Category Archives: Migranti

Per un giorno profugo

Il 20 giugno si celebra la Giornata Mondiale dei Profughi proclamata dalle Nazioni Unite.

Vedi – SCHEDA – Rapporto Unhcr.

Il riconoscimento del profugo (o rifugiato) come categoria protetta, nasce con la Convenzione di Ginevra del 1951. Obbliga la persona a rispettare le leggi del paese ospitante e, nel contempo, le sono riconosciuti importanti diritti: in Italia, ad esempio, il divieto di essere rimpatriato; l’accesso al lavoro; al Servizio Sanitario Nazionale; all’assistenza sociale ed, infine, la possibilità di acquisire la cittadinanza dopo 5 anni di stabile residenza in Italia. 

Così la Costituzione Italiana all’art. 10: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge». 

Un’espressione di grande umanità solidale.

Tuttavia la specie politica misconosce e tende a negare le principali cause che generano profughi e sfollati: le guerre, i regimi totalitari creati a sostenere il grande sfruttamento, se non le rapine delle ricchezze e di cibo che abbiamo nelle nostre case.

Oggi, il Ministro Salvini e le politiche di governo agiscono sul “migrante” con il gusto razzista della violenza, della delinquenza, della paura, se non del terrore, per “giustificare” il dissesto delle relazioni sociali e umane, della precarietà diffusa, delle povertà crescenti a prescindere.

Politiche del disprezzo della dignità e dell’esistenza delle persone che mettono in gioco il proprio corpo per una speranza di vita.

Politiche che per una ipotetica sicurezza impongono restrizioni alle libertà per un “potere forte” dal marchio fascista.

Per un giorno profugo – prova dell’indicibile

Un giorno come profugo per scoprire la libertà di essere altro.

Profugo dai processi omologanti di sistema;
profugo dai soprusi delle politiche incoerenti;
profugo da una cittadinanza mai determinata; ….

Libero dall’arroganza di potere;
libero dal ricatto accusatorio;
libero dalla precarietà frustrante; ….

Servono poche cose:

  • la serenità della propria consapevolezza a voler essere altro: straniero;
  • la volontà a ricercare la diversità necessaria che si accomuna al progetto;
  • la libertà all’accoglienza, senza esclusività.

     Universali nel diritto alla Vita.

Il pudore e l’indecenza

Mi è capitato di sentire casualmente, una parte dell’intervento dell’ancora attuale Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, intervistato fa Fabio Fazio nella trasmissione di questa sera a “Che Tempo che fa“.

Con sfacciata impudenza ha esaltato i risultati ottenuti in materia di immigrazioni dal suo governo in particolare dalle politiche degli accordi con altri governi sottoscritti dal suo ministro Marco Minniti:  diminuzione degli sbarchi  e dei morti in mare dei migranti.

Per esaltare in pubblico tanta indecenza che misconosce le verità dei fatti, occorre avere una grande insensibilità nei confronti della dignità e della vita delle persone.

Di seguito un articolo di Alessandro Dal Lago

Aiutiamoli a casa loro, la strage è invisibile

È vero, in un anno gli sbarchi dei migranti nelle spiagge del sud, in massima parte in Sicilia, sono diminuiti del 34% rispetto al 2016. Lo affermano le Ong e il Ministero degli interni italiano. E così il ministro Minniti, l’uomo del Daspo urbano e dello slogan «percezione dell’insicurezza uguale insicurezza», e cioè percezione uguale realtà, può essere contento. E magari lui e Gentiloni potranno strappare alla Ue – a parole – qualche milione in più per pattugliare il Mediterraneo e un po’ di rifugiati da distribuire in Europa. Evviva.

Come ci sono riusciti, il Presidente del consiglio e il suo ministro? È semplice: delegando alla Libia il controllo e la detenzione dei migranti che si mettono in marcia verso l’Italia dall’Eritrea, dalla Somalia, dal Gambia, dalla Nigeria e così via.
Nel 2016, poco meno di 180mila, oggi meno di 150mila.
E quelli che non arrivano che fine hanno fatto? Nessuno lo sa. Ciò che invece sappiamo è che i campi di detenzione in Libia sono «infernali» (secondo la denuncia delle Nazioni Unite, di Oxfam ecc.).
I migranti vi sono ammassati come bestiame, derubati e picchiati. Talvolta uccisi. Le donne violentate. E poi, se sopravvivono, rimandati nei paesi d’origine o, meglio, abbandonati nel deserto.
Lo faceva già Gheddafi con i soldi stanziati da Prodi, Amato, Berlusconi ecc. Lo fa il governo Serraj e lo fanno le bande di armigeri che si spartiscono la Libia, dopo la guerra voluta da Cameron e Sarkozy, con il beneplacito di Napolitano, Berlusconi, Bersani ecc.

Ma gli accordi dell’infaticabile Minniti sono qualcosa di profondamente diverso. Prima, apparentemente e di malavoglia, la priorità era umanitaria. I migranti si imbarcavano e bisognava salvarli, di fronte al mondo – anche se qualche volta la Guardia costiera era distratta, la Marina nicchiava, i maltesi non collaboravano e Frontex, l’infame agenzia di frontiera, si opponeva.
E così 30mila donne, bambini e uomini sono annegati in vent’anni. Ma oggi, grazie a Minniti, ne annegano meno, in assoluto. Infatti, muoiono altrove, tra lager libici e piste nel deserto che non portano da nessuna parte. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, da ogni senso di umanità.

E così, la sorte di questa gente non interessa a nessuno. Alcuni la approvano calorosamente (Salvini, Berlusconi, Grillo), altri con un’ipocrisia che lascia senza fiato («No ai taxi del mare», «No al business dell’immigrazione», proclama Di Maio), altri piangono lacrime false (il Pd). E non parliamo dell’Europa, che elogia Minniti e poi si inchina al fascista Orbàn e agli altri Gauleiter dell’est.

Per ottenere questo bel risultato c’è voluta una certa intelligenza strategica, bisogna ammetterlo. Inizialmente, si sono diffamate le Ong che operavano nel Mediterraneo. Poi si sono avviate inchieste sul «business umanitario», in cui non è mai saltata fuori una prova.

Minniti ha operato a tenaglia, imponendo un codice di condotta alle Ong – in sostanza obbligandole ad accettare i suoi voleri – e contemporaneamente si è accordato con i libici, concedendo soldi, armi, motovedette ecc. in cambio della sparizione dei migranti dal nostro bel mare azzurro.
Tutto quello che è seguito perfeziona il modello. Ogni tanto un solerte procuratore sequestra una nave, con l’incredibile motivazione che non si è subordinata al voleri dei libici, i quali sparano addosso a chi salva i migranti.
Da parte sua Minniti – vista l’inesistenza di Alfano – si è autonominato ministro operativo degli esteri e organizza, su mandato di Gentiloni, inverosimili spedizioni nell’Africa profonda, in Niger, con l’obiettivo di lottare contro il terrorismo, in altri termini per bloccare i migranti alla partenza.

Questa storia del Niger sarebbe comica se non fosse immersa in una realtà tragica. Nel 2017, Gentiloni dichiarava di voler fermare gli scafisti in Niger (in Niger, un paese che non ha sbocchi al mare?). Veniva così approntata una missione di 400 uomini, con blindati e armi pesanti, e 40 venivano inviati a preparare il terreno. Poi, poco alla volta non se ne è saputo più nulla. Prima si è data la colpa a Macron, che non avrebbe voluto gli italiani tra i piedi in quello che di fatto è uno spazio coloniale francese. Poi, alcuni ministri nigerini hanno dichiarato di non aver richiesto la presenza degli italiani. Infine, il silenzio su tutta la vicenda, dopo ridicole smentite del Ministero della difesa.

La cosa più probabile è che, in questo momento, i 40 soldati dell’unità logistica in Niger si struggano di nostalgia per l’Italia lontana, la pizza e la pasta, mentre il vento soffia e li ricopre di sabbia.
Ma c’è poco da ridere. Le strade e le piste che portano da villaggi, slum e periferie dell’Africa verso il nostro mondo sono disseminate di morti, così come il fondo del mare (dal 2,5 al 5% di chi si imbarca, dal 2016 a oggi, secondo diverse stime).

Ma questo non importa ai nostri leader che si disputano il favore del popolo. Che volete che siano 5, 10 o 30mila morti stranieri, davanti ai milioni che ci hanno votato, immagino che pensino Salvini, Di Maio, Berlusconi e Renzi. Ma sì, aiutiamoli a casa loro. Copriamoci gli occhi, non guardiamo, pensiamo alle prossime elezioni.

Libia – Il ritornello del torturatore: o paghi o muori

Con una sentenza storica del 10 ottobre 2017 la Corte di Assise di Milano ha riconosciuto le torture nei campi di detenzione in Libia.
I titoli dell’indice della sentenza scrivono il sommario di un’opera horror“, scrive l’Avv. Maurizio Veglio, che in questo articolo pubblicato nel numero di marzo del mensile L’INDICE dei libri del mese ci aiuta a leggere la sentenza, il primo racconto corale sulla mostruosità dei lager libici, grazie alle testimonianze delle persone offese sentite nel processo.
Il protagonista di questo romanzo-verità, a lungo atteso, è un cittadino somalo, ex migrante affrancato e aguzzino crudele di migliaia di propri concittadini, arrestato a Milano perché circondato da una folla di vittime che hanno trovato la forza di chiedere l’intervento delle forze dell’ordine mostrando le cicatrici e i corpi marchiati” condannato all’ergastolo perché ritenuto responsabile di gravissimi fatti di violenza commessi nei primi mesi del 2016 in un “campo di raccolta” dei migranti in Libia.

Nell’Italia tentata dalla degradazione razzista – come una mandria di uomini-bambini eternamente traumatizzati dalla fobia dell’Uomo nero – è ancora possibile dire qualcosa di sensato sull’immigrazione?

La risposta è ovviamente sì. Ci provano, meritoriamente, accademici, giuristi e perfino politici in una recente serie di testi lucidi e ragionati, che sostituiscono al nonsense mediatico analisi, indagini e argomenti a cavallo tra diritto, economia, politica e demografia. Ci provano anche, e in una lingua comprensibile a tutti, alcuni giudici professionali e popolari. Le parole della giustizia hanno un valore speciale, perché offrono la traduzione giuridica dei fatti storici, cioè la verità processuale.

Opinabile in diritto e probabilistica in fatto ( … ) debole surrogato all’impossibile certezza oggettiva” (Luigi Ferrajoli), essa rimane nondimeno l’unico strumento di cui una collettività dispone per definire giuridicamente la realtà: la sentenza passata in giudicato, definita, è un’affermazione che non ammette repliche. Pur coscienti dei pericoli della supplenza della giurisdizione, esistono sentenze in grado di restituire a cose e azioni il proprio nome, spazzando i tentativi mistificatori e opportunistici. E il caso della decisione della Corte di assise di Milano, che il 10 dicembre 2017 certifica la mostruosità dei lager libici e stravolge, ridefinendolo, il vocabolario del grande buco nero post-Gheddafi.

I “migranti incarcerati perché privi di documenti” si scoprono, nel nostro codice penale, persone sequestrate a scopo di estorsione, vittime di sevizie e abomini. La “polizia che arresta” è il travestimento di gang armate, bande di strada, Asma Boys che popolano gli incubi dei sopravvissuti ad anni di distanza. Gli “arabi che liberano i subsahariani per assumerli“, dimenticandosi poi di pagarli, sono i moderni schiavisti, padroni della scacchiera e delle pedine intrappolate in un labirinto di compravendite, cessioni e aste. Gli “uomini che si imbarcano” diventano bestie recitate, minacciate e pestate, stipate in barconi pericolanti in partenza dalla bocca dell’inferno. Il tutto affidato alla regia della criminalità organizzata transnazionale, autentici imprenditori feudali del XXI secolo.

I titoli dell’indice della sentenza (.pdf) scrivono il sommario di un’opera horror: “i campi di raccolta“, “le punizioni e le torture“, “l’assenza di cure mediche“, “le violenze sessuali“, “gli omicidi“, “le cicatrici sui corpi delle parti lese“.

Il protagonista di questo romanzo-verità, a lungo atteso, è un cittadino somalo, ex-migrante affrancato e – una volta diventato responsabile di un campo di detenzione nei pressi della città di Bani Walid – scopertosi l’aguzzino più crudele di migliaia di propri concittadini. L’apocalisse ha il volto emaciato di 500 sciagurati ammassati in un hangar tra le montagne e il deserto: sorveglianza armata, chiusura notturna senza accesso ai bagni (si urina nel capannone), niente letti, pidocchi dappertutto, cibo scarso, diffusa grave debilitazione.

La trama è atroce quanto banale: chi paga esce, chi non paga rimane all’inferno. All’arrivo nel campo, dopo avere sequestrato i cellulari, i carcerieri consentono una telefonata ai familiari, nel corso della quale – per rafforzare la richiesta di denaro – i migranti vengono percossi e torturati. Talvolta le famiglie ricevono le foto dei propri cari sanguinanti e umiliati. All’intermediario in patria i familiari pagano il prezzo del viaggio – cioè il riscatto – e con questo il diritto alla libertà e alla vita. Nel campo, infatti, si muore di botte, di scarsa igiene, di disidratazione, di parto (e almeno in un’occasione muore anche il neonato). “Da qui possono uscire solo due persone: una persona che ha pagato i soldi e una persona che è morta“, è il ritornello del torturatore. E in effetti si lascia raramente il capannone: ogni tanto qualche uomo – magari di quelli che hanno già pagato una parte della somma – viene portato a lavorare alla costruzione di altri hangar all’interno del perimetro del campo.

Più spesso chi viene prelevato dall’interno finisce in Amalia, la stanza delle torture. Qui le persone vengono fatte inginocchiare, legate e picchiate. Spesso vengono spogliate, bagnate e ustionate con cavi elettrici, frequentemente sui testicoli.

Talvolta i sacchetti di plastica vengono bruciati e sciolti sul corpo dei sequestrati. Si ritorna nell’hangar in uno stato pietoso, coperti di ematomi e ustioni, a volte incoscienti. Dal capannone si sentono le urla, ma dentro regna il silenzio. L’ordine è di non parlare e chiunque potrebbe trasformarsi in una spia. Quando esce una donna cambia la scenografia e si finisce nella camera privata, la stanza degli stupri.

Una giovane ragazza, minorenne, viene denudata in pubblico, portata nella camera e legata. È infibulata. Il torturatore le divarica le gambe e la apre a freddo con uno strumento metallico. La giovane sviene, risvegliandosi più tardi in una pozza di sangue. Un’altra è più fortunata, basta un po’ di sforzo per romperla e penetrarla.

Dentro l’hangar è un universo di lacrime e corpi gonfi. Prima di violentare un’altra giovane, l’aguzzino confessa di avere ucciso – appendendoli per il collo – due ragazzi di circa vent’anni, trattenuti al campo da molto tempo perché le famiglie non pagavano. Poche ore dopo i cadaveri dei due vengono trascinati con le corde avvolte intorno al collo fino al centro del capannone, dove rimangono per un quarto d’ora a ricordare a tutti con chi hanno a che fare.

Altri due ragazzi, ridotti a pelle e ossa, vengono fatti alzare e colpiti selvaggiamente con spranghe di ferro, fino a sfondarne il torace. I testimoni ricordano che i giovani piangevano mentre venivano portati fuori dal capannone, e dopo avere sentito alcune urla nessuno li ha più visti. Qualche tempo dopo un altro migrante viene mandato a seppellire i corpi, “completamente deturpati dalle percosse e anneriti dalle bruciature“. La saga del torturatore termina con il viaggio a Sabratah, l’imbarco, l’arrivo in Italia e l’arresto a Milano, dove, avvistato nei pressi di un centro di accoglienza, in pochi minuti l’aguzzino viene circondato da una folla ribollente, composta in buona parte da vittime che – senza cedere alla tentazione del linciaggio – richiedono l’intervento delle forze dell’ordine, svelando i corpi marchiati e le cicatrici.

Il primo romanzo corale sui moderni campi di concentramento, sullo sfondo del collasso libico, salva dall’oblio le vittime, altrimenti destinate a sopportarne il peso nuovamente in silenzio. Per restituire la voce al tacito esercito di emissari della sofferenza (Malkki), la Corte di assise accetta le sfide del dialogo – la distanza culturale, l’incomunicabilità, gli intraducibili – attraverso gli strumenti del diritto: l’approfondito ascolto delle persone offese, la mediazione linguistica, la consulenza di una docente di antropologia delle immigrazioni.

La sentenza costituisce a sua volta il più grande atto di accusa contro la scelta di esternalizzare la brutalità (Lemberg-Pedersen) attraverso lo scellerato accordo con la Libia. Quella stessa politica – che applica al genere umano il numero chiuso, secondo la folgorante espressione di Sartre nelle pagine incendiarie che introducono i Dannati della terra di Fanon (Einaudi, 2007) – rappresenterebbe un “patrimonio dell’Italia, di cui dovremmo essere orgogliosi” (Marco Minniti, “The Huffington Post”, 8 febbraio 2018).

Lo sfregio porta la firma del “ministro della paura“, artefice dell’accordo, teorico di un’emergenza democratica da eccesso migratorio diventata aberrante verità mediatica: “La guardia costiera libica a cui abbiamo fornito motovedette e formazione, ha salvato in questo periodo oltre 16.000 persone” (Marco Minniti, “La Repubblica”, 8 ottobre 2017).

Il destino dei migranti salvati, oltretutto per mano della marina libica, sospettata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu di sequestri in mare, pestaggi e rapine, nonché di attività di sfruttamento lavorativo e violenze sessuali, è oggi noto. Eppure è ancora l’ignoto – l’estraneo, il corpo femminile, la pelle scura, le lingue straniere, le divinità proteiformi – a turbare il sonno degli uomini-bambini. È ora di svegliarsi.

* L’Avvocato Maurizio Veglio collabora con la Human Rights and Migration Low Klink

Sulla pelle dei migranti

La squallida campagna elettorale in corso alimenta e al tempo stesso si nutre di una narrazione ricca di odio contro i migranti e della mistificazione dei fatti. Nessuno racconta sul serio quello che accade in mare e in Libia

Una campagna elettorale tossica, quella in corso in Italia, che si sta combattendo a colpi di fake news e di speculazioni, anche in senso apertamente razzista, sulla pelle degli immigrati in Italia. Rimbalzano così da un canale di informazione all’altro, dati fatti percepire in modo enormemente amplificato all’opinione pubblica e quindi agli elettori, come la presenza in Italia di immigrati, o musulmani, oppure come il numero delle persone che avrebbero diritto ad uno status di protezione.

Dati che potrebbero fare la differenza nella composizione del futuro parlamento e nella nomina del nuovo governo, spesso dati assolutamente falsificanti, ma utili per chi vuole sfruttare l’allarme sicurezza e la paura che si diffonde nel corpo sociale.

Dal confronto politico e dalla cronaca nazionale sembra invece scomparso il tema dei soccorsi in mare nelle acque del Mediterraneo centrale. Alcuni giornali italiani tacciono sistematicamente. La Marina e la Guardia costiera hanno ridotto al minimo i loro comunicati.

Le minacce della Guardia costiera “libica” non si contano più. La Guardia costiera “libica” ha potuto bloccare in alto mare centinaia di migranti in fuga dagli orrori dei lager libici, per riconsegnarli a terra agli stessi carcerieri dai quali erano fuggiti. 

Come nel caso di tanti nigeriani bloccati in mare e riportati in centri nei quali possono essere venduti o costretti a fuggire per finire di nuovo nelle mani di altre milizie che li tortureranno per estorcere loro danaro.

Si tratta di un ennesimo caso di intercettazione in alto mare, questo il termine esatto. La Marina italiana e la Guardia costiera italiana evidentemente non presidiano più una vasta zona di acque internazionali a nord della costa libica. dopo gli accordi di collaborazione operativa stipulati con il Memorandum d’intesa del 2 febbraio 2017. Ma per Gentiloni, grazie a Minniti ed ai suoi accordi avremmo “acceso i riflettori sui diritti umani in Libia”. 

Dal primo febbraio di quest’anno, dopo la fine ingloriosa di Triton, dovrebbe essere partita l’operazione Themis di Frontex (adesso ridefinita Guardia Costiera e di frontiera europea), e sono presenti nelle acque del Mediterraneo centrale le navi dell’operazione europea EUNAVFOR MED, ma i loro assetti, salvo qualche lodevole eccezione di soccorso, risultano praticamente invisibili.   

Si muore anche per abbandono o ritardo nei soccorsi.

Intanto i  veri trafficanti rimangono a terra e magari sono anche collusi, con  parte della cd. Guardia costiera libica e con le milizie armate che l’Unione Europea, e l’Italia, stanno foraggiando per impedire che i migranti riescano ad allontanarsi dalle coste libiche.

Ed adesso la frontiera da difendere per impedire il passaggio dei migranti si è spostata in Niger.

Lasciando ai libici la possibilità di raggiungere le acque internazionali, pure in assenza di una vera zona SAR (zona di soccorso) libica riconosciuta a livello internazionale dall’IMO (Organizzazione marittima internazionale, si realizzano di fatto dei veri e propri respingimenti collettivi.

Si assiste così ad un vero e proprio aggiramento del divieto di trattamenti inumani.Nessuno osa ricordare le gravissime responsabilità dell’Unione Europea, accertate dalla condanna del Tribunale permanente dei Popoli, anche molte ONG sono state ridotte al silenzio o si sono dileguate.

Dopo che lo scorso anno una parte dei servizi segreti è stata utilizzata a fini politici per gettare discredito sulle navi umanitarie presenti delle ONG e fare partire indagini come quelle che hanno portato al sequestro della nave Juventa della ONG tedesca Jugend Rettet, si continuano a diffondere dati falsi su collusioni tra operatori umanitari e trafficanti.

Questi attacchi provengono da una destra che non ha mai rinnegato i suoi rapporti con il fascismo e che oggi cerca di accreditarsi come paladina dell’identità italiana e del benessere della popolazione autoctona, dimenticando che il contributo apportato dagli stranieri anche in termini economici è complessivamente superiore al costo derivante dalla loro presenza in Italia, incluso il costo enorme di un sistema di accoglienza che ancora è tutto da bonificare, ma che non si può chiudere in qualche mese con una rapida espulsione delle persone che ospita.

Un tentativo di strumentalizzazione della paura e del livore sociale da respingere con tutta la forza possibile, come sono da respingere la legittimazione degli accordi per bloccare e incarcerare chi legittimamente cerca una possibilità di emigrare o per i rimpatri forzati verso i paesi di origine.

E’ tempo che la politica si confronti sulle possibili soluzioni che l’Italia, anche da sola in un contesto europeo sempre più blindato, come la legalizzazione di quanti sono arrivati dalla Libia per effetto di violenze subite in quel paese o per persone che ormai sono saldamente radicate nel nostro territorio e rivendicano gli stessi diritti degli italiani.

Nel medio periodo occorre pensare ad una valorizzazione della protezione umanitaria, ed all’apertura di consistenti canali legali di ingresso per lavoro.

Nessuno si illuda comunque che ci siano soluzioni miracolistiche per il cosiddetto problema immigrazione, senza affrontare i grandi temi della giustizia sociale e di una redistribuzione più equa della ricchezza e dei carichi fiscali e contributivi, per tutti, italiani e stranieri. 

Va superato l’attuale Regolamento Dublino che inchioda i richiedenti asilo nel paese europeo di primo ingresso. Garantire possibilità di transito verso altri paesi europei.

Il malessere sociale, la crisi economica non si possono nascondere dietro la guerra ai poveri, agli ultimi arrivati, alle minoranze.
Dietro la logica del nemico interno da allontanare a ogni costo, o da abbattere, si cela soltanto lo stato di polizia. 

Lanciamo proposte di convivenza nel rispetto della legalità. Al di fuori di questo orizzonte non rimane che un ulteriore inasprimento dello scontro sociale e un clima di guerra che, dalle frontiere esterne, e ne abbiamo già tante in divenire, potrebbe presto trasferirsi alle frontiere interne che stanno frammentando anche il nostro territorio. E a quel punto nessuno, proprio nessuno, potrà sentirsi davvero al sicuro.

(Estratto da un articolo di Fulvio Vassallo)

La paralisi bianca e l’uomo nero

Bologna stazione, ore 15. Visione caleidoscopica di un Paese in tilt.

Freccerosse in ritardo di tre, quattrocento minuti. Tabelloni elettronici assurdi, che mostrano i treni delle 10 del mattino ma non quelli in arrivo imminente. Annunci sonori automatici resi incomprensibili dal frastuono del pubblico posseduto da un frenetico andirivieni. Nessuna voce autorevole che spieghi cosa accade e indirizzi i passeggeri. Scale mobili prese d’assalto. Fiumane che salgono e scendono negli inferi dell’alta velocità. Impossibile sedersi, alcune donne anziane piangono. Fuori fa freddo, e la sala d’aspetto è strapiena. E meno male che c’è, oggi che in Italia si paga anche per la pipì.

La stazione di Bologna è un purgatorio dove regna un sottomesso silenzio. Nessuno impreca. Comunicazione interpersonale zero. Tutti sono chini sugli smartphone, ciascuno per conto suo, separatamente in cerca di vie d’uscita alternative.

E intanto, nei corridoi sotterranei, ecco la visione surreale di cinque uomini in mimetica che, anziché soccorrere i naufraghi delle “frecce”, attorniano armati uno straniero di pelle scura che cerca nella giacca documenti che verosimilmente non ha. Passano dei ragazzi con zaini, deridono il “clandestino”, e la forza pubblica non reagisce.
Mai mi è apparsa più chiara la funzione del capro espiatorio. In assenza di soluzioni, serve a sfogare sull’alieno la rabbia della gente.

Vent’anni fa sarebbe stata la rivoluzione. Oggi niente. Perché?

Come mai questo Paese taglieggiato dalle camorre, desertificato dalla grande distribuzione, saccheggiato dalle banche, bastonato dalle tasse, espropriato degli spazi pubblici e delle certezze sindacali, come mai questa Italia derubata del futuro, che va in crisi per una nevicata, che si lascia togliere persino la libertà democratica delle preferenze elettorali, che vede i suoi figli sedati fin da piccoli dalle playstation e poi costretti, da grandi, a emigrare per sfamarsi, magari facendo i camerieri con una laurea in tasca, come mai un Paese simile, anziché fare la rivoluzione, diventa razzista?

La risposta è di un’ovvietà elementare.
Esiste un legame strettissimo tra la nullità di una classe dirigente e il rialzarsi della tensione etnica. Quando i reggitori non sanno dare risposte alla gente, le offrono nemici.
Funziona sempre, perché l’uomo nero da detestare abita in ciascuno di noi. I media lo sanno, e ci campano. I social figurarsi. Accusare il “forestiero” impedisce di pensare ai nemici interni e assolve la comunità “autoctona” dall’obbligo morale di interrogarsi sui propri errori. È così da secoli. La dissoluzione della Jugoslavia insegna. Dopo aver saccheggiato il paese, la dirigenza post-comunista, per non pagare il conto, ha scagliato serbi contro croati e quel che segue. Ammazzatevi tra voi, pezzi di imbecilli.

Che c’entra la Jugoslavia? C’entra eccome. È stata il primo segno di una malattia che oggi sta contagiando l’Unione europea e si chiama balcanizzazione. Che significa: trasferimento sul piano etnico di una tensione politica e sociale che altrimenti spazzerebbe via i responsabili della crisi, i ladri e i loro cortigiani.
Lo sta facendo Erdogan, evocando nemici a destra e a manca. Lo ha fatto Trump per spuntarla alle elezioni. Lo ha fatto Theresa May che ora non sa come gestire il risultato – Brexit – di un voto da cui non pensava di uscire vittoriosa. Lo fanno i Catalani chiedendo di sessore asepararsi da Madrid. Gli vanno dietro i populisti austriaci pianificando reticolati al Brennero. Per non parlare dei belgi di lingua olandese e francese che si guardano a muso duro sotto le vetrate del palazzo dell’Ue a Bruxelles. Impotenza, mascherata di patriottismo.

Viviamo un momento drammaticamente complesso segnato dal tema immigrazione. Ne siamo sommersi e non sappiamo come gestirla. Non lo sanno nemmeno quelli che l’hanno messa in moto per avere lavoratori a basso costo.
Volevano manodopera, e invece gli hanno mandato degli uomini. Non era previsto. Uomini che fanno figli e cercano la felicità.
E allora ecco la pensata: trasformare l’immigrato in parafulmine, per farla franca. Farne un tema elettorale, semplificare la complessità, depistare la tensione su altri obiettivi, speculare sul naturale spaesamento e le nostalgie identitarie dei più deboli in una società globale che emargina ed esclude.

Chi fomenta odio razziale, con o senza il rosario, non si limita a evocare tragici fantasmi di ieri, ma è anche complice dei ladri che costringono i nostri figli a emigrare. Li copre. Con la pressione etnica aiuta i caporali ad abbassare il costo del lavoro e l’economia illegale a campare di schiavi nei campi di pomodori.
È così ovvio, benedetto Iddio. Ma allora perché i cosiddetti democratici, salvo poche eccezioni, non ne parlano? Per paura dei sondaggi? Per non andare contro il senso comune di una minoranza urlante?

Un giorno, presto o tardi, vi sarà imputato di avere taciuto. Perché anche dalla vostra pusillanimità discende l’osceno silenzio che nei treni e sugli autobus avvolge e lascia impunito chi, in questa vigilia elettorale, tuona contro l’uomo nero.

È questo silenzio che ferisce e offende, più ancora del razzismo. Eppure sarebbe così facile svelare il trucco; dire che, un secolo fa, dicevano di noi italiani in America le stesse cose che oggi noi diciamo dei forestieri in Italia. E cioè che fanno troppi figli, rubano il lavoro alla gente, portano criminalità e malattie. Per mio nonno è stato così, a otto anni ha attraversato l’oceano da solo, per fame. Minore non accompagnato. Varrebbe la pena ricordarlo. Anche perché sono le stesse cose che, forse, altri Paesi diranno, domani, dei nostri figli.

Paolo Rumiz
da “La Repubblica” 27-2-018

Qualcuno, prima o poi, ce ne chiederà conto

La-rabbiaUn’altra tragedia annunciata a poche ore dall’avvio del nuovo programma dell’agenzia Frontex, Themis, che riduce ancora di più l’azione di salvataggio delle forze europee, rendendo sempre più difficile soccorrere le persone e portarle in Italia, vanificando, di fatto, la speranza di raggiungere un paese sicuro nel quale chiedere protezione e aumentando invece il numero di coloro che, intercettati dalla Guardia Costiera Libica, saranno rispediti nel paese da cui cercavano di fuggire.

Nel mese di gennaio in Italia (dati del ministero dell’Interno) sono arrivate circa 4.000 persone via mare, la maggior parte dalla Libia. Sono meno di quelle arrivate nel 2016 (5.182) e nel 2017 (4.247). Nello stesso mese di gennaio la guardia costiera libica (dati pubblicati sul loro sito) ha riportato indietro circa 1.500 persone. Il dato spiega perché c’è stata questa diminuzione degli arrivi di cui Minniti, il nostro governo, e l’Europa vanno molto fieri.

Quelle 1.500 persone sono state caricate su motovedette pagate dall’Italia con le risorse destinate alla cooperazione internazionale. Sono state rinchiuse negli stessi centri dai quali erano scappate, lager in cui si muore, si subiscono violenze di ogni tipo, si viene ricattati. Detenzione di massa, arbitraria e a tempo indeterminato di cui parla anche il recente rapporto di Amnesty International.

Molti di coloro che vengono riportati nell’inferno libico torneranno a esser schiavi: le ragazze e i ragazzi dell’africa subsahariana che riescono a raggiungere il nostro Paese hanno iniziato a raccontare quel che gli europei hanno visto in tv. Parlano di schiavitù, ricordano come i libici li acquistassero all’asta per portarli a lavorare nelle loro terre. E tantissimi sono minorenni.

E nonostante tutto ciò, il nostro governo non ha alcun pudore nel vantarsi per la diminuzione degli arrivi. Come non l’ha avuto esattamente un anno fa, quando ha siglato l’accordo con il governo, provvisorio e non riconosciuto dalla maggioranza dei libici, di Al Serraj.

Nessuna vergogna per la recente decisione di inviare truppe in Niger, a sorvegliare la frontiera con la Libia e impedire ai migranti di attraversarla.
Nessuna vergogna per l’espulsione arbitraria di cittadini sudanesi in base all’accordo firmato dal capo della polizia italiana con il suo omologo sudanese, per riportare «a casa» i rifugiati del Darfur, mettendoli nelle mani di un dittatore sul quale pendono due mandati di cattura internazionali per crimini contro l’umanità.
Tutte azioni per le quali c’è poco da andar fieri, ma che hanno fatto di Minniti il ministro più popolare del Governo Gentiloni, il suo fiore all’occhiello.

La campagna razzista di diffamazione contro le persone di origine straniera e le organizzazioni che ne promuovono i diritti, è uno degli strumenti, forse il principale, usato per raccogliere consenso in Italia e oramai in tutta Europa.

C’è un razzismo esplicito, quello delle frasi che cominciano con «io non sono razzista ma…», che ricorre ad affermazioni false, ma ormai sedimentate: l’invasione, i clandestini, il pericolo per la sicurezza, l’incompatibilità culturale («non sono integrabili»).
E poi c’è un «razzismo democratico», politicamente corretto (o aspirante tale), che si pone l’obiettivo di sottrarre spazio ed elettori alle destre, con risultati di indubbio insuccesso.

A quest’ultima categoria appartiene la dottrina Minniti, rappresentante di quella corrente della famiglia socialista europea che ha deciso di intraprendere questa strada oramai tanti anni fa con l’inglese Blair e con il nostrano Veltroni (chi si ricorda dell’omicidio Reggiani e delle scintille securitarie dell’allora sindaco di Roma?).

Le scelte del nostro «ministro dell’insicurezza percepita», in quest’ultimo anno, puntano su due assi principali: non fare arrivare sulle nostre coste le persone in cerca di protezione (si chiama esternalizzazione delle frontiere) e criminalizzare i rifugiati (con la legge Orlando Minniti) e coloro che cercano di tutelarne i diritti (le Ong, con il Codice Minniti).

Intanto il Mediterraneo continua a ingoiare vite umane. Nel mese di gennaio si registrano, senza contare i 90 dispersi di ieri, 250 morti, rispetto ai 90 del gennaio 2016 e ai 225 del gennaio 2017. Una strage che ha mandanti facilmente individuabili.
La responsabilità è nostra, dell’Italia e dell’Europa.

Qualcuno, prima o poi – speriamo molto presto – ce ne chiederà conto davanti ad un tribunale nazionale o internazionale.  Con o senza campagna elettorale.

Filippo Miraglia  (vicepresidente dell’Arci, candidato con Leu)

Il Manifesto 03.02.2018

Abbiamo marciato sulla neve

MentoneDopo l’intensificarsi dei respingimenti a Ventimiglia, da alcuni mesi la Val di Susa è diventata una delle zone di pressione dei migranti che vogliono raggiungere la Francia.

Per questo il confine è sempre più militarizzato e per questo, in modo spontaneo, gruppi di persone del movimento No Tav e cittadini francesi del Brianzonese si sono messi insieme per dare soccorso a chi rischia la vita attraversando la frontiera.

È la rete di solidarietà Briser Le Frontières che domenica ha fatto ricorso (come dimostrano le foto di Luca Perino, molte altre sono nella sua pagina facebook) a uno strumento tradizionale e un po’ abusato, il corteo, in modo diverso …

È stata una splendida giornata di libertà

Mani-Val-Susa

Centinaia di persone hanno partecipato domenica 14 gennaio alla marcia per la libera circolazione delle persone, partita da Claviere – comune situato nell’Alta Val di Susa – e giunta nella cittadina francese di Montgenèvre. I manifestanti, spiega Globalproject.info, hanno aggirato il blocco della polizia e sono riusciti a superare la frontiera proseguendo sulla pista da sci.

Scrivono i No Tav: “Ripensando alla giornata di domenica, ci rendiamo conto che la frontiera del Monginevro sembrava un posto lontano e difficile da raggiungere per fare una grande manifestazione, ma ogni distanza è stata abbattuta dalla forza della solidarietà ribelle giunta dalla Valle, da Torino e anche da molto più lontano.

Hanno marciato sulla neve del colle centinaia e centinaia di persone, giunte fin qui per ribadire un messaggio ben preciso: libertà di circolazione per tutte e tutti!

Queste frontiere uccidono e tentano di spezzare il futuro di chi è obbligato ad abbandonare la propria terra.
Noi non resteremo a guardare, le cose da fare rimangono tante e siamo solo all’inizio, ma siamo e saremo sempre di più a gridare Briser les Frontières!. “Abbattere le frontiere, un obiettivo comune tra chi lotta contro coloro che devastano la natura per movimentare merce e turisti sui terreni ad alta velocità, mentre chiudono tutti gli spazi a coloro che non gli rendono il giusto profitto, preparando il terreno di quello che rischiano di far diventare l’ennesimo cimitero a cielo aperto. L’ indifferenza è complicità!”

Intanto, lunedì mattina un migrante è stato trovato semi carbonizzato sul tetto del locomotore di un treno francese all’arrivo in stazione a Mentone (Francia), dopo aver fatto sosta anche a Ventimiglia Dall’inizio del 2017 ad oggi questo è il quinto caso di migranti che muoiono così nel tentativo di superare il confine francese a Ventimiglia.


I migranti spesso sono rappresentati come persone bisognose da assistere, aiutare, proteggere, schiacciati spesso in una rappresentazione vittimizzante e paternalista… queste foto dimostrano, invece, quello che noi vediamo ogni giorno: il coraggio, la forza, la potenza di chi parte, perché l’unico vero pericolo è tornare indietro.

Migranti-sui-monti

 

Pace all’anima loro

NaufraghiOgni giorno si contano le vittime.

  • 23 morti
  • 5 morti
  • 26 morti

Nei primi 10 mesi dell’anno le vittime sono state 2.837 (dal 2014 sono oltre 15.000 i migranti che hanno perso la vita in mare). a fronte di 111.552 giunti nei porti italiani.

Mentre il ministro degli interni Minniti vantava i risultati della sua politica in tema di blocco degli   sbarchi: “Gli arrivi in Italia sono diminuiti del 30%“, il numero crescente di sbarchi e le tragedie in mare smentiscono il ministero degli interni.

Sono finiti i soldi?

Sono stati 2mila i migranti soccorsi nel Mediterraneo tra lunedì e venerdì:

  • Mercoledì – 1 Nov – la nave Aquarius arriva in porto con 588 naufraghi salvati
  • Nel porto di Crotone ieri mattina – 4 Nov – sono sbarcati 378 migranti per lo più eritrei
  • Reggio Calabria domenica 5 – ce l’hanno fatta  a salvarsi in 765, tra i quali 112 minori (63 non accompagnati).
  • Ieri lunedì – 6 Nov – sono sbarcati nel porto di Taranto 324 migranti dalla fregata tedesca Mecklenburg.
  • Stamattina a Salerno ne sono attesi 400.

Il Governo italiano ha sostenuto le intese con i governi dell’area sub-sahariana senza porsi molti problemi, nel tentativo di bloccare i flussi migratori, in particolare ha operato per la chiusura della rotta dalla Libia, nella convinzione che sia necessaria per porre un freno all’avanzata della demagogia populista e xenofoba.

Una accelerazione che le forze di centro sinistra che sostengono il governo hanno accettato tacendo sulle pericolose derive che tali politiche di stampo meramente securitarie avrebbero creato.

Sotto gli occhi del mondo intero si palesano le sciagurate conseguenze delle condizioni brutali dei lager libici a cui vengono affidati migliaia di uomini, donne e bambini.

Il silenzio non è più tollerabile, occorre ribaltare queste politiche, scuotere l’empatia dominante la pubblica opinione,

La manifestazione del 16 dicembre a Roma si propone tra l’altro:
  • L’abolizione delle leggi repressive (Bossi-Fini, Minniti – Orlando e Dublino III)
  • Contro i lager e gli accordi di deportazione;
  • Per un’accoglienza un lavoro dignitosi per tutti e tutte;
  • Contro qualsiasi forma di ghettizzazione;
  • Per la solidarietà, l’antirazzismo e la giustizia sociale;
  • Per la regolarizzazione dei migranti presenti in Italia.

Il naufragio libico dell’informazione

GaleraLe acque libiche tornano a essere vietate ma sulle stragi è calato il silenzio. Le conseguenze più che prevedibili dell’accordo del governo italiano con la guardia costiera libica, la gente che annega come gli speronamenti, non sono più una notizia rilevante.

Gli accordi di Minniti con la Guardia Costiera libica funzionano davvero bene. Appena una ONG riesce ad effettuare una vera azione di soccorso, succede che le acque libiche ritornano ad essere vietate, in violazione del diritto internazionale del mare. Una violazione di cui l’Italia si sta rendendo complice e garante. Sono queste le violazioni che andrebbero denunciate in Procura...direttamente alla Procura di Roma per ragioni di competenza. Come andrebbero denunciate le violazioni dei diritti umani in Libia perpetrate da milizie colluse con i trafficanti e retribuite  anche con fondi europei.

Ormai si può davvero parlare, ed a ragione, di “black out dei corpi istituzionali su migranti e Libia”.

Anche la Federazione nazionale della stampa lamenta la censura imposta dal governo e dalle più alte cariche militari italiane su quanto sta accadendo in Libia e nelle acque del Mediterraneo  centrale.

Malgrado le proteste in Tunisia, la stampa italiana nasconde le responsabilità della tragedia avvenuta una settimana, fa a 50 chilometri dalle coste di Kerkennah, attribuendo ogni colpa al solito presunto scafista. Neppure una parola sulla dichiarazione del Capo del governo tunisino che ha definito il naufragio “una tragedia nazionale”. Non è arrivata sui mezzi di informazione italiani neanche la rabbia dei parenti. Rimane il fatto che la tragedia è avvenuta tra il 9 ed il 10 ottobre all’inizio di un periodo di manovre militari congiunte tra Italia e Tunisia. E ancora ieri domenica 15 ottobre altri dieci corpi di migranti annegati a seguito dello speronamento sono stati ritrovati in alto mare.

Lo stesso clima di censura si vive attorno alla strage dell’11 ottobre 2013, malgrado in questo caso, di fronte alle prove evidenti di responsabilità dei vertici della marina italiana e della Guardia costiera qualcosa sia filtrato nell’insofferenza generale (e dei generali). Per alcuni vertici della Marina si tratterebbe soltanto una campagna di stampa. E per qualche magistrato di una faccenda scomoda da archiviare o da mandare in prescrizione. Se ancora se ne parla lo dobbiamo solo a un giornalista coraggioso e ad una società civile che non si arrende, oltre alla perseveranza dei parenti delle vittime. Gli unici forse che credono ancora nella giustizia. Il  parziale ”mea culpa” della ministro Pinotti non basta di certo a ristabilire la giustizia.

Nessuno può pensare di autoassolversi per quella che è stata strage e che appare ogni giorno di più come conseguenza di accordi volti più a difendere le frontiere marine che a salvare la vita delle persone in pericolo. Una strage che macchierà per sempre l’Italia, che alterna fasi di soccorso in mare davvero ammirevole, a periodi, come quello attuale, in cui la sicurezza e la difesa dei confini prevalgono sulle ragioni dei richiedenti protezione e sulla tutela delle loro vite. Nessuno può ignorare che in Libia non ci sono casi isolati di violenze, si tratta di abusi quotidiani generalizzati.

Solo adesso si scopre, e lo affermano le Nazioni Unite, che le ONG non sono un fattore di attrazione per le partenze dei migranti. Smentite le tesi diffamatorie fatte circolare da Frontex e dal governo italiano. Per uscire da questa stagione nera dell’abbandono in mare occorre una completa riabilitazione di tutte le ONG che hanno operato soccorso in mare sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana, ed una immediata sospensione dei rapporti di collaborazione con la guardia costiera e con le milizie libiche che non garantiscono il rispetto della vita e dei diritti fondamentali dei migranti. Una scelta che l’Italia ha fatto approvare in Europa.  E l’Italia sta già organizzando altri corsi di formazione per la Guardia costiera libica, questa volta addirittura in Tunisia.

Non rimane che raccogliere prove e conservare memoria. Contro la cancrena della disinformazione che prepara ad una stagione di guerra e di repressione, sia sul piano interno che su quello internazionale. Mentre gli HOTSPOT sono stati trasformati in nuovi centri di detenzione, come a Lampedusa, per preparare rimpatri sommari, senza alcuna possibilità di difesa.

Fulvio Vassallo Paleologo
ottobre 17, 2017

da: Adif Associazione Diritti e Frontiere

Appello – Contro ogni forma di razzismo

Con-razzismoSabato 21 ottobre, corteo a Roma: piazza della Repubblica ore 15

In un momento difficile della storia del paese e del pianeta intero, dobbiamo decidere fra due modelli di società. Quello includente, con le sue contraddizioni, e quello che si chiude dentro ai privilegi di pochi.

Sembriamo condannati a vivere in una società basata su una solitudine incattivita e rancorosa, in cui prendersela con chi vive nelle nostre stesse condizioni, se non peggiori, prevale sulla necessità di opporsi a chi di tale infelicità è causa. Una società che pretende di spazzare via i soggetti più fragili a partire da chi ha la «colpa» di provenire da un altro paese, rievocando un nazionalismo regressivo ed erigendo muri culturali, normativi e materiali.

Una società in cui il prevalere di un patriarcato violento e criminale è l’emblema evidente di un modello tradizionale che sottopone le donne alla tutela maschile e ne nega la libertà. Disagio e senso d’insicurezza diffuso sono strumentalizzati dalla politica, dai media e da chi ha responsabilità di governo. Si fomentano odi e divisioni per non affrontare le cause reali di tale dramma: la riduzione di diritti, precarietà delle condizioni di vita, mancanza di lavoro e servizi.

Eppure sperimentiamo quotidianamente, nei nostri luoghi di vita sociale, solidarietà e convivenza, intrecciando relazioni di eguaglianza, parità, reciproca contaminazione, partendo dal fatto che i diritti riguardano tutte e tutti e non solo alcuni.

Scegliamo l’incontro e il confronto nella diversità, riconoscendo pari dignità a condizione che non siano compromessi i diritti e il rispetto di ogni uomo o donna. Vogliamo attraversare insieme le strade di Roma il 21 ottobre e renderci visibili con una marea di uomini, donne e bambini che chiedono eguaglianza, giustizia sociale e che rifiutano ogni forma di discriminazione e razzismo.

Migranti, richiedenti asilo e rifugiati che rivendicano il diritto a vivere con dignità insieme a uomini e donne stanchi di pagare le scelte sbagliate di governi che erodono ogni giorno diritti e conquiste sociali, rendendoci poveri, insicuri e precari.

Associazioni, movimenti, forze politiche e sociali, che costruiscono ogni giorno dal basso percorsi di accoglienza e inclusione e che praticano solidarietà insieme a migranti e richiedenti asilo, convinti che muri e confini di ogni tipo siano la negazione del futuro per tutti.

Ong che praticano il soccorso in mare e la solidarietà internazionale. Persone nate o cresciute in Italia, che esigono l’approvazione definitiva della riforma sulla cittadinanza. Giornalisti che tentano di fare con onestà il proprio mestiere, raccontando la complessità delle migrazioni e prestando attenzione anche alle tante esperienze positive di accoglienza.

Costruttori di pace mediante la nonviolenza, il dialogo, la difesa civile, l’affermazione dei diritti umani inderogabili in ogni angolo del pianeta e che credono nella libertà di movimento.

Vogliamo ridurre le diseguaglianze rivendicando, insieme ai migranti e ai rifugiati, politiche fiscali, sociali e abitative diverse che garantiscano per tutte e tutti i bisogni primari. Il superamento delle disuguaglianze parte dal riconoscimento dei diritti universali, a partire dal lavoro, a cui va restituito valore e dignità, perché sia condizione primaria di emancipazione e libertà. Chiediamo la cancellazione della Bossi-Fini che ha fatto crescere irregolarità, lavoro nero e sommerso, sfruttamento e dumping socio-lavorativo. Denunciamo l’uso strumentale della cooperazione e le politiche di esternalizzazione delle frontiere e del diritto d’asilo.

Gli accordi, quasi sempre illegittimi, con paesi retti da dittature o attraversati da conflitti; le conseguenze nefaste delle leggi approvate dal parlamento su immigrazione e sicurezza urbana che restringono i diritti di migranti e autoctoni (decreti Minniti Orlando) di cui chiediamo l’abrogazione; le violazioni commesse nei centri di detenzione in Italia come nei paesi a sud del Mediterraneo finanziati dall’Ue. Veri e propri lager, dove i migranti ammassati sono oggetto di ogni violenza. Esigiamo che delegazioni del parlamento europeo e di quelli nazionali si attivino per visitarli senza alcun vincolo o limitazione.

Chiediamo canali di ingresso sicuri e regolari in Europa per chi fugge da guerre, persecuzioni, povertà, disastri ambientali. Occorrono politiche di accoglienza diffusa che vedano al centro la dignità di chi è accolto e la cura delle comunità che accolgono. Politiche locali che antepongano l’inclusione alle operazioni di polizia urbana. E occorre un sistema di asilo europeo che non imprigioni chi fugge nel primo paese di arrivo.

Il 21 ottobre uniamo le voci di tutte le donne e gli uomini che guardano dalla parte giusta, cercano pace e giustizia sociale, sono disponibili a lottare contro ogni forma di discriminazione e razzismo.

« Older Entries