Category Archives: Migranti

Il naufragio libico dell’informazione

Galera

GaleraLe acque libiche tornano a essere vietate ma sulle stragi è calato il silenzio. Le conseguenze più che prevedibili dell’accordo del governo italiano con la guardia costiera libica, la gente che annega come gli speronamenti, non sono più una notizia rilevante.

Gli accordi di Minniti con la Guardia Costiera libica funzionano davvero bene. Appena una ONG riesce ad effettuare una vera azione di soccorso, succede che le acque libiche ritornano ad essere vietate, in violazione del diritto internazionale del mare. Una violazione di cui l’Italia si sta rendendo complice e garante. Sono queste le violazioni che andrebbero denunciate in Procura...direttamente alla Procura di Roma per ragioni di competenza. Come andrebbero denunciate le violazioni dei diritti umani in Libia perpetrate da milizie colluse con i trafficanti e retribuite  anche con fondi europei.

Ormai si può davvero parlare, ed a ragione, di “black out dei corpi istituzionali su migranti e Libia”.

Anche la Federazione nazionale della stampa lamenta la censura imposta dal governo e dalle più alte cariche militari italiane su quanto sta accadendo in Libia e nelle acque del Mediterraneo  centrale.

Malgrado le proteste in Tunisia, la stampa italiana nasconde le responsabilità della tragedia avvenuta una settimana, fa a 50 chilometri dalle coste di Kerkennah, attribuendo ogni colpa al solito presunto scafista. Neppure una parola sulla dichiarazione del Capo del governo tunisino che ha definito il naufragio “una tragedia nazionale”. Non è arrivata sui mezzi di informazione italiani neanche la rabbia dei parenti. Rimane il fatto che la tragedia è avvenuta tra il 9 ed il 10 ottobre all’inizio di un periodo di manovre militari congiunte tra Italia e Tunisia. E ancora ieri domenica 15 ottobre altri dieci corpi di migranti annegati a seguito dello speronamento sono stati ritrovati in alto mare.

Lo stesso clima di censura si vive attorno alla strage dell’11 ottobre 2013, malgrado in questo caso, di fronte alle prove evidenti di responsabilità dei vertici della marina italiana e della Guardia costiera qualcosa sia filtrato nell’insofferenza generale (e dei generali). Per alcuni vertici della Marina si tratterebbe soltanto una campagna di stampa. E per qualche magistrato di una faccenda scomoda da archiviare o da mandare in prescrizione. Se ancora se ne parla lo dobbiamo solo a un giornalista coraggioso e ad una società civile che non si arrende, oltre alla perseveranza dei parenti delle vittime. Gli unici forse che credono ancora nella giustizia. Il  parziale ”mea culpa” della ministro Pinotti non basta di certo a ristabilire la giustizia.

Nessuno può pensare di autoassolversi per quella che è stata strage e che appare ogni giorno di più come conseguenza di accordi volti più a difendere le frontiere marine che a salvare la vita delle persone in pericolo. Una strage che macchierà per sempre l’Italia, che alterna fasi di soccorso in mare davvero ammirevole, a periodi, come quello attuale, in cui la sicurezza e la difesa dei confini prevalgono sulle ragioni dei richiedenti protezione e sulla tutela delle loro vite. Nessuno può ignorare che in Libia non ci sono casi isolati di violenze, si tratta di abusi quotidiani generalizzati.

Solo adesso si scopre, e lo affermano le Nazioni Unite, che le ONG non sono un fattore di attrazione per le partenze dei migranti. Smentite le tesi diffamatorie fatte circolare da Frontex e dal governo italiano. Per uscire da questa stagione nera dell’abbandono in mare occorre una completa riabilitazione di tutte le ONG che hanno operato soccorso in mare sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana, ed una immediata sospensione dei rapporti di collaborazione con la guardia costiera e con le milizie libiche che non garantiscono il rispetto della vita e dei diritti fondamentali dei migranti. Una scelta che l’Italia ha fatto approvare in Europa.  E l’Italia sta già organizzando altri corsi di formazione per la Guardia costiera libica, questa volta addirittura in Tunisia.

Non rimane che raccogliere prove e conservare memoria. Contro la cancrena della disinformazione che prepara ad una stagione di guerra e di repressione, sia sul piano interno che su quello internazionale. Mentre gli HOTSPOT sono stati trasformati in nuovi centri di detenzione, come a Lampedusa, per preparare rimpatri sommari, senza alcuna possibilità di difesa.

Fulvio Vassallo Paleologo
ottobre 17, 2017

da: Adif Associazione Diritti e Frontiere

Appello – Contro ogni forma di razzismo

Con-razzismo
Con-razzismoSabato 21 ottobre, corteo a Roma: piazza della Repubblica ore 15

In un momento difficile della storia del paese e del pianeta intero, dobbiamo decidere fra due modelli di società. Quello includente, con le sue contraddizioni, e quello che si chiude dentro ai privilegi di pochi.

Sembriamo condannati a vivere in una società basata su una solitudine incattivita e rancorosa, in cui prendersela con chi vive nelle nostre stesse condizioni, se non peggiori, prevale sulla necessità di opporsi a chi di tale infelicità è causa. Una società che pretende di spazzare via i soggetti più fragili a partire da chi ha la «colpa» di provenire da un altro paese, rievocando un nazionalismo regressivo ed erigendo muri culturali, normativi e materiali.

Una società in cui il prevalere di un patriarcato violento e criminale è l’emblema evidente di un modello tradizionale che sottopone le donne alla tutela maschile e ne nega la libertà. Disagio e senso d’insicurezza diffuso sono strumentalizzati dalla politica, dai media e da chi ha responsabilità di governo. Si fomentano odi e divisioni per non affrontare le cause reali di tale dramma: la riduzione di diritti, precarietà delle condizioni di vita, mancanza di lavoro e servizi.

Eppure sperimentiamo quotidianamente, nei nostri luoghi di vita sociale, solidarietà e convivenza, intrecciando relazioni di eguaglianza, parità, reciproca contaminazione, partendo dal fatto che i diritti riguardano tutte e tutti e non solo alcuni.

Scegliamo l’incontro e il confronto nella diversità, riconoscendo pari dignità a condizione che non siano compromessi i diritti e il rispetto di ogni uomo o donna. Vogliamo attraversare insieme le strade di Roma il 21 ottobre e renderci visibili con una marea di uomini, donne e bambini che chiedono eguaglianza, giustizia sociale e che rifiutano ogni forma di discriminazione e razzismo.

Migranti, richiedenti asilo e rifugiati che rivendicano il diritto a vivere con dignità insieme a uomini e donne stanchi di pagare le scelte sbagliate di governi che erodono ogni giorno diritti e conquiste sociali, rendendoci poveri, insicuri e precari.

Associazioni, movimenti, forze politiche e sociali, che costruiscono ogni giorno dal basso percorsi di accoglienza e inclusione e che praticano solidarietà insieme a migranti e richiedenti asilo, convinti che muri e confini di ogni tipo siano la negazione del futuro per tutti.

Ong che praticano il soccorso in mare e la solidarietà internazionale. Persone nate o cresciute in Italia, che esigono l’approvazione definitiva della riforma sulla cittadinanza. Giornalisti che tentano di fare con onestà il proprio mestiere, raccontando la complessità delle migrazioni e prestando attenzione anche alle tante esperienze positive di accoglienza.

Costruttori di pace mediante la nonviolenza, il dialogo, la difesa civile, l’affermazione dei diritti umani inderogabili in ogni angolo del pianeta e che credono nella libertà di movimento.

Vogliamo ridurre le diseguaglianze rivendicando, insieme ai migranti e ai rifugiati, politiche fiscali, sociali e abitative diverse che garantiscano per tutte e tutti i bisogni primari. Il superamento delle disuguaglianze parte dal riconoscimento dei diritti universali, a partire dal lavoro, a cui va restituito valore e dignità, perché sia condizione primaria di emancipazione e libertà. Chiediamo la cancellazione della Bossi-Fini che ha fatto crescere irregolarità, lavoro nero e sommerso, sfruttamento e dumping socio-lavorativo. Denunciamo l’uso strumentale della cooperazione e le politiche di esternalizzazione delle frontiere e del diritto d’asilo.

Gli accordi, quasi sempre illegittimi, con paesi retti da dittature o attraversati da conflitti; le conseguenze nefaste delle leggi approvate dal parlamento su immigrazione e sicurezza urbana che restringono i diritti di migranti e autoctoni (decreti Minniti Orlando) di cui chiediamo l’abrogazione; le violazioni commesse nei centri di detenzione in Italia come nei paesi a sud del Mediterraneo finanziati dall’Ue. Veri e propri lager, dove i migranti ammassati sono oggetto di ogni violenza. Esigiamo che delegazioni del parlamento europeo e di quelli nazionali si attivino per visitarli senza alcun vincolo o limitazione.

Chiediamo canali di ingresso sicuri e regolari in Europa per chi fugge da guerre, persecuzioni, povertà, disastri ambientali. Occorrono politiche di accoglienza diffusa che vedano al centro la dignità di chi è accolto e la cura delle comunità che accolgono. Politiche locali che antepongano l’inclusione alle operazioni di polizia urbana. E occorre un sistema di asilo europeo che non imprigioni chi fugge nel primo paese di arrivo.

Il 21 ottobre uniamo le voci di tutte le donne e gli uomini che guardano dalla parte giusta, cercano pace e giustizia sociale, sono disponibili a lottare contro ogni forma di discriminazione e razzismo.

In Italia l’immigrazione è cambiata così

Immigrati-italia

Immigrati-italiaSpesso i numeri sono aridi e noiosi, ma quelli sull’immigrazione fanno sempre eccezione. Come dimostrano le ultime rilevazioni Istat sulla popolazione straniera in Italia nel 2016. Da cui emergono tre fondamentali novità che hanno lasciato molti a bocca aperta.

1) Aumenta il numero degli immigrati che ottengono la cittadinanza italiana. Sono stati 184.638 ben oltre il record di 174 mila del 2015. Per lo più albanesi (36.929) e marocchini (35.212). Ma c’è di più. Perché tra questi nuovi italiani è in ascesa la fetta di giovanissimi che hanno conquistato il nostro passaporto per trasmissione dai genitori (ius sanguinis) oppure, una volta diventati maggiorenni, come previsto dalla legge, ne hanno fatto richiesto: 76 mila contro i 66 mila del 2015. In conclusione, negli ultimi cinque anni oltre mezzo milione di immigrati è diventato italiano. Cifre che, come ha certificato un recente report Eurostat, non hanno eguali nel resto del Vecchio Continente.

2) Cala per la prima volta il numero degli immigrati extra-UE in Italia. Rispetto ai 3.931.133 del 2015, sono scesi a quota 3.714.137. Mancano all’appello soprattutto coloro che hanno lasciato lo status di straniero per ottenere la cittadinanza italiana e che non sono stati rimpiazzati da un numero equivalente di nuovi ingressi. Quantomeno di quelli regolari. Precisazione, quest’ultima, d’obbligo perché il documento Istat non fornisce stime aggiornate né su chi ha varcato illegalmente i confini italici né su chi vi risiede irregolarmente.

3) Diminuiscono del 5% i permessi di soggiorno rilasciati dal nostro paese. Attestandosi a quota 226.934. Ma soprattutto, questo il dato più clamoroso, crollano quelli per motivi di lavoro: -41% rispetto al 2015. Rappresentano ormai meno del 6% del totale. Mentre crescono, a una velocità siderale, quelli per motivi umanitari che hanno raggiunto il massimo storico, 77.927, il 34% del totale. Tra questi i principali beneficiari (45%) sono nigeriani, pachistani e gambiani. Non tutti restano. Molti dei richiedenti asilo usano, infatti, il nostro come un paese di transito. Tant’è che, ad esempio, il 53,4% di coloro che hanno messo piede in Italia nel 2012, ha già varcato le Alpi in cerca di fortuna e parenti.

Giuseppe Terranova

Il protagonismo dei migranti e i rischi di un’occasione persa.

Migranti-violenza

Migranti-violenzaUna discussione necessaria.

C’è bisogno di una grande manifestazione di migranti, perché in Italia i e le migranti sono sotto attacco. Lo sono da tempo e per anni hanno lottato attraversando i confini, scioperando contro lo sfruttamento, resistendo al razzismo istituzionale.
Oggi però questo attacco è diventato più intenso e mira a ridurre le donne e gli uomini migranti al silenzio. Dai rastrellamenti nelle città agli sgomberi delle occupazioni e delle piazze, dalle violenze a Ventimiglia agli accordi con la Libia per restringere il confine con il Mediterraneo, dalle misure del duo Orlando-Minniti per ostacolare le richieste d’asilo ai dinieghi a ciclo continuo sfornati dalle commissioni territoriali, dal lavoro gratuito all’apertura di nuovi centri di detenzione fino al tentativo di imporre un nuovo passo a un’infame politica delle espulsioni e delle deportazioni: l’obiettivo è quello di nascondere la presenza delle e dei migranti, governarla secondo le esigenze di un mercato del lavoro sempre più precario, per chiudere gli spazi di agibilità politica e protagonismo che essi hanno preteso, rivendicato e conquistato in questi anni.

E non sono sotto attacco soli i rifugiati e i richiedenti asilo, ma anche coloro che sono in Italia da decenni.
Questa condizione comune è dimostrata dalle secche parlamentari ed elettorali in cui è finita la legge sullo ius soli che, pur sottoposto alle condizioni della precarietà e povertà di reddito vigenti in Italia, comunque garantirebbe ad alcune centinaia di migliaia di figli e figlie di migranti un documento – la cittadinanza – per sfuggire al ricatto del permesso di soggiorno, a cui da una vita sono sottoposti i loro genitori.

Con l’attacco ai migranti, anche la loro speranza di uno scampolo di diritti sembra ormai abbandonata alla deriva del razzismo democratico.

Oggi più che mai c’è bisogno di scendere in piazza con i migranti, per prendere parola contro uno stato di cose che vuole condannarli al ricatto, al silenzio, alla paura. 

Da molti punti di vista la manifestazione convocata per il prossimo 21 ottobre rischia invece di essere un’occasione persa. Come se gli ultimi vent’anni fossero passati invano, viene proposta una piattaforma che si rivolge chiaramente alla buona coscienza in pelle bianca.

Di fronte all’evidente autonomia delle migrazioni, a un decennio di scioperi del lavoro migrante e di lotte potenti come quelle della logistica e nei campi, di fronte alla crisi della governance europea delle migrazioni viene riproposto il più classico schema antirazzista, ignorando il protagonismo che i e le migranti hanno messo in campo in questi anni.

Di fronte a un razzismo che si è fatto sistema ed è diventato sempre più istituzionale, il massimo che si può fare è davvero invocare la retorica antirazzista in nome di una presunta società accogliente?

Davvero basta ripetere che nessuna astratta persona è illegale?

Davvero, dopo 15 anni di “legge” Bossi-Fini, è possibile sostenere che legalità significhi per i migranti emancipazione e libertà?

Davvero l’evocazione di un’accoglienza diversa e “virtuosa” può scacciare la realtà dell’accoglienza istituzionale che nella forma delle regole di Dublino, della disciplina paternalistica dei centri di accoglienza, è il primo ostacolo alla libertà di movimento dei migranti?

Davvero alla pretesa di libertà dei migranti si può rispondere con un’accoglienza degna, quando l’accoglienza è sempre più una parentesi tra l’arrivo in Italia e il diniego delle Commissioni?

Di fronte alla realtà brutale dei campi di detenzione in Libia, dove le donne migranti vengono violentate quotidianamente da maschi che garantiscono l’inviolabilità del confine per conto del governo libico, dello Stato italiano e dell’Unione Europea, davvero il massimo che si può fare è chiedere il diritto di ispezione dei parlamentari europei, dimenticandosi persino di pretendere che quei campi vengano immediatamente chiusi?… 

 Continua a leggere:  https://coordinamentomigranti.org/2017/10/09/il-protagonismo-dei-migranti-e-i-rischi-di-unoccasione-persa-una-discussione-necessaria/

Coordinamento Migranti

Torture e morte delocalizzate

Detenzione-Libia

Detenzione-LibiaIn un’intervista pubblicata sul numero 37 di Left, Enrico Calamai sviluppa un’interessante e originale analogia fra il trattamento che Italia ed Europa stanno riservando ai migranti dopo gli accordi con la Libia (e quello precedente con la Turchia) e la strategia della “desaparicion” praticata dal regime militare argentino negli anni Settanta.

A quel tempo Calamai era un diplomatico in servizio nella nostra ambasciata a Buenos Aires e fu protagonista di una straordinaria azione di resistenza civile che permise a centinaia di italo-argentini di ottenere documenti validi per l’espatrio, nonostante la tiepidezza politica – chiamiamola così – dei nostri governi dell’epoca (Calamai ha raccontato la storia nel libro Niente asilo politico).

Calamai, intervistato da Donatella Coccoli, ricorda che al tempo del regime militare la sparizione degli oppositori era un metodo repressivo molto efficace, perché non comportava responsabilità evidenti delle forze governative, visto che le sparizioni erano attuate e gestite da invisibili gruppi paramilitari. Solo la straordinaria e intelligente protesta della “madres” di Plaza de Mayo – con le marce settimanali – avrebbe messo in difficoltà il regime e portato la vicenda all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale.

Che c’entra tutto questo con la vicenda attuale dei migranti? C’entra, dice Calamai, perché oggi i governi europei hanno delegato ad altri il compito di far sparire mediaticamente i migranti, che hanno smesso di affacciarsi sulla costa di Lampedusa (e quindi sugli schermi delle nostre tv all’ora del telegiornale) grazie all’intervento, a seconda dei casi, di eserciti statali, milizie private, polizie, guardie costiere di paesi terzi.

In Libia, come ormai è chiaro, stiamo pagando fior di milioni di euro a capi  villaggio, signori e signorotti della guerra, trafficanti di esseri umani per trattenere gli aspiranti all’emigrazione in centri di detenzione dove si pretenderebbe di chiudere persone innocenti ma “nel rispetto dei diritti umani”, secondo  la fasulla retorica corrente (e qui è consigliabile vedere il film L’ordine delle cose di Andrea Segre per capire di che cosa stiamo realmente parlando).

Siamo alla delocalizzazione della tortura. Questo lavoro sporco è lontano dai nostri occhi ma nessuno può fingere di non sapere.

[leggi anche Signor Minniti, questi si chiamano lager. VIDEO di Medu]

Oggi – dice Calamai – i governi creano le condizioni politiche ed economiche legali, commissive e omissive” affinché si arrivi all’eliminazione dei migranti dalla scena. Precisa Calamai: “Mi riferisco ai paesi che fanno parte della Nato e dell’Unione europea. Sono questi i protagonisti che hanno poi come manovalanza ed esecutori i governi poveri della sponda africana. Ma i protagonisti ‘intellettuali’, ripeto, di questa linea politica di morte, di massacro cercato e voluto, sono i governi europei e membri della Nato. Stiamo vivendo un periodo paragonabile a quello di fine anni Trenta, quando non esisteva ancora il termine genocidio, per cui si poteva fare qualcosa che non era un delitto, un reato internazionale”.

La chiusura delle porte ai migranti con la mano libera lasciata al governo turco, ai governi e alle milizie della Libia, per non parlare degli accordi stretti in altre zone calde nei luoghi di partenza, implicano necessariamente abusi, violenze e morte per migliaia e migliaia di persone, ma tutto avviene lontano da occhi indiscreti: dal Mediterraneo sono state allontanate anche le navi delle Ong e può succedere che un barcone vaghi alla deriva per sette giorni senza che nessuno faccia niente…

Ma tutti sappiamo. Come nella Germania degli anni Trenta l’istituzione di campi di detenzione per oppositori e indesiderati non fu un mistero, così tutti noi – governanti e cittadini – sappiamo bene che è stata presa la decisione di negare opportunità, speranze, diritti e spesso anche la vita a persone che altro non chiedono se non di avere un’opportunità di vita in Europa e nel Nord del mondo, lontano dalla miseria, dalla guerra, dalla desertificazione.

Il protagonista del film di Andrea Segre, quando incontra una ragazza in un centro di detenzione libico e ne coglie per intero l’umana disperazione, sembra concedersi la possibilità di seguire la via che la morale gli detta, ma poi decide di non farne niente. Rinunzia, con una semplice telefonata, a salvare la ragazza, e va a sedersi nella sua confortevole casa per una serena cena in famiglia, come se nulla fosse.

Quella scena è la metafora dell’Italia di oggi.

Lorenzo Guadagnucci*
* Giornalista e scrittore, fa parte del Comitato Verità e Giustizia per Genova.

L’Onu: «L’accordo Ue-Libia viola i diritti umani dei migranti»

carceri-Libia

carceri-Libia«Riportare le persone in centri di detenzione in cui vengono trattenute arbitrariamente e torturate è una chiara violazione del principio di non respingimento previsto dal diritto internazionale».
A bocciare senza appello la decisione dell’Europa di riconsegnare i migranti nelle mani dei libici è l’alto commissario Onu per i diritti umani Zeid Raad al Hussein che si è detto «disgustato dal cinismo europeo».

Dopo la denuncia di Medici Senza Frontiere sulle condizioni in cui sono costretti i migranti in Libia, nuove critiche alla politica messa in atto dall’Italia – e avallata dall’Ue – per fermare i flussi arrivano adesso anche dalla Nazioni unite. E svelano ancora una volta tutta l’ipocrisia con cui l’Europa da anni gestisce l’emergenza migranti, annunciando di combattere i trafficanti di uomini ma in realtà mettendo in atto solo politiche di contrasto a quanti fuggono da guerre e miseria. «L’Ue, e l’Italia in particolare, – denuncia al Hussein – sono impegnate a sostenere la Guardia costiera libica, una Guardia costiera che ha sparato a barche di Ong che provano a salvare migranti a rischio di annegare, con il risultato che adesso le Ong devono operare ancora più lontano».

Al Hussein punta il dito su un altro dei punti forti della politica voluta dal ministro degli Interni Marco Minniti e che oggi rischia di trasformarsi nel segno della schizofrenia con cui il governo gestisce l’emergenza migranti. Dopo aver costretto di fatto le Ong ad abbandonare l’opera di salvataggio dei migranti (è di pochi giorni fa l’annuncio della maltese Moas di aver sospeso i soccorsi proprio per non consegnare i migranti ai libici), adesso si pensa di coinvolgere le stesse Ong nella gestione dei campi profughi che verranno allestiti nel paese nordafricano.
A proporlo è il viceministro degli Esteri Mario Giro che due giorni fa ha incontrato una ventina di Ong alla Farnesina. «Non vogliamo abbandonare queste persone all’inferno», ha spiegato Giro riferendosi alle centinaia di uomini, donne e bambini richiuse ne centri di detenzione libici. «Senza aspettare che l’Unhcr o l’Oim siano realmente presenti, abbiamo già messo risorse a disposizione».
Sei milioni di euro sarebbero stati investiti nel progetto, più altri tre per un accordo con i sindaci del territorio libici. Nelle intenzioni della Farnesina le Ong sarebbero almeno una ventina, dalla stessa Msf a Terre des Hommes, all’Elis legata all’Opus Dei.

Apprezzamento per la proposta di Giro è stato espresso dal ministero della Difesa Roberta Pinotti, mentre da parte sua il ministro Minniti ha annunciato di voler incontrare le organizzazioni umanitarie la prossima settimana. «Sarebbe molto bello se ogni Ong italiana potesse adottarne una libica. La mia ambizione sarebbe quella di arrivare a costruire una rete di giovani libici impegnati per il rispetto dei diritti umani nel loro Paese», ha spiegato Minniti.

Dubbi all’operazione arrivano però dalle stesse Ong. In un’intervista all’Huffington post Marco Bertotto, responsabile advocacy di Msf, si dice contrario anche all’idea di ricevere fondi governativi. «dal 2016 noi non accettiamo fondi da alcun governo europeo o dall’Unione Europa in polemica con le politiche di contenimento dell’immigrazione adottate dalla Ue».

Insieme all’Unhcr (che opera attraverso partner locali) e all’Oim, Msf è una delle tre organizzazioni internazionali che opera in Libia.
Nonostante questo – o forse proprio per questo – l’idea di operare sotto il cappello governativo non piace. «C’è il rischio – spiega infatti Bertotto – che questa idea di dare alle Ong la gestione dei centri in Libia appaia come una strumentalizzazione dell’azione umanitaria e del lavoro delle Ong da parte di un governo che ha contribuito a creare una condizione di intrappolamento delle persone in Libia».

Da il Mnifesto. Leo Lancari

I governi europei alimentano il business della sofferenza in Libia

Compi-in-Libia
Compi-in-LibiaLettera aperta di Medici Senza Frontiere agli Stati membri e alle Istituzioni dell’Unione Europea.

Caro Presidente Gentiloni,

il dramma che migranti e rifugiati stanno vivendo in Libia dovrebbe scioccare la coscienza collettiva dei cittadini e dei leader dell’Europa.

Accecati dall’obiettivo di tenere le persone fuori dall’Europa, le politiche e i finanziamenti europei stanno contribuendo a fermare i barconi in partenza dalla Libia, ma in questo modo non fanno che alimentare un sistema criminale di abusi.

La detenzione di migranti e rifugiati in Libia è vergognosa.
Dobbiamo avere il coraggio di chiamarla per quello che realmente è: un’attività fiorente che lucra su rapimenti, torture ed estorsioni. E i governi europei hanno scelto di trattenere le persone in questa situazione.

Ma è inaccettabile bloccarle lì, così come è inaccettabile rimandarle in Libia.

Medici Senza Frontiere (MSF) ha assistito le persone nei centri di detenzione di Tripoli per più di un anno e ha visto con i propri occhi questo schema di detenzione arbitraria, estorsioni, abusi fisici e privazione dei servizi di base che uomini, donne e bambini subiscono in questi centri.

E sappiamo peraltro che questi centri ufficiali non sono che la punta dell’iceberg.

Le persone sono trattate come merci da sfruttare.

Ammassate in stanze buie e sudice, prive di ventilazione, costrette a vivere una sopra l’altra.

Gli uomini ci hanno raccontato come a gruppi siano costretti a correre nudi nel cortile finché collassano esausti.
Le donne vengono violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate.
Tutte le persone che abbiamo incontrato avevano le lacrime agli occhi e continuavano ripetutamente a chiedere di uscire da lì.

La loro disperazione è sconvolgente.

La riduzione delle partenze dalle coste libiche è stata celebrata come un successo nel prevenire le morti in mare e combattere le reti di trafficanti. Ma sappiamo bene quello che sta accadendo in Libia.
Ecco perché questa celebrazione è nella migliore delle ipotesi pura ipocrisia o, nella

peggiore, cinica complicità con il business criminale che riduce gli esseri umani a mercanzia nelle mani dei trafficanti.

Le persone intrappolate in queste ben note condizioni da incubo hanno disperato bisogno di una via di uscita. Devono poter accedere a protezione, asilo e quando possibile a migliori procedure di rimpatrio volontario.

Hanno bisogno di un’uscita di emergenza verso la sicurezza, attraverso canali sicuri e legali. Oggi solo una piccola parte di quelle persone vi ha avuto accesso.

Bisogna fermare subito la terribile violenza perpetrata contro queste persone.

Bisogna assicurare un rispetto basilare per i loro diritti umani, tra cui un adeguato accesso a cibo, acqua e cure mediche.

Nonostante i governi abbiano dichiarato la necessità di migliorare le attuali condizioni delle persone, i risultati sono ancora lontani dall’arrivare.

Invece di affrontare le drammatiche conseguenze provocate dalle loro stesse scelte, i politici si sono nascosti dietro attacchi pretestuosi contro le organizzazioni e gli individui impegnati ad aiutare migranti e rifugiati in grave difficoltà.

Durante le nostre operazioni di ricerca e soccorso in mare, svolte sotto il prezioso coordinamento della Guardia Costiera e con la collaborazione delle autorità italiane, abbiamo subito attacchi, anche con armi da fuoco, da parte della Guardia Costiera libica finanziata e addestrata dall’Europa. E per mesi siamo stati oggetto di pesanti accuse di complicità con i trafficanti.

Ma chi è davvero complice dei trafficanti: chi cerca di salvare vite umane oppure chi consente che le persone vengano trattate come merci da cui trarre profitto?

La Libia è solo l’esempio più recente ed estremo di politiche migratorie europee che da diversi anni hanno come principale obiettivo quello di allontanare le persone dalla nostra vista.

L’accordo UE-Turchia del 2016 e tutte le atrocità che abbiamo visto in Grecia, Francia, nei Balcani e altrove ancora indicano una prospettiva sempre più definita, fatta di frontiere chiuse e respingimenti.

Tutto questo toglie qualunque alternativa alle persone che cercano modi sicuri e legali di raggiungere l’Europa e le spinge sempre più in quelle reti di trafficanti che i leader europei dichiarano insistentemente di voler smantellare.

Vie legali e sicure perché le persone possano raggiungere paesi sicuri sono l’unico modo per proteggere i diritti delle persone in fuga, assicurare un controllo legale delle frontiere europee e rimuovere quei perversi incentivi che consentono ai trafficanti di prosperare.

Non possiamo dire che non sapevamo quello che stava accadendo.

Non possiamo continuare a tollerare questo vergognoso accanimento sulla miseria e la sofferenza delle persone intrappolate in Libia.

Presidente Gentiloni, permettere che esseri umani siano destinati a subire stupri, torture e schiavitù è davvero il prezzo che, per fermare i flussi, i governi europei sono disposti a pagare?

Joanne Liu  –  Presidente Internazionale MSF
Loris De Filippi  –  Presidente MSF Italia

Minniti scatena l’alleato libico e piega la chiesa. Fuoco incrociato sulle ONG.

abbandonati

abbandonatiLa guerra alle ONG che fanno soccorso in mare sembra giunta ad un punto di svolta, con l‘attacco a fuoco di una motovedetta di Tripoli e la dichiarazione di interdizione del passaggio in acque internazionali ricadenti nella zona SAR libica rivolta soltanto alle navi delle stesse organizzazioni governative, incluse anche quelle che hanno recentemente capitolato, firmando un Codice di condotta con il ministro dell’interno.
Azioni sinergiche che stanno preparando veri e propri respingimenti collettivi come quelli per i quali nel 2012 l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo.

La stessa Guardia costiera libica che era già stata protagonista nella campagna diffamatoria contro le ONG, in evidente sinergia con le autorità italiane che ne erano registe, adesso minaccia di morte gli operatori umanitari che continueranno a operare soccorsi in mare in acque internazionali. Acque nelle quali nessuno può interdire il passaggio per andare a salvare vite umane in mare. Vedremo adesso come la Guardia costiera italiana e la Marina militare italiana giustificheranno queste minacce provenienti dagli alleati libici, che in passato hanno già aperto il fuoco anche su una motovedetta italiana. Ancora nessuno comprende se la minaccia del comandante della guardia costiera di Tripoli riguardino la zona Sar libica, che viene dichiarata adesso per la prima volta, o la zona di esclusivo interesse economico della Libia (ZEE) e dunque non 100 ma 180 chilometri dalla coste di Sabratha e Zuwara. Una distanza che mai nessun gommone potrà percorrere, ma anche una striscia di mare nella quale si sono già verificate stragi con migliaia di morti. Ricordiamo che l’operazione Mare Nostrum nel 2013 era partita dopo le due grandi stragi del 3 e dell’11 ottobre, proprio di fronte alla conclamata incapacità, se non assenza di volontà, della Guardia costiera “libica” di garantire interventi di soccorso in quella che avrebbe dovuto essere la sua zona SAR.

Successivi accordi tra le autorità maltesi e le autorità di Tripoli non hanno mai migliorato questa capacità di coordinamento e di soccorso, che sarebbe imposta dalle Convenzioni internazionali, ed il coordinamento delle attività SAR, nelle quali si inserivano le ONG, era rimasto affidato alla Guardia costiera italiana sia per la zona SAR maltese che per quella libica, con la sola eccezione delle acque territoriali, nelle quali comunque si può entrare in stato di necessità, sempre in base alle Convenzioni internazionali.
Adesso si è andati ancora oltre, creando le condizioni per la piena attuazione dei Protocolli operativi del 2007, negoziati dal governo Prodi, e poi recepiti dal Trattato di amicizia italo libico firmato nell’agosto del 2008 da Berlusconi e da Gheddafi, con Maroni ministro dell’interno.

La strategia di Minniti e del governo italiano, dopo avere incassato l’appoggio del presidente Mattarella, si completa con una visita in Vaticano e un comunicato della CEI che costituisce una svolta rispetto al passato.

Intanto sembra che la nave di Generazione Identitaria C Star, fin qui bloccata davanti il porto di Sfax dalla mancanza di carburante, dopo che la Grecia e la Tunisia hanno rifiutato l’ingresso nei loro porti, si stia rimettendo in moto, e minacci interventi di sostegno della Guardia costiera libica in operazioni di “soccorso” che si stanno trasformando in veri e propri sequestri in acque internazionali.

Presto dunque la nave “nera” C Star si aggiungerà alle motovedette libiche ed alle navi della marina italiana in funzione di appoggio a veri e propri respingimenti collettivi. Soggetti privati ed autorità pubbliche concorreranno nella violazione delle regole del diritto internazionale del mare.
Altissimo il rischio di nuove stragi. Le attività delle ONG, e degli operatori umanitari, già sotto i colpi delle procure  e adesso sotto il fuoco incrociato delle motovedette libiche e dei trafficanti, sono sostanzialmente embedded e si potranno svolgere soltanto nei limiti degli ordini provenienti dal Viminale. A questo punto, forse, sarebbe più dignitoso un ritiro di tutte le navi umanitarie e una denuncia degli illeciti internazionali commessi dal governo italiano e dai suoi agenti. Scelte che in ogni caso produrranno un numero di vittime senza precedenti. In mare e nei centri di detenzione libici. Perché con le decisioni già attuate e gli assetti operativi messi in opera tra le coste libiche, il porto di Tripoli e le acque internazionali, il governo italiano alleato della Guardia costiera libica si è già reso responsabile di gravi violazioni del diritto internazionale. I giuristi cominciano soltanto adesso a segnalare i rischi derivanti, non tanto dal Codice di condotta imposto da Minniti, che però è servito a spaccare il fronte delle ONG, quanto dalle sue concrete attuazioni.

Scrive oggi su La Stampa Vladimiro Zagrebelsky
“I rischi di responsabilità internazionale per l’Italia emergono sotto almeno due aspetti. Essi riguardano ciò che avverrà concretamente in mare, indipendentemente da ciò che prudentemente si scrive nei documenti. Si tratta sia della natura effettiva dell’assistenza fornita dalla Marina italiana, sia del comportamento che terranno le autorità italiane nei confronti delle navi delle Ong che non hanno sottoscritto il codice di comportamento o che, avendolo accettato, in singole situazioni nel violino le disposizioni.
………………

Occorre aggiungere, oltre a diverse considerazioni in merito alla validità di un codice di condotta che attualmente rimane privo di basi legali nelle parti che non richiama le Convenzioni internazionali, che il governo italiano non ha garantito le condizioni per assicurare la dovuta collaborazione con le autorità SAR confinante, adesso sarà quella libica,  per il rispetto della vita umana in mare. Non si garantisce infatti l’adempimento  dell’obbligo di sbarcare i naufraghi, perché comunque vedano i procuratori lo stato di necessità di questo si tratta, in un luogo sicuro, che non è il porto più vicino, specialmente quando la sorte dei migranti soccorsi in mare è la detenzione in un campo lager.

Con le modalità operative concordate con la Guardia costiera di Tripoli e con l’invio di unità militari a supporto il governo italiano ha assunto una piena resposabilità nella violazione del divieto di respingimenti collettivi e nella violazione del divieto di trattamenti inumani e degradanti, affermati dalla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Nessuno parla più delle migliaia di vittime, nascoste dai media più grandi all’opinione pubblica. E quando non sono nascosti scatta indifferenza, se non esultanza per chi perde la vita in mare. Un arretramento spaventoso del senso di umanità nel nostro paese. Il contenimento delle partenze dalla Libia, ma presto i migranti troveranno altre rotte, si sta realizzando con la politica della dissuasione, una politica imposta con stragi per abbandono in mare e con i colpi d’arma da fuoco sparati sulle navi delle ONG. Siamo alla fascistizzazione delle frontiere marittime, alla creazione di una zona rossa a mare interdetta soltanto a chi vuole soccorrere vite umane, ma lasciata aperta a chi propaganda idee razziste e collabora con la guardia costiera libica negli interventi di blocco in mare. Di fatto attività di pirateria, o quanto meno di sequestro di persona, che dovrebbero avere anche una sanzione internazionale perché i privati non possono sostituirsi ai mezzi militari – bloccando in mare naufraghi – nelle attività di controllo delle frontiere.

Rimane un paese intorpidito , dalle coscienze segnate da una crisi economica e morale che ha ridotto al minimo la sensibilità verso i temi dell’accoglienza  e della solidarietà. Un paese nel quale le indagini giudiziarie mediatizzate in modo vergognoso espongono gli operatori della solidarietà al linciaggio in pubblico.
Un paese che è davvero su un piano inclinato verso una svolta autoritaria che in questo momento si identifica nella linea imposta dal ministro dell’interno. Una linea che nel breve periodo appare vincente, ma che sarà sconfitta dai fatti, se non dal recupero di un  minimo di senso di solidarietà e dal ripristino delle regole violate del diritto internazionale e della nostra Carta costituzionale.

Occorre chiedere l’invio di osservatori internazionali, non solo in Libia ma anche in Italia, e raccogliere le procure dei migranti che sono stati rigettati nell’inferno libico. Persone che comunque vanno messe in sicurezza. Fondamentale in questa attività di denuncia, l’impegno dell’UNHCR e dell’OIM che non si possono mettere a servizio delle politiche di sequestro in mare e di internamento praticate dai libici con il sostegno italiano. Si devono attivare centinaia di ricorsi. Occorre portare sul banco degli imputati chi sta violando norme del diritto internazionale ed interno, ma soprattutto sta negando il diritto alla vita a uomini, donne e bambini in fuga dall’inferno.

di Fulvio Vassallo Paleologo

11/8/2017

Cattive parole che aprono la strada al cattivo diritto

Clandestino

ClandestinoLa parola che non c’è. “Clandestino”

«Immigrati clandestini» e «soggetti la cui presenza in mare è finalizzata all’immigrazione clandestina»: in quattro minuti di conferenza stampa,

il Procuratore della Repubblica di Trapani parla dei migranti trasbordati dai barconi sulle navi delle Ong in mare aperto senza mai usare la parola «persone», «esseri umani», «donne e bambini in fuga», «profughi», «richiedenti asilo».

Nel linguaggio burocratico sono tutti «soggetti» o «immigrati clandestini» e questo linguaggio disumanizzante e dissacrante (perché ogni essere umano è sakros, cioè unico e inviolabile) apre la strada alla deformazione della pubblica opinione, che di fronte agli «uomini di legge» che additano i «soggetti la cui presenza in mare è finalizzata all’immigrazione clandestina» correrà a chiudere porte, coscienze, cuori e senso critico.

Il cattivo uso del linguaggio, troppo sottovalutato, è una parte importante del problema.

E per «cattivo» intendo esattamente ed etimologicamente «prigioniero» del proprio pregiudizio, che replicato dai media e rimbalzato di bocca in bocca diventa stereotipato «linguaggio comune».

Ma in questo caso il cattivo uso del linguaggio disegna anche la scenografia del cattivo uso del diritto.

Se è vero (ed è vero) che il salvataggio di vite umane in mare è un preciso dovere giuridico, se è vero che la stessa fattispecie di reato (articolo 12 Testo Unico Immigrazione) esclude la rilevanza penale di chi abbia agito per salvare qualcuno dal pericolo attuale di un danno grave alla persona (è lo stato di necessità di cui all’articolo 54 del Codice penale), allora dove sta il reato e, soprattutto, chi è il criminale?
Colui che trasbordando un gommone carico all’inverosimile di esseri umani evita che si ribalti facendo affogare in mare le persone trasportate? O colui che aspetta che il gommone si spinga oltre, in mare aperto, si ribalti, consegni al mare le vite dei trasportati e solo allora, codice Minniti alla mano, intervenga?

E non è forse doveroso dubitare della legittimità di una missione militare dell’Italia che supporta i libici nel respingimento dei migranti, restituendoli ai campi di concentramento dove si perpetrano violenze, torture e stupri e rimettendoli nelle mani dei trafficanti di esseri umani? Contro il principio di non refoulement della Convenzione di Ginevra sulla protezione dei rifugiati (che del resto la Libia non ha ratificato, ma l’Italia invece sì) e contro l’articolo . 10 della nostra Costituzione che garantisce il diritto di asilo?

Lo dico con pacatezza e rispetto ma lo dico, perché è un mio preciso dovere etico, giuridico e politico dirlo: l’uso della forza del diritto contro i diritti fondamentali delle persone e l’esercizio dell’azione penale senza conoscenza approfondita e meditata del complesso sistema dei diritti umani e dei processi migratori contro gli operatori, singoli o organizzati, di solidarietà fa il paio con la cattiva politica dei decreti Minniti-Orlando che introducono il diritto diseguale, il diritto su base etnica, l’apartheid giudiziaria.

E iniziano a disegnare i contorni di uno stato autoritario».

Andrea Maestri

da Il Manifesto 04.08.2017

Diritti di cittadinanza – Ius soli

Razzismo

RazzismoContinuare a privare della cittadinanza italiana i figli di persone immigrate, nati, cresciuti, istruitosi in Italia, socializzati con i cittadini in generale, italiani di fatto, senza la conseguente acquisizione dei diritti civili, sociali e politici, e dei doveri, – previsti dall’ampio ventaglio delle leggi vigenti nel nostro Paese e in linea con i principi fondamentali della nostra Costituzione, e con quanto avvenuto nella gran parte dei paesi europei è un atto inaccettabile di discriminazione, di codardia civile e democratica.

Così una consorteria politica che guarda esclusivamente al proprio tornaconto personale o corporativo di fazione, rinunciano al dovere di legiferare in difendere del diritto di cittadinanza.

L’iter per la definizione della Legge è iniziato il 13 marzo 2013, con la presentazione alla Camera dei Deputati della Proposta: “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza”.

Il 13 ottobre 2015 dalla Camera dei Deputati la Proposta di Legge è stata trasmessa al Senato già con significative modifiche del testo originario: aumento della durata del permesso di soggiorno di un genitore e peggioramento delle modalità richieste per potere avviare il riconoscimento della cittadinanza dei figli.
Dopo le varie letture parlamentari e la discussione nelle varie Commissioni consultive in sede di Assemblea è stato fissato il termine per la presentazione degli emendamenti: 15 giugno 2017.

Quindi, il “congelamento” in atto

La gran parte degli schieramenti politici, con ignobili motivazioni, si sono schierati di fatto contro la Proposta di Legge, i “diversi” tutti, i profughi e migranti che fuggono da guerre, carestie e disastri ambientali.
Un gioco sporco e duro.

Una situazione di grande allarme per gli uomini e le donne che hanno a cuore la tenuta democratica del nostro Paese, specie per le ragazze e i ragazzi che dovrebbero beneficiare dei contenuti della Proposta di Legge, per essere cittadini a tutti gli effetti.

—————
Razzismo

Razza, Sangue, DNA.
Gi argomenti dell’ignoranza,
Di chi non è mai stato amato,
Di chi vive nella paura e non ha mai visto la luce.
Morti che credono di essere vivi.
Quando non sanno che dire parlano del sangue.
E più ignoranti sono più si vantano della purezza del loro sangue.
E della loro superiorità.
E si dicono persino cristiani.
E hanno un santino sempre pronto.
E venerano statue che piangono sangue.
E sono profeti di sventura.
E si dicono persino cristiani.
E ti perseguitano a tutte le ore con la loro guerra ai poveri.
E non hanno bisogno di andare di casa in casa.
Si nascondono dietro le tastiere dei loro telefonini.
E fanno branco…
Non alzano un dito contro i ricchi ma fanno la guerra ai poveri.
Aspirano alla ricchezza.
E allo sfruttamento dei poveri.
E si dicono cristiani.
E ci sono preti che li benedicono.
E se la prendono coi bambini.
E se sono neri è ancora peggio.
E se sono adottati sono il peggio del peggio.
E si dicono cristiani.
Ribellatevi fratelli migranti.
Ricacciategli in gola la loro arroganza.
Ribellarsi è giusto.

Giovanni Sarubbi
23 Luglio,2017

« Older Entries