Category Archives: Migranti

Il canto di dolore in fuga dalla Libia

Tesfalidet Tesfom è morto il giorno dopo il suo sbarco a Pozzallo del 12 marzo 2018 dalla nave Proactiva della ong spagnola Open Arms. Ha lottato tra la vita e la morte all’ospedale maggiore di Modica, e nel suo portafogli sono state ritrovate due poesie scritte di suo pugno nella sua lingua madre: il tigrino.

Tesfalidet, detto Segen, scappava dalla leva obbligatoria e senza fine della dittatura eritrea. Ha attraversato la Libia e lì, nel centro di detenzione di Bani-Walid, ha cominciato a morire.
Amici sopravvissuti hanno raccontato di violenze, dell’impossibilità di lavarsi e della scarsità di cibo.

E’ morto perché denutrito e malato di tubercolosi in stato avanzato.
La sua storia racconta tutto quello che dobbiamo sapere sulle ipocrisie delle politiche migratorie italiane ed europee.

Una delle due poesie.

Non ti allarmare fratello mio

Non ti allarmare fratello mio, dimmi, non sono forse tuo fratello?
Perché non chiedi notizie di me?
È davvero così bello vivere da soli,
se dimentichi tuo fratello al momento del bisogno?
Cerco vostre notizie e mi sento soffocare
non riesco a fare neanche chiamate perse,
chiedo aiuto,
la vita con i suoi problemi provvisori
mi pesa troppo.
Ti prego fratello, prova a comprendermi,
chiedo a te perché sei mio fratello,
ti prego aiutami,
perché non chiedi notizie di me, non sono forse tuo fratello?
Nessuno mi aiuta,
e neanche mi consola,
si può essere provati dalla difficoltà,
ma dimenticarsi del proprio fratello non fa onore,
il tempo vola con i suoi rimpianti,
io non ti odio,
ma è sempre meglio avere un fratello.
No, non dirmi che hai scelto la solitudine,
se esisti e perché ci sei con le tue false promesse,
mentre io ti cerco sempre,
saresti stato così crudele se fossimo stati figli dello stesso sangue?
Ora non ho nulla,
perché in questa vita nulla ho trovato,
se porto pazienza non significa che sono sazio
perché chiunque avrà la sua ricompensa,
io e te fratello ne usciremo vittoriosi affidandoci a Dio.


Tesfalidet Tesfom a bordo della OpenArms

 

MAI PIU’ LAGER! – NO AI CPR

L’annuncio del governo in carica di voler riconvertire nuovamente il centro di accoglienza per richiedenti asilo di via Corelli a Milano in CPR – ovvero un centro di detenzione amministrativa per stranieri sprovvisti di permesso di soggiorno in attesa di esecuzione di un provvedimento di espulsione – ha riportato alla ribalta una questione che si riteneva ormai conclusa da tempo.

Da quando cioè l’ex CIE di via Corelli era stato chiuso nel 2014, e così diversi altri in Italia (rimanendone solo una manciata sul territorio, prevalentemente al Sud), a seguito delle proteste, spesso e volentieri represse con la violenza, delle persone “ospitate” in condizioni insostenibili, e della conseguente pressione dell’opinione pubblica.

Invece, dagli ultimi proclami dell’attuale governo, pare proprio che non rimarranno lettera morta le disposizioni della Legge Minniti – Orlando del 2017 che hanno previsto l’istituzione di un CPR per ogni regione. E significativamente pare che si partirà proprio da Milano.

Questo ha spinto varie realtà milanesi e  singoli cittadini a costituire una rete di mobilitazione (MAI PIU’ LAGER! – NO AI CPR) regionale, ma destinata a varcare anche i confini lombardi, considerata la prospettata apertura di nuovi CPR in altre regioni d’Italia.

Con riguardo a questo tema, intento della rete è in primo luogo:

  • impedire, con attività di mobilitazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica, nonché ricorso formale alle istituzioni, l’apertura di nuovi CPR, nonché ottenere la chiusura di quelli esistenti, che per di più si risolvono alla fine con il rilascio di un invito a lasciare il territorio in maniera autonoma, atteso l’enorme dispendio di mezzi necessari per attuare il rimpatrio e l’assenza dei necessari accordi con i Paesi di provenienza;
  • nelle more, chiedere l’estensione alle persone detenute nei CPR delle garanzie riconosciute nel sistema penitenziario penale.

Per meglio motivare le nostre istanze, è bene ricordare che i “Centri di Permanenza per i Rimpatri” della Legge Minniti – Orlando trovano il loro antecedente nei Centri di Permanenza Temporanea (CPT) della Legge Turco – Napolitano del 1998, e che questi hanno subito negli anni un restyling nei fatti solo terminologico, con la ridenominazione in “Centri di Identificazione ed Espulsione” (CIE) con la Legge Bossi – Fini nel 2002 prima di giungere all’attuale, ma hanno sempre conservato identiche struttura e funzione: il regime di detenzione che vi si attua è del tutto analogo a quello del sistema penitenziario penale, con la determinante differenza che chi la subisce non è accusato di un reato, bensì della sola responsabilità amministrativa di essere privo di un valido titolo di soggiorno, che, paradossalmente, l’attuale ordinamento non consente loro di acquisire.

Con l’ulteriore significativa differenza che all’interno dei CPR non sono garantiti i diritti riservati ai soggetti in detenzione penale, come ad esempio quelli alle visite e dei colloqui con i legali.

Rispetto ai centri di accoglienza (nei quali vige l’obbligo di rientrare solo durante la notte), non sono previste invece per chi è detenuto del CPR, che vi restano reclusi notte e giorno, attività di formazione. Salve rare eccezioni in occasione di delegazioni autorizzate e previo l’espletamento di complicate formalità, nessuno può avervi accesso, oltre al personale di polizia: neppure giornalisti o associazioni umanitarie.

Ebbene non ci lascia tranquilli il fatto che in tali condizioni siano rinchiuse, anche per diversi mesi, donne, uomini e anche, senza alcuna cura delle peculiarità del caso, appartenenti alla comunità LGBTQI; perché siamo nel Paese dei taser, nel Paese di Bolzaneto e della Diaz, di Cucchi, Aldrovandi (e tanti, troppi altri), il cui Ministro degli Interni ha dimostrato di non farsi  scrupoli a dare quotidiane prove di forza politica ed elettorale giocate sulla pelle di uomini, donne e bambini, sia con utilizzo strumentale del tema migratorio, sia tenendone concretamente  in ostaggio diverse centinaia in mare aperto fino allo stremo, pur sotto tutti i riflettori dei media internazionali.

E di qui il punto, e l’ambito del più ampio interesse della rete. Perché ad accusarci di “buonismo” sarà solo chi è così cieco da non avere ancora compreso che gli stranieri nel nostro Paese sono solo le cavie dell’ultimo stadio dell’esperimento di successo, avviato negli anni ’90, di marginalizzazione delle minoranze e delle diversità, di sfruttamento delle categorie più deboli, ma anche di progressiva precarizzazione dei diritti civili, sociali e politici, che interessano tutte e tutti. Mentre l’istigazione all’odio dello straniero (ormai… istituzionalizzata) è solo l’arma di distrazione di massa per mimetizzare questo processo trasversale, oltre ad essere il fondamento di una irresponsabile strategia elettorale, allo stato – anzi, allo Stato – purtroppo vincente.

Riprova di tale trasversalità sono ad esempio le bozze del Decreto Immigrazione e del Decreto Sicurezza di recente circolate (infine unificate in un unico provvedimento, ribadendo un binomio che la dice lunga sulla visione del fenomeno migratorio adottata), nelle quali l’attuale Governo – trovando buon gioco nell’approfondire il solco già tracciato dal precedente – con strumenti normativi emergenziali affronta, fenomeni invece strutturali; e con l’occasione, approfittando del terrorismo psicologico di Stato instillato con una vera e propria strategia della tensione, interviene ridimensionando drasticamente le ipotesi di concessione di permesso di soggiorno e sulla spesa pubblica per l’accoglienza. E allo stesso tempo attenta sfrontatamente a principi basilari di rango anche costituzionale, quali il principio di presunzione di colpevolezza, quello di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge (la cittadinanza acquisita potrà essere revocata!) e quello del diritto alla difesa con il gratuito patrocinio.

Per non dire delle disposizioni di “sicurezza” quali il ripristino del reato di blocco stradale, l’inasprimento delle pene nei confronti di chi promuove ed organizza occupazioni abusive (“di matrice non solo politico-ideologica”), la dotazione di taser per le polizie municipali e l’allargamento delle misure di tutela del decoro urbano anche ai presidi sanitari e le aree destinate a fiore, mercati e pubblici spettacoli.   Esse rivelano la chiara direzione imboccata, verso un vero e proprio Stato di polizia. Per tutte e tutti, cittadine/i e non.

In tale contesto, quindi, riteniamo che i CPR (destinati peraltro alla moltiplicazione e al sovraffollamento, a seguito dell’esercito di irregolari generato dal nuovo decreto) siano l’emblema, l’incarnazione dell’incubo del porto franco da ogni minima garanzia di diritti umani, civili e sociali, che deve costituire un monito e un deterrente per tutti coloro che abbiano a cuore i valori della democrazia e dell’antifascismo. 

E di qui la chiamata a voler unire sotto il simbolo «MAI PIU’ LAGER! – NO AI CPR», al di là dello specifico tema della riapertura dei CPR, tutte e tutti coloro che si riconoscono in detti valori e li considerano in pericolo, non solo per le migranti ed i migranti sul nostro territorio, ma per tutte e tutti, ed intendono presentare a più livelli e con più modalità le proprie istanze, avviando attività di mobilitazione diretta e di sensibilizzazione di un’opinione pubblica che, ormai narcotizzata e plagiata – da destra e da sinistra – con il falso mito della sicurezza e della legalità, non si è accorta di essere stata nel frattempo derubata quasi di tutto.

Rete di mobilitazione “MAI PIU’ LAGER! – NO AI CPR”

Per adesioni: noaicpr@gmail.com

Missing at the borders

Persone non numeri”.

E’ questo il principio essenziale da cui nasce il progetto Missing at the borders con l’obiettivo di dare voce ed espressione al dolore delle famiglie dei migranti deceduti, scomparsi o vittime di scomparsa forzata nel raggiungere l’Europa.            

L’iniziativa autofinanziata è promossa da una rete di organizzazioni, attive su entrambe le sponde del Mediterraneo, che hanno unito le forze con le famiglie dei migranti. In prima linea fin dalla nascita del progetto Milano senza frontiere, insieme ad altri soggetti coinvolti nell’opera di sensibilizzazione voluta con Missing at the borders: Como senza frontiere, Palermo senza frontiere, Carovane Migranti, Association des travailleurs Maghrèbins de France, Alarm Phone e Watch the Med.

Uno degli strumenti creati dalla rete per raccontare il triste fenomeno dei “nuovi desaparecidos” è il sito internet www.missingattheborders.org.
Da qualche giorno online, il sito dà spazio a numerose storie e testimonianze dei parenti impegnati nella denuncia delle politiche migratorie europee che, non concedendo la possibilità di un ingresso regolare, costringono le persone a rischiare la vita per arrivarci privandole del diritto alla mobilità sancito nell’art. 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani.        

Al momento sul sito sono presenti approfondimenti in relazione al fenomeno dei migranti nelle realtà di Paesi quali Tunisia e Algeria. Particolarmente interessanti e toccanti, le singole testimonianze con video in cui sono intervistate singolarmente le famiglie dei migranti: la loro voce racconta aneddoti, percorsi di vita e scelte fatte trasformando davvero i drammatici “numeri” associati al fenomeno in fatti reali accaduti a queste persone.

Edda Pando di Milano senza frontiere dice: “Anno dopo anno migliaia di persone scompaiono lungo i confini nel corso del loro viaggio migratorio.
Si stima che dal 2000 il numero delle vittime abbia superato le 35 mila unità. E nessuno sa quante siano esattamente quelle lungo i percorsi che dall’Africa subsahariana e dal Medioriente portano verso le coste meridionali del Mediterraneo.
Quello che Missing at the borders chiede è giustizia, verità e dignità per le famiglie; che si diano risposte concrete su quanto successo ai loro familiari scomparsi, che l’UE cessi di esternalizzare la sorveglianza delle frontiere e che sia garantito a tutti e a tutte la libertà di movimento
”.

Alla base del progetto Missing at the borders vi è l’idea che la presenza come soggetto politico dei parenti dei migranti deceduti, scomparsi o vittime di scomparsa forzata sia fondamentale per denunciare e mostrare le conseguenze della criminale politica migratoria europea e dei singoli Stati. 

Si parla di nuovi desaparecidos perché, come ha detto Enrico Calamai, ex vice console italiano in Argentina durante gli anni 70, “la desapariciòn è una modalità di sterminio di massa, gestita in modo che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza o possa almeno dire di non sapere”.
Calamai membro del Comitato Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos, di cui fa parte anche Milano senza frontiere è stato il primo a usare questo termine.

Conclude lo stesso Calamai: “I familiari dei migranti si sono conosciuti cercando i loro figli negli ospedali, nei ministeri, nei commissariati andando a fare denuncia. Ciò che di fondamentale li accomuna è l’aver fatto un salto di coscienza e di conseguenza non accettare che la loro tragedia sia dovuta ma agire per avere giustizia e far sì che, anche grazie alle loro testimonianze, nel futuro episodi simili non si ripetano”.

Nel sito saranno pubblicate ogni mese nuove testimonianze tramite videointerviste realizzate anche grazie a chi vorrà fare una donazione al progetto dalla pagina web che riporta indicazioni e i riferimenti della rete di associazioni. 

 www.missingattheborders.org

VIDEO

Lettera aperta al Presidente della Repubblica

Il Ministro dell’Interno ha recentemente annunciato la propria intenzione di trasformare la struttura di proprietà del Ministero della Difesa di via Corelli, attualmente Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS), in un Centro Per il Rimpatrio (CPR), secondo la nuova denominazione scelta dalla Legge Minniti-Orlando dello scorso anno; si tratterebbe, come i più ricorderanno, di un triste ritorno al passato, dal momento che la stessa struttura ospitava in passato il CIE, istituto al quale quello nuovo del CPR è del tutto identico, salvo alcuni ritocchi puramente cosmetici.

Già nella primavera del 2014 si assistette a un primo tentativo di riaprire il CIE di via Corelli, contro il quale anche noi ci mobilitammo; tale tentativo infine fallì, anche per la ferma opposizione dell’Amministrazione comunale, che anche in questa occasione si è pronunciata negativamente.
Contro questa ipotesi, noi pensiamo sia possibile e necessario dar vita ad un movimento di opposizione solido e ampio, che coinvolga tutti i soggetti che quotidianamente s’impegnano per il supporto e la tutela dei diritti delle persone migranti, ma anche quante e quanti hanno a cuore il rispetto della dignità e la difesa dei diritti fondamentali che spettano a ogni essere umano.

Nel contempo lo schema di decreto fatto trapelare dal ministero dell’interno giovedì    scorso, vista la gravità delle disposizioni in esso contenute, abbiamo ritenuto di fare    appello al Presidente della Repubblica perché si rifiuti di firmarlo.

Come Naga, abbiamo ripetuto molte volte che ciò che viene sperimentato sulle persone migranti, prima o poi sarà praticato su settori sempre più ampi della popolazione, e purtroppo ne abbiamo avuto nel tempo numerosi riscontri.

Lettera al Presidente della Repubblica.

I dati del Ministero dell’Interno smentiscono Salvini

I dati del Ministero dell’Interno: Omicidi – il 14%, rapine – 11%, Sbarchi – 76%. Il rapporto sicurezza descrive un paese diverso da quello che Salvini scrive sui social

L’emergenza criminalità? Un ricordo del passato. Così come quella dell’immigrazione, verità raccontate dal report del ministero dell’Interno, il primo dell’era Salvini, pubblicato, come ogni anno, a cavallo di Ferragosto.

Il documento raccoglie i dati che vanno dal primo agosto 2017 a quello 2018, raccontando una storia scritta per buona parte prima del 4 marzo. I numeri ufficiali sulla sicurezza in Italia parlano chiaro:

  • i delitti sono diminuiti del 9,5 per cento,
  • gli omicidi del 14 per cento,
  • furti e rapine, rispettivamente, sono scesi di 8,7 e 11 punti.

Per quanto riguarda la lotta alla criminalità organizzata, in circolazione rimane un solo latitante di massima pericolosità: Matteo Messina Denaro.

Gli sbarchi? Ovviamente dimezzati. E tra gli atti di indirizzo rivendicati c’è anche l’avvio della procedura di modifica della carta d’identità elettronica, con «la relativa ricevuta l’indicazione di “padre” e “madre” in luogo di “genitori”».

La lotta alla criminalità organizzata. Il dossier sicurezza parte proprio da qui, dal numero di mafiosi arrestati nell’ultimo anno. Se fino a ferragosto 2017 a finire in cella sono stati 1.627 affiliati, nell’anno successivo sono stati 1.662, tra i quali 53 latitanti, otto in più rispetto al periodo precedente.

Il lavoro delle forze dell’ordine ha consentito di portare in cella tutti i boss meritevoli di rientrare nell’elenco dei super ricercati del Viminale: l’ultimo ad essere incastrato è stato Rocco Morabito, boss di ‘ ndrangheta, ricercato dal 1994 e arrestato il 4 settembre 2017 a Montevideo, in Uruguay. Messina Denaro rimane dunque l’ultimo degli eterni fuggitivi, nascosto nel buio dal 1993 e con una sentenza di condanna al carcere a vita pendente sulla sua testa.  
Sono diminuite, invece, le operazioni di polizia giudiziaria: il numero è sceso da 175 a 154.

AMMINISTRAZIONI SCIOLTE PER MAFIA

Sono aumentati gli accessi ispettivi antimafia nei Comuni: da 24 a 26, dei quali dieci attualmente in corso. A ciò si aggiungono i drammatici numeri relativi agli scioglimenti delle amministrazioni comunali: da 26 si è passati a 34, di cui 24 nuovi e dieci proroghe, con la Calabria che si conferma primatista degli scioglimenti, con la metà dei Comuni interessati.
Numeri alti quelli relativi a sequestri e confische: nell’ultimo anno sono stati 22.650 i beni congelati, dei quali 1068 aziende, per un totale di 4.592 milioni di euro.
Numeri che, però, in alcuni casi non hanno superato la prova definitiva: le confische sono infatti 9.620, per un totale di 477 aziende e un valore di 3.227 milioni di euro.
Attualmente, l’Agenzia nazionale dei beni confiscati ha in gestione 21.265 beni, dei quali 3.018 sono aziende.

IL TERRORISMO INTERNAZIONALE

Cambiano di poco i numeri relativi alle espulsioni per motivi di sicurezza: 96 fino al 31 luglio 2017, 108 fino al 2018, dei quali due imam.
Raddoppiato, invece, il numero degli estremisti arrestati: sono 43 quelli dell’ultimo anno, contro i 24 del periodo precedente, mentre i foreign fighters monitorati sono stati 135, dieci in più in un anno, dei quali 48 deceduti e 26 rientrati in Europa.
Cresce a dismisura il numero delle persone controllate: 510.492 contro le 272.557 dell’anno precedente.

DELITTI DIMINUITI DEL 9,5 PER CENTO

I numeri parlano di un sensibile calo dei delitti, che sono scesi da 2.453.872 a 2.240.210. Diminuiscono gli omicidi (passati da 371 a 319, dei quali 30 attribuibili alle mafie), le rapine (passate da 31.904 a 28.390) e i furti (scesi da da 1.302.636 a 1.189.499), ma anche le operazioni contro l’abusivismo commerciale e la contraffazione, passate da 50.390 a 45.994, con quasi 120 milioni di articoli sequestrati per un totale di 1,159 miliardi di euro (circa 300milioni in meno). Preoccupano ancora, invece, i numeri della violenza sulle donne, con una diminuzione del 26,3 per cento delle denunce per stalking e un aumento del 20 per cento gli ammonimenti del Questore, dei quali in 429 casi – poco meno della metà per violenza domestica.
Gli omicidi volontari riguardano ancora, in un terzo dei casi, le donne e ben 134 avvengono in ambito familiare, il più delle volte commessi dal partner (48 casi) o da un altro familiare (70 casi).

SBARCHI PIÙ CHE DIMEZZATI

C’è da giurarci che il tema che interessa maggiormente il ministro dell’Interno Matteo Salvini è quello dell’immigrazione.

E nel report del suo dicastero i dati sono per lui confortanti, sebbene relativi ancora quasi tutti al governo precedente: 42.700 immigrati arrivati in Italia contro i 182.877 dell’anno precedente, quando gli scafisti arrestati erano stati 536, contro i 209 dell’ultimo anno. La percentuale è altissima: meno 76,6 per cento. Tra gli arrivi si contano anche 6mila minori non quattro volte in meno rispetto ai dati contenuti nel report dello scorso anno.
Diminuite le domande d’asilo (82.782 contro 144.099), ma sono aumentate le domande di protezione internazionale esaminate, delle quali solo il 39 per cento ha ottenuto il riconoscimento di una forma di protezione.

Aumentano dunque i dinieghi (53,8 per cento) e di conseguenza i rimpatri, anche se di poco: da 6.378 si è passati a 6.833, dei quali 1.201 volontari assistiti.

La geografia della migrazione è dunque cambiata, ma il numero di stranieri regolarmente soggiornanti rimane quasi invariato: sono 4.116.721, ovvero centomila in più.
Ma tra i risultati amministrativi il report annovera anche la riduzione dei tempi per l’esame delle istanze d’asilo, con indicazioni ai Prefetti «per la razionalizzazione e il contenimento delle spese dei servizi di accoglienza per i richiedenti asilo», come testimoniato dal caso Riace, quello che ha fatto più scalpore.

Simona Musco
da il dubbio

Quando i morti hanno un nome e una storia le cose cambiano

Una shitstorm (tempesta di merda) sta offuscando le menti di molti europei, e l’altruismo, la compassione, l’empatia, il rispetto, la cooperazione, sono ridotti ai minimi termini o scomparsi. Politici improvvisati, giocano sadicamente, con la vita di decine di migliaia di migranti, ogni giorno in Europa. I migranti sono persone prive di valore economico, e quindi spazzatura per questa società neoliberista.
Rappresentano scarti umani, rifiuti della società, al massimo schiavi.
I rifiuti sporcano, ingombrano, vanno eliminati o messi in discarica.
Meglio se si auto-eliminano.

Alle persone che si sono tolte violentemente la vita, di fronte all’ultima porta sbattuta in faccia della Fortezza Europa, è dedicato questo articolo. Per ricordare, con affetto, se non le storie, almeno i nomi di questi nostri invisibili fratelli e sorelle.

Il Guardian ha pubblicato, lo scorso giugno, una lista di nomi di migranti morti, compilata da United for Intercultural Action, per la campagna “Fatal Policies of Fortress Europe”: No More Deaths – Time for Change cosultabile qui (https://j-mag.ch/the-list-of-the-34361-men-women-and-children-who-perished-trying-to-reach-europe-since-1993/)

Secondo questa lista, 34.361 sono i migranti morti negli ultimi 25 anni dall’aprile del 1993, all’aprile 2018, affogati, sparati, assiderati, soffocati, suicidati, un numero che andrebbe moltiplicato per 4, considerando le morti in itinere, nel deserto, nei campi di concentramento libici, i dispersi in mare etc.
Tra giugno e luglio 2018 ci sono state altre 721 morti in mare, secondo un rapporto di Amnesty International. Senza contare le persone detenute e torturate nei lager libici.

Tutte morti che non fanno notizia.

Dalla lista del Guardian, abbiamo estrapolato, le morti per suicidio, che sono state complessivamente 340, numero anche questo sicuramente sottostimato. 30 sono stati i suicidi delle donne, e su questi dirigeremo la nostra attenzione.

Il suicidio è un fenomeno di natura multidimensionale in cui si intrecciano fattori sia individuali che sociali. Nel caso dei migranti si situa al termine di una overdose inimmaginabile di sofferenza e di soprusi di tutti i tipi.
Il colpo di grazia è la lentezza esasperante della burocrazia, la detenzione, il mancato diritto di asilo, la separazione forzata dai propri cari, la minaccia di espulsione, il rimpatrio forzato, l’emarginazione.

Queste donne avevano una fascia di età che variava dai 19 ai 79 anni, provenivano da 23 paesi diversi, dal Congo, alla Palestina, dall’Iran all’Algeria, dalla Bosnia, allo Zimbabwe. 9 si sono suicidate in Inghilterra; 7 in Germania; 3 in Italia; 2 in Spagna, Olanda e Svezia;1 in Svizzera, Grecia, Francia, Lussemburgo; di 1 non abbiamo notizie.

Di ciascuna di loro non ci rimangono che poche scarne righe, le generalità, il motivo del gesto autolesivo, il luogo di nascita e di morte. Solo della più giovane siamo riusciti a ricostruire, seppur molto parzialmente, la tragica storia degli ultimi 2 anni di vita, grazie all’articolo del ‘Berliner Zeitung’ del 29 aprile scorso intitolato “Dramma familiare Una giovane donna uccide il suo bambino e poi se stessa”.

La storia emblematica di una ragazza eritrea Snaid Tadese, era una giovane mamma di 19 anni, un’eritrea, che al culmine della disperazione, prima ha strangolato il suo bambino Nahom e poi si è impiccata, il 20 aprile di quest’anno a Eckolstädt, in Germania.
Snaid è di fede cristiana e scappa dalla feroce dittatura eritrea, che perseguita ed uccide i cristiani. Durante la fuga, nel 2016, in Sudan incontra Tadić, che sarà il padre del suo bambino.
Siamo andati per una settimana su un camion attraverso il Sudan, 81 persone in camion”, racconta Tadić, “Poi il conduttore ci ha venduto a un altro gruppo, che ci ha distribuito su tre auto e ci ha guidato attraverso il deserto in Libia”.
Ci sono stati crudeli incidenti durante l’attraversamento della Libia. Snaid ne era profondamente sconvolta e traumatizzata. Poi in barca sono arrivati in Italia e da lì con altri 30 eritrei sono giunti, ad Apolda (un paese della Turingia) dove hanno vissuto insieme ad altri connazionali, già ben inseriti nel contesto sociale, in una casa per rifugiati, in cui la polizia faceva continue irruzioni notturne alla ricerca di migranti senza permesso di soggiorno valido.
Snaid era molto spaventata da queste irruzioni. In seguito alla nascita del figlio, Tadić, e Snaid fanno domanda di assegnazione di una casa. La ottengono a 10 km di distanza a Eckolstädt, un centro asilo per rifugiati. Non ci vogliono andare perché non vogliono lasciare il gruppo di eritrei, con cui avevano ricreato delle relazioni, dei punti di riferimento, ma la polizia li costringe a traslocare. Così si trovano isolati, insieme a siriani ed iracheni, senza nessun interprete, con una linea di bus, molto saltuaria, non funzionante nel weeek-end. I tre passano gli ultimi 5 mesi sempre chiusi in casa, Snaid è terrorizzata all’idea del rimpatrio. La relazione fra Snaid e Tadić, ovviamente si deteriora, Snaid fa un tentativo di suicidio. Infine a seguito di un litigio Tadić, va via per qualche giorno a casa di amici ad Apolda, ed al ritorno dopo due giorni si trova davanti al dramma.

Le altre ventinove donne morte di disperazione, nel fuoco, impiccate, precipitate, avvelenate.

Forsina Makoni era una donna di 79 anni, dello Zimbabwe, che si è gettata nel fuoco, nel 2002, a Gillingham, città del Kent, in Inghilterra, dopo che la sua richiesta di asilo era stata rifiutata. Forsina Makoni è il nono richiedente asilo che si è suicidato gettandosi nel fuoco, dal 1989 al 2017, in Inghilterra.

Altre ‘alight’ (incendiate) della lista del Guardian sono:
Nusrat Raza, che si è data fuoco, perché non aveva più diritto all’asilo, nel giugno 2005. Era una giovane pakistana che viveva a Bradford. Un testimone oculare l’ha descritta, ‘come una grande palla di fuoco che proveniva dalle stelle’;  
NN, una donna francese di 60 anni si è bruciata viva a Parigi, nel 2008, per protestare contro la deportazione del suo compagno armeno. 
Becky Moses, è morta nel fuoco, a Rosarno, nel gennaio 2018, perché le era stato negato il diritto di asilo.

Suicide per impiccagione:
Djedjik Fatiha, una donna algerina di 39 anni, si è appesa con una sciarpa per la paura di essere rimpatriata, a Emmen in Olanda, il 22/02/03;
Beverley Fowler, una donna giamaicana di 32 anni, per la paura del rimpatrio, si è impiccata in prigione a Durham (GB) il 02/10/02;
B.H. una donna irachena di 74 anni si è impiccata in un centro di accoglienza tedesco, vicino Albbruck, distrutta dalle misere condizioni di vita, il 15/02/02;
J. Danielle, una donna algerina in gravidanza, detenuta nell’enclave di Ceuta, si èimpiccata nella stazione di polizia, in Spagna il 02/12/98.

Suicide per “precipitazione dall’alto” :
Senida P. una bosniaca di 26 anni, si è lanciata dall’ottavo piano, a Francoforte, per il terrore del rimpatrio, nel 2000;
Tatiana Serykh, una russa di 40 anni, si è suicidata lanciandosi col marito ed il figlio dal quindicesimo piano di un edificio a Glasgow (GB) il 07/03/10;
Nguyen Thi Nga, una donna di 34 anni, del Vietnam, si è gettata dalla finestra di un centro per rifugiati a Mespelbrunn, (Germania), per paura del rimpatrio 2001.

Suicide in clinica psichiatrica:
N.N. una donna dell’ Eritrea si è suicidata a Liestal, comune svizzero vicino a Basilea il 16/11/12;
Julia Kowaltschuk, sconosciuta, una rifugiata con sofferenza mentale, si è suicidata con una overdose di farmaci, il 10/05/04.

Suicida sotto un treno:
N.N. una donna dello Sri Lanka, richiedente asilo, si è gettata sotto ad un treno a Russelheim (DE), nel 1999.

Suicida per ingestione di liquido antifreeze:
Danielle Dominy, una donna brasiliana, di 30 anni si è suicidata così per la paura di essere separata dal marito, a Werrington, Cornwall (GB).

Gian Luca Garetti

 

Migranti, tutti i numeri dell’«invasione» che non c’è.

La gestione dei migranti è una polemica a scatto fisso fra Roma e Bruxelles. O meglio, a scatto ritardato: nonostante le tensioni politiche e la sovraesposizione mediatica, l’arrivo di stranieri su scala quotidiana è diminuito di oltre 7 volte rispetto al 2016.
Un calo accompagnato, paradossalmente, alla crescita delle ostilità degli italiani al fenomeno migratorio e a una percezione distorta dell’incidenza reale di stranieri sul totale della popolazione residente.

Tra luglio 2016 e luglio 2017, secondo i dati dell’istituto Ispi, sbarcavano in Italia una media di 539 migranti al giorno. Tra luglio 2017 e maggio 2018, sotto gli effetti delle politiche dell’ex ministro degli Interni Marco Minniti, la quota era scesa a 120. Da giugno in poi si è arrivati a una media di 71 sbarchi al giorno, seguendo un ritmo ingranato ben prima dell’insediamento del governo giallo­verde e delle sue azioni politiche più eclatanti, come il blocco delle navi o le minacce a Bruxelles sul taglio ai contributi italiani al bilancio comunitario. Statistiche che non intaccano la priorità assegnata alla «emergenza migranti» sull’agenda politica delle elezioni in tutto il Continente, a partire dal voto delle europee per il 2019.

L’incontro di Milano fra il vicepremier Matteo Salvini e il presidente ungherese Viktor Orban rientra nell’ottica dell’internazionale populista che potrebbe far cartello in vista delle urne, costituendosi come sigla a sé o scalando dall’interno il Partito popolare europeo.

Il caso della Spagna e il divario tra numeri­-realtà.

L’Organizzazione internazionale delle migrazioni, un’agenzia collegata alle Nazioni unite, rileva che gli ingressi si sono quasi dimezzati nei primi otto mesi dell’anno in corso: 67.122 arrivi in Europa al 26 agosto 2018, contro i 123.205 registrati nello stesso periodo del 2017 e i 272.612 del 2016. L’Italia ha registrato il punto più basso di ingressi negli ultimi cinque anni (19.761), appena sopra gli standard della Grecia (18.529) e al di sotto della Spagna (27.994), dove gli sbarchi procedono con ritmi di crescita pari a quattro volte quelli dell’Italia. Un trend contrario a quello di Italia e Grecia, dove i flussi sono in caduta libera rispetto alla crisi di qualche anno fa.

I FLUSSI DI MIGRAZIONI IN EUROPA

I dati dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni sugli sbarchi nei primi otto mesi del 2018. Si segnala il sorpasso della Spagna su Italia e Grecia.

Madrid è alle prese con un incremento degli arrivi del +114% nel periodo gennaio­luglio del 2018 rispetto agli stessi mesi del 2017, anche se i numeri assoluti restano inferiori alle poche decine di migliaia. C’è chi ha interpretato l’exploit iberico come una conseguenza del pollice di ferro esibito dal governo italiano, ma la dinamica non è così semplice. «In realtà gli sbarchi in Spagna erano aumentati già da prima del calo di quelli in Italia, non c’è una correlazione evidente ­ spiega Matteo Villa, ricercatore Ispi ­ Quanto all’Italia, il grosso del calo è dovuto alle politiche di Minniti ed è avvenuto prima del governo Conte».

I dati ufficiali sembrano influenzare poco la percezione del fenomeno, creando una polarizzazione fra il calo degli arrivi e l’aumento dell’ostilità verso «gli invasori». Un report dell’Istituto Cattaneo, una società di ricerca, ha evidenziato che i cittadini italiani sono tra i più propensi su scala Ue a sovrastimare la presenza di stranieri in Italia. Il campione interpellato dall’istituto è convinto che i cittadini extracomunitari residenti in Italia siano pari al 25%, mentre la quota reale è di circa il 7%: uno scarto di quasi 20 punti percentuali fra sensazioni e realtà, dove le prime finiscono per schiacciare (e alterare) la seconda.
L’«errore percettivo», come viene definito nel report, aumenta in rapporto alle pregiudiziali ideologiche degli intervistati. Gli elettori di centrodestra tendono a percepire più stranieri di quanti ne siano presenti (il 32,4% della popolazione, contro il 7% effettivo), mentre gli elettori di centrosinistra fanno stime meno elevate della media nazionale. Ma comunque sbagliate: la stima è di un’incidenza di stranieri pari al 18,5% della popolazione, quasi tre volte oltre la realtà statistica (7%).

Il flop della «solidarietà europea».

Sullo sfondo c’è il fallimento, prolungato, di una cabina di regia europea per i meccanismi di solidarietà. La riforma del regolamento di Dublino, l’atto giuridico che disciplina l’assegnazione dei richiedenti asilo, è naufragata insieme alla principale ambizione italiana: ridiscutere il principio del «Paese di primo arrivo», quello che impone allo Stato di sbarco la presa in carico del migrante.

L’approdo a una nuova versione del testo avrebbe consentito di impostare uno schema di ridistribuzione più equo, aumentando le sanzioni per i paesi più riottosi all’accoglienza. Non è andata così e, negli ultimi anni, i migranti ricollocati in altri Paesi europei viaggiano su valori minimali. A luglio 2018, secondo dati della Commissione europea, l’Italia aveva redistribuito ad altri Paesi Ue un totale di 12.694 persone, rispetto alle centinaia di migliaia di sbarchi registrati dal 2015 ad oggi. Tra i Paesi di destinazione privilegiati ci sono Germania (5.436) e Svezia (1.392), fra quelli meno inclini a sostenere la ricollocazione di migranti «italiani» ci sono i Paesi del blocco di Visegrad, l’insieme di paesi dell’Est europa in dialogo con Matteo Salvini per le elezioni del 2019. Indicativo, in questo senso, il totale di richiedenti asilo smistati dall’Italia all’Ungheria di Orban: zero.

Alberto  Magnani
(da “Sole 24 ore”, 29 agosto 2018)

Prima la solidarietà

Sei domande al Comune di Milano

All’interno della piattaforma elaborata più di un anno fa (link) lo abbiamo scritto chiaramente: siamo sempre stati favorevoli al superamento della gestione emergenziale.

Siamo favorevoli all’estensione del sistema SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) , perché nessun richiedente asilo, a partire dal territorio milanese, sia più ospitato all’interno di centri “straordinari”.

Siamo favorevoli al passaggio da un sistema “specializzato” rivolto a richiedenti asilo e rifugiati ad uno universalistico, un nuovo welfare, nel quale i servizi necessari all’accoglienza e alla partecipazione delle e dei nuovi arrivati siano offerti nell’ambito di un sistema di servizi, come l’abitare, la salute, la formazione, la ricerca del lavoro ecc., che vengono resi disponibili alla totalità della popolazione.

Abbiamo verificato come diversi passaggi di una recente intervista dell’Assessore Pierfrancesco Majorino (link) ci trovano concordi sulla necessità di sviluppare diversamente il sistema di accoglienza a Milano, e in essi rileviamo una notevole vicinanza a posizioni da noi espresse nelle piattaforma.

Tuttavia riteniamo utile e necessario un chiarimento su alcuni punti che ci sembrano ambigui e orientati ad un progressivo disimpegno di un’istituzione pubblica, come il Comune, la cui azione è determinante nei percorsi di inclusione di quella parte del tessuto sociale più facilmente soggetta a processi di marginalizzazione:

  1. Cosa s’intende per “famiglie e cittadini in difficoltà”? Il termine cittadini si presta a facili fraintendimenti, soprattutto in un periodo in cui le logiche del consenso favoriscono artificiali e pretestuose distinzioni tra “noi” e “loro”. Per questo crediamo sia necessario specificare che quando si parla di “famiglie e cittadini in difficoltà” si intenda rivolgersi alla totalità della popolazione presente sul territorio milanese, senza discriminazioni su base etnica che non crediamo appartengano alla cultura politica di questa Amministrazione.
  2. Quali saranno le effettive garanzie per l’accesso alla residenza? La residenza costituisce un prerequisito indispensabile per l’accesso ai servizi pubblici e la possibilità di ottenerla diverrà ancora più importante nel nuovo sistema prefigurato. Già più di un anno fa il Sindaco assunse pubblicamente l’impegno a dare attuazione alla Legge vigente, permettendo l’iscrizione anagrafica alle persone che non possono dimostrare di usufruire di un alloggio, ma al momento, purtroppo, tale possibilità risulta di fatto inesistente. Siamo a conoscenza del bando (link) per affidare a soggetti del “Terzo settore” il compito di procedere all’iscrizione anagrafica, non comprendiamo tuttavia perché l’accettazione e l’elaborazione delle domande debbano essere affidati a soggetti esterni alla Pubblica Amministrazione, tanto meno ci è chiaro che cosa accadrà una volta esauriti i 180.000€ stanziati. Ci preme, però, soprattutto sottolineare che, per quanto apprezzabile sia nelle finalità e nelle pratiche l’impegno di alcuni soggetti del privato sociale, non riteniamo giuridicamente e politicamente accettabile introdurre un “filtro” non previsto dalla Legge da parte dei suddetti soggetti, a cui verrebbe attribuita la possibilità di esercitare un potere discrezionale e discriminatorio. Torniamo a chiedere perciò che il Comune, unico soggetto pubblico titolato all’iscrizione anagrafica, garantisca tale possibilità a tutti e tutte coloro che hanno dimora abituale nella nostra città in quanto diritto non subordinabile a contingentamenti numerici o concessioni di tipo assistenziale.
  3. Quali sono le reali prospettive dell’estensione del sistema SPRAR per la città di Milano? Più di un anno fa veniva assicurata l’attivazione di nuovi progetti SPRAR per raggiungere la quota iniziale di almeno 1000 posti entro la fine del 2017, per poi arrivare progressivamente a un numero tale da garantire un’accoglienza di qualità per la totalità delle e dei richiedenti asilo e rifugiati presenti nella nostra città. Prendiamo atto delle difficoltà autorizzative citate nell’intervista, delle quali peraltro non comprendiamo la natura, e ribadiamo che il numero di 1000 posti disponibili non può essere considerato come il traguardo, ma come un primo parziale adempimento, se reale è la volontà di garantire a tutte e tutti i beneficiari presenti sul territorio milanese la tutela dei loro diritti.
  4. Quale valore hanno i percorsi di inclusione avviati sul territorio? Ci sembra impensabile che nel momento in cui parla di accoglienza di qualità il Comune si mostri non interessato alla sorte delle persone oggi ospitate nei centri destinati alla chiusura, lasciando intendere che riterrebbe una soluzione auspicabile il loro allontanamento dalla città; in questo modo anche l’investimento sull’iniziativa del lavoro volontario organizzata dal Comune – sulla quale abbiamo sempre mantenuto una nostra posizione critica – perderebbe la decantata valenza positiva in termini di inserimento nel tessuto sociale, assumendo invece i contorni di un puro e semplice impiego di forza lavoro destinata poi a essere trasferita altrove. Le persone non sono pacchi postali, lo dicevamo già alla chiusura della ex Caserma Montello e lo ribadiamo oggi: la ricollocazione non può non tenere conto dei percorsi lavorativi e personali attivati in questi anni, e deve favorire la permanenza vicino ai propri centri d’interesse.
  5. Come s’intende garantire l’accesso ad alcuni diritti fondamentali a categorie sociali a rischio di marginalità? A Milano non esiste oggi un problema di numero eccessivo di richiedenti asilo, la cui presenza (2,7 per mille abitanti) è invece al di sotto della media nazionale; esiste invece un gravissimo problema di accesso al diritto alla casa, in primo luogo per quanti hanno già ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato, a cui conseguono, la difficoltà ad ottenere la residenza e ad usufruire di servizi che vanno dalla formazione alla salute. Il problema è comune a molte categorie di cittadine e cittadini, indifferentemente dall’origine, e deriva da un mercato delle locazioni drogato, su cui le politiche pubbliche hanno smesso di fatto da anni di esercitare un ruolo correttivo. La soluzione prospettata non può essere l’allontanamento di queste persone dalla città, ma la ripresa di una forte iniziativa pubblica in materia di abitazione, seppure la responsabilità non ricade esclusivamente nelle competenze del Comune, crediamo che il suo intervento non possa limitarsi alle fasi di emergenza individuali.Chiediamo perciò che l’Amministrazione chiarisca che non è sua intenzione disfarsi in qualche modo di questa supposta e inesistente eccedenza di esseri umani e, contestualmente, riprenda ad esercitare il proprio ruolo di garante di un diritto costituzionalmente garantito, procedendo innanzitutto al ripristino e alla restituzione all’uso da parte della collettività dell’immenso patrimonio pubblico inutilizzato e oggi sottoposto a pressioni speculative.
  6. Esistono e quali sono le misure di sostegno all’accesso ai diritti fondamentali? In attesa degli interventi necessari al recupero del patrimonio immobiliare pubblico da destinare alla fruizione della cittadinanza , sono necessarie ed urgenti misure di sostegno alle persone che non riescono a trovare una soluzione nel mercato degli alloggi, per garantire dignità alle persone, indipendentemente dalla loro nazionalità e condizione amministrativa, e la garanzia di buona qualità della vita in tutta la città. Riteniamo indispensabile che il Comune faccia tutto quanto in suo potere per rinforzare e rendere più agevole l’accesso a servizi esistenti, come ad esempio l’Agenzia Milano Abitare, per adottare misure che disincentivino fortemente il mancato utilizzo di appartamenti e immobili, per tutelare le persone che vivono in occupazioni di necessità, specialmente quando da tali esperienze emerge un innegabile carattere di utilità sociale.

L’assenza di chiarimenti in merito ai punti sopraelencati non ci farà di certo desistere dal continuare a svolgere in piena autonomia le nostre attività quotidiane ispirate ai principi della solidarietà e mutuo soccorso, né tanto meno ad esercitare il nostro diritto/dovere di vigilanza e di stimolo sull’azione dell’Amministrazione comunale. Siamo convinti che i problemi delle cittadine e dei cittadini che migrano, siano classificati come “migranti economici” o “rifugiati”, come “regolari” o “irregolari”, sono i nostri stessi problemi, e che la sfida politica dei nostri tempi stia nel formulare soluzioni che siano valide per tutte e tutti.

Nessuna Persona è Illegale.

Nessuna Persona è Illegale · Sabato 11 agosto 2018

Il 2 Agosto 2018 la MIlano Solidale è scesa in piazza.

Circa 300 persone appartenenti a molte realtà sociali ed a qualche realtà politica, hanno voluto manifestare contro le politiche razziste, anti immigratorie del Governo, in particolare contro le ultime dichiarazione del Ministro Salvini circa la volontà di ripristinare il Centro di via Corelli (ex CIE oggi centro di accoglienza, una struttura convenzionata per ospitare i richiedenti asilo) – Salvini: “Il centro di via Corelli torna ad essere centro d’espulsione“.

L’occasione è la “Marcia per i nuovi desaparecidos” che da oltre 3 anni “Milano Senza Frontiere” promuove davanti a Palazzo Marino per ricordare a non essere complici e indifferenti di fronte alle decine di migliaia di morti e dispersi nel Mar Mediterraneo e non solo.
Una testimonianza per rivendicare politiche di accoglienza, di libera circolazione e per l’apertura di canali umanitari protetti: “Migrare per vivere non per morire“.

Una lunga catena ha avvolto tutta la piazza della Scala, accompagnata dalle parole di denuncia contro le pratiche razziste e di espulsione del Governo. Il Ministro degli Interni Salvini, con i suoi messaggi carichi di odio disumanizzante, è responsabile delle violenze che si stanno diffondendo su tutto il territorio nazionale.

Un processo infame che il Ministro Salvini si rende garante alimentando paure, razzismi, violenze e tanta indifferenza.

La manifestazione ha avuto un momento altamente significativo ed emozionante quando, sul finire, decine di persone si sono sdraiate a terra coperte da un velo bianco, a voler testimoniare le decine di migliaia di morti, mentre una sirena rompeva il silenzio generale.
Non sono numeri, sono persone umane costrette alla fuga dai loro Paesi per guerre, violenze, fame.

L’iniziativa di oggi, come altre in corso su molte parti del territorio italiano, devono trovare la forza e l’orgoglio di una solidarietà diffusa che sappia diventare azione politica, schierata contro le nefandezze politiche dell’esclusione e dei respingimenti.
Non sono sufficienti momenti testimoniali, occorre una diffusa consapevolezza capace di  rivendicare politiche del diritto di cittadinanza, anche per superare l’ipocrisia dell’indifferenza diffusa.

Testimonianze:

  • Video: http://www.milanotoday.it/video/migranti-flash-mob.html
  • Foto: https://www.facebook.com/Ri.make1/photos

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  • Milano Senza Frontiere: https://it-it.facebook.com/milanosenzafrontiere/
  • Riccardo
    Ieri a Milano centinaia di persone hanno marciato, si sono sdraiate sul selciato rovente, si sono incatenate, per protestare contro le sparizioni forzate delle persone migranti in viaggio verso l’Europa e le politiche di reclusione e segregazione di quelle che riescono ad arrivare: esseri umani ingabbiati, venduti come schiavi, torturati, lasciati morire in mare o sulle montagne nel tentativo di passare le frontiere, trattati poi come servi o criminali o fastidiosi incapaci.
    Questo è l’effetto di 25 anni di scelte politiche suicide portate avanti con ostinata continuità da partiti “conservatori” o “progressisti” sempre più incapaci di misurarsi con il fenomeno epocale delle migrazioni, e che perseguendo unicamente un fallimentare progetto di mantenimento delle proprie posizioni di potere hanno finito col consegnare il continente alla marea montante dell’autoritarismo xenofobo e razzista.
    Occorre cambiare radicalmente la direzione delle politiche sull’immigrazione ad ogni livello, da quello delle amministrazioni locali a quello europeo, perché è sempre più chiaro che la strada imboccata ci sta facendo precipitare in un abisso di negazione dell’umanità.
    Nessuna persona è illegale. NESSUNA.

MIGRARE PER VIVERE NON PER MORIRE!

A tutte le associazioni, le organizzazioni sindacali e politiche, i collettivi, i singoli e le singole: FERMIAMO LA STRAGE!

Da oltre tre anni la rete Milano Senza Frontiere marcia, ogni primo giovedì del mese, in piazza della Scala a Milano, per i nuovi desaparecidos, per le persone decedute o disperse nel Mediterraneo e lungo le rotte che portano verso l’Europa.

Negli ultimi mesi la situazione è terribilmente peggiorata: gli accordi con la Libia, la chiusura dei porti e le omissioni di soccorso in mare hanno portato quest’anno la cifra dei morti e dispersi a quasi 1500, di cui quasi la metà soltanto nel mese di luglio.  

È in atto un vero e proprio genocidio legittimato dai dispositivi della politica del nuovo governo italiano.

Non possiamo né vogliamo rimanere indifferenti a tale scempio!

Per questo nell’assemblea cittadina fatta il 18 giugno è stato deciso che al termine della prossima marcia, il giovedì 2 agosto, ci sdraieremo tutti e tutte in piazza della Scala e lì resteremo inermi per ricordare, con la concretezza dei nostri corpi, che ciò di cui parliamo non sono numeri, ma vite umane. 

Vogliamo ricordare che le migrazioni costituiscono un processo comune a tutte le donne e a tutti gli uomini. Sono quasi 5 milioni gli italiani e le italiane emigrate all’estero (fonte A.I.R.E). E a loro basta soltanto avere il passaporto europeo per poterlo fare.

Vogliamo ricordare, quindi, che il principio per cui si stabilisce se una persona è legittimata a emigrare o meno è sostanzialmente un principio classista e razzista. I ricchi possono migrare. I poveri non hanno il diritto di farlo. Gli europei o chi appartiene al nord del mondo hanno il diritto di partire per cercare un futuro migliore; chi è nato nel sud del mondo non può aspirare a migliorare la propria condizione.

I corpi delle persone del sud del mondo, in particolare delle persone nere, pagano per questo. Sono i corpi vessati nei campi di concentramento in Libia (che le autorità europee continuano a etichettare come porto sicuro), sono i corpi annegati in mare; sono i corpi sfruttati, umiliati, denigrati e persino ammazzati dal dilagante fascismo europeo come dimostrano i numerosi omicidi di matrice xenofoba lungo tutta la nostra penisola nel solo anno corrente.

Non possiamo fare finta di niente e abbiamo bisogno di voi per farci sentire!

Vi aspettiamo tutte e tutti in piazza della Scala giovedì 2 agosto alle ore 18:30!
Come tutti i primi giovedì del mese


Milano Senza Frontiere

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