Monthly Archives: febbraio 2017

Rapporto OXFAM: Povertà e ricchezza nel mondo

OxfamAll’inizio 2017 è uscito il  il nuovo rapporto OXFAM sulla ricchezza globale.

Un rapporto reso pubblico a margine del World Economic Forum che si tiene ogni anno a Davos in Svizzera, purtroppo presto dimenticato dai media

Riprendiamo i dati del rapporto in maniera sintetica, attingendo direttamente dal sito italiano:

  • Circa metà della ricchezza mondiale è detenuta dall’1% della popolazione.
  • Il reddito dell’1% dei più ricchi del mondo ammonta a 110.000 miliardi di dollari, 65 volte il totale della ricchezza della metà della popolazione più povera del mondo.
  • Il reddito di 85 super ricchi equivale a quello di metà della popolazione mondiale.
  • 7 persone su 10 vivono in paesi dove la disuguaglianza economica è aumentata negli ultimi 30 anni.
  • Negli USA, l’1% dei più ricchi ha intercettato il 95% delle risorse a disposizione dopo la crisi finanziaria del 2009, mentre il 90% della popolazione si è impoverito.
  • Ovunque, gli individui più ricchi e le aziende nascondono migliaia di miliardi di dollari al fisco in una rete di paradisi fiscali in tutto il mondo. Si stima che 21.000 miliardi di dollari non siano registrati e siano offshore.
  • Negli Stati Uniti, anni e anni di deregolamentazione finanziaria sono strettamente correlati all’aumento del reddito dell’1% della popolazione più ricca del mondo che ora è ai livelli più alti dalla vigilia della Grande Depressione;
  • In India, il numero di miliardari è aumentato di dieci volte negli ultimi dieci anni a seguito di un sistema fiscale altamente regressivo, di una totale assenza di mobilità sociale e politiche sociali;
  • In Europa, la politica di austerity è stata imposta alle classi povere e alle classi medie a causa dell’enorme pressione dei mercati finanziari, dove i ricchi investitori hanno invece beneficiato del salvataggio statale delle istituzioni finanziarie;
  • In Africa, le grandi multinazionali – in particolare quelle dell’industria mineraria/estrattiva – sfruttano la propria influenza per evitare l’imposizione fiscale e le royalties, riducendo in tal modo la disponibilità di risorse che i governi potrebbero utilizzare per combattere la povertà.

E in Italia? I primi 7 miliardari italiani possiedono quanto il 30% dei più poveri, mentre isolando il 20% più ricco scopriamo che esso ha in mano quasi il 70% dell’intera ricchezza nazionale.

E’ come essere immersi in una forma di silenziosa quanto arrogante dittatura economico-finanziaria, ma anche politica e culturale, verso la quale ognuno concorre a prendere per sé il possibile lasciando  che gli “altri” si arrangino.

E gli “altri” sono gli oltre 800 milioni di affamati, i 923 milioni che non hanno accesso all’acqua potabile, i 63 milioni che ogni anno migrano per trovare un rifugio, i 150 milioni di bambini sfruttati e obbligati a lavorare, fino alle circa 40 guerre e conflitti in essere nei diversi paesi … e poi gli “altri” siamo noi resistenti e conflittuali per cercare di concretizzare l’utopia di una nuova società basata sulla universalità dei diritti e del “bene comune”.

MEDITERRANEO, non chiamiamolo cimitero, piuttosto memoria per i vivi.

Madre-con-figlio

Le parole servono per accompagnare la vita non per giudicare la morte.

Di fronte al mare osservi grandi orizzonti, spazi infiniti, angoli di intensa bellezza; il silenzio raccoglie una grande emozione e non c’è parola capace di raccontarla, di esaurirla.

C’è molta vita dentro il mare che racconta il presente, come il passato e spiega il futuro.

Nel presente naviga la vita, e si decompone quando le forze del male affondano le speranze e mandano alla deriva.

Il profondo del mare è carico di storia, morta, ma ancora è carico di memoria, viva.

Tra il presente e il passato c’è la parola dell’umano che resiste alla morte, trova il significato che racconta la vita dentro la morte, l’agonia: e carica di energia il presente.

La parola riscatta la vita quando accoglie in sé la memoria: rigenera nuova forza del vivere.

La parola si coniuga tra il presente reale e il passato profondo: dà ragione al futuro possibile.

Nel nostro mare non lasciate cadere fiori e neppure emozioni; ascoltiamo le mille parole che emergono dal suo profondo senza tradire la loro memoria: diamo vita alle parole che gridano giustizia per la morte subita.

Affermiamo la responsabilità della parola affinché non si confonda nel nulla o in chi la pronuncia invano, per ricompone il suo significato alla realtà.

Sotto un regime militare

Italia-ripudia-guerraQuello delle spese militari è l’unico settore in Italia e nel mondo, che non ha mai vissuto tagli, anche in tempo di grande crisi.

Per l’anno 2017 l’Italia destina circa 23,3 miliardi di euro alle spese militari, pari a oltre 64 milioni di euro al giorno: un rapporto spese militari/PIL vicino all’1,4 per cento.

La spesa militare italiana non incide solo sul bilancio della Difesa ma anche sul bilancio del Ministero degli Esteri per le missioni e su quello del Ministero dello Sviluppo economico per i programmi di acquisto degli armamenti.

La grande spesa militare ed in particolare quella per gli armamenti, viene giustificata dalla lotta al terrorismo, dalla lotta all’immigrazione e a quella della criminalità urbana: pretesti questi che non spiegano l’acquisto di cacciabombardieri, navi da guerra o blindati per le città.

in realtà è la “politica” e le scelte di governo che giustificano l’aumento delle spese militari facendo leva sulle “paure” dei cittadini

“Affermare che gli F-35 servono per combattere l’Isis è deleterio in termini di sicurezza nazionale, perché andare a bombardare città e villaggi in Paesi islamici non fa altro che aizzare l’odio della galassia jihadista verso il Paese aggressore”
Allo stesso modo non è vero che “le nuove navi da guerra della Marina servono per soccorrere i profughi nel Mediterraneo”

Spese militari e democrazia

La potente forza delle industrie militari – sia palese che occulta – ha più volte dimostrato di essere in grado di influenzare le politiche dei governi spingendoli alla necessità di un sempre più grande potenziamento degli armamenti, per fare guerre “umanitarie” disastrose per l’intera umanità ma enormemente vantaggiosi per l’industria bellica.

Tutto ciò a grave danno e a prevalere sugli interessi della collettività: minacce alla pace, alla sicurezza, alla libertà, oltre che una riduzione della spesa per i servizi sociali e il benessere dei cittadini.

 Il Libro Bianco, un vero golpe costituzionale

Il 10 febbraio il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge che consentirà l’implementazione del «Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa» e la «Revisione e riorganizzazione della formazione e del funzionamento delle Forze Armate».

Un grave atto che sta passando sotto un servile silenzio e la complicità dei parlamentari del tutto indifferenti alla violazione del mandato costituzionale.

Alle Forze Armate vengono assegnate quattro missioni:
  1. prima missione: la difesa della Patria, stabilita dall’Art. 52, viene riformulata in difesa degli «interessi vitali del Paese».
  2. seconda missione: «contributo alla difesa collettiva dell’Alleanza Atlantica e al mantenimento della stabilità nelle aree incidenti sul Mare Mediterraneo, al fine della tutela degli interessi vitali o strategici del Paese».
  3. terza missione: Il “ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali“, stabilito dall’Articolo 11, viene sostituito dalla «gestione delle crisi al di fuori delle aree di prioritario intervento, al fine di garantire la pace e la legalità internazionale».
  4. quarta missione: viene affidata alle Forze Armate, sul piano interno, la «salvaguardia delle libere istituzioni», con «compiti specifici in casi di straordinaria necessità ed urgenza». Una formula vaga che si presta a misure autoritarie e a strategie eversive.

“Il Libro Bianco demolisce in tal modo i pilastri costituzionali della Repubblica italiana, che viene riconfigurata quale potenza che si arroga il diritto di intervenire militarmente nelle aree prospicienti il Mediterraneo – Nordafrica, Medioriente, Balcani – a sostegno dei propri interessi economici e strategici, e , al di fuori di tali aree, ovunque nel mondo siano in gioco gli interessi dell’Occidente rappresentati dalla Nato sotto comando degli Stati uniti”. (Manlio Dinucci)

Nel Libro Bianco l’industria militare viene definita  «pilastro del Sistema Paese» poiché «contribuisce, attraverso le esportazioni, al riequilibrio della bilancia commerciale e alla promozione di prodotti dell’industria nazionale in settori ad alta remunerazione», creando «posti di lavoro qualificati».

Non resta che riscrivere l’Articolo 1 della Costituzione, precisando che la nostra è una repubblica, un tempo democratica, fondata sul lavoro dell’industria bellica“.

La NATO va rafforzata: più spese militari

Lo dicono gli USA; e sia la Merkel che la Mogherini dicono SI rinnovando ai Paesi europei dell’Alleanza Atlantica di aumentare la spesa militare al 2% del PIL. (Per l’Italia equivarrebbe a 100 milioni giorno)

Vedi : Percentuali di spesa nei Paesi NATO

Mentre l’Unione Europea sta vivendo una grande crisi, la Nato resta «indissolubile», aumenta il suo bilancio e si allarga a est.

“La guerra è distruzione di vite umane e risorse, è seminagione di odio, è dominio-imperio degli spazi economici e finanziari con la violenza militare”.
“La fuga disperata di milioni di esseri umani che chiamiamo migranti è epocale perché corrisponde all’epoca delle guerre occidentali in Medio Oriente, che hanno distrutto tre stati, l’Iraq, la Libia e la Siria, fondamentali per gli equilibri mondiali; ed è epocale perché corrisponde alla rapina epocale, da parte delle multinazionali, delle ricchezze dell’immensa Africa dell’interno.
Ora di fronte a chi fugge dalle guerre e dalla «miseria da rapina» l’Europa, nonostante le evidenti responsabilità, erige muri e militarizza i propri confini, fino alla soluzione del blocco navale militare e alla pratica di esternalizzare l’accoglienza dei profughi a Paesi esperti in tortura e campi di concentramento”.

Nucleare: una minaccia rimossa

 Gran parte dell’opinione pubblica, assorbita forse dall’impresa della quotidiana sopravvivenza, non si accorge di quanto grave sia ancora il pericolo di una guerra nucleare.

Esiste un Trattato di Non Proliferazione nucleare (TNP) del 1970 voluto soprattutto dagli Stati Uniti e dall’Urss, che avevano il solo scopo di limitare l’ulteriore proliferazione delle armi nucleari.
In realtà il Tnp era ispirato e gestito secondo gli interessi degli Stati nucleari, soprattutto Usa e Urss: infatti gli Stati che hanno acquisito l’arma nucleare sono aumentati da 5 a 9.

Sono 15.000 le testate nel mondo. 4.500 sono detenute da Usa e Russia e le rimanenti da altri 7 Stati. (Inghilterra, Francia, Cina, Israele, India, Pakistan, Corea del Nord).
Comunque il Trattato non ha impedito agli Stati Uniti di schierare testate nucleari nei paesi europei dell’Alleanza atlantica: in Italia ne rimangono una settantina nelle basi di Aviano e di Ghedi Torre.

L’approssimarsi dei negoziati dell’Onu a marzo, impone di indurre il Governo italiano ad esigere il ritiro (e l’eliminazione) delle testate schierate in Italia e ad impegnarsi attivamente nella conferenza delle Nazioni Unite per dare un contributo attivo ai negoziati che porteranno alla messa al bando degli ordigni nucleari.

Più rimpatri e meno diritti per i richiedenti asilo: decreto Minniti

MinnitiSicurezza, sicurezza.

La situazione italiana è carica di tensione per il costante aumento delle criticità che generano pesanti incognite sulle condizioni di vita e nei rapporti interni ad essa.

I giovani sono stretti nelle spire del caporalato (nei call-center, nella logistica, …), soffocati dalla miseria di un reddito sempre più precario che li priva dei diritti e li trascina dentro un viaggio della disperazione, accompagnati da 7 milioni di disoccupati, 4,8 milioni in povertà assoluta, … e da 115 milioni di voucher vera fortuna per padroni e caporali.

Un governo della politica, piegato agli interessi privati del potere dell’economia la quale si è “fatta garante” delle conquiste del passato: sanità gratuita, scuola gratuita, diritti dei lavoratori, risorse pubbliche, ….

Grandi ingiustizie, grandi diseguaglianze, si frappongono a grandi ricchezze.
Un saccheggio che prospetta una grande precarietà diffusa e un futuro da sopravvivenza che merita solo grande consapevolezza e grandi lotte di liberazione.

In questa situazione arrivano i migranti pronti a riscattare una dignità di vita che è stata loro tolta dalla ancora più feroce violenza dei poteri economici oltre che dalla miseria della politica.

Marco Minniti, nominato Ministro degli Interni, ha avvertito un “grave pericolo” e si è subito preoccupato della “sicurezza“. La “sicurezza ” è un tema che piace a tutte le forze politiche che plaudono, ma la “sicurezza” è anche l’alibi di una politica di governo incapace di dare risposte adeguate ai reali problemi economici e sociali in particolare sulle migrazioni.

Così, agli inizi di febbraio, su proposta del Ministro Marco Minniti, il Governo Gentiloni vara due decreti legge di “natura urgente“: il primo, relativo alla “sicurezza urbana“, rafforza i poteri dei sindaci per difendere il “decoro urbano“: norma definita dallo stesso Viminale “misura forte”  richiesta dall’Associazione dei Comuni.

Il secondo decretoDisposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per  il contrasto dell’immigrazione illegale vuole rispondere alle “paure” che realtà razziste e xenofobe con complicità anche di governo, sono generate in merito al flusso degli immigrati.

Le principali “novità” del decreto sull’immigrazione:

  • Facilitare i “meccanismi e i sistemi” per i rimpatri dei migranti che non hanno diritto all’asilo;
  • ridurre il tempo necessario al riconoscimento del diritto d’asilo, abolendo la possibilità di ricorso al secondo grado di giudizio;
  • creazione in 14 tribunali ordinari di sezioni specializzate dedicate alle richieste d’asilo e ai rimpatri;
  • apertura di un CIE, in ogni regione, che saranno denominati “Centri di Permanenza per il Rimpatrio” (previsti 1600 posti), “in cui verranno inserite, tra l’accertamento della violazione delle regole e il rimpatrio, persone che possono rappresentare potenzialmente un rischio per la società“.

Nel decreto non c’è alcun riferimento all’intenzione di abolire la “Bossi Fini” che configura il  reato di clandestinità.

  • I richiedenti asilo potranno essere impiegati in “lavori di utilità sociale a favore della collettività”, “per colmare il vuoto dell’attesa“.

In sostanza, migranti e richiedenti asilo chiamati al lavoro, volontario e gratuito, diventano una sorta di voucher che i comuni possono spendere per pulire le strade, cancellare i graffiti dai muri, … risparmiando risorse umane e materiali. Ma resta il fatto che la servitù è servitù anche quando è volontaria: una forza lavoro ricattabile, lavoro forzato.

In merito al lavoro, nel decreto non si affronta l’importante tema delle “quote d’ingresso dei lavoratori migranti che non vengono attivate ormai da diversi anni.

Non vengono definite “vie legali” per arrivare a chiedere asilo in sicurezza

Vedi: L’accoglienza in Italia

Le critiche

Il primo “NO” al decreto sull’immigrazione varato dal Governo arriva dal Primo Presidente della Corte di Cassazione Giuseppe Canzio, il quale dopo avere, in precedenza, ribadita l’inefficacia del reato di clandestinità e aver sollecitato lui stesso il Governo ad intervenire per sveltire l’iter delle richieste di asilo, afferma: “Pretendere la semplificazione e razionalizzazione delle procedure non può significare soppressione delle garanzie. In alcuni casi non c’è neppure il contraddittorio, come si può allora pensare al ruolo di terzietà giudice, rispetto di a chi?

Anche l’Associazione Nazionale dei Magistrati, in un documento, esprime un “fermo ed allarmante dissenso” per la decisione di cancellare la possibilità di un richiedente asilo di ricorrere in appello in caso di restringimento della domanda.

Pratiche dei respingimenti – accordi bilaterali

L’Unione Europea ha già sottoscritto con il regime del governo Erdogan della Turchia, un accordo scellerato costato 6 miliardi, per trattenere in Hotspot disumani milioni di siriani, pakistani e afgani.

Ha inoltre attivato il “Patto per l’Immigrazione” (Migration Compact) per bloccare i flussi migratori sulla rotta balcanica lasciando nel disagio più assoluto e alla disperazione intere famiglie.
Ora il “Piano” della Commissione Europea prevede di creare in Libia una “linea di protezione” (una specie di blocco navale) per scoraggiare le partenze dei profughi. Così, il 3 febbraio, il nostro Presidente del Consiglio Gentiloni ha stipulato un accordo con il leader libico Fayez al Serraj, per bloccare le partenze dei migranti.

Le misure urgenti previste dal “Patto per l’Immigrazione” dell’Unione Europea prevedono accordi con i vari stati da cui partono i migranti: Niger, Mali, Senegal, Etiopia e Nigeria, promettendo tanti soldi (quelli della cooperazione) per la creazione di HOTSPOT e molte armi per la sicurezza.

Nel frattempo è la stessa UE a costringere i paesi africani a firmare gli Accordi di Partenariato Economico (EPA) che li obbliga a togliere i dazi doganali, permettendo all’Europa di invadere i loro mercati con i suoi prodotti agricoli; senza parlare dell’accaparramento di terre (land-grabbing), perpetrato anche da molte nazioni europee, affamando i popoli africani: per cui la fuga di milioni di esseri umani.

Pesanti le critiche

Confederazione Europea dei Sindacati: «l’Ue non dovrebbe esternalizzare la gestione della crisi umanitaria dei rifugiati». Considerando «già abbastanza grave che l’Ue stia pagando la Turchia per tenere i rifugiati fuori dall’Europa», «si dovrebbe evitare di fare lo stesso con la Libia»

Medici Senza Frontiere: «ancora una volta i leader europei hanno discusso unicamente di misure finalizzate al semplice “contenimento dei flussi”. Non si è discusso seriamente di come salvare vite, perché, è anzi chiaro, come l’Ue sia pronta a sacrificare le vite di migliaia di uomini, donne e bambini per impedire loro di raggiungere le coste europee». Dall’Ue e dall’Italia un «approccio cinico, ipocrita e disumano».

Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione: «L’Ue e il governo italiano aggirano il dovere di accogliere le persone in fuga da persecuzioni e guerre con una politica estera in materia di immigrazione in gran parte basata su accordi e partenariati stipulati con governi dittatoriali, come Sudan, Libia, Niger o incapaci di garantire l’incolumità dei propri cittadini. Con questi accordi l’Ue e l’Italia di fatto esigono che i Paesi terzi blocchino, con l’uso della forza; il passaggio di persone in chiaro bisogno di protezione internazionale. Ciò in cambio di competenze e attrezzature militari oltre che dei fondi per la cooperazione, ossia di quelle risorse economiche che dovrebbero, al contrario, essere destinate alla crescita e allo sviluppo dei Paesi terzi, ignobilmente degradate a merce di scambio».

Migrare è un diritto

Occorre ribadire la centralità del diritto d’asilo, consentire l’ingresso regolare anche per chi migra per motivazioni economiche come paradigma di un’Europa aperta e solidale.

È una sfida vitale per la democrazia in Italia e in Europa che sollecita persone, movimenti, forze associative e politiche alla mobilitazione in difesa dei diritti fondamentali sotto minaccia.

Il Parlamento europeo per il Reddito Minimo Garantito

Reddito-Minimo-GarantitoIl 19 gennaio 2017 il Parlamento europeo ha approvato una importante Risoluzione, si tratta di un Documento nel quale si insiste sugli effetti disgreganti  ed iniqui, non coerenti con i valori e gli obiettivi dei Trattati, delle politiche di austerity imposte nel quadro della governance economica europea.

Si mettono in evidenza senza esitazioni le «crescenti frustrazioni e preoccupazioni di molte persone riguardo alle prospettive di vita incerte, alla disoccupazione, alle disuguaglianze crescenti ed alla mancanza di opportunità, in particolare per i giovani».
Si cerca di dare finalmente concretezza ed effettività alle disposizioni della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, meglio conosciuta come “Carta di Nizza” che compendia le tutele essenziali derivanti dal (migliore) patrimonio costituzionale dei Paesi membri.

Un ruolo centrale nella Risoluzione lo gioca il Reddito Minimo Garantito (RMG) come strumento di lotta contro la povertà e l’esclusione sociale ma più in generale come strumento di piena e libera partecipazione dell’individuo alla realtà sociale e produttiva cui appartiene.
Tra i diversi passaggi il più incisivo è al punto 15 in cui si dubita dell’idoneità di tanti sistemi nazionali  nell’offrire forme credibili di RMG e chiede di intervenire con urgenza:
«mette in evidenza l’importanza di regimi adeguati di reddito minimo per preservare la dignità umana e lottare contro la povertà e l’esclusione sociale, così come il loro ruolo, quale forma di investimento sociale che consente alle persone di partecipare alla società e intraprendere percorsi di formazione e/o la ricerca di un lavoro; invita la Commissione e gli Stati membri a valutare i regimi di reddito minimo nell’Unione europea, anche esaminando se tali regimi consentano alle famiglie di soddisfare le loro esigenze; invita la Commissione e gli Stati membri a valutare su tale base le modalità e gli strumenti per fornire redditi minimi adeguati in tutti gli Stati membri e a esaminare i possibili interventi successivi a sostegno della convergenza sociale nell’Unione, tenendo conto delle condizioni economiche e sociali di ciascun paese e delle pratiche e tradizioni nazionali».

In Italia dove in pochi anni si è raddoppiato il numero dei poveri assoluti e relativi si lascia che vite, ridotte in estrema precarietà, non sia loro consentita un’opportunità di scelta e di partecipazione attiva alla realtà “sociale, culturale e democratica”.

Un “8 Marzo” anche per loro: colevoli di «TRATTA»

lA-tRATTAIn Italia sono 70mila le donne vittime della tratta, di cui la metà giovani nigeriane. «Nei villaggi i trafficanti appaiono come salvatori, con 40 euro si prendono una ragazza. … Ma è forse una colpa vivere in un villaggio e non sapere l’inglese?».

Blessing Okoedion è stata vittima della tratta, ingannata, nonostante la sua laurea.
Come ho fatto ad essere così stupida? Come ho fatto a fidarmi e a non accorgermene? Inizia con queste domande la testimonianza di Blessing Okoedion, una ragazza di trent’anni, nigeriana. Oggi è una mediatrice culturale, nel suo passato ci sono la strada e la prostituzione.

È arrivata in Italia nel 2013, ingannata da una donna che lei ora definisce un «lupo travestito da agnello. Appena ho capito quale lavoro avrei dovuto fare, qui in Italia, non facevo altro che ripetermi “come ho fatto”, “come può essermi successa questa cosa”».

La catena di Blessing era un debito da 65mila euro, così le disse quella donna che l’aveva ingannata. Lei ha avuto la forza di romperla, denunciando e ricominciando una nuova vita. E raccontando la sua storia in un libro appena pubblicato, Il coraggio della libertà (edizioni Paoline) scritto insieme alla giornalista Anna Pozzi.

Nel mondo sono almeno 21 milioni le persone vittime di tratta, per il 70% donne e bambini.Tratta” significa persone trafficate e sfruttate, prevalentemente per sesso e lavoro servile: ogni due minuti, nel mondo, c’è un bambino che viene sfruttato sessualmente.

Un giro d’affari che vale 32 miliardi di dollari l’anno
e che in Europa vale più del traffico di droga o d’armi.

In Italia sono 50-70mila le donne vittime della tratta, circa la metà giovani nigeriane: ogni mese qui in Italia da loro si acquistano 9-10 milioni di prestazioni sessuali.

Basta un dato per capire quanto la tratta ci riguardi: le donne nigeriane sbarcate in Italia nel 2016 sono state 11mila: erano la metà (5.600) l’anno prima. Molte di loro, come Blessing, si chiedono “come è possibile”.

Come è possibile? «Tante persone in Nigeria hanno sentito parlare della tratta. Ma nelle città. Nessuno va nei villaggi a raccontare. I trafficanti sanno che non possono più prendere ragazze in città, ma nei villaggi questi appaiono come gli unici salvatori. I nostri villaggi sono abbandonati dalle autorità, i trafficanti arrivano, promettono un lavoro, magari come baby sitter. Sono una mano tesa per persone abbandonate a loro stesse, l’unica mano tesa. Con quaranta euro si prendono una ragazza», racconta Blessing. «Ma è forse un peccato vivere in un villaggio? Non parlare inglese? Perché lì nessuno racconta la verità? Perché nessuno spiega a queste ragazze e alle loro famiglie cosa sia la tratta?».

L’OIM-Organizzazione Mondiale per le Migrazioni ha avviato una campagna informativa sui social chiedendo a migranti arrivati in Italia di registrare una brevissima testimonianza in cui raccontino la verità su ciò che hanno passato in Libia, perché «chi parte non sa cosa lo aspetta»,

Il progetto si chiama Aware Migrants. «Non sanno, afferma Flavio Di Giacomo portavoce OIM
senza mezzi termini, che «la Libia è inferno. I migranti vengono picchiati, rinchiusi nei campi, gli viene chiesto di pagare un riscatto, a volte lavorano ma non vengono pagati. Molti vorrebbero tornare indietro, ma i trafficanti non vogliono che chi vede le reali condizioni della migrazione torni indietro per raccontare. Chi parte non sa, parla del Mediterraneo come di un fiume. Quando arrivano sulla spiaggia e vedono il mare e i gommoni con cui dovrebbero attraversarlo hanno paura e vorrebbero tornare indietro: ma non possono, una volta che hai pagato devi partire.
Tanti hanno sul corpo i segni delle violenze, tagli su braccia e gambe, tanti hanno raccontato di persone uccise perché non volevano più partire
».

Ecco perché la distinzione fra migranti economici e rifugiati è stata superata dalla storia: queste persone sono partite per motivi economici, tecnicamente non sono rifugiati e non hanno diritto alla protezione internazionale, però nel loro percorso nei fatti hanno subito una violazione dei loro diritti umani. E sono costretti a imbarcarsi. Questa è la realtà. «Non abbiamo il diritto di dire “non partite, ma abbiamo il dovere di informare, perché tanti oggi ci dicono “non immaginavo”».

da un articolo di Sara De Carli
www.vita.it – 13 febbraio 2017

Le ragioni del reddito di cittadinanza

Reddito-di-cittadinanza«La recente crisi economica, che ha esacerbato i rischi di povertà e di vulnerabilità, e le tendenze di più lungo periodo del capitalismo contemporaneo, con i connessi fenomeni di precarizzazione e distruzione di tante occupazioni, rendono sempre più centrale la domanda di come assicurare a tutti un reddito decente».

Questa considerazione apre il capitolo conclusivo del prezioso volume dell’economista Elena Granaglia e della sociologa Magda Bolzoni, Il reddito di base, (Ediesse, pp. 230, 12 euro). Ed è il tema attorno al quale ruota l’intera ricostruzione proposta dalle due studiose: introdurre una qualche forma di reddito di base per compiere il passo decisivo in favore di un sistema di protezione sociale universalistica nel welfare state italiano che, unico tra i Paesi d’Europa, non prevede neanche uno schema di reddito minimo garantito.

A PARTIRE dall’articolazione del volume che si muove da una iniziale chiarificazione terminologica del termine polisenso «reddito di base», il volume «si muove in Europa» (secondo capitolo), insiste sulle «carenze dell’Italia» (terzo capitolo), per concludere con una comparazione tra reddito di cittadinanza e reddito minimo garantito, che induce a riflettere sulle possibilità di attenuare le distinzioni tra queste due misure.

Granaglia e Bolzoni descrivono infatti un terreno comune del pensare e praticare una qualche forma di reddito di base inteso come (nuovo?) diritto sociale fondamentale. Il reddito di cittadinanza sostenuto ed affermato tanto come ius existentiae, diritto di esistenza, che come diritto di accesso alle risorse comuni, secondo nobili e storicamente risalenti tradizioni filosofiche, giuridiche e istituzionali. Il reddito minimo garantito pensato e inserito nei sistemi di Welfare come diritto all’inclusione sociale: «il diritto a non essere costretti a vivere in povertà».

ECCO SVELATO il comune fondamento: «disporre di un reddito di base, sia esso nella forma di reddito di cittadinanza o in quella di reddito minimo, rientra a pieno titolo nei diritti di cittadinanza».
È l’idea di una cittadinanza sociale in cui la previsione di un reddito di base promuova l’indipendenza delle persone e un nuovo rapporto fiduciario tra individui, società e istituzioni. Tanto nel caso del reddito di cittadinanza, in cui questo reddito di base, universale e incondizionato, è indirizzato a tutta la popolazione, indipendentemente da altre valutazioni.
Quanto per il reddito minimo garantito in cui risulta previsto, sempre in prospettiva universalistica, ma solo per alcune condizioni a rischio di esclusione sociale e povertà relativa.

SIAMO AL CENTRO di una possibile nuova visione dei legami sociali, nella transizione dentro la quarta rivoluzione industriale, quella digitale, della seconda età delle macchine.
Granaglia e Bolzoni indicano come il ragionare dell’introduzione di un reddito di base divenga lo strumento intorno al quale ridefinire le responsabilità delle istituzioni pubbliche, accanto a quelle del mercato e delle imprese.
Da un lato si tratta probabilmente di tornare a pensare – e rendere operative – le basi per un nuovo equilibrio tra pre-distribuzione e redistribuzione, come premesse per calibrare interventi pubblici finalmente inclusivi ed efficienti. Dall’altra si tratta di situarsi all’altezza della sfida epocale che ci attende, quando «anche i robot rivendicano un reddito di cittadinanza», come recitava uno slogan che ha accompagnato la campagna referendaria svizzera in favore di un reddito universale.
Il reddito di base come diritto. Tutto il resto verrà di conseguenza. Per questo anche la confusa classe dirigente italiana dovrebbe leggere questo agevole libretto.

Giuseppe Allegri
da il Manifesto – 15-2-017

14 Febbraio 2017 – «ONE BILLION RISING RIVOLUZIONE»

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In tutto il mondo, per 48 ore a partire dal sorgere dell’alba del 14 febbraio, le donne in 207 paesi del mondo scendono nelle piazze condividendo migliaia di eventi globali, per invocare un cambiamento radicale nelle coscienze e porre fine all’epidemia globale degli abusi che una donna su tre al mondo subisce.

Nei diversi Paesi le varie comunità decidono autonomamente come e perché scendono in piazza, mettendo al centro dei loro eventi temi e contesti locali e le loro proprie aspirazioni al cambiamento che vogliono vedere realizzarsi, mentre continuano a protestare e chiedere giustizia.

Ben sapendo di essere legate ad un enorme e variegato movimento mondiale che offre solidarietà mondiale e fa sì che i temi locali siano visibili non solo a livello nazionale ma anche all’interno di un contesto internazionale.

Proprio come negli anni precedenti, in molti paesi del mondo le comunità hanno guidato le campagne e promosso una più profonda consapevolezza e comprensione delle tante forme di violenza che affliggono le donne.

1Billion

C’è così tanta follia e sofferenza, così tanto sfruttamento e violenza, ma noi voliamo in un’altra direzione, spinte dalla nostra decisione comune di porre fine alla violenza e di scendere in piazza per l’amore e la rivoluzione. Danziamo in un paesaggio nuovo, evocando i nostri sogni di un mondo in cui le donne respirino, camminino e vivano in libertà. In cui vengano profondamente apprezzate, in cui i loro corpi siano sacri, dove gli ostacoli lungo il loro percorso siano eliminati. Facciamo battere i nostri cuori all’unisono per non dimenticare mai più la nostra inseparabilità. Tutte insieme abbatteremo ogni mentalità repressiva e inaugureremo il tempo dell’amore” (Monique Wilson, Direttrice di One Billion Rising.)

Quest’anno hanno già aderito oltre 100 città italiane.

La parola d’ordine è solidarietà, un impegno che unisca tutte e tutti contro il sessismo e lo sfruttamento che colpisce particolarmente le donne.

A Milano l’appuntamento è in
PIAZZA DELLA SCALA h. 19.00 • RISE IN SOLIDARITY 

 

 

CETA: Non tutto ciò che luccica è oro

Stop-CETA-1Il voto finale del Parlamento Europeo su CETA (l’accordo commerciale tra l’UE e il Canada) si sta avvicinando, e i gruppi favorevoli a CETA stanno inondando i media conniventi con annunci pubblicitari ed appelli. Ignorando i milioni di cittadini preoccupati e i numerosi moniti degli esperti da tutte le parti del continente, i conservatori, i democratici liberali e numerosi social democratici stanno supportando questo accordo. Molti social democratici non si pronunciano sperando che nessuno ne prenda nota; ma i conservatori e i democratici liberali stanno prendendo una posizione attivamente favorevole per promuovere ciò che considerano “uno standard d’oro tra gli accordi commerciali”. Ma che cosa si nasconde dietro i loro argomenti?

All’inizio di dicembre 2016, la Commissione per l’Occupazione del Parlamento Europeo ha dichiarato che questo trattato metterebbe in pericolo 90 milioni  di posti di lavoro solo nelle piccole imprese. Per dare un’idea di questa cifra, si consideri che la Germania, il paese più popolato della UE, ha 81 milioni di abitanti. La medesima Commissione spiega che questi posti di lavoro sarebbero in pericolo perché le piccole imprese europee (con meno di 250 dipendenti) non riuscirebbero a reggere la competitività delle grandi imprese transnazionali dell’America del nord. La Commisione ha anche affermato inoltre che il 93% di queste imprese saranno quelle con meno di 10 dipendenti.

Qual’è stata dunque la risposta dei conservatori europei? Una pubblicità costata 16 mila euro, pubblicata nell’influente piattaforma mediatica Politico, che afferma come il CETA sia un’occasione d’oro, con una foto di pancakes e olio di oliva che brillano sotto il sole. Un’altra pubblicità della lora campagna, sostiene che le nostre vite sarebbero molto più “dolci” con il CETA perché si ridurebbero i prezzi di ” frutta candita e mandorle“.

Quando ci si trova di fronte ad un problema serio come la disoccupazione, ci si potrebbe aspettare che i conservatori lo affrontassero in maniera responsabile. Al contrario, costoro provano ad ingannare l’interlocutore in modo infantile e ridicolo utilizzando caramelle e vino! (in basso, in questo articolo si possono vedere le diapositive di altre pubblicità del PPE).

Posti di fronte al sobrio rapporto della Commissione per l’Occupazione sul  CETA, la maggior parte dei favorevoli al CETA lo ignorano; alcuni addirittura rispondono chiamando il rapporto “false informazioni” o banalmente incolpano i robot della disoccupazione.

In un approccio leggermente più consistente, il leader conservatore Aris Pabriks ha dichiarato che il CETA “favorirà il commercio del 20%“. Questa cifra proviene da uno studio del 2008 fatto dalla Commissione Europea e dal governo del Canada. Ma Mr Pabriks ha omesso di dire che questo studio è stato effettuato prima delle negoziazioni e quindi privo di collegamenti con questo particolare trattato.

Lo studio afferma inoltre che il PIL della UE aumenterebbe dello 0,08% grazie al CETA. Secondo Ronan O’Brien, un ricercatore indipendente, questo aumento equivarrebbe a 44 centesimi alla settimana per ogni cittadino Europeo, e secondo le sue stesse parole, “questo permetterà ad ogni persona di prendere una tazza di caffé ogni due mesi”

Quindi, sulla base di studi obsoleti, pubblicità vuote e 90 miioni di posti di lavoro a rischio, la domanda è: perché i Conservatori, I Democratici Liberali, e molti Socialdemocratici sono a favore del CETA?

Matthew Read
February 3rd, 2017
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CETA – una selezione dei problemi più pressanti

C’è un filo che lega la loro morte alla nostra memoria

Madre-con-figlioCi sono giorni che mettono a scadenza la grande indifferenza che impone di correre lungo i presunti doveri della vita senza che essi diventino parte dei diritti necessari ad una libera esistenza.

è così per la famiglia che ha grandi necessità e poco reddito;
è così per i servizi necessari al ben-essere, spesso insufficienti;
è così per i rapporti sociali resi tristi e violenti dalle ingiustizie;
è così per le diversità non riconosciute che vengono respinte;
è così per le diseguaglianze che accumulano ricchezze per sé;
è così per …..

Tutti noi esseri umani vogliamo essere parte di quell’umanità che ci appartiene.

Ci chiediamo:

cosa c’è di più disumano
dell’essere corpi separati nella vita

Noi siamo qui in Piazza della Scala, davanti al Palazzo della Politica per ricordare che la prima ingiustizia è l’indifferenza.

Siamo qui per denunciare la responsabilità della politica del governo perché cessi di creare strumenti di morte, di fare le guerre, di innalzare muri, di creare galere, di fomentare ingiustizie e diseguaglianze economiche, …

Siamo qui per affermare il diritto per ogni umano alla libera circolazione e per chiedere che vengano aperti canali umanitari.

In questi mesi si è delineata ancora più chiaramente la politica dell’Unione Europea e del nostro governo sulle migrazioni: fermare a tutti i costi i migranti usando come “cani da guardia” paesi africani pagati con “fondi per la cooperazione“.

In Italia poi, ancora una volta, si punta sui CIE e si minacciano rimpatri per i “clandestini“.

Nel silenzio delle coscienze
ora più che mai serve la voce di tutti

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