-musulmano, verrà vista come una nuova ‘crociata’ contro l’Islam.

La mia paura più grande è che questa guerra non farà altro che spingere centinaia di gruppi armati jihadisti della zona subsaheliana, dal Mali alla Somalia ad unirsi all’Isis per creare un califfato nel cuore dell’Africa con conseguenze tragiche per il continente nero, ma anche per noi.

Basta con le guerre, basta con le armi! Dobbiamo invece far lavorare la diplomazia e l’ONU per spingere le tre entità in cui si è spezzata la Libia: la Tripolitania con il governo Serraj, la Cirenaica con il generale Haftar e il Fezzan, a mettersi insieme per formare un governo di unità nazionale.

Invece i nostri governanti perseguono la politica delle armi.

E’ infatti in questo contesto che i Ministri, R. Pinotti e P.Gentiloni hanno lanciato un Appello sul quotidiano francese Le Monde dello scorso agosto per un’ulteriore militarizzazione nella UE. “Si tratterebbe – i due ministri scrivono – di dotare la UE di un’accresciuta autonomia di azione, rafforzando le capacità militari comuni, nonché l’industria militare europea della Difesa.”

Un invito fatto a un’Europa dove il fatturato militare è già molto alto! Solo l’Italia nel 2015 ha esportato per un valore di 8,247 miliardi , un boom del 186% rispetto al 2014!! Armi vendute per esempio agli Emirati arabi e all’Arabia Saudita che le usano per armare i gruppi della jihad e per la guerra contro lo Yemen. Come alla Turchia e all’Egitto, dove vengono violati i diritti umani.

 

Nel loro Appello poi i due Ministri invitano la UE a fare un passo ancora più ambizioso: ”Il lancio da parte di un gruppo di stati membri, di una sorta di Unione per la difesa europea,unaShengen della Difesa.

Infatti i tecnici del Dicastero della Pinotti, in stretta collaborazione con la Farnesina, hanno elaborato un Piano che il Presidente Renzi ha illustrato alla Merkel e a Hollande nel Vertice di Ventotene.

Questo Piano per creare una Difesa veramente europea è stato poi discusso il 5 settembre con i ministri della Difesa di Germania e Francia. F. Mogherini, alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza alla UE, ha detto in una recente intervista: ”Dopo Brexit non esistono più scuse, ora può nascere una Difesa Europea”.

Questo Piano di Difesa Europea prevede una più stretta collaborazione tra le industrie militari con agevolazioni fiscali e sovvenzioni ad hoc, il “Libro bianco della Difesa“ , e un “Direttorato” ad hoc.

E’ incredibile lo stimolo che tutto questo darà alla militarizzazione dell’Europa che è già ‘incastrata’ nella NATO dove vengono spesi quasi mille miliardi di dollari in Difesa! Quasi due miliardi di dollari al giorno!

Come missionario che ha toccato con mano la miseria in cui è costretta a vivere così tanta gente e come prete, obbligato per mandato di Gesù di Nazareth alla non-violenza attiva, non posso che dire NO a questa crescente militarizzazione e produzione di armi che servono a creare sempre nuove guerre, dall’Ucraina alla Libia, dal Sud Sudan alla Somalia, dal Mali allo Yemen, dal Sudan alla Siria, dall’Iraq all’Afghanistan.

E chiedo a tutti, credenti e laici, di alzare la voce gridando il proprio dissenso da questa politica sempre più armata che produce guerra ovunque.

E chiedo a tutti i movimenti, comitati, forum di unire le forze per obbligare il nostro governo a obbedire alla propria costituzione che dice:”L’Italia ripudia la guerra!

Mi auguro che la Perugia-Assisi che si terrà il 9 ottobre prossimo, ci aiuti a rimettere tutti in movimento per dire basta a questa follia(così la chiama Papa Francesco) del militarismo e della guerra.

Alex Zanotelli
Napoli,9 settembre 2016

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