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IL RIFUGIATO: CHI L’HA VISTO!

Il 20 giugno si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Rifugiato, appuntamento annuale voluto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che ha come obiettivo la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla condizione di decine di milioni di rifugiati e richiedenti asilo costretti a fuggire da persecuzioni, distruzioni, guerre, fame, ….

Oggi, 19 giugno 2019, molte agenzie compresi i telegiornali hanno trasmesso gli ultimi dati dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR): nel 2018, il numero di persone in fuga da guerre, persecuzioni e conflitti ha superato i 70 milioni: quasi 500.000 in più rispetto alla rilevazione precedente.

Un numero spaventoso, “da paura” come lo sono le devastazioni e le violenze che sembrano “soggiogare” il mondo dell’indifferenza economica e della politica.

Prima gli americani“, “prima gli italiani“, … prima il “nostro” benessere sempre più sottratto con l’abusivismo e la violenza a quelle stesse popolazioni, private dei “loro” diritti, costrette alla fuga e a tendere la mano che spesso si trova “legata” alle sbarre di una cella, anziché ricevere un doveroso aiuto.

Così sulla base di facilonerie abusate e distruttive: “Basta con le maxi strutture piene di immigrati, costose, spesso degradate e dove non si fa integrazione ma solo business”, bastabuonisti impegnati (a pagamento) nell’accoglienza”, … la politica del governo italiano ed in particolare quella del ministro Salvini (un cristo che agita rosari e madonne) racconta “palle infernali“, promuove decreti “sicurezza“, minaccia, reprime, apre nuove galere, respinge, e … di quelle persone “rifugiate” e richiedenti asilo … “chi se ne frega“.

Così anche le persone oneste dimenticano di leggere la realtà come quella dei numeri delle persone che sbarcano in Italia e si sentono quasi in “dovere di sentirsi minacciate“, di avere “paura“, …

Mentre i dati del Dipartimento della Pubblica sicurezza  ci dicono:

E’ necessario conoscere alcuni altri dati sulla “invasione” dei rifugiati:

  • RICCHI E POVERI.
    –  i Paesi ad alto reddito accolgono mediamente 2,7 rifugiati ogni 1.000 abitanti;
    –  i Paesi a reddito medio e medio-basso accolgono in media 5,8 rifugiati ogni 1.000 abitanti;
    –  i Paesi più poveri accolgono un terzo di tutti i rifugiati su scala mondiale.
  • DOVE SI TROVANO.
    Circa l’80% dei rifugiati vive in Paesi confinanti con i Paesi di origine.
  • MINORI.
    Nel 2018, un rifugiato su due era minore, molti (111.000) soli e senza famiglia.
    L’Uganda ha registrato 2.800 bambini rifugiati di età pari o inferiore a cinque anni, soli o separati dalla propria famiglia.
  • PROBABILITÀ.
    Il numero sempre più grande di rifugiati – dell’abbandono forzato – dei quali non bisogna nascondere e tacere le grandissime responsabilità di un sistema economico-finanziario e di una politica obbligata al suo contesto, fanno rilevare un dato di prospettiva: nel 2018, 1 persona ogni 108 era rifugiata, richiedente asilo o sfollata: 10 anni prima la proporzione era di 1 su 160.

Queste persone non hanno bisogno di commiserazione e tanto meno di misericordia.

Per loro e per noi abbiamo il dovere di riconoscere i diritti di umanità a partire dal combattere quelle false e strumentali informazioni, che rendono sempre più precario il diritto di cittadinanza in quanto sempre più, loro e noi, siamo costretti in ambiti regolamentati dal regime persecutorio ed escludente.

 

In tutto il mondo le frontiere fanno rima con abuso e violenza

Il fenomeno migratorio ormai da anni è diventato parte integrante della nostra quotidianità. Si continua a parlare di emergenza anche per fenomeni strutturati in varie regioni del mondo dal Mediterraneo alla crisi dei Rohingya in Bangladesh fino alla carovana che attraversa parte dell’America Latina per bussare alle porte degli Stati Uniti.

Il tratto distintivo finora è stato il fatto che solitamente i migranti fossero costretti a nascondersi per paura di essere scoperti e riportati indietro. Così si è sviluppato un linguaggio aggressivo nei loro confronti che tende a vederli come “clandestini” o “illegali”, mentre sarebbe molto più corretto parlare di “persone entrate in modo irregolare” in un Paese.

Inoltre, dobbiamo anche ricordare che la Convenzione di Ginevra del 1951 all’Art. 31 prevede specificatamente l’eventualità che si entri illegalmente in un Paese in cerca di asilo e vieta ai firmatari di applicare sanzioni purché la persona entrata illegalmente avvii subito la procedura per richiedere protezione. Eppure, nella prassi quotidiana questo punto viene spesso disatteso e i migranti sono vittime di abusi e violazioni orrende durante il loro cammino verso un luogo sicuro.

A fine estate 2018, si ritornò a parlare di rotta balcanica, seguendone l’evoluzione dopo la sua apparente chiusura. Quando si pensava che la rotta fosse stata chiusa o dismessa, eccola ricomparire sotto un’altra forma con una recrudescenza di violenze ai danni dei migranti.
In seguito queste violenze sono state documentate ed appurate con dovizia di particolari e dovrebbero farci vergognare: pestaggi, trattamenti degradanti e abusi contro chi tenta di passare la frontiera serba.
C’è chi addirittura ha raccontato di essere stato privato delle scarpe prima di venire costretto a camminare nella neve scalzo. In questi giorni, Amnesty International ha pubblicato un report in cui l’Europa viene accusata di complicità. I governi europei infatti non starebbero soltanto chiudendo un occhio di fronte agli assalti della polizia croata, ma ne finanzierebbero addirittura le attività e dunque starebbero esacerbando una crescente crisi umanitaria ai confini dell’Unione Europea.

Quello che emerge dal report di Amnesty è un mondo di abusi terribili, di famiglie separate arbitrariamente, di bambini perennemente affamati, di donne che per la paura abortiscono al sesto mese e di violazioni contrarie a qualsiasi norma internazionale in materia di diritti umani. Tutto questo ad un passo dall’Europa, poco lontano dal suo cuore istituzionale e di fatto dalle nostre case.

Nel frattempo, i Rohingya continuano ad essere argomento di discussione ma non è stata trovata alcuna soluzione concreta per aiutare loro e il Bangladesh che ultimamente ha dichiarato di spendere centinaia di migliaia di dollari ogni mese per ospitarli sul territorio nazionale.
Attualmente si stima che siano circa 900.000 i rifugiati Rohingya nel Paese. Eppure, il loro dramma non è certo una novità inattesa visto che sono da sempre discriminati in Myanmar, tanto che già nel 2016 Xchange aveva pubblicato un report che illustrava le loro condizioni di vita.
Per questo, a seguito di un nuova ondata di violenze nell’agosto 2017, abbiamo deciso di aiutarli fornendo assistenza medico-sanitaria e training di preparazione alla stagione monsonica. Il loro esodo, purtroppo, continua ancora oggi spesso in modi drammatici.
Nel 2015 si accennò al fenomeno delle imbarcazioni fantasma che solcavano il mare delle Andamane con un “carico umano” di disperati. Proprio questi attraversamenti -taciuti e sottovalutati dai media- ricordano quelli sulla rotta da e verso lo Yemen di cui ho parlato più volte per sottolineare come sia inutile tentare di bloccare o contenere le persone in fuga.

Dall’altra parte del mondo, gli Stati Uniti devono affrontare una prova epocale di fronte alla carovana di migranti che preme ai confini.
Diversamente da qualsiasi altro fenomeno migratorio, la carovana non ha mai mirato a nascondersi, non ha cercato di mimetizzarsi per tentare la fortuna ed entrare in America. Forse è stato proprio questo il suo tratto distintivo: centinaia di migliaia di persone in viaggio da vari Paesi del continente sud-americano si incontrano lungo la rotta che percorrono col sogno della salvezza.
Madri, padri, bambini, adolescenti fuggono da luoghi devastati dalla povertà e dalle violenze, ma vengono bloccati dall’ostinazione di chi non comprende la loro tragedia di esseri umani.

Come ci insegna la storia, chiusa una rotta se ne aprirà una più pericolosa a meno che non vengano eliminate le ragioni della fuga. Vi ricordate quando i cubani lasciavano la propria terra avventurandosi in terribili attraversamenti verso gli Stati Uniti?
Quanto tempo ci vorrà prima che i trafficanti si organizzino per offrire pericolosi attraversamenti via mare, una volta fallite le rotte via terra?
È così assurdo pensare che anche qui si verifichino pericolosi attraversamenti di imbarcazioni cariche di disperati come nel Mediterraneo?
E chissà se un giorno le spiagge di San Diego non si sveglieranno coi cadaveri dell’ultimo naufragio che si sarebbe potuto evitare, come accade da anni sulle nostre coste o su quelle libiche?

Le politiche securitarie con respingimenti e abusi hanno dimostrato la propria inutilità, ma soprattutto hanno messo in evidenza la capacità delle reti criminali di adattarsi alle esigenze di migranti e rifugiati più di quanto lo facciano gli apparati statali.
Il crimine purtroppo trova risposte molto più immediate di chi si ostina a negare la realtà pur di non concedere tutele legali a chi fugge da situazioni di povertà estrema o conflitti.
Ma se non si offrono alternative sicure e legali, non resterà che affidarsi ai trafficanti e rischiare la vita per raggiungere la salvezza.

A fronte del moltiplicarsi delle rotte migratorie col loro terribile fardello di sofferenza umana e abusi, perché non ci impegniamo a costruire ponti e percorsi di vera integrazione invece di finanziare inutili muri per barricarci in una finta sicurezza?
Perché non scegliamo di usare per accogliere i fondi destinati a respingere?
Vogliamo capirlo o no che non esiste un muro abbastanza alto per chi cerca una vita migliore?

Regina Catrambone (co-fondatrice e direttrice MOAS)

Articolo tratto da “Vita.it” – 26 aprile 2019

Nel Mediterraneo un’inarrestabile strage

La prima ragione che porterà alle urne gli elettori e le elettrici alle elezioni europee di maggio è l’immigrazione
Bisogna avere consapevolezza che parlare d’altro o scimmiottare le destre non serve a sottrarre consensi alle forze razziste.

Secondo l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno i morti accertati sono stati 311 ai quali vanno aggiunti i 643 scomparsi.

Persone private di soccorso, sacrificate a una cinica propaganda che purtroppo produce consenso.

UN NUMERO certamente inferiore alla realtà, visto che nella frontiera più letale del mondo non c’è quasi più nessuno a documentare e a soccorrere.
Anche per questa ragione la missione di «Mediterranea» deve andare avanti e va rafforzata comedare visibilità e coraggio all’Italia che non si arrende alla cultura della morte e che crede nei principi della Costituzione.

Se novecentocinquanta sono i migranti che hanno visto infrangersi le proprie speranze di vita davanti ai tanti muri che oramai rappresentano la principale caratteristica dell’identità europea, altri 996, sono stati i “salvati”, riportati indietro dalla cosiddetta guardia costiera libica.
Uomini, donne e bambini condannati a un destino di torture, violenza e morte come hanno documentato le Istituzioni Internazionali.

Nei primi tre mesi dell’anno, in Italia sono arrivate via mare poco più di 500 persone.
La piccola Malta, nello stesso periodo, ha accolto, in percentuale alla popolazione, circa mille volte in più del nostro paese.
Negli stessi mesi sulle coste di Grecia e Spagna sono sbarcati in tutto quasi 14 mila migranti.

INTANTO aumentano i disastri ambientali, le persecuzioni, i conflitti, di cui spesso responsabili o mandanti sono proprio i governi europei.

Dei circa 70 milioni di esseri umani che nel mondo sono costretti a fuggire dalle proprie case, in Europa ne arriva una piccolissima parte e tuttavia su di essi si accanisce la destra xenofoba.

In Italia il razzismo è certamente la stella polare del governo a trazione leghista, ma è anche stato, in questi anni, un tratto fondamentale delle politiche dei governi democratici e socialisti europei.
Sono almeno vent’anni che governi di segno opposto producono riforme legislative che vanno nella stessa direzione, sottraendo diritti agli stranieri.

Se da un lato c’è Salvini che propone la ricetta prima gli italiani, dall’altro si persevera nel pensare di ridurre lo spazio delle destre cavalcando una sorta di razzismo democratico, giustificato da più “nobili” motivazioni, come quella di combattere i trafficanti per poi arrivare alla più recente legge Orlando-Minniti, un obbrobrio giuridico che ha sottratto garanzie a uno dei gruppi più vulnerabili del pianeta: i richiedenti asilo.

C’è un Paese migliore di quello rappresentato da questo governo ma c’è bisogno di connettere tutte le realtà che reagiscono e che non si arrendono all’egemonia culturale della destra.

Bisogna lavorare per costruire un’ampia alleanza sociale per i diritti, sfidando senza ambiguità la destra su questo terreno e alzando la voce contro chi oggi cerca di cancellare secoli di civiltà giuridica e di conquiste proprio sul terreno dei diritti umani.

Serve un’iniziativa che abbia continuità, larga e plurale, chiaramente antirazzista, che rappresenti una alternativa culturale, prima ancora che politica.
Un’alleanza che dia voce ai protagonisti: alle persone di origine straniera; a tutti quegli uomini e quelle donne che vedono ridursi diritti, libertà, opportunità d’integrazione ed emancipazione; ai giovani di origine straniera che, come i loro coetanei italiani, saranno costretti a lasciare un Paese che li respinge, li discrimina e li criminalizza.
Un’alleanza che abbia la nostra Costituzione come principale punto di riferimento e riparta da questi giovani per costruire il futuro.

Da uno scritto di Filippo Miraglia  vicepresidente dell’ARCI

Resistenza umana e civile al decreto Salvini

Il cosiddetto “decreto sicurezza”, voluto dal Ministro dell’Interno Salvini, ha creato insostenibili problemi giuridici e sociali alle amministrazioni comunali: l’abolizione della protezione umanitaria, il prolungamento del periodo di detenzione dei richiedenti asilo, la chiusura degli SPRAR, il rifiuto dell’iscrizione anagrafica dei residenti legali non incidono sui diritti degli italiani.

La prima questione che coinvolge direttamente i sindaci riguarda le procedure per la concessione della residenza anagrafica agli stranieri provenienti da paesi al di fuori dell’UE o con i quali l’Italia o l’UE hanno sottoscritto accordi di associazione.
Infatti il sindaco di Palermo Leoluca Orlando richiama gli articoli 2, 14, 16 e 32 della nostra Carta e le sentenze della Corte Costituzionale del 1997, 2001, 2005, 2006 e 2008 che affermano concordemente che “lo straniero è anche titolare di tutti i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce spettanti alla persona… In particolare, per quanto qui interessa, ciò comporta il rispetto, da parte del legislatore, del canone della ragionevolezza, espressione del principio di eguaglianza che, in linea generale, informa il godimento di tutte le posizioni soggettive”.

Per quanto riguarda la protezione umanitaria i sindaci di alcune tra le più grandi città d’Italia, contestando il Decreto Sicurezza, denunciano di trovarsi di fronte ad una legge ritenuta ingiusta e non conforme alla Carta dei Diritti fondamentali e alle Convenzioni di Ginevra e di Amburgo.

Vale la pena di ricordare (come sta facendo il Movimento europeo pubblicando la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea www.movimentoeuropeo.it) che:
            gli articoli 1 (dignità umana), 3 (integrità della persona), 4 (proibizione di trattamenti degradanti), 6 (libertà e sicurezza). 7 (rispetto della vita privata e familiare), 10 (libertà di pensiero e religione), 11 (libertà di espressione), 12 (libertà di riunione e associazione), 14 (diritto all’istruzione), 15 (diritto di lavorare), 18 (diritto di asilo), 19 (protezione in caso di allontanamento e di espulsione), 20 (uguaglianza), 21 (non discriminazione), 24 (diritti del minore). 25 (diritti degli anziani), 26 (diritto delle persone con disabilità), 29 (diritto di accesso ai servizi di collocamento), 30 (tutela in caso di licenziamento ingiustificato), 31 (diritto a condizioni di lavoro giuste e eque), 32 (divieto del lavoro minorile), 34 (sicurezza sociale), 35 (protezione della salute), 45 (libertà di circolazione e di soggiorno per i cittadini dei paesi terzi che risiedono legalmente nel territorio di uno Stato membro), 47 (diritto a un ricorso effettivo e a un giudice imparziale);
riguardano tutte le persone che stanno all’interno dell’Unione senza distinzione fra cittadini europei e cittadini di paesi terzi.

Questa legge è un veleno per la nostra democrazia!

E’ profondamente ingiusta perché degrada la persona dei migranti e crea due classi di cittadini, rendendo “lo ‘straniero’ una minaccia, un nemico e sancendo così la nascita del ‘tribalismo’ italiano, come lo definisce Gustavo Zagrebelsky. Anzi crea l’apartheid giuridica e reale”.

Particolarmente grave il diniego del diritto d’asilo per i migranti, un diritto riconosciuto in tutte le democrazie occidentali, menzionato ben due volte nella nostra Costituzione.
Nega i principi di solidarietà e di uguaglianza, infatti prevede per i migranti l’abolizione della protezione umanitaria, il raddoppio dei tempi di trattenimento nei Centri per il Rimpatrio (CPR), lo smantellamento dei centri SPRAR (Sistema per i richiedenti asilo e rifugiati) affidati ai Comuni (un’esperienza ammirata a livello internazionale, per non parlare di Riace), l’articolo 13 impedisce ai richiedenti asilo, provvisti di regolare permesso di soggiorno, di avere una residenza, soppressione dell’iscrizione anagrafica e quindi di iscriversi al servizio sanitario nazionale e ad altri diritti sociali, trovarsi un alloggio decente, …  con pesanti e concrete conseguenze, l’esclusione e la revoca di cittadinanza per reati gravi.

I diritti dei migranti sono semplicemente umani!

I migranti non possono essere discriminati sulla base dello slogan: prima vengono gli italiani.
Siamo di fronte a pubblicità ingannevole per giustificare la cosiddetta “sicurezza” ma che in realtà moltiplicherà il numero dei clandestini e degli irregolari che verranno sbattuti per strada.
Oggi tre migranti su quattro si sono visti negare l’asilo, migliaia di titolari di un permesso di soggiorno sono stati messi alla porta, circa quarantamila usciranno dagli SPRAR … Così entro il 2020 si prevedono oltre 130.000 irregolari per strada,  mano d’opera a basso prezzo per il caporalato del nord e del sud.

Questa legge è la conclusione amara di un lungo cammino xenofobo, iniziato con la Turco-Napolitano (i CIE!), seguito dalla Bossi-Fini, dai decreti Maroni e dalla legge Orlando-Minniti, oltre che al criminale accordo di Minniti con la Libia

Quando promuove le sue leggi (dal Decreto Sicurezza alla Legittima Difesa), Salvini sa quello che vuole: riattivare continuamente un’emergenza immigrazione che non esiste se non per i migranti.  
La verità è che i diritti dei migranti sono semplicemente «umani», sono di tutti e hanno a che fare con le condizioni minime di esistenza di una società civile.

E’ grave che anche il Presidente della Repubblica abbia firmato questo Decreto.

Non possiamo sottrarci al diritto-dovere di organizzare una grande resistenza conflittuale poiché mai come oggi “la disubbidienza non è una virtù“.

Giornata Internazionale per i Diritti dei Migranti

Domenica 16 dicembre, la Scuola di italiano di Dimensioni Diverse ha fatto festa.

La Casa delle Associazioni ha fatto fatica a contenere tutti i partecipanti che hanno rallegrato la festa con scambi augurali, i diversi cibi preparati per l’occasione, la ricca tombolata e la pressoché totale partecipazione alla canzone “Buon Natale” di Jacchetti che ha chiuso il pomeriggio.

Vedi le foto

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Abbiamo tante volte promosso riflessioni sui diritti dei migranti – i loro e i nostri – cogliendo spunti dalla nostra attività di scuola di italiano ma soprattutto dalle “politiche” che governi e istituzioni creano relativamente alle condizioni di vita: loro e nostre.

Dopo la “memoria” celebrata nella ricorrenza della Giornata dell’11 dicembre “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” vedi: http://www.dimensionidiverse.it/10-dicembre-1948-10-dicembre-20188/  che riassume le grandi direttive per una diversa umanità consapevole, responsabile e accogliente,  vogliamo anche richiamare l’attenzione sulla “Giornata” del 18 dicembre nella quale si celebra la “Giornata internazionale per i diritti dei migranti”  istituita dall’Onu nel 2000.

Questa Giornata per i diritti dei migranti è una “Memoria” che non avrebbe bisogno di essere richiamata, in quanto l’attualità delle politiche discriminatorie e razziste la impongono alla quotidianità, esasperandola di paure xenofobe per esclusivi fini di potere siano essi fascisti o leghisti.

Da qui lo scontro tra diversità, interessi concorrenti, fino a negarne il diritto all’esistenza: vedi la spregiudicatezza e il menefreghismo per morti nel Mediterraneo e non solo.
E’ la società dell’interesse in sé, bene esclusivo, che spinge ogni persona al disinteresse, alla indifferenza, al sé esclusivo.

Vogliamo riconoscere e diffondere, ancora una volta, in questa giornata particolare i diritti e le libertà fondamentali dei migranti, richiamando l’attenzione e l’importanza del contributo che le migrazioni hanno apportato e possono ancora apportare allo sviluppo, anche sul piano della democrazia e delle uguaglianze interne ai rapporti sociali.

Riprendiamoci non solo il diritto di conoscere, criticare e condannare ogni manifestazione di razzismo e di intolleranza ma soprattutto di considerare la necessità che occorre lottare, anche per combattere la devastante ipocrisia che aliena le intelligenze al linguaggio della “pancia” , ma anche il buonismo alterante il diritto.

Nel frattempo auguriamo a tutte e a tutti “Buone Feste” da parte dell’Associazione Dimensioni Diverse e dalla Scuola di italiano per migranti.

Vedi:  Depliant Buone Feste

Global Compact sull’immigrazione

Si chiama Global Compact for Migration. Si tratta dell’accordo voluto dall’ONU nel tentativo di dare una risposta globale al problema della migrazione: creare una rete internazionale “sicura” per l’accoglienza di migranti e rifugiati.

Nel 2016, nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di New York, il Patto è stato firmato da oltre 190 Paesi ed è stato ribattezzato “Dichiarazione di New York“. L’accordo è poi stato ribadito durante l’Assemblea Generale dello scorso settembre, dove però le posizioni di diversi Paesi sono cambiate.

Il 10 e l’11 dicembre a Marrakech, in Marocco 164 leader mondiali hanno partecipato alla Conferenza delle Nazioni Unite e hanno adottato il Global Compact  per le migrazioni: Patto mondiale per la gestione “disciplinata, sicura, regolare e responsabile” dei flussi migratori.

Nel documento si preve una lunga serie di impegni da parte di tutti i Paesi per tutelare “diritti e bisogni” di chi è costretto a fuggire dal proprio Paese.

Questo accordo dovrà essere ora ratificato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 19 dicembre.

Noi non dobbiamo soccombere alla paura o alle false narrative“, ha commentato il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres.

Angela Merkel  ha definito l’accordo una “pietra miliare” verso l’adozione di un approccio multilaterale al fenomeno migratorio.
“Le migrazioni, ha voluto sottolineare, sono un fenomeno normale e quando sono legali sono anche una cosa positiva“, inoltre l’intesa rappresenta un grande passo nella lotta contro i trafficanti di esseri umani”.

Il patto intende ridurre i rischi e le vulnerabilità che gli individui affrontano nelle diverse fasi della migrazione, proteggendo e rispettando gli individui che abbandonano il proprio paese e che hanno bisogno di assistenza nel loro percorso.

Save the Children ritiene che la sottoscrizione da parte di 164 leader mondiali del Global Compact per l’immigrazione, sia di una importanza storica. Esso comprende 38 paragrafi che fanno riferimento ai minori ed è il primo documento dedicato a migliorare la cooperazione globale sulla migrazione; offre agli Stati una serie di misure per lavorare insieme nel garantire la protezione dei bambini migranti vulnerabili, durante il loro viaggio e fino alla loro destinazione finale.

Ma l’Italia non cera!

Il Governo italiano cedendo alle pressioni in particolare di Fratelli d’Italia e soprattutto alle pressioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini  non ha voluto partecipare riservandosi di aderire o meno al documento solo quando il Parlamento si sarà pronunciato.

Questo comportamento del Governo è a dir poco incomprensibile, si spiega solo per il fatto che per la Lega “l’immigrazione” è solo un pretesto propagandistico.

Nella realtà mai come oggi è da ritenersi necessario un rafforzamento della cooperazione tra paesi per garantire un’efficace ed umana gestione dei fenomeni migratori.

Il canto di dolore in fuga dalla Libia

Tesfalidet Tesfom è morto il giorno dopo il suo sbarco a Pozzallo del 12 marzo 2018 dalla nave Proactiva della ong spagnola Open Arms. Ha lottato tra la vita e la morte all’ospedale maggiore di Modica, e nel suo portafogli sono state ritrovate due poesie scritte di suo pugno nella sua lingua madre: il tigrino.

Tesfalidet, detto Segen, scappava dalla leva obbligatoria e senza fine della dittatura eritrea. Ha attraversato la Libia e lì, nel centro di detenzione di Bani-Walid, ha cominciato a morire.
Amici sopravvissuti hanno raccontato di violenze, dell’impossibilità di lavarsi e della scarsità di cibo.

E’ morto perché denutrito e malato di tubercolosi in stato avanzato.
La sua storia racconta tutto quello che dobbiamo sapere sulle ipocrisie delle politiche migratorie italiane ed europee.

Una delle due poesie.

Non ti allarmare fratello mio

Non ti allarmare fratello mio, dimmi, non sono forse tuo fratello?
Perché non chiedi notizie di me?
È davvero così bello vivere da soli,
se dimentichi tuo fratello al momento del bisogno?
Cerco vostre notizie e mi sento soffocare
non riesco a fare neanche chiamate perse,
chiedo aiuto,
la vita con i suoi problemi provvisori
mi pesa troppo.
Ti prego fratello, prova a comprendermi,
chiedo a te perché sei mio fratello,
ti prego aiutami,
perché non chiedi notizie di me, non sono forse tuo fratello?
Nessuno mi aiuta,
e neanche mi consola,
si può essere provati dalla difficoltà,
ma dimenticarsi del proprio fratello non fa onore,
il tempo vola con i suoi rimpianti,
io non ti odio,
ma è sempre meglio avere un fratello.
No, non dirmi che hai scelto la solitudine,
se esisti e perché ci sei con le tue false promesse,
mentre io ti cerco sempre,
saresti stato così crudele se fossimo stati figli dello stesso sangue?
Ora non ho nulla,
perché in questa vita nulla ho trovato,
se porto pazienza non significa che sono sazio
perché chiunque avrà la sua ricompensa,
io e te fratello ne usciremo vittoriosi affidandoci a Dio.


Tesfalidet Tesfom a bordo della OpenArms

 

MAI PIU’ LAGER! – NO AI CPR

L’annuncio del governo in carica di voler riconvertire nuovamente il centro di accoglienza per richiedenti asilo di via Corelli a Milano in CPR – ovvero un centro di detenzione amministrativa per stranieri sprovvisti di permesso di soggiorno in attesa di esecuzione di un provvedimento di espulsione – ha riportato alla ribalta una questione che si riteneva ormai conclusa da tempo.

Da quando cioè l’ex CIE di via Corelli era stato chiuso nel 2014, e così diversi altri in Italia (rimanendone solo una manciata sul territorio, prevalentemente al Sud), a seguito delle proteste, spesso e volentieri represse con la violenza, delle persone “ospitate” in condizioni insostenibili, e della conseguente pressione dell’opinione pubblica.

Invece, dagli ultimi proclami dell’attuale governo, pare proprio che non rimarranno lettera morta le disposizioni della Legge Minniti – Orlando del 2017 che hanno previsto l’istituzione di un CPR per ogni regione. E significativamente pare che si partirà proprio da Milano.

Questo ha spinto varie realtà milanesi e  singoli cittadini a costituire una rete di mobilitazione (MAI PIU’ LAGER! – NO AI CPR) regionale, ma destinata a varcare anche i confini lombardi, considerata la prospettata apertura di nuovi CPR in altre regioni d’Italia.

Con riguardo a questo tema, intento della rete è in primo luogo:

  • impedire, con attività di mobilitazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica, nonché ricorso formale alle istituzioni, l’apertura di nuovi CPR, nonché ottenere la chiusura di quelli esistenti, che per di più si risolvono alla fine con il rilascio di un invito a lasciare il territorio in maniera autonoma, atteso l’enorme dispendio di mezzi necessari per attuare il rimpatrio e l’assenza dei necessari accordi con i Paesi di provenienza;
  • nelle more, chiedere l’estensione alle persone detenute nei CPR delle garanzie riconosciute nel sistema penitenziario penale.

Per meglio motivare le nostre istanze, è bene ricordare che i “Centri di Permanenza per i Rimpatri” della Legge Minniti – Orlando trovano il loro antecedente nei Centri di Permanenza Temporanea (CPT) della Legge Turco – Napolitano del 1998, e che questi hanno subito negli anni un restyling nei fatti solo terminologico, con la ridenominazione in “Centri di Identificazione ed Espulsione” (CIE) con la Legge Bossi – Fini nel 2002 prima di giungere all’attuale, ma hanno sempre conservato identiche struttura e funzione: il regime di detenzione che vi si attua è del tutto analogo a quello del sistema penitenziario penale, con la determinante differenza che chi la subisce non è accusato di un reato, bensì della sola responsabilità amministrativa di essere privo di un valido titolo di soggiorno, che, paradossalmente, l’attuale ordinamento non consente loro di acquisire.

Con l’ulteriore significativa differenza che all’interno dei CPR non sono garantiti i diritti riservati ai soggetti in detenzione penale, come ad esempio quelli alle visite e dei colloqui con i legali.

Rispetto ai centri di accoglienza (nei quali vige l’obbligo di rientrare solo durante la notte), non sono previste invece per chi è detenuto del CPR, che vi restano reclusi notte e giorno, attività di formazione. Salve rare eccezioni in occasione di delegazioni autorizzate e previo l’espletamento di complicate formalità, nessuno può avervi accesso, oltre al personale di polizia: neppure giornalisti o associazioni umanitarie.

Ebbene non ci lascia tranquilli il fatto che in tali condizioni siano rinchiuse, anche per diversi mesi, donne, uomini e anche, senza alcuna cura delle peculiarità del caso, appartenenti alla comunità LGBTQI; perché siamo nel Paese dei taser, nel Paese di Bolzaneto e della Diaz, di Cucchi, Aldrovandi (e tanti, troppi altri), il cui Ministro degli Interni ha dimostrato di non farsi  scrupoli a dare quotidiane prove di forza politica ed elettorale giocate sulla pelle di uomini, donne e bambini, sia con utilizzo strumentale del tema migratorio, sia tenendone concretamente  in ostaggio diverse centinaia in mare aperto fino allo stremo, pur sotto tutti i riflettori dei media internazionali.

E di qui il punto, e l’ambito del più ampio interesse della rete. Perché ad accusarci di “buonismo” sarà solo chi è così cieco da non avere ancora compreso che gli stranieri nel nostro Paese sono solo le cavie dell’ultimo stadio dell’esperimento di successo, avviato negli anni ’90, di marginalizzazione delle minoranze e delle diversità, di sfruttamento delle categorie più deboli, ma anche di progressiva precarizzazione dei diritti civili, sociali e politici, che interessano tutte e tutti. Mentre l’istigazione all’odio dello straniero (ormai… istituzionalizzata) è solo l’arma di distrazione di massa per mimetizzare questo processo trasversale, oltre ad essere il fondamento di una irresponsabile strategia elettorale, allo stato – anzi, allo Stato – purtroppo vincente.

Riprova di tale trasversalità sono ad esempio le bozze del Decreto Immigrazione e del Decreto Sicurezza di recente circolate (infine unificate in un unico provvedimento, ribadendo un binomio che la dice lunga sulla visione del fenomeno migratorio adottata), nelle quali l’attuale Governo – trovando buon gioco nell’approfondire il solco già tracciato dal precedente – con strumenti normativi emergenziali affronta, fenomeni invece strutturali; e con l’occasione, approfittando del terrorismo psicologico di Stato instillato con una vera e propria strategia della tensione, interviene ridimensionando drasticamente le ipotesi di concessione di permesso di soggiorno e sulla spesa pubblica per l’accoglienza. E allo stesso tempo attenta sfrontatamente a principi basilari di rango anche costituzionale, quali il principio di presunzione di colpevolezza, quello di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge (la cittadinanza acquisita potrà essere revocata!) e quello del diritto alla difesa con il gratuito patrocinio.

Per non dire delle disposizioni di “sicurezza” quali il ripristino del reato di blocco stradale, l’inasprimento delle pene nei confronti di chi promuove ed organizza occupazioni abusive (“di matrice non solo politico-ideologica”), la dotazione di taser per le polizie municipali e l’allargamento delle misure di tutela del decoro urbano anche ai presidi sanitari e le aree destinate a fiore, mercati e pubblici spettacoli.   Esse rivelano la chiara direzione imboccata, verso un vero e proprio Stato di polizia. Per tutte e tutti, cittadine/i e non.

In tale contesto, quindi, riteniamo che i CPR (destinati peraltro alla moltiplicazione e al sovraffollamento, a seguito dell’esercito di irregolari generato dal nuovo decreto) siano l’emblema, l’incarnazione dell’incubo del porto franco da ogni minima garanzia di diritti umani, civili e sociali, che deve costituire un monito e un deterrente per tutti coloro che abbiano a cuore i valori della democrazia e dell’antifascismo. 

E di qui la chiamata a voler unire sotto il simbolo «MAI PIU’ LAGER! – NO AI CPR», al di là dello specifico tema della riapertura dei CPR, tutte e tutti coloro che si riconoscono in detti valori e li considerano in pericolo, non solo per le migranti ed i migranti sul nostro territorio, ma per tutte e tutti, ed intendono presentare a più livelli e con più modalità le proprie istanze, avviando attività di mobilitazione diretta e di sensibilizzazione di un’opinione pubblica che, ormai narcotizzata e plagiata – da destra e da sinistra – con il falso mito della sicurezza e della legalità, non si è accorta di essere stata nel frattempo derubata quasi di tutto.

Rete di mobilitazione “MAI PIU’ LAGER! – NO AI CPR”

Per adesioni: noaicpr@gmail.com

Missing at the borders

Persone non numeri”.

E’ questo il principio essenziale da cui nasce il progetto Missing at the borders con l’obiettivo di dare voce ed espressione al dolore delle famiglie dei migranti deceduti, scomparsi o vittime di scomparsa forzata nel raggiungere l’Europa.            

L’iniziativa autofinanziata è promossa da una rete di organizzazioni, attive su entrambe le sponde del Mediterraneo, che hanno unito le forze con le famiglie dei migranti. In prima linea fin dalla nascita del progetto Milano senza frontiere, insieme ad altri soggetti coinvolti nell’opera di sensibilizzazione voluta con Missing at the borders: Como senza frontiere, Palermo senza frontiere, Carovane Migranti, Association des travailleurs Maghrèbins de France, Alarm Phone e Watch the Med.

Uno degli strumenti creati dalla rete per raccontare il triste fenomeno dei “nuovi desaparecidos” è il sito internet www.missingattheborders.org.
Da qualche giorno online, il sito dà spazio a numerose storie e testimonianze dei parenti impegnati nella denuncia delle politiche migratorie europee che, non concedendo la possibilità di un ingresso regolare, costringono le persone a rischiare la vita per arrivarci privandole del diritto alla mobilità sancito nell’art. 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani.        

Al momento sul sito sono presenti approfondimenti in relazione al fenomeno dei migranti nelle realtà di Paesi quali Tunisia e Algeria. Particolarmente interessanti e toccanti, le singole testimonianze con video in cui sono intervistate singolarmente le famiglie dei migranti: la loro voce racconta aneddoti, percorsi di vita e scelte fatte trasformando davvero i drammatici “numeri” associati al fenomeno in fatti reali accaduti a queste persone.

Edda Pando di Milano senza frontiere dice: “Anno dopo anno migliaia di persone scompaiono lungo i confini nel corso del loro viaggio migratorio.
Si stima che dal 2000 il numero delle vittime abbia superato le 35 mila unità. E nessuno sa quante siano esattamente quelle lungo i percorsi che dall’Africa subsahariana e dal Medioriente portano verso le coste meridionali del Mediterraneo.
Quello che Missing at the borders chiede è giustizia, verità e dignità per le famiglie; che si diano risposte concrete su quanto successo ai loro familiari scomparsi, che l’UE cessi di esternalizzare la sorveglianza delle frontiere e che sia garantito a tutti e a tutte la libertà di movimento
”.

Alla base del progetto Missing at the borders vi è l’idea che la presenza come soggetto politico dei parenti dei migranti deceduti, scomparsi o vittime di scomparsa forzata sia fondamentale per denunciare e mostrare le conseguenze della criminale politica migratoria europea e dei singoli Stati. 

Si parla di nuovi desaparecidos perché, come ha detto Enrico Calamai, ex vice console italiano in Argentina durante gli anni 70, “la desapariciòn è una modalità di sterminio di massa, gestita in modo che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza o possa almeno dire di non sapere”.
Calamai membro del Comitato Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos, di cui fa parte anche Milano senza frontiere è stato il primo a usare questo termine.

Conclude lo stesso Calamai: “I familiari dei migranti si sono conosciuti cercando i loro figli negli ospedali, nei ministeri, nei commissariati andando a fare denuncia. Ciò che di fondamentale li accomuna è l’aver fatto un salto di coscienza e di conseguenza non accettare che la loro tragedia sia dovuta ma agire per avere giustizia e far sì che, anche grazie alle loro testimonianze, nel futuro episodi simili non si ripetano”.

Nel sito saranno pubblicate ogni mese nuove testimonianze tramite videointerviste realizzate anche grazie a chi vorrà fare una donazione al progetto dalla pagina web che riporta indicazioni e i riferimenti della rete di associazioni. 

 www.missingattheborders.org

VIDEO

Lettera aperta al Presidente della Repubblica

Il Ministro dell’Interno ha recentemente annunciato la propria intenzione di trasformare la struttura di proprietà del Ministero della Difesa di via Corelli, attualmente Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS), in un Centro Per il Rimpatrio (CPR), secondo la nuova denominazione scelta dalla Legge Minniti-Orlando dello scorso anno; si tratterebbe, come i più ricorderanno, di un triste ritorno al passato, dal momento che la stessa struttura ospitava in passato il CIE, istituto al quale quello nuovo del CPR è del tutto identico, salvo alcuni ritocchi puramente cosmetici.

Già nella primavera del 2014 si assistette a un primo tentativo di riaprire il CIE di via Corelli, contro il quale anche noi ci mobilitammo; tale tentativo infine fallì, anche per la ferma opposizione dell’Amministrazione comunale, che anche in questa occasione si è pronunciata negativamente.
Contro questa ipotesi, noi pensiamo sia possibile e necessario dar vita ad un movimento di opposizione solido e ampio, che coinvolga tutti i soggetti che quotidianamente s’impegnano per il supporto e la tutela dei diritti delle persone migranti, ma anche quante e quanti hanno a cuore il rispetto della dignità e la difesa dei diritti fondamentali che spettano a ogni essere umano.

Nel contempo lo schema di decreto fatto trapelare dal ministero dell’interno giovedì    scorso, vista la gravità delle disposizioni in esso contenute, abbiamo ritenuto di fare    appello al Presidente della Repubblica perché si rifiuti di firmarlo.

Come Naga, abbiamo ripetuto molte volte che ciò che viene sperimentato sulle persone migranti, prima o poi sarà praticato su settori sempre più ampi della popolazione, e purtroppo ne abbiamo avuto nel tempo numerosi riscontri.

Lettera al Presidente della Repubblica.

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