Category Archives: Migranti

Abbiamo marciato sulla neve

Mentone

MentoneDopo l’intensificarsi dei respingimenti a Ventimiglia, da alcuni mesi la Val di Susa è diventata una delle zone di pressione dei migranti che vogliono raggiungere la Francia.

Per questo il confine è sempre più militarizzato e per questo, in modo spontaneo, gruppi di persone del movimento No Tav e cittadini francesi del Brianzonese si sono messi insieme per dare soccorso a chi rischia la vita attraversando la frontiera.

È la rete di solidarietà Briser Le Frontières che domenica ha fatto ricorso (come dimostrano le foto di Luca Perino, molte altre sono nella sua pagina facebook) a uno strumento tradizionale e un po’ abusato, il corteo, in modo diverso …

È stata una splendida giornata di libertà

Mani-Val-Susa

Centinaia di persone hanno partecipato domenica 14 gennaio alla marcia per la libera circolazione delle persone, partita da Claviere – comune situato nell’Alta Val di Susa – e giunta nella cittadina francese di Montgenèvre. I manifestanti, spiega Globalproject.info, hanno aggirato il blocco della polizia e sono riusciti a superare la frontiera proseguendo sulla pista da sci.

Scrivono i No Tav: “Ripensando alla giornata di domenica, ci rendiamo conto che la frontiera del Monginevro sembrava un posto lontano e difficile da raggiungere per fare una grande manifestazione, ma ogni distanza è stata abbattuta dalla forza della solidarietà ribelle giunta dalla Valle, da Torino e anche da molto più lontano.

Hanno marciato sulla neve del colle centinaia e centinaia di persone, giunte fin qui per ribadire un messaggio ben preciso: libertà di circolazione per tutte e tutti!

Queste frontiere uccidono e tentano di spezzare il futuro di chi è obbligato ad abbandonare la propria terra.
Noi non resteremo a guardare, le cose da fare rimangono tante e siamo solo all’inizio, ma siamo e saremo sempre di più a gridare Briser les Frontières!. “Abbattere le frontiere, un obiettivo comune tra chi lotta contro coloro che devastano la natura per movimentare merce e turisti sui terreni ad alta velocità, mentre chiudono tutti gli spazi a coloro che non gli rendono il giusto profitto, preparando il terreno di quello che rischiano di far diventare l’ennesimo cimitero a cielo aperto. L’ indifferenza è complicità!”

Intanto, lunedì mattina un migrante è stato trovato semi carbonizzato sul tetto del locomotore di un treno francese all’arrivo in stazione a Mentone (Francia), dopo aver fatto sosta anche a Ventimiglia Dall’inizio del 2017 ad oggi questo è il quinto caso di migranti che muoiono così nel tentativo di superare il confine francese a Ventimiglia.


I migranti spesso sono rappresentati come persone bisognose da assistere, aiutare, proteggere, schiacciati spesso in una rappresentazione vittimizzante e paternalista… queste foto dimostrano, invece, quello che noi vediamo ogni giorno: il coraggio, la forza, la potenza di chi parte, perché l’unico vero pericolo è tornare indietro.

Migranti-sui-monti

 

Pace all’anima loro

Naufraghi

NaufraghiOgni giorno si contano le vittime.

  • 23 morti
  • 5 morti
  • 26 morti

Nei primi 10 mesi dell’anno le vittime sono state 2.837 (dal 2014 sono oltre 15.000 i migranti che hanno perso la vita in mare). a fronte di 111.552 giunti nei porti italiani.

Mentre il ministro degli interni Minniti vantava i risultati della sua politica in tema di blocco degli   sbarchi: “Gli arrivi in Italia sono diminuiti del 30%“, il numero crescente di sbarchi e le tragedie in mare smentiscono il ministero degli interni.

Sono finiti i soldi?

Sono stati 2mila i migranti soccorsi nel Mediterraneo tra lunedì e venerdì:

  • Mercoledì – 1 Nov – la nave Aquarius arriva in porto con 588 naufraghi salvati
  • Nel porto di Crotone ieri mattina – 4 Nov – sono sbarcati 378 migranti per lo più eritrei
  • Reggio Calabria domenica 5 – ce l’hanno fatta  a salvarsi in 765, tra i quali 112 minori (63 non accompagnati).
  • Ieri lunedì – 6 Nov – sono sbarcati nel porto di Taranto 324 migranti dalla fregata tedesca Mecklenburg.
  • Stamattina a Salerno ne sono attesi 400.

Il Governo italiano ha sostenuto le intese con i governi dell’area sub-sahariana senza porsi molti problemi, nel tentativo di bloccare i flussi migratori, in particolare ha operato per la chiusura della rotta dalla Libia, nella convinzione che sia necessaria per porre un freno all’avanzata della demagogia populista e xenofoba.

Una accelerazione che le forze di centro sinistra che sostengono il governo hanno accettato tacendo sulle pericolose derive che tali politiche di stampo meramente securitarie avrebbero creato.

Sotto gli occhi del mondo intero si palesano le sciagurate conseguenze delle condizioni brutali dei lager libici a cui vengono affidati migliaia di uomini, donne e bambini.

Il silenzio non è più tollerabile, occorre ribaltare queste politiche, scuotere l’empatia dominante la pubblica opinione,

La manifestazione del 16 dicembre a Roma si propone tra l’altro:
  • L’abolizione delle leggi repressive (Bossi-Fini, Minniti – Orlando e Dublino III)
  • Contro i lager e gli accordi di deportazione;
  • Per un’accoglienza un lavoro dignitosi per tutti e tutte;
  • Contro qualsiasi forma di ghettizzazione;
  • Per la solidarietà, l’antirazzismo e la giustizia sociale;
  • Per la regolarizzazione dei migranti presenti in Italia.

Il naufragio libico dell’informazione

Galera

GaleraLe acque libiche tornano a essere vietate ma sulle stragi è calato il silenzio. Le conseguenze più che prevedibili dell’accordo del governo italiano con la guardia costiera libica, la gente che annega come gli speronamenti, non sono più una notizia rilevante.

Gli accordi di Minniti con la Guardia Costiera libica funzionano davvero bene. Appena una ONG riesce ad effettuare una vera azione di soccorso, succede che le acque libiche ritornano ad essere vietate, in violazione del diritto internazionale del mare. Una violazione di cui l’Italia si sta rendendo complice e garante. Sono queste le violazioni che andrebbero denunciate in Procura...direttamente alla Procura di Roma per ragioni di competenza. Come andrebbero denunciate le violazioni dei diritti umani in Libia perpetrate da milizie colluse con i trafficanti e retribuite  anche con fondi europei.

Ormai si può davvero parlare, ed a ragione, di “black out dei corpi istituzionali su migranti e Libia”.

Anche la Federazione nazionale della stampa lamenta la censura imposta dal governo e dalle più alte cariche militari italiane su quanto sta accadendo in Libia e nelle acque del Mediterraneo  centrale.

Malgrado le proteste in Tunisia, la stampa italiana nasconde le responsabilità della tragedia avvenuta una settimana, fa a 50 chilometri dalle coste di Kerkennah, attribuendo ogni colpa al solito presunto scafista. Neppure una parola sulla dichiarazione del Capo del governo tunisino che ha definito il naufragio “una tragedia nazionale”. Non è arrivata sui mezzi di informazione italiani neanche la rabbia dei parenti. Rimane il fatto che la tragedia è avvenuta tra il 9 ed il 10 ottobre all’inizio di un periodo di manovre militari congiunte tra Italia e Tunisia. E ancora ieri domenica 15 ottobre altri dieci corpi di migranti annegati a seguito dello speronamento sono stati ritrovati in alto mare.

Lo stesso clima di censura si vive attorno alla strage dell’11 ottobre 2013, malgrado in questo caso, di fronte alle prove evidenti di responsabilità dei vertici della marina italiana e della Guardia costiera qualcosa sia filtrato nell’insofferenza generale (e dei generali). Per alcuni vertici della Marina si tratterebbe soltanto una campagna di stampa. E per qualche magistrato di una faccenda scomoda da archiviare o da mandare in prescrizione. Se ancora se ne parla lo dobbiamo solo a un giornalista coraggioso e ad una società civile che non si arrende, oltre alla perseveranza dei parenti delle vittime. Gli unici forse che credono ancora nella giustizia. Il  parziale ”mea culpa” della ministro Pinotti non basta di certo a ristabilire la giustizia.

Nessuno può pensare di autoassolversi per quella che è stata strage e che appare ogni giorno di più come conseguenza di accordi volti più a difendere le frontiere marine che a salvare la vita delle persone in pericolo. Una strage che macchierà per sempre l’Italia, che alterna fasi di soccorso in mare davvero ammirevole, a periodi, come quello attuale, in cui la sicurezza e la difesa dei confini prevalgono sulle ragioni dei richiedenti protezione e sulla tutela delle loro vite. Nessuno può ignorare che in Libia non ci sono casi isolati di violenze, si tratta di abusi quotidiani generalizzati.

Solo adesso si scopre, e lo affermano le Nazioni Unite, che le ONG non sono un fattore di attrazione per le partenze dei migranti. Smentite le tesi diffamatorie fatte circolare da Frontex e dal governo italiano. Per uscire da questa stagione nera dell’abbandono in mare occorre una completa riabilitazione di tutte le ONG che hanno operato soccorso in mare sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana, ed una immediata sospensione dei rapporti di collaborazione con la guardia costiera e con le milizie libiche che non garantiscono il rispetto della vita e dei diritti fondamentali dei migranti. Una scelta che l’Italia ha fatto approvare in Europa.  E l’Italia sta già organizzando altri corsi di formazione per la Guardia costiera libica, questa volta addirittura in Tunisia.

Non rimane che raccogliere prove e conservare memoria. Contro la cancrena della disinformazione che prepara ad una stagione di guerra e di repressione, sia sul piano interno che su quello internazionale. Mentre gli HOTSPOT sono stati trasformati in nuovi centri di detenzione, come a Lampedusa, per preparare rimpatri sommari, senza alcuna possibilità di difesa.

Fulvio Vassallo Paleologo
ottobre 17, 2017

da: Adif Associazione Diritti e Frontiere

Appello – Contro ogni forma di razzismo

Con-razzismo
Con-razzismoSabato 21 ottobre, corteo a Roma: piazza della Repubblica ore 15

In un momento difficile della storia del paese e del pianeta intero, dobbiamo decidere fra due modelli di società. Quello includente, con le sue contraddizioni, e quello che si chiude dentro ai privilegi di pochi.

Sembriamo condannati a vivere in una società basata su una solitudine incattivita e rancorosa, in cui prendersela con chi vive nelle nostre stesse condizioni, se non peggiori, prevale sulla necessità di opporsi a chi di tale infelicità è causa. Una società che pretende di spazzare via i soggetti più fragili a partire da chi ha la «colpa» di provenire da un altro paese, rievocando un nazionalismo regressivo ed erigendo muri culturali, normativi e materiali.

Una società in cui il prevalere di un patriarcato violento e criminale è l’emblema evidente di un modello tradizionale che sottopone le donne alla tutela maschile e ne nega la libertà. Disagio e senso d’insicurezza diffuso sono strumentalizzati dalla politica, dai media e da chi ha responsabilità di governo. Si fomentano odi e divisioni per non affrontare le cause reali di tale dramma: la riduzione di diritti, precarietà delle condizioni di vita, mancanza di lavoro e servizi.

Eppure sperimentiamo quotidianamente, nei nostri luoghi di vita sociale, solidarietà e convivenza, intrecciando relazioni di eguaglianza, parità, reciproca contaminazione, partendo dal fatto che i diritti riguardano tutte e tutti e non solo alcuni.

Scegliamo l’incontro e il confronto nella diversità, riconoscendo pari dignità a condizione che non siano compromessi i diritti e il rispetto di ogni uomo o donna. Vogliamo attraversare insieme le strade di Roma il 21 ottobre e renderci visibili con una marea di uomini, donne e bambini che chiedono eguaglianza, giustizia sociale e che rifiutano ogni forma di discriminazione e razzismo.

Migranti, richiedenti asilo e rifugiati che rivendicano il diritto a vivere con dignità insieme a uomini e donne stanchi di pagare le scelte sbagliate di governi che erodono ogni giorno diritti e conquiste sociali, rendendoci poveri, insicuri e precari.

Associazioni, movimenti, forze politiche e sociali, che costruiscono ogni giorno dal basso percorsi di accoglienza e inclusione e che praticano solidarietà insieme a migranti e richiedenti asilo, convinti che muri e confini di ogni tipo siano la negazione del futuro per tutti.

Ong che praticano il soccorso in mare e la solidarietà internazionale. Persone nate o cresciute in Italia, che esigono l’approvazione definitiva della riforma sulla cittadinanza. Giornalisti che tentano di fare con onestà il proprio mestiere, raccontando la complessità delle migrazioni e prestando attenzione anche alle tante esperienze positive di accoglienza.

Costruttori di pace mediante la nonviolenza, il dialogo, la difesa civile, l’affermazione dei diritti umani inderogabili in ogni angolo del pianeta e che credono nella libertà di movimento.

Vogliamo ridurre le diseguaglianze rivendicando, insieme ai migranti e ai rifugiati, politiche fiscali, sociali e abitative diverse che garantiscano per tutte e tutti i bisogni primari. Il superamento delle disuguaglianze parte dal riconoscimento dei diritti universali, a partire dal lavoro, a cui va restituito valore e dignità, perché sia condizione primaria di emancipazione e libertà. Chiediamo la cancellazione della Bossi-Fini che ha fatto crescere irregolarità, lavoro nero e sommerso, sfruttamento e dumping socio-lavorativo. Denunciamo l’uso strumentale della cooperazione e le politiche di esternalizzazione delle frontiere e del diritto d’asilo.

Gli accordi, quasi sempre illegittimi, con paesi retti da dittature o attraversati da conflitti; le conseguenze nefaste delle leggi approvate dal parlamento su immigrazione e sicurezza urbana che restringono i diritti di migranti e autoctoni (decreti Minniti Orlando) di cui chiediamo l’abrogazione; le violazioni commesse nei centri di detenzione in Italia come nei paesi a sud del Mediterraneo finanziati dall’Ue. Veri e propri lager, dove i migranti ammassati sono oggetto di ogni violenza. Esigiamo che delegazioni del parlamento europeo e di quelli nazionali si attivino per visitarli senza alcun vincolo o limitazione.

Chiediamo canali di ingresso sicuri e regolari in Europa per chi fugge da guerre, persecuzioni, povertà, disastri ambientali. Occorrono politiche di accoglienza diffusa che vedano al centro la dignità di chi è accolto e la cura delle comunità che accolgono. Politiche locali che antepongano l’inclusione alle operazioni di polizia urbana. E occorre un sistema di asilo europeo che non imprigioni chi fugge nel primo paese di arrivo.

Il 21 ottobre uniamo le voci di tutte le donne e gli uomini che guardano dalla parte giusta, cercano pace e giustizia sociale, sono disponibili a lottare contro ogni forma di discriminazione e razzismo.

Quarto libro bianco sul razzismo in Italia

Razzismo-2

Razzismo-2E’ stato presentato il 5 ottobre, presso la Camera dei deputati, il Quarto Libro bianco sul razzismo. Un lavoro che, a distanza di tre anni dalla terza edizione, propone un’analisi del razzismo, della sua diffusione e sdoganamento all’intera della società, dalle istituzioni ai media, alla vita quotidiana. Un base di consapevolezza da cui ripartire

Ordinario, legittimato e persino ostentato: è il razzismo dell’era 4.0. La retorica della paura, la politica strumentale, le forme di razzismo istituzionale, l’informazione scorretta, le discriminazioni e le violenze razziste popolari trovano nella rete uno spazio di incontro e di reciproca contaminazione.

I discorsi stigmatizzanti e aggressivi incoraggiano atti e comportamenti discriminatori nella vita quotidiana, ma può accadere anche il contrario: le manifestazioni di intolleranza, di xenofobia e di razzismo sono “documentate” in video, esibite e rivendicate on line. Le due donne rom chiuse in una gabbia a Follonica nel febbraio scorso, le barricate costruite per impedire l’arrivo di 12 donne e 8 bambini richiedenti asilo a Gorino nell’ottobre 2016, l’aggressione compiuta contro un richiedente asilo ad Acqui Terme il mese scorso ne costituiscono solo alcuni esempi.

Sono 1483 le discriminazioni e le violenze fisiche e verbali monitorate tra l’1 gennaio 2015 e il 31 maggio 2017 documentate in ‘Cronache di ordinario razzismo. Quarto libro bianco sul razzismo in Italia‘, presentato oggi da Lunaria a Roma alla Camera.

Il razzismo ha ucciso molte volte. Ad esempio. Muhammad Shazad Kan, cittadino pakistano di 28 anni, è stato picchiato a morte a Roma nel quartiere di Tor Pignattara il 18 settembre 2014. Roberto Pantic nella notte tra il 21 e 22 febbraio 2015 a Calcio (BG), è stato ucciso con un colpo di pistola mentre stava dormendo nella sua roulotte. Sare Mamadou è stato ucciso da un colpo di fucile in pieno petto perché ha “osato” rubare in un campo un melone marcio, a Lucera il 21 settembre 2015. Emmanuel Chidi Namdi, richiedente asilo nigeriano di 36 anni, è morto il 5 luglio 2016 a Fermo perché ha “osato” ribellarsi di fronte a un insulto rivolto alla sua compagna. Yusupha Susso, 21 anni, studente di origine gambiana, insultato, picchiato e colpito da uno sparo alla testa a Palermo nelle strade di Ballarò da un gruppo di uomini il 2 aprile 2016, si è invece salvato. Aveva “osato” protestare contro due giovani in scooter che avevano rischiato di investirlo. La stampa mainstream si affrettò a liquidare l’aggressione razzista subita come una semplice “rissa”.

Il razzismo attraversa il mondo dell’informazione: talvolta in modo esplicito, più spesso omettendo le notizie scomode o lanciando campagne stigmatizzanti. Gli sbarchi di migranti nell’Italia meridionale, la crisi umanitaria in Grecia e lungo la cosiddetta Rotta Balcanica, le indagini giudiziarie sulla gestione dei centri di accoglienza, hanno prestato il fianco al rilancio di una criminalizzazione generalizzata e stigmatizzante dei migranti, dei profughi e dei cittadini stranieri di paesi terzi stabilmente residenti in Italia, con un particolare accanimento contro i cittadini di fede musulmana, in coincidenza con i numerosi attentati che hanno colpito purtroppo l’Europa.

Molti i casi ricordati nel rapporto: dalle prime pagine che hanno invitato a “cacciare l’Islam”, al lessico che ha sostituito la parola “clandestini” con quella apparentemente più neutra di “migranti”, alla distratta dimenticanza della morte di Faye Dame nell’Hotel di Rigopiano, poi rigorosamente ricordato come “incensurato”, alla riscoperta delle “percezioni” di insicurezza di un non meglio definito “senso comune”, al recupero delle più “tradizionali” stigmatizzazioni: immigrato=criminale=terrorista=untore=stupratore.

La novità, rispetto al passato, è la delegittimazione operata nei confronti della società civile solidale: da quella che accoglie i richiedenti asilo nelle nostre città alle Ong che prestano operazioni di soccorso in mare sino ad arrivare a coloro che offrono solidarietà vicino alle frontiere. Tra le omissioni più eclatanti vi è invece l’omicidio di Mohamed Habassi, perpetrato a Parma nella notte tra il 9 e il 10 maggio 2016. Tra gli incidenti imprevisti una trasmissione di grande audience in cui i rom sono stati definiti da un ospite in studio la “feccia della società”.

Le responsabilità delle istituzioni e della politica

Alle radici del rigurgito di razzismo che, soprattutto dagli inizi del 2016 è tornato ad attraversare il nostro paese, vi è secondo Lunaria una precisa responsabilità della politica che, come già è avvenuto in passato, ha riesumato l’antica ricetta sicuritaria con politiche migratorie e sull’asilo sempre più restrittive: le due leggi Orlando-Minniti approvate lo scorso aprile, ma ancora prima la scelta di fermare l’operazione Mare Nostrum, e, dopo, la torsione della cooperazione internazionale alla volontà di impedire ai migranti di arrivare a tutti i costi.

A nuocere è anche la propaganda politica: quella dei partiti che cavalcano la rabbia popolare e quella istituzionale, che agita lo spettro della paura per giustificare la propria incapacità di fornire risposte credibili e di lungo respiro alla crisi economica, sociale e culturale che attraversa ancora l’Italia e l’Europa e che sacrifica a meri calcoli politici l’approvazione della riforma della legge sulla cittadinanza.

Auspici e speranze

Il Senato ha ancora la possibilità di approvare definitivamente la riforma della legge sulla cittadinanza, attesa da almeno un milione di giovani di origine straniera nati o cresciuti nel nostro paese.

Il Governo è ancora in tempo a rivedere gli accordi con Paesi terzi che non sono in grado di garantire il diritto di asilo.

Singoli e organizzazioni sociali possono praticare dal basso la solidarietà, l’accoglienza e l’inclusione sociale. Succede già in molti luoghi, nel Libro bianco ricordiamo molte di queste esperienze: ed è proprio questa la luce in fondo al tunnel che consente di sperare che combattere il razzismo sia ancora possibile.

Razzismo

Il Libro bianco è un lavoro collettivo svolto per Lunaria da Paola Andrisani, Sergio Bontempelli, Serena Chiodo, Anna Dotti, Giuseppe Faso, Grazia Naletto, Annamaria Rivera.

Il testo è disponibile on line, cliccando qui

Per informazioni:
Lunaria, via Buonarroti 39, 00185 Roma
comunicazione@lunaria.org Tel. 06. 8841880 – 3249087177
www.lunaria.org

In Italia l’immigrazione è cambiata così

Immigrati-italia

Immigrati-italiaSpesso i numeri sono aridi e noiosi, ma quelli sull’immigrazione fanno sempre eccezione. Come dimostrano le ultime rilevazioni Istat sulla popolazione straniera in Italia nel 2016. Da cui emergono tre fondamentali novità che hanno lasciato molti a bocca aperta.

1) Aumenta il numero degli immigrati che ottengono la cittadinanza italiana. Sono stati 184.638 ben oltre il record di 174 mila del 2015. Per lo più albanesi (36.929) e marocchini (35.212). Ma c’è di più. Perché tra questi nuovi italiani è in ascesa la fetta di giovanissimi che hanno conquistato il nostro passaporto per trasmissione dai genitori (ius sanguinis) oppure, una volta diventati maggiorenni, come previsto dalla legge, ne hanno fatto richiesto: 76 mila contro i 66 mila del 2015. In conclusione, negli ultimi cinque anni oltre mezzo milione di immigrati è diventato italiano. Cifre che, come ha certificato un recente report Eurostat, non hanno eguali nel resto del Vecchio Continente.

2) Cala per la prima volta il numero degli immigrati extra-UE in Italia. Rispetto ai 3.931.133 del 2015, sono scesi a quota 3.714.137. Mancano all’appello soprattutto coloro che hanno lasciato lo status di straniero per ottenere la cittadinanza italiana e che non sono stati rimpiazzati da un numero equivalente di nuovi ingressi. Quantomeno di quelli regolari. Precisazione, quest’ultima, d’obbligo perché il documento Istat non fornisce stime aggiornate né su chi ha varcato illegalmente i confini italici né su chi vi risiede irregolarmente.

3) Diminuiscono del 5% i permessi di soggiorno rilasciati dal nostro paese. Attestandosi a quota 226.934. Ma soprattutto, questo il dato più clamoroso, crollano quelli per motivi di lavoro: -41% rispetto al 2015. Rappresentano ormai meno del 6% del totale. Mentre crescono, a una velocità siderale, quelli per motivi umanitari che hanno raggiunto il massimo storico, 77.927, il 34% del totale. Tra questi i principali beneficiari (45%) sono nigeriani, pachistani e gambiani. Non tutti restano. Molti dei richiedenti asilo usano, infatti, il nostro come un paese di transito. Tant’è che, ad esempio, il 53,4% di coloro che hanno messo piede in Italia nel 2012, ha già varcato le Alpi in cerca di fortuna e parenti.

Giuseppe Terranova

Il protagonismo dei migranti e i rischi di un’occasione persa.

Migranti-violenza

Migranti-violenzaUna discussione necessaria.

C’è bisogno di una grande manifestazione di migranti, perché in Italia i e le migranti sono sotto attacco. Lo sono da tempo e per anni hanno lottato attraversando i confini, scioperando contro lo sfruttamento, resistendo al razzismo istituzionale.
Oggi però questo attacco è diventato più intenso e mira a ridurre le donne e gli uomini migranti al silenzio. Dai rastrellamenti nelle città agli sgomberi delle occupazioni e delle piazze, dalle violenze a Ventimiglia agli accordi con la Libia per restringere il confine con il Mediterraneo, dalle misure del duo Orlando-Minniti per ostacolare le richieste d’asilo ai dinieghi a ciclo continuo sfornati dalle commissioni territoriali, dal lavoro gratuito all’apertura di nuovi centri di detenzione fino al tentativo di imporre un nuovo passo a un’infame politica delle espulsioni e delle deportazioni: l’obiettivo è quello di nascondere la presenza delle e dei migranti, governarla secondo le esigenze di un mercato del lavoro sempre più precario, per chiudere gli spazi di agibilità politica e protagonismo che essi hanno preteso, rivendicato e conquistato in questi anni.

E non sono sotto attacco soli i rifugiati e i richiedenti asilo, ma anche coloro che sono in Italia da decenni.
Questa condizione comune è dimostrata dalle secche parlamentari ed elettorali in cui è finita la legge sullo ius soli che, pur sottoposto alle condizioni della precarietà e povertà di reddito vigenti in Italia, comunque garantirebbe ad alcune centinaia di migliaia di figli e figlie di migranti un documento – la cittadinanza – per sfuggire al ricatto del permesso di soggiorno, a cui da una vita sono sottoposti i loro genitori.

Con l’attacco ai migranti, anche la loro speranza di uno scampolo di diritti sembra ormai abbandonata alla deriva del razzismo democratico.

Oggi più che mai c’è bisogno di scendere in piazza con i migranti, per prendere parola contro uno stato di cose che vuole condannarli al ricatto, al silenzio, alla paura. 

Da molti punti di vista la manifestazione convocata per il prossimo 21 ottobre rischia invece di essere un’occasione persa. Come se gli ultimi vent’anni fossero passati invano, viene proposta una piattaforma che si rivolge chiaramente alla buona coscienza in pelle bianca.

Di fronte all’evidente autonomia delle migrazioni, a un decennio di scioperi del lavoro migrante e di lotte potenti come quelle della logistica e nei campi, di fronte alla crisi della governance europea delle migrazioni viene riproposto il più classico schema antirazzista, ignorando il protagonismo che i e le migranti hanno messo in campo in questi anni.

Di fronte a un razzismo che si è fatto sistema ed è diventato sempre più istituzionale, il massimo che si può fare è davvero invocare la retorica antirazzista in nome di una presunta società accogliente?

Davvero basta ripetere che nessuna astratta persona è illegale?

Davvero, dopo 15 anni di “legge” Bossi-Fini, è possibile sostenere che legalità significhi per i migranti emancipazione e libertà?

Davvero l’evocazione di un’accoglienza diversa e “virtuosa” può scacciare la realtà dell’accoglienza istituzionale che nella forma delle regole di Dublino, della disciplina paternalistica dei centri di accoglienza, è il primo ostacolo alla libertà di movimento dei migranti?

Davvero alla pretesa di libertà dei migranti si può rispondere con un’accoglienza degna, quando l’accoglienza è sempre più una parentesi tra l’arrivo in Italia e il diniego delle Commissioni?

Di fronte alla realtà brutale dei campi di detenzione in Libia, dove le donne migranti vengono violentate quotidianamente da maschi che garantiscono l’inviolabilità del confine per conto del governo libico, dello Stato italiano e dell’Unione Europea, davvero il massimo che si può fare è chiedere il diritto di ispezione dei parlamentari europei, dimenticandosi persino di pretendere che quei campi vengano immediatamente chiusi?… 

 Continua a leggere:  https://coordinamentomigranti.org/2017/10/09/il-protagonismo-dei-migranti-e-i-rischi-di-unoccasione-persa-una-discussione-necessaria/

Coordinamento Migranti

Torture e morte delocalizzate

Detenzione-Libia

Detenzione-LibiaIn un’intervista pubblicata sul numero 37 di Left, Enrico Calamai sviluppa un’interessante e originale analogia fra il trattamento che Italia ed Europa stanno riservando ai migranti dopo gli accordi con la Libia (e quello precedente con la Turchia) e la strategia della “desaparicion” praticata dal regime militare argentino negli anni Settanta.

A quel tempo Calamai era un diplomatico in servizio nella nostra ambasciata a Buenos Aires e fu protagonista di una straordinaria azione di resistenza civile che permise a centinaia di italo-argentini di ottenere documenti validi per l’espatrio, nonostante la tiepidezza politica – chiamiamola così – dei nostri governi dell’epoca (Calamai ha raccontato la storia nel libro Niente asilo politico).

Calamai, intervistato da Donatella Coccoli, ricorda che al tempo del regime militare la sparizione degli oppositori era un metodo repressivo molto efficace, perché non comportava responsabilità evidenti delle forze governative, visto che le sparizioni erano attuate e gestite da invisibili gruppi paramilitari. Solo la straordinaria e intelligente protesta della “madres” di Plaza de Mayo – con le marce settimanali – avrebbe messo in difficoltà il regime e portato la vicenda all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale.

Che c’entra tutto questo con la vicenda attuale dei migranti? C’entra, dice Calamai, perché oggi i governi europei hanno delegato ad altri il compito di far sparire mediaticamente i migranti, che hanno smesso di affacciarsi sulla costa di Lampedusa (e quindi sugli schermi delle nostre tv all’ora del telegiornale) grazie all’intervento, a seconda dei casi, di eserciti statali, milizie private, polizie, guardie costiere di paesi terzi.

In Libia, come ormai è chiaro, stiamo pagando fior di milioni di euro a capi  villaggio, signori e signorotti della guerra, trafficanti di esseri umani per trattenere gli aspiranti all’emigrazione in centri di detenzione dove si pretenderebbe di chiudere persone innocenti ma “nel rispetto dei diritti umani”, secondo  la fasulla retorica corrente (e qui è consigliabile vedere il film L’ordine delle cose di Andrea Segre per capire di che cosa stiamo realmente parlando).

Siamo alla delocalizzazione della tortura. Questo lavoro sporco è lontano dai nostri occhi ma nessuno può fingere di non sapere.

[leggi anche Signor Minniti, questi si chiamano lager. VIDEO di Medu]

Oggi – dice Calamai – i governi creano le condizioni politiche ed economiche legali, commissive e omissive” affinché si arrivi all’eliminazione dei migranti dalla scena. Precisa Calamai: “Mi riferisco ai paesi che fanno parte della Nato e dell’Unione europea. Sono questi i protagonisti che hanno poi come manovalanza ed esecutori i governi poveri della sponda africana. Ma i protagonisti ‘intellettuali’, ripeto, di questa linea politica di morte, di massacro cercato e voluto, sono i governi europei e membri della Nato. Stiamo vivendo un periodo paragonabile a quello di fine anni Trenta, quando non esisteva ancora il termine genocidio, per cui si poteva fare qualcosa che non era un delitto, un reato internazionale”.

La chiusura delle porte ai migranti con la mano libera lasciata al governo turco, ai governi e alle milizie della Libia, per non parlare degli accordi stretti in altre zone calde nei luoghi di partenza, implicano necessariamente abusi, violenze e morte per migliaia e migliaia di persone, ma tutto avviene lontano da occhi indiscreti: dal Mediterraneo sono state allontanate anche le navi delle Ong e può succedere che un barcone vaghi alla deriva per sette giorni senza che nessuno faccia niente…

Ma tutti sappiamo. Come nella Germania degli anni Trenta l’istituzione di campi di detenzione per oppositori e indesiderati non fu un mistero, così tutti noi – governanti e cittadini – sappiamo bene che è stata presa la decisione di negare opportunità, speranze, diritti e spesso anche la vita a persone che altro non chiedono se non di avere un’opportunità di vita in Europa e nel Nord del mondo, lontano dalla miseria, dalla guerra, dalla desertificazione.

Il protagonista del film di Andrea Segre, quando incontra una ragazza in un centro di detenzione libico e ne coglie per intero l’umana disperazione, sembra concedersi la possibilità di seguire la via che la morale gli detta, ma poi decide di non farne niente. Rinunzia, con una semplice telefonata, a salvare la ragazza, e va a sedersi nella sua confortevole casa per una serena cena in famiglia, come se nulla fosse.

Quella scena è la metafora dell’Italia di oggi.

Lorenzo Guadagnucci*
* Giornalista e scrittore, fa parte del Comitato Verità e Giustizia per Genova.

L’Onu: «L’accordo Ue-Libia viola i diritti umani dei migranti»

carceri-Libia

carceri-Libia«Riportare le persone in centri di detenzione in cui vengono trattenute arbitrariamente e torturate è una chiara violazione del principio di non respingimento previsto dal diritto internazionale».
A bocciare senza appello la decisione dell’Europa di riconsegnare i migranti nelle mani dei libici è l’alto commissario Onu per i diritti umani Zeid Raad al Hussein che si è detto «disgustato dal cinismo europeo».

Dopo la denuncia di Medici Senza Frontiere sulle condizioni in cui sono costretti i migranti in Libia, nuove critiche alla politica messa in atto dall’Italia – e avallata dall’Ue – per fermare i flussi arrivano adesso anche dalla Nazioni unite. E svelano ancora una volta tutta l’ipocrisia con cui l’Europa da anni gestisce l’emergenza migranti, annunciando di combattere i trafficanti di uomini ma in realtà mettendo in atto solo politiche di contrasto a quanti fuggono da guerre e miseria. «L’Ue, e l’Italia in particolare, – denuncia al Hussein – sono impegnate a sostenere la Guardia costiera libica, una Guardia costiera che ha sparato a barche di Ong che provano a salvare migranti a rischio di annegare, con il risultato che adesso le Ong devono operare ancora più lontano».

Al Hussein punta il dito su un altro dei punti forti della politica voluta dal ministro degli Interni Marco Minniti e che oggi rischia di trasformarsi nel segno della schizofrenia con cui il governo gestisce l’emergenza migranti. Dopo aver costretto di fatto le Ong ad abbandonare l’opera di salvataggio dei migranti (è di pochi giorni fa l’annuncio della maltese Moas di aver sospeso i soccorsi proprio per non consegnare i migranti ai libici), adesso si pensa di coinvolgere le stesse Ong nella gestione dei campi profughi che verranno allestiti nel paese nordafricano.
A proporlo è il viceministro degli Esteri Mario Giro che due giorni fa ha incontrato una ventina di Ong alla Farnesina. «Non vogliamo abbandonare queste persone all’inferno», ha spiegato Giro riferendosi alle centinaia di uomini, donne e bambini richiuse ne centri di detenzione libici. «Senza aspettare che l’Unhcr o l’Oim siano realmente presenti, abbiamo già messo risorse a disposizione».
Sei milioni di euro sarebbero stati investiti nel progetto, più altri tre per un accordo con i sindaci del territorio libici. Nelle intenzioni della Farnesina le Ong sarebbero almeno una ventina, dalla stessa Msf a Terre des Hommes, all’Elis legata all’Opus Dei.

Apprezzamento per la proposta di Giro è stato espresso dal ministero della Difesa Roberta Pinotti, mentre da parte sua il ministro Minniti ha annunciato di voler incontrare le organizzazioni umanitarie la prossima settimana. «Sarebbe molto bello se ogni Ong italiana potesse adottarne una libica. La mia ambizione sarebbe quella di arrivare a costruire una rete di giovani libici impegnati per il rispetto dei diritti umani nel loro Paese», ha spiegato Minniti.

Dubbi all’operazione arrivano però dalle stesse Ong. In un’intervista all’Huffington post Marco Bertotto, responsabile advocacy di Msf, si dice contrario anche all’idea di ricevere fondi governativi. «dal 2016 noi non accettiamo fondi da alcun governo europeo o dall’Unione Europa in polemica con le politiche di contenimento dell’immigrazione adottate dalla Ue».

Insieme all’Unhcr (che opera attraverso partner locali) e all’Oim, Msf è una delle tre organizzazioni internazionali che opera in Libia.
Nonostante questo – o forse proprio per questo – l’idea di operare sotto il cappello governativo non piace. «C’è il rischio – spiega infatti Bertotto – che questa idea di dare alle Ong la gestione dei centri in Libia appaia come una strumentalizzazione dell’azione umanitaria e del lavoro delle Ong da parte di un governo che ha contribuito a creare una condizione di intrappolamento delle persone in Libia».

Da il Mnifesto. Leo Lancari

I governi europei alimentano il business della sofferenza in Libia

Compi-in-Libia
Compi-in-LibiaLettera aperta di Medici Senza Frontiere agli Stati membri e alle Istituzioni dell’Unione Europea.

Caro Presidente Gentiloni,

il dramma che migranti e rifugiati stanno vivendo in Libia dovrebbe scioccare la coscienza collettiva dei cittadini e dei leader dell’Europa.

Accecati dall’obiettivo di tenere le persone fuori dall’Europa, le politiche e i finanziamenti europei stanno contribuendo a fermare i barconi in partenza dalla Libia, ma in questo modo non fanno che alimentare un sistema criminale di abusi.

La detenzione di migranti e rifugiati in Libia è vergognosa.
Dobbiamo avere il coraggio di chiamarla per quello che realmente è: un’attività fiorente che lucra su rapimenti, torture ed estorsioni. E i governi europei hanno scelto di trattenere le persone in questa situazione.

Ma è inaccettabile bloccarle lì, così come è inaccettabile rimandarle in Libia.

Medici Senza Frontiere (MSF) ha assistito le persone nei centri di detenzione di Tripoli per più di un anno e ha visto con i propri occhi questo schema di detenzione arbitraria, estorsioni, abusi fisici e privazione dei servizi di base che uomini, donne e bambini subiscono in questi centri.

E sappiamo peraltro che questi centri ufficiali non sono che la punta dell’iceberg.

Le persone sono trattate come merci da sfruttare.

Ammassate in stanze buie e sudice, prive di ventilazione, costrette a vivere una sopra l’altra.

Gli uomini ci hanno raccontato come a gruppi siano costretti a correre nudi nel cortile finché collassano esausti.
Le donne vengono violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate.
Tutte le persone che abbiamo incontrato avevano le lacrime agli occhi e continuavano ripetutamente a chiedere di uscire da lì.

La loro disperazione è sconvolgente.

La riduzione delle partenze dalle coste libiche è stata celebrata come un successo nel prevenire le morti in mare e combattere le reti di trafficanti. Ma sappiamo bene quello che sta accadendo in Libia.
Ecco perché questa celebrazione è nella migliore delle ipotesi pura ipocrisia o, nella

peggiore, cinica complicità con il business criminale che riduce gli esseri umani a mercanzia nelle mani dei trafficanti.

Le persone intrappolate in queste ben note condizioni da incubo hanno disperato bisogno di una via di uscita. Devono poter accedere a protezione, asilo e quando possibile a migliori procedure di rimpatrio volontario.

Hanno bisogno di un’uscita di emergenza verso la sicurezza, attraverso canali sicuri e legali. Oggi solo una piccola parte di quelle persone vi ha avuto accesso.

Bisogna fermare subito la terribile violenza perpetrata contro queste persone.

Bisogna assicurare un rispetto basilare per i loro diritti umani, tra cui un adeguato accesso a cibo, acqua e cure mediche.

Nonostante i governi abbiano dichiarato la necessità di migliorare le attuali condizioni delle persone, i risultati sono ancora lontani dall’arrivare.

Invece di affrontare le drammatiche conseguenze provocate dalle loro stesse scelte, i politici si sono nascosti dietro attacchi pretestuosi contro le organizzazioni e gli individui impegnati ad aiutare migranti e rifugiati in grave difficoltà.

Durante le nostre operazioni di ricerca e soccorso in mare, svolte sotto il prezioso coordinamento della Guardia Costiera e con la collaborazione delle autorità italiane, abbiamo subito attacchi, anche con armi da fuoco, da parte della Guardia Costiera libica finanziata e addestrata dall’Europa. E per mesi siamo stati oggetto di pesanti accuse di complicità con i trafficanti.

Ma chi è davvero complice dei trafficanti: chi cerca di salvare vite umane oppure chi consente che le persone vengano trattate come merci da cui trarre profitto?

La Libia è solo l’esempio più recente ed estremo di politiche migratorie europee che da diversi anni hanno come principale obiettivo quello di allontanare le persone dalla nostra vista.

L’accordo UE-Turchia del 2016 e tutte le atrocità che abbiamo visto in Grecia, Francia, nei Balcani e altrove ancora indicano una prospettiva sempre più definita, fatta di frontiere chiuse e respingimenti.

Tutto questo toglie qualunque alternativa alle persone che cercano modi sicuri e legali di raggiungere l’Europa e le spinge sempre più in quelle reti di trafficanti che i leader europei dichiarano insistentemente di voler smantellare.

Vie legali e sicure perché le persone possano raggiungere paesi sicuri sono l’unico modo per proteggere i diritti delle persone in fuga, assicurare un controllo legale delle frontiere europee e rimuovere quei perversi incentivi che consentono ai trafficanti di prosperare.

Non possiamo dire che non sapevamo quello che stava accadendo.

Non possiamo continuare a tollerare questo vergognoso accanimento sulla miseria e la sofferenza delle persone intrappolate in Libia.

Presidente Gentiloni, permettere che esseri umani siano destinati a subire stupri, torture e schiavitù è davvero il prezzo che, per fermare i flussi, i governi europei sono disposti a pagare?

Joanne Liu  –  Presidente Internazionale MSF
Loris De Filippi  –  Presidente MSF Italia

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