Monthly Archives: aprile 2018

Partigiano portami via!

Resistenza ovunque sia!

Luoghi dove la storia potrà raccontare qualcosa che ci appartiene

24 Aprile 2018: Liberazione – Resistenza

Bella e partecipata è stata la serata organizzata da Rete 7 all’esterno della Biblioteca di Baggio.

Il richiamo alla lotta di Liberazione è stata fatta da Giuliana Cislaghi.

Ci ha raccontato di quegli anni dove resistere al nazi-fascismo, essere partigiani, anche per i cittadini di Baggio, voleva dire pensare oltre sè stessi, schierarsi e lottare per il Bene Comune: la libertà, la pace, la solidarietà, … (Sintesi Giuliana Cislaghi)

Il paragone con i nostri giorni è stato richiamato da Giuliana, in particolare, riguardo ai giovani che risultano facile preda di false ideologie, cedendo alle crisi di un sistema che insorge oltre ogni speranza.

Ogni parola è un pregiudizio” diceva Nietzsche, soprattutto quando il linguaggio è insufficiente ad affermare la verità che pure attraversa l’esistenza.

Si generano “periferie”, dimensioni del sapere marginale, dalle produttività deboli, di politiche irrisolte, ma anche luoghi dove poter mostrare il valore della solidarietà, dove la resistenza è riconoscere le diversità come storie da vivere. (25 Aprile, una celebrazione)

Anche le parole di “Eroe” con la musica e il canto di Caparezza hanno sottolineato il significato della lotta resistente. (Senti: https://www.youtube.com/watch?v=xXLXgGJ5mIg )

E infine la “Festa Conviviale” dove la diversità dei cibi offerti ha generato scambi di simpatia e di affetto tra tutte le persone convenute che si  raccontavano, mentre la musica sottolineava il piacere della serata.
Vedi le Foto

IL 25 TUTTE E TUTTI ALLA MANIFESTAZIONE

Un momento! …

… è il 22 aprile: «Giornata Mondiale della Terra»

Il luogo dove la Vita consuma e rinnova la sua età, dove l’Umanità rigenera e consuma la propria identità.

La Terra è quella complessità dove difficilmente lo sguardo pone la dovuta, sufficiente attenzione, dove ogni persona così come ogni vivente trova il proprio sostentamento.

Io, tu, noi ne siamo parte, un corpo unico: solo l’arroganza ci porta a credere di essere altro.

Con prepotenza la calpestiamo nei mille modi che la stupidità si frappone al suo riequilibrio, nei mille atteggiamenti, abitudini che la ricoprono di sporcizia, di immondizia.

La Terra è Vita, la nostra vita, con tutte le opportunità necessarie a mantenerla e a svilupparla per il Bene Comune.

Le Reti dei Contadini e delle Comunità del Cibo la chiamano «Terra Madre» per la generosità dei doni che sa elargire.

Sono Reti e Comunità che a vario titolo lottano per la sostenibilità alimentare, per la difesa dagli inquinanti e dal depauperamento delle ricchezze naturali che ne deturpano la bellezza e generano sofferenza alla grandiosità del suo cuore di Madre.

La Giornata Mondiale della Terra è nata il 22 aprile 1970 per sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali della Terra Madre, coinvolge ogni anno fino a un miliardo di persone in ben 192 paesi del mondo.

Noi siamo con loro, con lo sguardo attento e critico contro tutte le forme di sfruttamento e di rapina.

Con il cuore generoso di una Madre oggi, come domani, come sempre, ogni persona che crede nel diritto alla Vita, è sollecitata ad essere parte della lotta per il diritto alla dignità, in difesa del Bene Comune che appartiene alla Vita universale: la Terra Madre.

Questo è il momento!

Cessate il fuoco!

Fermiamo le guerre in Medio Oriente

Da troppo tempo si muore in Siria, in Palestina, in Libia, in Egitto, in Iraq, nello Yemen, nella regione a maggioranza curda … il Medio Oriente ed il Mediterraneo si stanno trasformando in un immenso campo di battaglia.

Ora il rischio della deflagrazione di un conflitto che coinvolga le super potenze mondiali è reale.
Le conseguenze possono essere tragiche ed inimmaginabili.

Milioni di persone, in tutto il mondo, di tutte le culture e religioni, stanno dicendo: “Basta guerre, basta morti, basta sofferenze”.
E noi con loro.

Guerre producono guerre, le cui vittime sono le popolazioni civili, oppresse e private dei propri diritti fondamentali, primo fra tutti il diritto alla vita.

Vanno fermate le armi, bloccate le vendite a chi è in guerra. Ora, subito.
Va fatto rispettare il diritto internazionale: è la sola condizione per proteggere la popolazione civile, fermare l’oppressione e l’occupazione, attivare la mediazione tra le parti in conflitto.

Non si può più attendere e rinviare decisioni e responsabilità.
Il limite è superato da tempo.

Ora, subito, bisogna aiutare le vittime, curare i feriti, soccorrere chi fugge dall’orrore. Poi bisognerà punire i responsabili, riconoscere alle popolazioni i loro diritti e sostenerle nel percorso democratico, civile, di liberazione.

Noi ci rivolgiamo all’Unione Europea che deve prendere un’azione politica forte di pacificazione coerente con principi e valori fissati nel Trattato, nella Carta Europea dei Diritti  Umani, negli Accordi e nelle Convenzioni internazionali. L’Unione Europea faccia da mediazione e riporti al dialogo gli Stati Uniti e la Russia.

Chiediamo al nostro paese di essere protagonista di pace, di mettere in atto il “ripudio della guerra” non concedendo le basi per operazioni militari e di avviare una politica di pace nel Mediterraneo.

Nessuno deve sentirsi impotente.
Questo è il momento per tutti di agire per la riconciliazione.

Noi faremo la nostra parte, con le campagne per il disarmo, con gli interventi civili di pace, con la diplomazia dal basso, con il sostegno a chi opera per la pace anche dentro ai conflitti, per dare voce a chi crede ancora nella fratellanza e nella nonviolenza.

Ora,subito.

Rete della Pace

Siria: Usate armi chimiche?

Quando si vuole dare ragione alla propria guerra di potere aggressiva, brutale e distruttrice non c’è che usare la stessa violenza di potere  per raccontare false verità.

Una domanda.

Dicono di avere colpito anche due siti di produzione di armi; ma se veramente colpissero le armi chimiche nascoste di Assad quale disastro succederebbe?

Ecco un sito militare specializzato, Analisi Difesa, che sulle armi chimiche scrive ciò che altrove non leggo: http://www.analisidifesa.it/2018/04/siria-le-fake-news-sulle-armi-chimiche-per-creare-il-casus-belli/

Un sito che non ha problemi a dire la verità perché non ha interessi particolari da difendere o da propagandare; afferma che le armi chimiche si usano per provocare effetti devastanti su larga scala, per provocare migliaia di morti. Un loro uso “limitato” militarmente non ha senso.

Quando le armi chimiche si usano veramente (e Saddam le ha usate con la complicità degli Usa e dell’Occidente) gli effetti sono su larga scala. 

La città curda di Halabja (il 16 marzo 1988) venne attaccata con armi chimiche e le vittime in poche ore furono 5 mila vittime.

Le armi chimiche non fanno più male di quelle convenzionali: essere spappolato un un’esplosione non è più piacevole. La riprovazione nasce dal fatto che sono armi di distruzione di massa e quindi sono indiscriminate, violando il principio di tutela dei civili in guerra, previsto dalle Convenzioni di Ginevra.

Dobbiamo cercare – noi per primi – di fare quell’azione di ricerca della verità che si è smarrita, a tutto vantaggio della propaganda.

LACRIME – la testimonianza di un volontario del Naga.

Quante lacrime ho visto, in questi anni di Naga.

Le lacrime silenziose e amare del ragazzo arrivato da poco dal Marocco: carino, fresco di laurea in logistica, viene da noi vestito come per un colloquio di lavoro. Appena giunto in Italia attraverso la rotta balcanica (sì, ha fatto il giro del Mediterraneo) si informa su come regolarizzarsi, e qualche suo connazionale gli dice che bisogna andare in Questura. Lui si fida, ci va, e ne esce con un’espulsione. Non c’è pietà per la buona fede. “Non c’è verso di impugnarla”, ci dicono tre diversi avvocati, e noi non possiamo che riferire. Quando risolleva la testa dalle mani intrecciate a nascondere il suo pianto, dice solo: “La mia famiglia ha speso tutti i suoi soldi per farmi arrivare fin qua. Non posso tornare indietro”. Non ci rimane purtroppo che dargli qualche buon consiglio e augurargli buona fortuna.

Le lacrime disperate della madre peruviana che da quasi dieci anni non vede suo figlio. Quasi tre anni fa finalmente è riuscita ad avere tutto ciò che serve per il ricongiungimento familiare: permesso di soggiorno, reddito sufficiente, casa adeguata. Ha fatto domanda e ha atteso, piena di speranza. Ha atteso. Ha atteso. Ma dallo stato italiano nessuna risposta. Niente. “Era un bambino piccolo quando l’ho lasciato a mia mamma, ora ha quasi quindici anni, è un uomo”, racconta tra una lacrima e l’altra: dopo aver perso gli anni delle elementari, questo ritardo le ha rubato anche quelli delle medie, la pubertà, le prime cotte del suo bambino; due vite segnate per sempre, appese a una banale inerzia burocratica. E vai di avvocato, accesso agli atti, raccomandate da spedire: riusciremo a sbloccare la pratica? Per il momento non possiamo che cercare di ridarle almeno la speranza.

Le lacrime di gioia del giovane egiziano che ha appena ricevuto il suo primo permesso di soggiorno. Il giorno stesso telefona e dice: “Sono in corso Buenos Aires, sto mangiando il gelato, è passata la polizia, e per la prima volta non sono scappato! E domani – aggiunge – faccio il biglietto dell’aereo, vado a trovare la famiglia, cinque anni che non li vedo”, e dicendo questo non si trattiene e piange, anche lui, senza vergogna, nel bel mezzo di corso Buenos Aires. Buona fortuna anche a te, hai un’opportunità, usala bene, amico.

Le lacrime del ragazzino asiatico appena maggiorenne vestito come un giovane dandy, piglio un po’ arrogante, voce profonda alla quale ogni tanto scappa un acuto, sfuggito al controllo severo che sicuramente s’impone per sembrare proprio un uomo. Quasi non ha fatto in tempo a compiere diciotto anni, e ha già preso un’espulsione. Mentre verifichiamo informazioni e gli spieghiamo che cosa cercheremo di fare, all’improvviso senza motivo china il capo; mi avvicino, lo guardo da sotto in su e vedo che dai suoi occhi lucidi stanno scendendo enormi lacrimoni. “Che cosa c’è? Che succede?” gli chiedo. “No mama no papa tre anni” risponde, e sì, direi che è una spiegazione sufficiente. Gli metto una mano sulla spalla, e lui per tutta risposta si butta in avanti, mi abbraccia, e piange piange piange tutta la paura di questi tre anni senza nessuno a dirgli di non fare sciocchezze e raccomandargli di non fare tardi la sera.

Le lacrime impreviste e toccanti del trentenne italiano venuto ad accompagnare la sua compagna latinoamericana che ha ricevuto un foglio di via. Gentile, paziente, faccia da bravo ragazzo, è stato a lungo in silenzio ad ascoltarci mentre preparavamo le carte per cercare di sistemare la sua posizione; lei è poco più giovane di lui, parla con una chiarezza limpida che non riesce a nascondere l’imbarazzo per le cose che ci deve raccontare; timida, colta, educata, evidentemente fuori posto nel ruolo che le è toccato di affrontare in una vita che dalle iniziali speranze di poter continuare gli studi e vivere serenamente è scivolata senza appigli in un pozzo senza fondo fatto di strada, privazioni, umiliazioni, botte, fughe, malattia. Inaspettatamente, è lui a scoppiare a piangere: “Vi prego, non possono mandarmela via; io ero un disperato, un alcolizzato, uno che girava per strada; mi sono innamorato di lei appena l’ho vista, e lei non ha avuto schifo di me, mi ha preso nella sua casa, mi ha voluto bene, io ho capito tante cose grazie a lei: è la mia famiglia, tutto quello che ho, non lasciate che la mandino via!”: la realtà spesso è così diversa dagli stereotipi, dai luoghi comuni, da ogni possibile aspettativa su chi sia il “salvato” e chi il “salvatore”. Lo rassicuriamo: non la manderanno via; faremo tutto il possibile, per questo stiamo raccogliendo tanti documenti; hanno visto tanto odio, tanto razzismo, tanti pregiudizi: sembra incredibile trovare qualcuno che ti guarda solo per quello che sei, e non per quello che la gente pensa di sapere di te.

Quante lacrime arrivate solo a inumidirmi gli occhi, che ho ricacciato indietro perché non era il momento,perché c’era tanto da fare, perché non facevano bene; quante lacrime uscite solo dopo a sfogare la tensione. 

Le lacrime che non volevano saperne di uscire il giorno del funerale di Italo, mentre pensavo che non l’avrei più rivisto, eppure non c’era verso di strizzarne fuori una: sono arrivate dopo, nel tempo successivo, e ancora arrivano, tutte le volte che penso a quell’ometto e alle sue imprevedibili bizzarrie senza le quali il Naga non esisterebbe.

Lacrime che non sono andate perdute nella pioggia: sono diventate azioni legali, manifestazioni di protesta, documenti, qualche volta vittorie.

Dalle lacrime sono nate serate perdute ad ascoltare una storia o a fare un intervento in un circolo culturale di provincia, corse in tram tra una riunione e l’altra, ore d’attesa davanti alla questura.

Tutte quelle lacrime me le portavo dentro mentre imparavo a superare la paura di avventurarmi da solo in un campo rom per andare a trovare una persona, di affrontare la polizia con la ferma pacatezza di chi conosce i diritti propri e delle persone che a lui si sono affidate, di sbagliare nel dare un consiglio.

Lacrime che a saperle raccogliere diventano forza politica.

Lacrime che chiedono giustizia.

Lacrime di speranza.

#NonSiamoBuoni

Spese militari ed Export di armi

In questi anni c’é un boom nella produzione e nell’esportazione di armamenti

C’è un’evidente decisione politica, che si può far risalire al 2006 con diversi governi protagonisti. Il suo compimento l’ha trovato nella nomina di Mauro Moretti ad amministratore delegato di Finmeccanica (divenuta poi Leonardo, ndr), che ha proceduto alla riorganizzazione delle controllate per una migliore integrazione ma soprattutto alla cessione di settori civili molto rilevanti, non ritenuti strategici.

Sono state invece mantenute e rafforzate quelle del settore militare: aerospazio, difesa e sicurezza. Questi settori per essere competitivi non possono limitarsi alle commesse del ministro della Difesa, ma devono trovare nuovi mercati extraeuropei, come i Paesi ricchi di petrolio e altre risorse del Golfo persico, le ex repubbliche sovietiche, quelli del Subcontinente indiano e dell’Africa subsahariana.

Poco importa se retti da monarchie assolute come i Paesi arabi, da dittature “paternaliste” come Turkmenistan e Kazakistan, da regimi dispotici come l’Angola, oppure se siano in conflitto fra loro come India e Pakistan o poverissimi come le Filippine: conta fare affari, sono questi a garantire la sopravvivenza della nostra industria militare. In gran parte a controllo statale, che fa affari privati ma ha costi pubblici.

Questo comporta scelte che i singoli Stati non sono ancora disposti a fare: da un lato la necessità di progettare la difesa europea come realtà integrata e omogenea, dall’altro di pensare all’industria militare non in una funzione proiettiva nei mercati esteri ma commisurata alle nostre effettive esigenze.

Quello che si sta facendo, anche con la “Cooperazione strutturata e permanente” (Pesco), non va verso la riorganizzazione e ristrutturazione delle industrie militari nazionali, tagliando e riconvertendo settori obsoleti, ma è un ulteriore finanziamento alle industrie dei vari Paesi dell’UE.

Per ciò che riguarda il controllo delle esportazioni l’Italia, che pur ha una delle migliori leggi in materia, la 185/90 ha optato per la scarsa trasparenza, manca un adeguato controllo da parte del Parlamento.

Rendendo note queste informazioni, che devono essere dettagliate e precise, il governo si esporrebbe non solo alla critica di altri Paesi, ma del nostro Parlamento e delle nostre associazioni.
Per questo la relazione che invia al Parlamento riporta solo i valori complessivi delle autorizzazioni rilasciate e delle consegne effettuate a ciascun Paese estero e i generici sistemi militari, come ad esempio velivoli, navi e così via. Ma un conto è una nave per lo sminamento, altro è una fregata con sistemi missilistici. Un conto è un elicottero per il soccorso marino, altro un Mangusta con capacità d’attacco al suolo.
C’è da chiedersi poi perché non ci indigniamo per le nostre bombe sganciate dai sauditi sui civili in Yemen.

In un periodo di precarietà e insicurezza economica le persone tendono a cercare di risolvere problemi che sentono più pressanti come quello del lavoro.

I media spettacolarizzano determinati problemi – es.: l’immigrazione – ma raramente aiutano a riflettere sulle cause e le connessioni, fra cui proprio quella delle forniture militari a regimi dispotici e in zone di conflitto.

Va anche rilevata una progressiva erosione del movimento pacifista, che da una parte non trova nella controparte politica l’attenzione necessaria, dall’altra è emarginato dai media. Sui canali Rai, ma non solo si è parlato pochissimo di cacciabombardieri F35 e delle bombe della RWM finite in Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen.

Cresce anche la Spesa militare, con alcuni trucchi

Nei dati contenuti negli allegati della previsione alla legge di bilancio si scopre che nel 2018 il Ministero dello Sviluppo Economico sborsa 3,5 miliardi di euro per l’acquisto di armamenti militari (+ 5% rispetto al 2017). 
Un importo che rappresenta il 71,5% dell’intero budget dedicato alla competitività e allo sviluppo delle imprese italiane.
Ma quale sviluppo economico si vuole avere quando vi è questa sproporzione di ”investimento” per un settore che contribuisce allo 0,8% del Pil, mentre alle piccole e medie che sul prodotto interno lordo pesano per il 50%, restano le briciole.

Questi dati sono stati rivelati dall’Osservatorio sulle spese militari italiane nel 2° “Rapporto Mil€x” (progetto lanciato nel 2016 dal giornalista del Fatto Quotidiano Enrico Piovesana e da Francesco Vignarca di RID).
Senza questo strumento di monitoraggio indipendente sarebbe più difficile sapere che nel suo complesso la spesa militare italiana per l’anno in corso ammonta a 25 miliardi di euro: l’1,4% del Pil, il 4% in più rispetto al 2017.
Un trend di crescita avviato dal governo Renzi (+ 8,6% rispetto al 2015) che non sembra volersi arrestare.
Nel 2018 continuano ad aumentare anche le spese per gli armamenti: 5,7 miliardi, l’88% in più rispetto a tre legislature fa.

Delle spese per armamenti l’80% finisce nelle casse di Leonardo (ex Finmeccanica, al cui vertice siede l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro).
Fincantieri, negli ultimi anni ha ottenuto 5,4 miliardi di euro grazie alla nuova legge navale.
Fiat Iveco incassa per tutto ciò che riguarda i mezzi terrestri dell’Esercito e la Piaggio Aerospace (azienda ligure, di proprietà degli Emirati Arabi) anche per costruire i droni armati P2HH.

A cosa servono le “Missioni di pace”?

Nel documento programmatico pluriennale della Difesa del 2016 è scritto, nero su bianco, che i fondi per le missioni stanziati dal ministero dell’Economia (1,3 miliardi nel 2018) servono per far fronte alla quasi totalità delle spese di esercizio, ovvero per garantire la manutenzione dei mezzi e l’addestramento del personale.
L’Italia si sta sempre di più buttando in queste missioni (l’ultima in ordine di tempo è quella in Niger) perché per la Difesa è l’unico modo di incamerare risorse che altrimenti non avrebbe.
E questo colpisce il sistema democratico.

Il “Rapporto Mil€x” cita sia i 192 milioni all’anno di contributo alla NATO sia i 43 milioni per la base militare a Gibuti, la prima fuori dai confini dopo la fine del colonialismo come quella relativa all’accordo di “Condivisione nuclerare” con gli USA.
Il nostro Paese fin dagli anni ‘50 ospita una cinquantina di bombe atomiche B-61: una trentina nella base Usa di Aviano, altre venti in quella italiana di Ghedi.
Entrambe dispiegano le bombe B-61, bombe che saranno sostituite dalle più sofisticate B61-12. Questo sia in violazione dell’art. 11 della Costituzione, sia del Trattato di non profilerazione nucleare.
Ecco perchè il Governo non vuole firmare il Trattato di Proibizione delle armi nucleari.

Occorre dunque ridurre le spese militari e aderire al Trattato internazionale di messa al bando delle armi nucleari, perché non possiamo continuare a far parte di un ombrello di difesa nucleare che ha basato la propria sicurezza sulla disponibilità a distruggere intere popolazioni, forse anche l’intero pianeta.

Sintesi di un intervento di Giorgio Beretta protagonista delle campagne “Contro i mercanti di morte” e “Banche armate”

Giornata mondiale della Terra

Giornata della Terra nella Striscia di Gaza

Se c’è un’immagine vera, per quanto paradossale e emblematica, che rievoca la “Giornata della Terra” è stata la “Marcia per il ritorno“, per il diritto alla Terra che il popolo Palestinese ha voluto manifestare nella striscia di Gaza assediata.

Una Terra già abusata dal potere disumano del governo israeliano è stata bagnata dal sangue di 17 vittime e 1500 feriti: umani che marciavano pacificamente per il diritto alla Terra.

Un massacro che un potere disumano e dissacrante che si arroga il diritto della terra dei palestinesi ha voluto perpetrare;  la terra della Palestina è ormai satura di sangue per mano di altri umani comandati da un potere violento e spietato.

Altrove la stoltezza persistente degli umani inveisce sulla Terra Madre inaridendo il suo corpo, inondandolo di rifiuti, sfruttandolo oltre ogni lecito, sfigurandolo nella parte più sacra, dove la Madre mostra la sua generosità: il dono (beni necessari alla Vita riproduttiva che vengono usurpati e sperperati).

Anime sensibili si ribellano e lottano per liberare la Terra Madre dall’avidità e dal massacro che mercenari di un sistema spietato e prepotente agiscono per l’esclusivo interesse del privato.

Anche le “concessioni” di sfruttamento dei beni comuni come l’acqua, le foreste, l’energia, … fondamentali per la salute e la vita dei viventi, mostrano l’ignavia del potere politico decisamente schierato dalla parte del più forte.

L’affarismo spietato ha raggiunto livelli di espropriazione e spoliazione di non ritorno.

Solo la forza congiunta e condivisa dei diritti universali può ridare il tempo necessario alla Madre Terra di riprendere il processo rigenerativo.