Monthly Archives: febbraio 2019

Dignità e diritti universali

Il 16 febbraio saremo in piazza, di nuovo a Milano per continuare insieme l’opposizione dal basso all’apertura di Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), a partire da quello di via Corelli a Milano, e alle politiche razziste e repressive che hanno trovato la loro massima espressione, oggi, nel DL Salvini.

Sarà un’altra tappa di un percorso che vuole parlare alla città, fatto di azioni  capaci di coinvolgere i territori e di pressione sulle Istituzioni affinché accolgano i punti di rivendicazione contenuti nell’appello condiviso e pubblicato dalla Rete “Mai più Lager – No ai CPR”.

Vogliamo porre l’attenzione sulla molteplicità dei risvolti che il DL avrà sulle vite di tutte e tutti (che richiede ferme prese di posizione e provvedimenti concreti alle amministrazioni territoriali, modifiche legislative e inversioni di rotta al governo centrale, e sovvertimenti delle politiche migratorie alla UE), e non solo su temi strettamente di immigrazione.

Una data che impone di costruire orizzonti più ampi e sfidanti.

E ciò avrà riflesso anche sull’iniziativa del 16 febbraio, che non avrà come meta via Corelli.

Durante l’assemblea generale del 19 gennaio, abbiamo siglato un patto di unità e responsabilità collettiva: decine e decine di realtà sono arrivate da tutta Italia per rilanciare con vigore la necessità di una strategia di lungo termine in cui convergano le energie e le intelligenze che si sono già espresse e quelle che si stanno attivando, anche in altri ambiti, apparentemente distanti.

Dalla discussione è scaturita una ferma volontà di interporsi con proposte, voci, azioni legali e non solo, con una mobilitazione diffusa e continua, una Resistenza civile su più livelli e in più ambiti, che si intersechino con le tante altre in giro per l’Italia.

Non c’è più spazio per le ambiguità, è tempo di scegliere da che parte stare, e noi abbiamo scelto: stiamo dalla parte dei diritti, delle persone migranti, e non solo.

Diritto di vivere, diritto di migrare e dovere di solidarietà

Per adesioni: noaicpr@gmail.com

Petizione europea per l’abolizione delle clausole ISDS nei trattati internazionali

Si vota a Strasburgo in questi giorni l’approvazione degli accordi tra l’Europa e Singapore sugli scambi commerciali e sulla protezione degli investitori esteri. E intanto è partita una campagna per chiedere l’abolizione delle clausole ISDS.

Mentre le preoccupazioni dei politici si stanno concentrando sui raggruppamenti e sulle coalizioni con cui scendere in campo in vista delle prossime votazioni europee, ben poco sappiamo sulle posizioni che verranno prese in merito alla politica da tenere nei riguardi dei temi essenziali su cui si gioca il futuro dei cittadini dell’unione europea, sia da parte degli euroscettici, che da parte degli europeisti.

Tra questi temi rientrano sicuramente gli accordi di liberalizzazione degli scambi commerciali, gli accordi di partenariato e le clausole di salvaguardia degli investimenti transnazionali che le multinazionali cercano di far includere nei trattati di questo tipo.

Ben vengano ovviamente l’abolizione dei dazi doganali, la liberalizzazione degli scambi commerciali, le norme a tutela dei produttori e dei consumatori; non sono queste le questioni che vengono contestate, ma le clausole inserite negli accordi che possono avere sostanziali ripercussioni e conseguenze sulla salvaguardia della salute, del lavoro, dell’educazione, dell’uguaglianza dei cittadini. stando a quanto abbiamo potuto verificare occupandoci dell’ormai famoso TTIP (Transatlantic Trade Investment Partnership), di cui tanto si è discusso e che l’UE ha cercato di ratificare con gli USA durante la presidenza Obama. Con l’avvento di Trump il TTIP è stato messo da parte, ma nel frattempo altri accordi simili sono stati portati avanti.

E’ il caso del CETA, accordo di libero scambio tra UE e Canada, ratificato dal parlamento europeo, che deve però venir approvato da ogni stato membro (in Italia non lo è ancora) ed è il caso dell’accordo con Singapore, in votazione ora a Strasburgo, che diventerà vincolante per tutti gli stati membri, se approvato.

La raccolta firme partita il 22 gennaio 2019 a livello europeo ad opera delle associazioni e delle organizzazioni che hanno promosso la campagna STOP-TTIP è a sostegno di una petizione rivolta alle autorità di Bruxelles in cui si chiede lo stralcio nei trattati di libero scambio di tutte clausole di salvaguardia degli investitori esteri (in pratica le multinazionali) nei confronti degli stati nazionali.

Da quando queste clausole sono state introdotte si è avuto un costante incremento delle cause intentate da parte di imprese transnazionali che hanno potuto ottenere grazie agli arbitrati rimborsi miliardari, sanciti al di fuori di ogni ordinamento legislativo internazionalmente riconosciuto (vedi il rapporto).

Considerata la colpevole negligenza che si può rilevare spesso nei contratti e nelle concessioni statali affidate ai privati a condizioni e patti assolutamente inadeguati, per non dire contrari, alla salvaguardia dell’interesse pubblico, si comprende come la questione sia di primaria importanza e come sia necessario che la cittadinanza si mobiliti di fronte alla condiscendenza dimostrata dall’amministratore europea nei confronti degli interessi privati.

In Europa le clausole ISDS (Investor-State Dispute Settlement) non possono essere applicate tra gli stati membri, mentre con l’approvazione del CETA e con l’approvazione dell’accordo di protezione degli investimenti con Singapore (separato dagli accordi di libero scambio) ciò sarà possibile.
Una evidente contraddizione che consentirebbe di pregiudicare i diritti dei cittadini e costituirebbe un precedente pericoloso sugli accordi da stringere in futuro.

La raccolta firme vuole impedire la proliferazione di arbitrati internazionali permessi dalle clausole ISDS che in parecchi casi () hanno già comportato esborsi miliardari ai governi nazionali contro i diritti delle popolazioni coinvolte.

Sono già mezzo milione le firme raccolte in Europa a pochi giorni dal lancio della campagna.
E’ possibile aderire a questo link.

(Paolo Burgio) 13/02/2019

Centralità dell’agricoltura nella riconversione ecologica dell’economia

Nell’ambito della più generale esigenza di riconversione ecologica dell’economia, il capitolo dell’agricoltura assume sempre più centralità, sia rispetto al suo ruolo nei cambiamenti climatici, diventandone anche vittima, con allevamenti intensivi e monocolture convenzionali, ma anche in quanto il modello produttivo oggi egemone e in espansione su scala globale non risolve la funzione fondamentale della produzione di cibo in termini di soddisfacimento dei bisogni alimentari primari per tutta l’umanità.

Non solo. L’agricoltura industriale è sempre più in crisi, o, per dirla con Piero Bevilacqua nel suo libro “Il cibo e la terra”, si è incanalata in un vicolo cieco.

Infatti alla insostenibilità ambientale (di cui fa parte anche l’aspetto salutistico, vista la relazione sempre più certa tra alimentazione prodotta con la chimica e malattie cronico-degenerative), si accoppia in un tutto organico l’insostenibilità economica.

Il modello agricolo industriale produce cibo il cui prezzo è costantemente sotto i costi di produzione, anche perché penalizzato nella catena del valore a favore della GDO e sopravvive solo grazie ai sussidi pubblici (in Europa la PAC).

Si realizza così un capolavoro di negatività sistemiche.

Tutto ciò  sprecando il 30% della produzione, dato questo che non è un accidente dovuto al caso, ma è connaturato nel sistema produttivo stesso.
Su ciò si dovrebbe riflettere quando si punta molto, dalla Carta di Milano di Expo alle food policy, sul recupero dello spreco, cosa necessaria ma che non può costituire il cuore dell’iniziativa sul cibo.

Lo spreco si riduce ridistribuendo eccedenze o avanzi, o cambiando modello produttivo e garantendo l’accesso all’alimentazione?

Infatti, l’eccedenza si produce perché il sistema agroindustriale deve sovraprodurre cibo per tenere bassi i costi unitari in nome della competitività, per ripagare gli investimenti, e per tenere dietro alle esigenze logistiche e di profitto della GDO.

Peccato che stiamo parlando di cibo e non di bulloni, quando milioni di persone lo domandano e non vi possono accedere per via della povertà che lo stesso sistema agricolo industriale e l’agrobusiness contribuisce a produrre attraverso il land grabbing o insediando monocolture intensive laddove esisteva un’agricoltura biodiversa di sussistenza.

Il cerchio viene poi chiuso dalla finanziarizzazione del cibo, per la quale i prezzi al consumo dipendono ancor meno dai costi di produzione, ma dagli investimenti speculativi su scala globale, producendo nuove povertà e distruggendo l’agricoltura di piccole dimensioni, quel 70% di agricoltura contadina che ancora sfama l’umanità, dimostrandone l’efficacia.

Attraverso gli oligopoli delle sementi e dei prodotti per l’agricoltura chimico industriale, la terra non viene più coltivata, ma è diventata un supporto che  progressivamente inaridisce e si mineralizza, sul quale la chimica nutre direttamente la pianta, con riduzione drastica della biodiversità, non solo vegetale.

Come si può uscire da questo insensato circuito vizioso? In che modo costruire una resistenza culturale, educativa, comunicativa, come ci prefiggiamo in questo forum?

Intanto aggiungendo anche una resistenza pratica a questo modello, una resilienza attiva e strutturata, per dimostrare che un’alternativa non solo è necessaria, ma è anche concretamente possibile e che, in ogni fase critica di sistema giunta  a maturazione, mentre si lotta per il cambiamento, serve praticare l’obiettivo, dimostrandone la plausibilità.

Provo ad indicare tre percorsi di lavoro.

Il primo è quello che costruisce e valorizza le pratiche di agricoltura biologica contadina olistica che, secondo Via Campesina, costituisce la vera alternativa all’agrobusiness e all’agricoltura chimica industriale, improntata all’agroecologia e sui contadini custodi delle sementi e del territorio.

Mi riferisco in particolare a pratiche neomutualistiche basate su un’alleanza strutturata tra piccoli produttori e consumatori critici organizzati, orientata al concetto di coproduzione, e cioè: garanzia di acquisto dei prodotti agricoli con prezzi basati sui costi di produzione, codeterminazione delle colture , condivisione del rischio di impresa, sganciamento progressivo dei prezzi dalla legge della domanda e dell’offerta e dalla speculazione finanziaria,  cioè demercificazione del cibo, e deglobalizzazione dell’agricoltura, affidando cioè alle comunità locali la sua produzione, in un orizzonte di sovranità alimentare, restituendo reddito alla produzione.

E’ solo la sovranità alimentare, infatti, che può sfamare il pianeta, restituendo ai popoli il diritto di decidere cosa coltivare, cosa mangiare, come produrre (l’esatto contrario di quello a cui puntano i trattati internazionali).

Ma occorre che sia praticata, diffusa anche nel nord del mondo e resa evidente alla politica come alternativa possibile perché la sostenga, la incentivi e la generalizzi.

Pratica basata sull’agricoltura biologica che deve dismettere la esclusiva sua valenza salutistica riservata ai più abbienti, per assumere sempre di più quella di necessità da rendere accessibile a tutti, per rivitalizzare la terra agricola e restituirla alla sua funzione naturale di produzione di alimenti e non di merci.

Non sto parlando di utopie, ma di pratiche che si vanno diffondendo in Europa, negli USA e perfino in estremo oriente, per esempio attraverso quelle che vengono definite CSA (Community supported agricolture) e che sono una naturale evoluzione del consumo critico coi suoi Gas e i suoi DES.

Pratiche, le CSA, che al tempo stesso indicano un’alternativa al mercato.

Per approfondire questi percorsi, vi rimando a degli esempi concreti attuati dal DESR sul nostro territorio  così come è descritto nel recentissimo libro “IL GRANO FUTURO”  disponibile qui per chi lo volesse e di cui il 50% del prezzo di copertina andrà a sostegno di RiMaflow, con cui collaboriamo fin dall’inizio della loro esperienza di fabbrica recuperata.

Pratiche di agricoltura biologica, sottolineo, il cui andamento recente ci indica, tra l’altro, una cosa assolutamente interessante: crescita annuale a due cifre e aumento dei giovani agricoltori che vi si dedicano a scapito degli abbandoni degli anziani nelle coltivazioni convenzionali.

Ma serve anche il supporto delle politiche pubbliche, e quindi affrontiamo il secondo percorso propositivo, visto che ci rivolgeremo ai candidati alle prossime elezioni europee e si sta discutendo della PAC 2021/2027, cioè quante risorse pubbliche all’agricoltura, a chi e come.

Dobbiamo rivendicare l’orientamento di queste risorse verso questo modello agricolo alternativo, agendo tra l’altro anche attraverso la domanda pubblica locale basata sulla ristorazione collettiva (es. i 90.000 pasti giornalieri erogati da Milano Ristorazione) come terzo filone di iniziativa a livello locale/ nazionale, che non sviluppo per brevità.

I dati tendenziali ci dicono che, per esempio in Italia (1.100.000 aziende agricole), la distribuzione del montante PAC (41 miliardi di euro) si indirizza sostanzialmente a favore delle grandi aziende nell’ordine di centinaia di migliaia di euro all’anno a ciascuna, lasciando alla piccola azienda  agricola una media di 1000 euro circa.

Questa iniqua distribuzione si basa sul criterio del disaccoppiamento, cioè sui pagamenti diretti (primo pilastro) in base alla quantità di ettari posseduti, a prescindere da se, da cosa e come si coltiva, marginalizzando invece gli aspetti qualitativi, e cioè l’agricoltura ecosostenibile agroecologica.

In sostanza, per dirla con Josè Bovè, nonostante la crisi irreversibile dell’agroindustria, si continuano a finanziare le aziende che non hanno futuro in nome del paradigma tecnocratico-sviluppistico, mentre le aziende agroecologiche che hanno futuro non hanno sostegno.

Elemento altrettanto grave è poi che la PAC alimenta il dumping nei confronti del Sud del mondo, finanziando di fatto le esportazioni a prezzi più bassi dei costi di produzione.

La Pac futura di cui si sta discutendo, sembra vedere smuoversi qualcosa in direzione dell’agricoltura ecosostenibile e della riduzione dei tetti di finanziamento alle grandi imprese, ma in un contesto di riduzione globale delle risorse disponibili.

Si passerà dai 408,3 miliardi attuali, di cui 41 all’Italia, corrispondente al 37% del bilancio europeo, a 365 miliardi, corrispondenti al 32% dello stesso bilancio.

Questo quadro, ci sta portando ad un baratro che, come dice la Laudato si’, si produce a causa della dominazione della presunta supremazia tecnocratica orientata al massimo profitto.

Occorre quindi muoversi subito, alleandosi con le reti impegnate su questi terreni (ARI e AIAB referenti italiani di Via Campesina Europa, la rete Cambiamo agricoltura e altre) prima che la crisi imbarbarisca l’accaparramento del cibo, lavorando sia sul terreno propositivo/rivendicativo sia sostenendo e ampliando le pratiche di resistenza e resilienza già in atto. Queste pratiche dimostrano che ce la possiamo fare. Come dice Sergio Cabras nel suo libro “Terra e futuro” l’agricoltura contadina ci salverà!

Intervento forum associazione Laudato SI’
Vincenzo Vasciaveo
19 gennaio 2019 – Palazzo Reale

Rapporto Oxfam 2019: aumenta il divario tra ricchi e poveri nel mondo

Nel 2018 26 miliardari possedevano da soli l’equivalente ricchezza della metà più povera del pianeta. L’organizzazione evidenzia, inoltre, una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere

Aumenta il divario tra ricchi e poveri nel mondo. Nel 2018, da soli, 26 ultramiliardari possedevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. A dirlo è il nuovo rapporto Oxfam 2019 pubblicato alla vigilia del meeting annuale del Forum economico mondiale di Davos. Anche l’Italia è in linea con i dati globali: il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva, nello stesso periodo, circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Il rapporto evidenzia, inoltre, una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere.

La disparità del sistema economico globale

Nel 2018 il patrimonio dei “super-ricchi” è aumentato del 12%, al ritmo di 2,5 miliardi di dollari al giorno. Nello stesso periodo, la metà più povera dell’umanità, circa 3,8 miliardi di persone, ha visto decrescere dell’11% quello che aveva.
A metà dello scorso anno, l’1% più ricco deteneva poco meno della metà (47,2%) della ricchezza aggregata netta, contro lo 0,4% assegnato alla metà più povera della popolazione mondiale. Se la quota della ricchezza globale nelle mani dell’1% più ricco è in crescita dal 2011, la riduzione della povertà estrema è caratterizzata, invece, da un trend opposto. Il tasso annuo della riduzione della povertà estrema, infatti, ha registrato un calo del 40%. L’aumento della povertà estrema, secondo Oxfam, colpirebbe in primis i contesti più vulnerabili del nostro pianeta, uno su tutti l’Africa subsahariana.

L’imposizione fiscale

Il rapporto Oxfam evidenzia, inoltre, un sistema fiscale che finisce col pesare di più sulle categorie più povere della società tassando i redditi da lavoro e consumo. Le imposte sul patrimonio, come quelle immobiliari, fondiarie o di successione hanno subito, infatti, una riduzione – o sono state eliminato del tutto – in molti paesi ricchi e vengono a malapena rese operanti nei paesi in via di sviluppo. L’imposizione fiscale a carico dei percettori di redditi più elevati e delle grandi imprese si è significativamente ridotta negli ultimi decenni. Nei paesi ricchi, per esempio, in media, l’aliquota massima dell’imposta sui redditi delle persone fisiche è passata dal 62% nel 1970 al 38% nel 2013. Nei paesi in via di sviluppo si è stabilizzata su una media al 28%.
Per 90 grandi corporation l’aliquota effettiva versata sui redditi d’impresa è passata dal 34 al 24% tra il 2000 e il 2016.
Considerando sia le imposte dirette che quelle indirette, in paesi come il Brasile o il Regno Unito, il 10% dei più poveri paga, in proporzione al reddito, più tasse rispetto al 10% più ricco.
Secondo i calcoli dell’Oxfam, se I’1% dei più ricchi pagasse appena lo 0,5% in più in imposte sul proprio patrimonio, si avrebbero risorse sufficienti per mandare a scuola 262 milioni di bambini e salvare la vita a 100 milioni di persone nel prossimo decennio.

Diseguaglianza di genere

Dal rapporto emerge, poi, anche una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere. A livello globale, infatti, gli uomini possiedono oggi il 50% in più della ricchezza netta delle donne e controllano oltre l’86% delle aziende.
Il divario retributivo di genere è pari al 23% in favore degli uomini.
In più, in questo dato non si tiene conto del contributo gratuito delle donne al lavoro di cura. Secondo le stime di Oxfam, se tutto il lavoro di cura non retribuito svolto dalle donne nel mondo – che ad oggi non viene contabilizzato dalle statistiche ufficiali – fosse appaltato ad una sola azienda, questa realizzerebbe un fatturato di 10 mila miliardi di dollari all’anno, ossia 43 volte quello di Apple, la più grande azienda al mondo.
‘Le persone in tutto il mondo sono arrabbiate e frustrate – spiega Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia – Ma i governi possono apportare cambiamenti reali per la vita delle persone assicurandosi che le grandi aziende e le persone più ricche paghino la loro giusta quota di tasse, e che il ricavato venga investito in sistemi sanitari e di istruzione a cui tutti i cittadini possano accedere gratuitamente. A cominciare dai milioni di donne e ragazze che ne sono tagliate fuori. I governi possono ancora costruire un futuro migliore per tutti, non solo per pochi privilegiati. È una loro responsabilità”.

10 mila persone al giorno muoiono perché senza cure

L’Oxfam punta i riflettori anche sulle condizioni dei servizi pubblici a livello globale, sistematicamente sottofinanziati o esternalizzati ad attori privati.
La conseguenza è che i più poveri rischiano di venirne spesso esclusi. In molti Paesi, evidenzia l’organizzazione, un’istruzione e una sanità di qualità sono diventate un lusso che solo i più ricchi possono permettersi. Ogni giorno 10 mila persone nel mondo muoiono perché non possono permettersi le cure mediche. Nei paesi in via di sviluppo un bambino di una famiglia povera ha il doppio delle possibilità di morire entro i 5 anni, rispetto a un suo coetaneo benestante. In un paese come il Kenya, un bambino di una famiglia ricca frequenterà la scuola per il doppio degli anni rispetto a un bambino proveniente da una famiglia senza mezzi.