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Comunicato finale del Vertice Sociale per il Clima

Il mondo si è svegliato davanti all’emergenza climatica – Ce ne andiamo molto più forti che mai.

Il Vertice Sociale per il Clima (Cumbre Social por el Clima) ha rappresentato uno spazio fondamentale per la contestazione sociale alla COP25.

Nonostante le sfide logistiche e umane dovute al poco tempo a disposizione per organizzare tutto, sin dall’inizio siamo stati disponibili ad occuparci del coordinamento con i diversi spazi sociali cileni già in marcia, soprattutto la Minga Indigena, il Vertice dei Popoli e la Società Civile per l’Azione  Climatica (Sociedad Civil por la Acción Climática, SCAC).

Questi spazi hanno mantenuto le loro attività in Cile, ma la presenza dei loro messaggi e delegazioni al Vertice Sociale per il Clima era di fondamentale importanza. Fattori come la denuncia dell’estrattivismo, la violazione dei diritti umani, le richieste relative alla giustizia sociale e alle popolazioni originarie sono stati sin dall’inizio al centro delle nostre rivendicazioni.

Più di 15.000 persone e 300 organizzazioni, reti, gruppi e movimenti sociali di tutti i continenti si sono dati appuntamento nei giorni del Vertice per parlare, scambiare idee e fare proposte su ecofemminismo, migrazioni, neocolonialismo, indigenismo, occupazione, agroecologia, energia, transizioni, democrazia e ??? coltivazione rigenerativa, fra gli altri temi. Di fronte ai dibattiti deludenti dei negoziati ufficiali, che riguardavano questioni come i mercati del carbonio o le compensazioni, il Vertice si è occupato di dar spazio a un dibattito molto più ricco e articolato sulle soluzioni reali.

Durante le assemblee plenarie di ogni giorno, in alcune delle quali hanno partecipato migliaia di persone, abbiamo avuto l’occasione di ascoltare decine di amiche e amici appartenenti a comunità molto diverse che hanno condiviso le loro lotte e il modo in cui stanno affrontando in prima linea le aggressioni dell’estrattivismo e dell’impatto climatico.

Come affermano nella lettera che è stata consegnata alla presidenza della COP25, le popolazioni indigene sono “i guardiani della vita nei territori con maggior biodiversità del pianeta”, che lavorano per “il vivere bene, la vita, la natura e l’umanità, che sia indigena o meno”.
Queste popolazioni indigene, che difendono il territorio dalle multinazionali, dall’estrattivismo e dalla commercializzazione del pianeta, hanno affermato che la terra è fondamentale per il sostentamento degli esseri umani e non umani, e che l’equilibrio tra materiale e spirituale è importante.

Partendo dalla loro concezione della Madre Terra come un essere vivo e dalle loro conoscenze tradizionali, hanno contribuito con una visione attenta che mira alla necessaria trasformazione ecologica. Ci uniamo a queste popolazioni e nazioni denunciando il ruolo delle multinazionali, esigendo la fine della criminalizzazione e della persecuzione di cui sono vittime per voler proteggere gli ecosistemi; dichiariamo che la Madre Terra in quanto essere vivente è soggetto portatrice di diritti e chiediamo che i combustibili fossili rimangano nel sotto suolo, lontani dalle azioni dell’estrattivismo colonialista.

Quello che abbiamo imparato dalle popolazioni indigene è che il colonialismo è ancora presente, e non soltanto nelle grandi aziende ma anche nel nostro modo di pensare e attuare.

Il percorso verso la decolonizzazione è lungo, ma vogliamo percorrerlo perché, come conclude la lettera presentata dalla Minga indigena alla COP25, “è il momento di unire gli sforzi di tutto il mondo e mettere da parte le nostre differenze”.

Vogliamo anche sottolineare la persecuzione che subiscono soprattutto le donne e la popolazione Mapuche, la cui repressione è pratica storica di tutti i governi fino ad oggi. Per questo appoggiamo la loro lotta ed esigiamo la cessazione della loro repressione e la liberazione delle prigioniere politiche. Allo stesso modo, appoggiamo tutte le popolazioni che lottano per difendere i propri territori e ricordiamo le donne che sono state assassinate solo per esercitare questo diritto. È stato un onore avere al Vertice Laura Zúñiga Cáceres, figlia di Berta Cáceres, assassinata dal governo dell’Honduras per aver difeso il suo territorio.

Il nostro sguardo non ha lasciato le recenti mobilitazioni in Cile, la cui popolazione tutti i giorni scende in strada per lottare per il cambiamento. Abbiamo denunciato le violazioni dei diritti umani da parte del governo di Piñera, che assassina, fa sparire, ferisce, tortura e viola. Questa è una manifestazione evidente della crisi del sistema neoliberale, che non solo ha reso precaria la sanità pubblica, saccheggiato il sistema pensionistico e indebitato vari strati della popolazione (soprattutto quella studentesca), ma ha anche esercitato da decenni una politica estrattivista  che depreda il territorio. Mentre la crisi climatica diventa sempre più evidente in Cile, con processi come la desertificazione, il depauperamento delle falde acquifere e l’innalzamento del livello del mare, mettendo a rischio la vita in questi territori, queste richieste si sono aggiunte alla lotta per la giustizia sociale. Per questo con il Vertice Sociale per il Clima abbiamo voluto mettere in evidenza il nesso tra la crisi sociale e la crisi ecologica come manifestazioni dello stesso problema, ovvero un modello economico che mette a rischio la vita.

Nelle assemblee plenarie sono state seguite anche i negoziati ufficiali della COP25, la lotta climatica dei movimenti giovanili, il lancio del Manifesto latino-americano per il clima da parte di SCAC/FIMA, la dichiarazione finale del Vertice dei Popoli, le lotte delle difenditrici dei diritti umani, la criminalizzazione delle proteste e le lotte degli attivisti contro i combustibili fossili e i megaprogetti, l’ecofemminismo e le alternative per un futuro auspicabile.

La nostra visione sulla COP25

Tutti noi, difenditrici e difensori della giustizia climatica, personalità scientifiche, giovani, donne, indigene, contadine, attiviste di organizzazioni e movimenti sociali di tutto il mondo, ci siamo riuniti al Vertice Sociale per il Clima e abbiamo manifestato in massa a Madrid per far suonare all’unisono ancora una volta l’allarme: i negoziati della COP25 ci stanno portando ad un riscaldamento globale con conseguenze catastrofiche. Dipende da noi formulare le risposte all’emergenza climatica; non possiamo aspettarci niente dalla maggior parte degli stati i cui impegni dovrebbero essere incrementati enormemente.

La vita delle persone e del nostro pianeta sono in pericolo. I paesi del Nord del mondo stanno accumulando un debito storico a cui devono rispondere garantendo i fondi necessari per frenare l’emergenza ecologica e sociale della maggior parte del pianeta. Non è ammissibile continuare a dubitare sull’importanza della salvaguardia dei diritti umani nella lotta per il clima. Sarebbe imperdonabile se meccanismi come i mercati del carbonio o lo sviluppo pulito continuassero ad essere fonte di violazioni sociali e ambientali.

Questo vertice ignora ancora una volta la necessità di cacciare i maggiori contaminatori da questi vertici. Peggio, fa sì che, attraverso la sponsorizzazione, diventi una vetrina in cui le aziende responsabili del degrado climatico si rivestono di verde, ottenendo inoltre l’accesso privilegiato ai politici e negoziatori.

Mentre nelle riunioni plenarie si parla delle mobilitazioni di massa degli ultimi mesi, si ignorano le richieste di misure reali, con l’esclusione dal vertice ufficiale di oltre 300 persone, tra cui difensori della giustizia climatica, personalità scientifiche, giovani, donne, leader indigene e rappresentanti di organizzazioni di tutto il mondo, che si erano riuniti per una protesta pacifica e per far suonare l’allarme all’unisono: i negoziati della COP25 sono state deviati pericolosamente.

Nel 2015 i paesi giunsero all’accordo su un processo debole, conosciuto come l’Accordo di Parigi, ma, come la comunità scientifica fa notare, questo patto globale è incapace di arrestare la crescita della temperatura globale al di sotto dei 2°C o, se possibile, 1,5°C. La COP25 potrebbe persino ridurre quest’ambizione. A causa delle lunghe tempistiche per presentare i nuovi impegni, potrebbero passare anni prima di affrontare l’emergenza climatica, il che avrà conseguenze catastrofiche.

Nonostante ci rimangano appena 10 anni prima di doverci confrontare con l’emergenza climatica, si continuano a proporre sviluppi di meccanismi come i mercati del carbonio o il meccanismo di sviluppo pulito che sono già stati fonte di numerose violazioni dei diritti umani e ambientali.  Continuare a permettere alle grandi aziende petrolifere, aeronautiche civili e marittime, minerarie, elettriche, etc. di condizionare la strada verso la decarbonizzazione dell’economia è semplicemente inammissibile. Soltanto una pianificazione corretta che possa trasformare il sistema capitalista depredatore in un sistema a misura del nostro pianeta e che abbia come interesse centrale la vita potrà frenare l’emergenza climatica.

Solamente con la nostra capacità di mobilitazione, organizzazione e comprensione ci salveremo dall’emergenza ecologica e sociale che stiamo vivendo. Abbiamo imparato le une dalle altre, abbiamo costruito legami di solidarietà, ci siamo contagiate la voglia di lottare.
Ce ne andiamo molto più forti di quando siamo arrivate.
Continueremo a fare pressione sui politici per difendere il bene comune. Rimarremo nelle piazze per frenare l’emergenza climatica, da Santiago a Madrid formeremo reti di solidarietà con le popolazioni che lottano per la giustizia in tutto il mondo. Di fronte alla politica neoliberale, le zone di sacrificio e la follia di continuare a estrarre combustibili dal suolo, facciamo appello alla resistenza pacifica ma forte e continua; dopo tutto, il mondo si è svegliato di fronte all’emergenza climatica.

27/12/2019

La macchina militare distrugge il pianeta

Nelle giornate nelle quali si discute per trovare risposte circa i cambiamenti climatici – Madrid COP 25 – è bene sapere che:

L’esercito USA da solo inquina quanto 140 paesi.

L’impatto ambientale dell’esercito statunitense è enorme. Come la catena di rifornimento di una qualsiasi grossa azienda, la Difesa di Washington fa affidamento su un’estesa rete globale di navi portacontainer, camion e aerei cargo per rifornire le proprie truppe di tutto ciò che serve: dalle bombe agli aiuti umanitari, passando per il combustibile. Un nuovo studio pubblicato sulla testata The Coversation, ha calcolato l’impronta ambientale di questa gigante infrastruttura.

I report sulle emissioni di gas serra solitamente si concentrano sul consumo di energia e carburante da parte dei civili, ma alcuni studi recenti, compreso questo, mostra che l’esercito statunitense è tra i maggiori responsabili dell’inquinamento nella storia. Tanto che, da solo, consuma più idrocarburi ed emette più gas nocivi per l’ecosistema della maggior parte dei Paesi di medie dimensioni. Se la Difesa di Washington fosse una nazione, il suo solo consumo di carburante la renderebbe il 47esimo produttore di gas serra al mondo, tra il Perù e il Portogallo.

Nel 2017, la Difesa statunitense ha acquistato circa 270 barili di petrolio al giorno e, attraverso la sua combustione, ha emesso più di 25mila chilotonnellate di diossido di carbonio (o anidride carbonica). L’aeronautica militare ha comprato greggio per 4,9 miliardi di dollari, la marina per 2,8 miliardi, l’esercito per 947 milioni e il corpo dei Marine per 36 milioni.

Non è un caso, però, che le emissioni dell’apparato militare statunitense vengano spesso ignorate dagli studi sul cambiamento climatico. Prima di tutto, è molto difficile ottenere dati rilevanti dal Pentagono o da altri dipartimenti della Casa Bianca. Perdipiù Washington, nel 1997, ha richiesto una deroga al Protocollo di Kyoto, che la esonerava dal riportare tutti i dati sulle emissioni del proprio esercito. Una scappatoia che è stata eliminata dagli accordi di Parigi, ma il fatto che Donald Trump abbia promesso di uscirne nel 2020 rende pressoché nullo questo risultato.

Questo studio è basato su dati raccolti grazie a diverse richieste FOIA (Freedom of Information Act) inoltrate all’Agenzia per la logistica della Difesa statunitense, il colosso burocratico che si occupa di gestire la catena di rifornimento dell’esercito, compresi l’acquisto e la distribuzione del carburante.

L’esercito degli Stati Uniti ha compreso da tempo di non essere immune dalle potenziali conseguenze del cambiamento climatico, riconoscendo quest’ultimo come un “moltiplicatore di minacce” in grado di esacerbare rischi preesistenti. Molte basi militari, anche se non tutte, hanno iniziato a prepararsi per affrontare i danni del riscaldamento globale, come ad esempio l’innalzamento del livello del mare. E non si può nemmeno dire che la Difesa abbia ignorato la propria fetta di responsabilità. Come già mostrato in passato da The Conversation, l’esercito statunitense ha sì investito nello sviluppo di fonti di energia alternative, come i biocarburanti, ma lo ha fatto in misura del tutto minoritaria rispetto all’ammontare totale delle spese per il carburante.

La politica ambientalista dell’esercito statunitense resta dunque contraddittoria: c’è stato qualche tentativo di rendere più sostenibili alcuni aspetti delle proprie attività, attraverso l’uso di elettricità proveniente da fonti rinnovabili per alimentare le basi ad esempio, ma rimane l’istituzione che consuma più idrocarburi in tutto il mondo. Perdipiù, anche per gli anni a venire, resterà vincolata all’uso di velivoli e navi da guerra alimentati a carbone perché su questi si basano operazioni non concluse che andranno avanti a tempo indefinito.

Il cambiamento climatico è diventato un tema sensibile nella campagna elettorale per le elezioni del 2020. I principali candidati dei Democratici, come la senatrice Elizabeth Warren, o i membri del Congresso, come la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, chiedono iniziative concrete, come il Green new deal. Ma affinché queste possano essere efficaci è necessario prendere in considerazione anche la riduzione dell’impronta ambientale della Difesa di Washington, sia nella politica interna che nei trattati internazionali sul clima.

Lo studio di The Conversation dimostra che il contrasto al cambiamento climatico richiede la riduzione di diversi comparti del vasto apparato militare degli Stati Uniti. Poche altre attività umane sono così devastanti per l’ecosistema come la guerra. Riduzioni significative nel budget per la Difesa limiterebbero le capacità di Washington di lanciarsi in nuovi conflitti e questo determinerebbe un grosso calo nella domanda di combustibili fossili da parte di uno dei più grossi responsabili dell’inquinamento al mondo.

Non ha senso girarci attorno: i soldi spesi per procurare e distribuire petrolio in lungo e in largo nell’Impero statunitense potrebbero tranquillamente essere investiti nel Green new deal, qualsiasi forma prenderà. E se non in questo, non mancano certo i settori che potrebbero beneficiare di qualche fondo in più; qualsiasi opzione sarebbe più valida di finanziare una delle più grandi forze militari nella storia dell’umanità.

Questo articolo è stato tradotto da The Conversation.

Report Assemblea Nazionale di Napoli

Il movimento Fridays For Future Italia, rappresentato nella seconda assemblea a Napoli da oltre 80 assemblee locali, ha condiviso queste posizioni per rilanciare la lotta per la giustizia climatica.

Per noi la giustizia climatica è la necessità che a pagare il prezzo della riconversione ecologica e sistemica sia chi fino ad oggi ha speculato sull’inquinamento della terra, sulle devastazioni ambientali, causando l’accelerazione del cambiamento climatico. I costi della riconversione non devono ricadere sui popoli che abitano nei Paesi del Sud del mondo. Siamo solidali con i e le migranti e con tutti i popoli indigeni. Siamo i/le giovani, e non solo, contro gli attuali potenti della terra, contro le multinazionali e contro chi detiene il potere economico e politico che non stanno facendo nulla in proposito.  La giustizia climatica è per noi strettamente connessa alla giustizia sociale, la transizione ecologica dev’essere quindi accompagnata dalla redistribuzione delle ricchezze, vogliamo un mondo in cui i ricchi siano meno ricchi e i poveri meno poveri. Cambiare sistema e non il clima non è per noi uno slogan. Il cambio di sistema economico e di sviluppo è per noi un tema centrale e necessariamente connesso alla transizione verso un modello ecologico.

Cambiare il sistema vuol dire anche non analizzare la questione ecologica come questione settoriale, ma riconoscere le forti connessioni che esistono con le lotte transfemministe, antirazziste e sociali legate ai temi del lavoro, della sanità e dell’istruzione e metterle in connessione. I criteri che chiediamo di rispettare a livello globale riguardo la parità di genere sono assunti anche nelle pratiche e nelle metodologie del nostro movimento. L’intersezionalità è una modalità di lettura che permette di leggere in termini analitici la società sistematizzando le diverse lotte e la molteplicità di oppressioni che caratterizzano il nostro sistema patriarcale, sessista, razzista, colonialista, machista e basato sulla logica dell’accumulazione e del profitto.

Le nostre rivendicazioni come studenti/esse si devono porre l’obiettivo di entrare in sintonia, e non in contraddizione, con i bisogni di lavoratrici e lavoratori, delle abitanti e degli abitanti delle nostre città, delle nostre province e di tutti i nostri territori. Ci lasciamo con la volontà di approfondire relazioni con la comunità scientifica, essendo consapevoli che i dati sono scientifici, ma le scelte sono politiche. Dobbiamo essere in grado di ripensare il sistema, nella sua totalità, senza lasciare indietro nessuna persona. La nostra casa è in fiamme, e noi stiamo spegnendo l’incendio consapevoli che una volta spento l’incendio la casa non potrà essere più la stessa.

Vogliamo una casa che metta al centro il processo democratico e partecipativo ribaltando le logiche di potere che caratterizzano il nostro sistema.

Non vogliamo più sussidi sui combustibili fossili, vogliamo una tassazione che colpisca i profitti della produzione e non solo il consumo. Pretendiamo l’obiettivo emissioni zero entro il 2030 per l’Italia.

Vogliamo la decarbonizzazione totale entro il 2025 passando alla produzione energetica totalmente rinnovabile e organizzata democraticamente con le realtà territoriali. Siamo fermamente contrari a ogni infrastruttura legata ai combustibili fossili, come il metanodotto in Sardegna, la TAP. Chiediamo la dismissione nei tempi più rapidi possibili di ogni impianto inquinante attualmente operativo, come l’ILVA.

Tutte le fonti inquinanti devono essere chiuse attivando tutte quelle bonifiche, sotto controllo popolare e pagate da chi fino ad oggi ha inquinato. Il nostro futuro è più importante del PIL. Le aziende inquinanti devono chiudere, ma devono essere garantiti posti di lavoro e tutele a tutte quelle persone coinvolte nella transizione. Non accettiamo il ricatto tra lavoro, salute e tutela dell’ambiente.

Vogliamo un investimento nazionale su un trasporto pubblico sostenibile, accessibile a tutti e di qualità. Vogliamo dei trasporti a emissioni zero e necessariamente gratuiti. Un trasporto nazionale e territoriale che rispecchia i bisogni dei più, organizzato e pianificato secondo un processo di coinvolgimento democratico di tutte le abitanti e di tutti gli abitanti.

Vogliamo un cambio di rotta sostanziale per quanto riguarda il sistema d’istruzione e il mondo della ricerca. Esigiamo un ripensamento della didattica in ottica ecologista e che si investa sulla ricerca riconoscendo il valore dei saperi nei processi trasformativi della realtà. Riconosciamo la centralità di scuole e università nel processo di cambio di sistema per il quale stiamo lottando. Non vogliamo che il MIUR faccia operazioni di greenwashing, ma che sospenda immediatamente ogni accordo con le multinazionali e con le aziende inquinanti.

Ci dichiariamo contrari a ogni grande opera inutile e dannosa, intesa come infrastruttura, industria e progetto che devasta ambientalmente, economicamente e politicamente i territori senza coinvolgere gli abitanti nella propria autodeterminazione. Sosteniamo ogni battaglia territoriale portata avanti dai tanti comitati locali, come No-TAV per Val di Susa, No-Grandi navi per Venezia, no Muos per Catania e Siracusa, no TAP per Lecce e Stopbiocidio per Napoli e la terra dei fuochi, Bagnoli Libera contro il commissariamento, la lotta all’Enel per Civitavecchia, la Snam per l’Abruzzo, il Terzo Valico per Alessandria. Rifiutiamo ogni speculazione sullo smaltimento dei rifiuti, sul consumo del suolo e quelle infrastrutture che causano dissesto idrogeologico. Pretendiamo che l’unica grande opera da portare avanti sia la bonifica e la messa in sicurezza dei territori.

Non possiamo inoltre ignorare che l’agricoltura industriale svolga un grande ruolo nei cambiamenti climatici, nella devastazione ambientale e nello sfruttamento delle persone: le monocolture e anche l’allevamento intensivo sono modelli del tutto insostenibili che vanno fermate nel più breve tempo possibile.

Vogliamo che venga dichiarata l’emergenza climatica ed ecologica nazionale, consapevoli che non può essere solamente un’opera di greenwashing della politica.La dichiarazione di emergenza climatica dev’essere fin da subito uno strumento trasformativo del presente. Un passo che da forza al nostro movimento, senza però mai dimenticare che la vera alternativa è quella che tutti i giorni pratichiamo nei nostri territori e quella che narriamo nelle nostre iniziative. Dobbiamo rendere complementari le pratiche di autogestione ecologista con le forti richieste che facciamo alla politica. Non siamo disposti a scendere a compromessi, non vogliamo contrattare, vogliamo l’attuazione di ogni nostra rivendicazione per garantirci un futuro, ma siamo consapevoli che lo vogliamo ora, nel presente perché non c’è più tempo.

Fridays For Future è un movimento orizzontale, inclusivo e democratico. Ripudiamo il fascismo in quanto ideologia antidemocratica e violenta. Rivendichiamo l’autonomia e sovranità delle assemblee locali, in quanto linfa vitale del nostro movimento e di cui le assemblee locali sono gli spazi decisionali. Crediamo infatti che la forma assembleare garantisca un modello decisionale partecipativo, aperto e orizzontale. Dalle assemblee locali infatti devono emergere le esigenze di mobilitazione, di organizzazione e di approfondimento.

L’altro spazio decisionale collettivamente riconosciuto è l’assemblea nazionale, riconosciuto come spazio decisionale dove prendere decisioni specifiche di interesse nazionale e che serva per dare le linee guida da seguire.

​Lanciamo il quarto sciopero globale per il 29 novembre, proponendolo a livello internazionale sotto lo slogan “block the planet”. Quella giornata di mobilitazione ci permetterà di sperimentare le tante pratiche discusse in questi giorni, come le pratiche di blocco e di disobbedienza civile caratterizzate dalla partecipazione pacifica e di massa.

Sosteniamo e saremo presenti alle mobilitazioni che lanceranno le realtà locali a Napoli a dicembre in concomitanza con la Cop Mediterranea, incontro interministeriale sul tema dei cambiamenti climatici dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Usciamo da questa assemblea nazionale con la consapevolezza di essere in grado, insieme, di cambiare il sistema. Non siamo disposti ad arrenderci, noi siamo la resistenza.

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“Siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene alle persone.” (Greta Thunberg)

Se il clima cambia, la salute peggiora

Le grandi manifestazioni giovanili e non solo dei FridaysForFuture hanno scuramente fatto crescere, anche in Italia,  la consapevolezza degli impatti negativi che i cambiamenti climatici hanno sulla salute umana, ma anche della inadeguatezza delle politiche in atto.

Agenzia Europea per l’Ambiente: Italia prima per numero di morti per biossido di azoto

Il rapporto sulla qualità dell’aria, diffuso dall’Agenzia Europea per l’Ambiente, contiene al suo interno numeri allarmanti per l’Italia.

Il nostro Paese è il primo in Europa per morti premature da biossido di azoto (NO2) con circa 14.600 vittime all’anno.
Non solo, la Penisola ha il valore più alto di decessi per ozono (O3) 3.000 e il secondo per il particolato fine PM2,5 (58.600).

Città come Milano, territori come la Lombardia, in particolar modo la Pianura Padana, violano sistematicamente i limiti relativi ai tre principali agenti inquinanti.

Oltre due milioni di italiani vivono quotidianamente respirando l’aria che un domani potrebbe costar loro la salute.

Un’emergenza per fronteggiare la quale, in Regione Lombardia non si sta facendo abbastanza.

Numeri alla mano i protocolli promossi da Regione si sono rivelati inutili e inefficaci.
Basti pensare che quest’anno a Milano la soglia di 35 giorni di superamento annuale del limite delle polveri sottili, fissata dalla Ue, è stata superata il 23 di febbraio.

Ci vuole ben altra consapevolezza sia da parte della Giunta Regionale Lombarda che da parte del Governo per promuovere politiche e investimenti in grado di fronteggiare l’emergenza a partire dai combustibili fossili.

Di fronte alle cifre modeste previste dal nostro Governo viene facile il raffronto con quelle stanziate dalla Germania: 10 miliardi di euro l’anno per i prossimi dieci in «Green economy» e 84 miliardi solo nel trasporto pubblico.

Il rapporto Air Quality Europe – dell’Agenzia Europea per l’Ambiente: Download (PDF, 17.98MB)

Grazie Greta. FFF Emergenza climatica e Attività militari

Elementi di riflessione sul movimento dei Fridays For Future

Sento che per me è venuto il momento di esprimere delle riserve sul taglio (a mio parere) entusiastico “a prescindere” dei diversi commenti, perché credo che sia giunto il momento di avviare una riflessione collettiva aperta e approfondita.

Io mi sono buttato entusiasticamente fin dalle primissime battute a Firenze nel movimento dei FFF, e partecipo assiduamente con le mie caratteristiche certo né di studente né di giovane (credo che le distinzioni siano importanti, non certo per creare divisioni).

Tuttavia nel corso di questi mesi si sono delineate con maggiore chiarezza alcune caratteristiche degli obiettivi di questo movimento che a me cominciano a sollevare alcune perplessità, e credo richiedano qualche considerazione critica.

Non ho mai inteso togliere nessun merito all’iniziativa di Greta, ma mi sembra strano che nessuno si chieda se senza il lancio mediatico mondiale il suo gesto avrebbe avuto questo successo esplosivo (anche, sia chiaro, senza nulla togliere all’ammirazione sincera per lo slancio di milioni di giovani). 

Personalmente fin dall’inizio espressi chiaramente riserve (che peraltro hanno radici nel mio impegni di decenni) quando la riduzione delle emissioni sembrava diventare (e purtroppo per molti è) l’obiettivo predominante, se non assoluto.

L’affermazione “Niente sarà più come prima” la declinerei piuttosto “Tutto cambierà”, ma se non saremo attenti potrebbe non cambiare la situazione, anzi potrebbero prevalere altri poteri economici forti tesi a sfruttare la crisi ambientale secondo i propri interessi” 

Guarda caso rialza la testa l’industria nucleare in crisi, candidandosi sfacciatamente come scelta “carbon free” (spero non sia necessario argomentare, ma posso farlo se richiesto, segnalo solo questo: http://effimera.org/antropocene-capitalocene-nucleocene-leredita-dellera-nucleare-incompatibile-lambiente-terrestre-umano-angelo-baracca/).

Dietro gli interessi della cosiddetta “energia green” siamo certi di distinguere il grano dal loglio. Anche dietro le rinnovabili vi sono grosse speculazioni e interessi.

L’obiettivo primario di azzerare le emissioni lascia da parte altri temi e obiettivi vitali per il futuro che reclamano i giovani. La lotta ai pesticidi e all’agricoltura chimica non è meno prioritaria.

A poi c’è un tema fondamentale: le attività e produzioni militari e le guerre sono fra le maggiori responsabili delle emissioni e delle alterazioni climatiche e ambientali, oltre alle vittime e devastazioni ambientali e materiali immani.
Anche qualora le emissioni delle attività produttive potessero venire azzerate, i militari e le loro attività continuerebbero a avvelenarci e a ucciderci!

Ma c’è ben di più: i governi si buttano a fare a gara per proporre imposte e provvedimenti contro le attività che producono emissioni – timidissimi ovviamente, proprio perché non hanno la benché minima intenzione di danneggiare i potenti interessi che li sorreggono! — e sembrano cercare le risorse nelle pieghe dei bilanci: MA LE RISORSE CI SONO ECCOME, BASTA LA VOLONTÀ DI TAGLIARE LE SPESE MILITARI!

Mi sembra necessario chiedersi: se questo movimento avesse assunto come prioritaria oltre all’azzeramento delle emissioni anche l’opposizione alle guerre, avrebbe avuto tutto questo entusiasmo mediatico?!

Ho colto segni allarmanti di interazione in mailing list che direi veramente di guastatori, questa la voglio riportare perché mi aspetto francamente che si ripeteranno: “anti-western” activists produce bias and disinformation, starting from climate change to war and conflicts and much more. It is well know in the sphere of global disinformation.

Ho espresso una mia vera preoccupazione, che mi sta crescendo ogni giorno. Il problema non è certo di staccarsi da questo movimento — io ci sono e intendo rimanerci immerso e dare tutto il contributo possibile — semmai di intervenirvi con le proprie forze per rendere veramente efficaci le sue azioni e i suoi obiettivi.

Angelo Baracca

Tre rivoluzioni per un futuro migliore

La Commissione globale sull´adattamento (Gca-Global Commission on Adaptation) guidata da Ban Ki-moon ha pubblicato il rapporto sull’adattamento climatico.

Stiamo fronteggiando una crisi”, si legge nella prefazione al documento. “Il cambiamento climatico è alle porte, e i suoi impatti sono sempre più rilevanti ogni anno che passa. Le azioni globali intraprese per rallentarlo sono insufficienti. E’ necessario investire in sforzi massicci per adattarci a condizioni che appaiono inevitabili: innalzamento delle temperature e dei mari, tempeste più violente, piogge più imprevedibili, e oceani acidificati.

L´impatto della crisi climatica minaccia le comunità di tutto il mondo, con uragani, incendi e innalzamento dei mari. Senza adattamento, entro il 2050 il cambiamento climatico potrebbe ridurre i raccolti agricoli mondiali del 30%, le persone senza acqua passerebbero dai 3,6 miliardi di oggi a oltre 5 miliardi, l’innalzamento dei mari e il rafforzamento delle tempeste costringerebbero centinaia di milioni di persone a lasciare le loro case nelle città costiere.

Secondo il rapporto, investire nell’adattamento climatico significa assicurarsi un triplo “dividendo”: evitare perdite, ottenere vantaggi economici, produrre benefici sociali e ambientali fino a ottenere 7.100 miliardi di dollari in benefici netti globali. La ricerca rileva infatti che un investimento globale di 1.800 miliardi di dollari nel periodo 2020-2030 in cinque settori – sistemi di allerta rapido, infrastrutture resilienti, sviluppo dell´agricoltura delle terre aride, protezione delle mangrovie e investimenti per aumentare la resilienza delle risorse idriche – potrebbe generare 7.100 miliardi in benefici netti totali.

La relazione si focalizza sulla necessità di sostenere l´adattamento al clima, fornendo spunti specifici e raccomandazioni rivolti a ispirare le azioni dei responsabili decisionali a tutti i livelli – capi di Stato e di governo, sindaci, dirigenti d´impresa, investitori e leader della comunità – in settori chiave: “dalla produzione di cibo, alla protezione e gestione dell´acqua e dell´ambiente naturale, dalla pianificazione e costruzione delle nostre città e infrastrutture, alla protezione delle persone dai disastri, al finanziamento di un futuro più resiliente”.

L’adattamento è un imperativo: umano, ambientale ed economico” si legge nell rapporto. “Non possiamo accettare un mondo in cui solo alcuni possono adattarsi mentre altri sono impossibilitati e in cui le decisioni assunte oggi minano le capacità adattive delle generazioni future”.

Sono necessarie tre rivoluzioni: nella comprensione, nella pianificazione e nella finanza. Occorre una piena comprensione della portata dei rischi sociali ed economici. Dobbiamo rivoluzionare i modelli di pianificazione per migliorare i processi decisionali politici e finanziari: la sfida climatica è trasversalmente pervasiva di tutti i settori dell’economia. Necessitiamo di ingenti risorse economiche per mobilizzare investimenti verso soluzioni efficaci con flussi finanziari pubblici e privati.

La buona notizia è che l’adattamento, effettuato correttamente, produrrà miglioramenti nella crescita e nello sviluppo, e inoltre si tradurrà in tutela dell’ambiente naturale, riduzione delle diseguaglianze e creazione di opportunità. “Possiamo farcela”, conclude la prefazione del rapporto.

Rapporto completo Gca scaricabile

da: www.arpae.it/

I miti da sfatare sull’Amazzonia

Leonardo Boff, uno dei più autorevoli esponenti della teologia della liberazione, storico ed esperto difensore della foresta pluviale e dei suoi abitanti contro le scelte rovinose a favore di mega-progetti idroelettrici, biocarburanti, monocolture e allevamenti intensivi, ci ricorda che l’Amazzonia non è né il polmone né il granaio del mondo ma uno straordinario tempio della biodiversità.
E, soprattutto, che non è abitata da pittoreschi selvaggi incontaminati ma da persone che sentono e vedono la natura come parte della loro società e cultura, come un’estensione del loro corpo personale e sociale.

Il grido delle popolazioni dell’Amazzonia è rimasto inascoltato, in Brasile, in Ecuador, in Perù e nel resto mondo, per molti decenni. Anche molto prima della conquista della presidenza da parte di Bolsonaro, soltanto una delle manifestazioni degli orrori del nostro tempo.
Anche tutti i suoi predecessori, a cominciare da Lula, hanno sempre considerato quell’enorme e meraviglioso territorio poco più di un ostacolo allo sviluppo.

Il Sinodo Panamazzonico che si terrà a ottobre di quest’anno a Roma richiede una migliore conoscenza dell’ecosistema amazzonico. Ci sono miti da sfatare.

Primo mito:

l’indigeno come selvaggio e genuinamente naturale, quindi in perfetta armonia con la natura. Si regolerebbe da criteri non culturali ma naturali. Starebbe in una sorta di riposo biologico di fronte alla natura, in un perfetto adattamento passivo ai ritmi e alla logica della natura. Questa “ecologizzazione” degli indigeni è il frutto dell’immaginario urbano, affaticato dall’eccesso di “tecnicizzazione” e “artificializzazione” della vita.

Quello che possiamo dire è che gli indigeni amazzonici sono umani come qualsiasi altro essere umano e, come tali, sono sempre in interazione con l’ambiente. La ricerca verifica sempre più il gioco d’interazione tra gli indigeni e la natura. Loro si condizionano reciprocamente.
Le relazioni non sono “naturali” ma culturali, come le nostre, in un intricato tessuto di reciprocità.

Forse gli indigeni hanno qualcosa di unico che li distingue dall’uomo moderno: sentono e vedono la natura come parte della loro società e cultura, come un’estensione del loro corpo personale e sociale. Non è, come per la gente moderna, un oggetto muto e neutro.
La natura parla e l’indigeno comprende la sua voce e il suo messaggio
. La natura appartiene alla società e la società appartiene alla natura. Si adattano sempre gli uni agli altri e nel processo di adattamento reciproco. Ecco perché sono molto più integrati di noi. Abbiamo molto da imparare dal rapporto che loro mantengono con la natura.

Secondo mito:

l’Amazzonia è il polmone del mondo. Gli specialisti affermano che la foresta pluviale amazzonica è in uno stato di climax. Cioè, si trova in uno stato ottimale di vita, in un equilibrio dinamico in cui tutto è utilizzato ed è per questo che tutto si equilibra.
Quindi l’energia fissata dalle piante attraverso le interazioni della catena alimentare conosce un impiego totale. L’ossigeno rilasciato di giorno dalla fotosintesi delle foglie viene consumato di notte dalle piante stesse e da altri organismi viventi. Ecco perché l’Amazzonia non è il polmone del mondo.

Ma funziona come un grande filtro di anidride carbonica. Nel processo di fotosintesi viene assorbita una grande quantità di carbonio. E l’anidride carbonica è la principale causa dell’effetto serra che riscalda la terra (negli ultimi 100 anni è aumentata del 25%). Se un giorno l’Amazzonia fosse completamente disboscata, verrebbero rilasciate nell’atmosfera circa 50 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno. Ci sarebbe una mortalità di massa di organismi viventi.

Terzo mito:

l’Amazzonia come il granaio del mondo. Così pensavano i primi esploratori come von Humboldt e Bonpland e i pianificatori brasiliani al tempo dei militari al potere (1964-1983). Non lo è. La ricerca ha dimostrato che “la foresta vive di sé stessa” e in gran parte “per se stessa” (cf. Baum, V., Das Ökosystem der tropischen Regeswälder, Giessen 1986, 39). È lussureggiante ma con un suolo povero in humus.

Sembra un paradosso. Lo ha messo in chiaro il grande specialista in foreste Amazzoniche Harald Sioli: “la foresta cresce effettivamente sul suolo e non dal suolo” (A Amazônia, Vozes 1985, 60).
E lo spiega: il suolo è soltanto il supporto fisico di un intricato intreccio di radici. Le piante sono intrecciate dalle radici e si sostengono a vicenda dalla base. Si forma un immenso bilanciamento equilibrato e ritmato. Tutta la foresta si muove e danza. Per questo motivo, quando una [pianta] viene abbattuta, ne trascina molte altre con sé.

La foresta conserva il suo carattere esuberante perché esiste una catena chiusa di nutrienti. Ci sono i materiali in decomposizione nel terreno, lo strato vegetale di foglie, i frutti, le piccole radici, gli escrementi di animali selvatici, arricchiti dall’acqua che gocciola dalle foglie e dall’acqua che drena dai tronchi. Non è il suolo che nutre gli alberi. Sono gli alberi che nutrono il suolo.

Questi due tipi di acqua lavano e trascinano gli escrementi di animali arboricoli e animali di specie più grandi come uccelli, macachi, coati, bradipi e altri, così come la miriade di insetti che hanno il loro habitat sulle cime degli alberi. C’è anche un’enorme quantità di funghi e innumerevoli microrganismi che insieme ai nutrienti riforniscono le radici. Dalle radici, la sostanza alimentare va alle piante garantendo l’esuberanza estasiante della Hiléia amazzonica.
Ma si tratta di un sistema chiuso con un equilibrio complesso e fragile. Qualsiasi piccola deviazione può avere conseguenze disastrose.

L’humus non raggiunge comunemente più di 30-40 centimetri di spessore. Le piogge torrenziali lo spingono fuori. In breve tempo spunta la sabbia. L’Amazzonia senza la foresta può diventare un’immensa savana o addirittura un deserto.
Per questo l’Amazzonia non potrà mai essere il granaio del mondo, ma continuerà a essere il tempio della più grande biodiversità.

Lo specialista amazzonico, Shelton H. Davis, constatò nel 1978, ed è valido anche per il 2019: “In questo momento infuria una guerra silenziosa contro i popoli aborigeni, contro contadini innocenti e contro l’ecosistema della foresta nel bacino amazzonico” (Víctimas del milagro, Saar 1978, 202). Fino al 1968 la foresta era praticamente intatta.
Da allora, con l’introduzione dei grandi progetti idroelettrici e agroalimentari, e oggi con l’anti-ecologia del governo di Bolsonaro, continua la brutalizzazione e la devastazione dell’Amazzonia.

Fonte: LeonardoBoff.com

Traduzione per Comune-info: I’x Valexina

Cambiare il rapporto con la terra

Due nuovi rapporti elaborati dalle autorità scientifiche confermano le previsioni più drammatiche. Quelle sugli impatti dei cambiamenti climatici sull’agricoltura e sul cibo e quelle sui sistemi economici che continuano a ignorare allegramente il problema del riscaldamento del pianeta. Eppure, a inizio agosto, ancora una volta, l’Ipcc è stato chiaro: “Cambiare il nostro rapporto con la terra è una parte vitale per fermare il cambiamento climatico”. Il 27 settembre nuovo sciopero mondiale per il clima

Due nuovi rapporti sul clima elaborati dalle massime autorità scientifiche pubbliche internazionali, l’Intergovernmental Pannel on Climate Change (scritto da 107 scienziati di 52 paesi) e l’European Environmental Bureau (143 organizzazioni di 30 paesi), confermano che i sistemi economici sono ancora completamente fuori controllo rispetto all’obbiettivo del contenimento dell’aumento della temperatura terrestre. Lo Special Report dell’Ipcc, Climate Change and Land, presentato a Ginevra il 2 agosto, si occupa degli impatti  del riscaldamento climatico sull’agricoltura e quindi sull’alimentazione confermando le previsioni più drammatiche in particolare per le popolazioni delle regioni tropicali e subtropicali.

Perdita di fertilità dei suoi, deforestazioni, salinizzazione dei fiumi, crisi idriche e molteplici altri fattori di stress genereranno carestie, conflitti e sempre più pesanti migrazioni interne ed esterne ai paesi colpiti. Interessante è sapere che secondo l’Ipcc (in accordo in questo con la Fao) il 38% delle emissioni globali di gas serra di origine antropica è dovuto proprio al sistema alimentare industrializzato ipertrofico causato soprattutto dalla filiera della carne di allevamento di bovini e altri ruminanti. La zootecnia e l’agricoltura chimicizzata, che, secondo i fautori della “rivoluzione verde”, avrebbero dovuto risolvere la “fame nel mondo”, in realtà si rivelano una delle principali cause della distruzione dei sistemi socioeconomici locali e di sussistenza delle popolazioni contadine. Conclude l’Ipcc: “Cambiare il nostro rapporto con la terra è una parte vitale per fermare il cambiamento climatico”.

Ancora più esplicito, già nel titolo, lo studio dell’Eeb presentato 8 luglio: Decoupling Debunked. Why green growth is not enough. Ovvero, la ipotesi teorica sostenuta da tempo dai governi e dalle agenzie dell’Onu (codificata nella Agenda 2030, varata nel 2015) secondo cui lo sviluppo delle tecnologie “green” avrebbe consentito di “disaccoppiare” la crescita economia dai danni provocati agli ecosistemi naturali (inquinamenti e prelievi di risorse non rinnovabili) non si è rivelata vera, non  regge alla prova dei fatti. Il Pil mondiale continua ad aumentare – è vero –  ma non diminuisce affatto la pressione (material footprint) dei sistemi economici in atto. La “crescita verde”, insomma, è una chimera, si è rivelata per quello che è: un modo per fare aumentare i business delle imprese più avanzate (comprese quelle impegnate nelle energie rinnovabili) e i consumi delle persone più sensibili, ma non ha modificano i bilanci globali di materia e di energia impiegati nei cicli produttivi.

Molto spesso – documenta il rapporto dell’Eeb – l’aumento di efficienza dei macchinari si traduce solamente in una aggiunta di merci immesse sul mercato. Altre volte si tratta solo di uno spostamento dei problemi da una matrice ambientale ad un’altra (vedi il nucleare), da una materia prima in esaurimento ad un’altra ancora più rara (vedi litio, rame, cobalto), da una regione ad un’altra attraverso l’esternalizzazione delle produzioni più sporche in paesi con minori protezioni ambientali.  “Il disaccoppiamento – scrivono i ricercatori – ha fallito nel raggiungere la sostenibilità ecologica che aveva promesso. Non è che gli aumenti dell’efficienza non siano necessari, ma è irrealistico aspettarsi che possano scollegare in modo assoluto, globale e permanente dalla sua base biofisica un metabolismo economico in costante aumento”.

Che fare, allora? Hanno ragione i ragazzi di Fridays for future, gli attivisti di Extintion rebellion, dei movimenti contrari alle grandi opere energivore e dannose e di quanti si battono per un cambiamento radicale del modello socieoeconomico che metta l’economia nei binari della salvaguardia ecologica e della giustizia umana. Il 27 settembre ci sarà una nuova giornata di sciopero mondiale per il clima. Non lasciamo i millennials da soli a fare i conti con il mondo che gli lasciamo! Se ci pensiamo bene, vedremo che i negazionisti del cambiamento climatico, alla Trump e Salvini, sono gli stessi che in campo sociale portano avanti politiche improntate sull’esclusione, sul disciplinamento di censo, sullo sciovinismo nazionalista.

Paolo Cacciari

Basta fake news sulla piazza d’Armi !

In questi ultimi giorni, a seguito dell’avvio del procedimento del Ministero per i Beni e le Attività culturali riguardante il vincolo per la Piazza d’Armi, abbiamo rilevato diverse dichiarazioni e comunicazioni pubbliche clamorosamente false e imprecise da parte sia di alcuni amministratori comunali, di municipio, che di alcuni organi di stampa e curiosamente anche da note associazioni ambientaliste locali.
La comunicazione e l’informazione verso la cittadinanza su un tema così rilevante per il futuro di Milano, dovrebbe essere sempre fatto con precisione e lealtà. Facciamo quindi chiarezza.

PRIMA BUGIA: Il vincolo blocca tutto e Piazza d’Armi resterà così ancora per decenni. FALSO.
L’avvio del vincolo, secondo quanto comunicato del MIBAC, tutela tutta l’area verde e prevede un vincolo “indiretto” sui magazzini militari di Baggio. Questo vuol dire che mentre non si potrà costruire sull’area verde, nell’isolato dei magazzini militari invece è attuabile un’attività edilizia che sia di recupero, riuso o sostituzione volumetrica nel rispetto dello storico impianto urbano della “Cittadella militare di Baggio” (Caserma Perrucchetti, Ospedale Militare, Piazza d’Armi e Magazzini militari). Niente speculazione edilizia, niente edifici in altezza, niente centri commerciali.
E’ un bene o un male?

SECONDA BUGIA: Il verde non si può toccare, non si può realizzare neanche un parco. FALSO.
Tutela del verde significa che Piazza d’Armi può diventare un grande parco-pubblico-urbano ricco di biodiversità e quindi, nel rispetto del delicato equilibrio ambientale esistente possono essere attuati tutti gli interventi necessari (percorsi, sentieri, arredi, misure di sicurezza, ecc) affinché possa essere vissuto appieno sia dalla cittadinanza che dalla flora e fauna esistente (uccelli, anfibi, lepri).
Non sarebbe qualche cosa di veramente unico, a soli 5 km. dal centro di Milano?

TERZA BUGIA: Il Piano di Governo del territorio già tutelava il verde. FALSO.
Il nuovo Piano di Governo del Territorio di Milano, garantiva soltanto il 50% dell’area a verde (circa 22 ettari a forestazione urbana) ora, grazie al vincolo, viene tutelato l’intero verde esistente di 34 ettari, pari a circa 80% della superficie. Non si racconta poi che proprio il PGT, permetteva comunque di realizzare all’interno dell’area verde costruzioni utilizzabili come servizi pubblici, frammentando l’ambito di pertinenza della biodiversità e portando inevitabilmente a cancellarla in pochi anni. E’ soprattutto su questo delicato tema che la Commissione Petizioni del parlamento Europeo si è espressa nelle lettere inviate ai ministeri e al comune di Milano in risposta alla nostra petizione europea n°480/2018.
Diciamo quindi le cose come stanno o no?

QUARTA BUGIA: Il vincolo incentiva il degrado, l’abusivismo e l’illegalità. FALSO.
Sono temi distinti e indipendenti. Nessuno è mai stati dalla parte dell’abusivismo, dei roghi o delle discariche illegali. Ma il cemento non può essere sempre la soluzione per risolvere tutto questo. La Legge e il regolamento edilizio comunale, obbligano la proprietà (Invimit, società pubblica del MEF) e il Comune di Milano ad attuare tutte le misure necessarie per arginare questo tipo di attività: video sorveglianza, recinzioni, vigilanza ecc. Se tutto questo non viene fatto, vuol dire che si pianifica un abbandono volto proprio a creare tensioni sociali e a legittimare la cementificazione. Non è la soluzione. La risposta sociale nel progettare un nuovo parco e riqualificare i propri edifici storici, in un processo di coinvolgimento del territorio, può essere una straordinaria occasione per riscoprire quell’identità sociale e storica nelle periferie troppo spesso dimenticate per lasciare spazio a grattacieli e centri commerciali.
Non volete partecipare a questa grande sfida di democrazia e partecipazione?

QUINTA BUGIA: Non ci sono i soldi. Serve un investitore privato per fare il parco e recuperare i magazzini militari di Baggio. FALSO.
Tutto il contrario. Viviamo nella città metropolitana più ricca d’Italia, con il maggior gettito fiscale e sicuramente le risorse per un investimento di questo tipo, si possono trovare. Esistono importanti finanziamenti dell’Unione Europea per la valorizzazione delle aree verdi e della biodiversità, soprattutto in ambito urbano. Esistono società e aziende che sarebbero disposte a fare da sponsor contribuendo a realizzare un nuovo grande parco urbano a Milano. Esistono associazioni e comitati, con competenze e professionalità al loro interno, disposti a lavorare su un progetto ambizioso da condividere con la gente e il territorio, per dare vita ad un nuovo luogo pubblico, partecipato e identitario.
Non è questa è la nostra più grande ricchezza?

Ci auguriamo quindi che questo piccolo contributo possa aiutare a chiarire determinati argomenti ai tanti che spesso, parlando di Piazza d’Armi, falsano, volutamente o no, la realtà dei fatti, dimostrando in alcuni casi disonestà intellettuale, malafede e perfino una meschina strumentalizzazione politica.

Piazza d’Armi verde e pubblica è l’unica soluzione,
l’unica strada da intraprendere.

Comitato Cittadini Per Piazza D’armi

Lo stato di salute degli ecosistemi

Il 22 maggio è la Giornata Internazionale per la Biodiversità, istituita dalle Nazioni Unite e celebrata ogni anno per sensibilizzare il grande pubblico.

Quella del 2019 ha come slogan “Our Biodiversity, Our Food, Our Health” (La nostra biodiversità, il nostro cibo, la nostra salute”), proprio a sottolineare quanto dalla salute degli ecosistemi e degli organismi dipendano anche la nostra salute e la nostra stessa sopravvivenza come specie.

A 14 anni dalla pubblicazione dell’ultimo report del MEA (Millennium Ecosystem Assessment) riguardante la salute degli ecosistemi del pianeta e le strategie di conservazione e di uso sostenibile delle risorse, l’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services) ha elaborato una nuova e definitiva sintesi globale dello stato attuale della natura.

Il “Global Assessment”, non ancora pubblicato ufficialmente, è il risultato del lavoro di tre anni da parte di 150 esperti provenienti da tutto il mondo e verrà valutato dai rappresentanti di 130 governi durante la settima sessione dell’assemblea plenaria IPBES. Il documento fornisce una panoramica completa della situazione attuale, esaminando le cause dei cambiamenti degli ecosistemi e valutando le possibili strategie per limitarne le conseguenze; lo scopo è quello di fornire valide evidenze scientifiche che possano guidare i decisori politici verso azioni che limitino il degrado degli ecosistemi e la perdita della biodiversità. Quest’ultima, come afferma Katrin Böhning-Gaese, direttrice dell’Istituto di Ricerca sulla Biodiversità e il Clima di Francoforte, è “la minaccia più grave alla specie umana”. 

Alcuni numeri riportati nel documento:

  • la temperatura media globale è aumentata di 1 grado Celsius rispetto all’epoca pre-industriale;
  • il livello medio degli oceani è salito di 16-21 cm;
  • circa 1 milione di specie animali e vegetali rischiano l’estinzione: più del 40% di anfibi, circa il 33% dei coralli che formano le barriere, più di 1/3 dei mammiferi marini e circa il 10% degli insetti. L’estinzione delle specie è da 10 a 100 volte più veloce rispetto agli ultimi 10 milioni di anni;
  • dal 1900, l’abbondanza di specie terrestri autoctone (cioè originarie dell’ambiente in cui vivono) è diminuita almeno del 20%; le specie aliene sono aumentate del 70% dal 1970;
  • il 75% degli ambienti terrestri e il 66% degli ambienti marini sono “alterati gravemente” dalle azioni umane e più dell’85% delle aree umide sono scomparse dal 1700 al 2000;
  • più del 55% degli oceani sono soggetti alla pesca industriale e il 33% degli stock ittici nel 2015 sono stati pescati in modo non sostenibile;
  • più di 1/3 della superficie terrestre e circa il 75% delle acque dolci sono impiegate nell’agricoltura, nell’allevamento e nell’acquacoltura;
  • circa 60 miliardi di tonnellate di risorse rinnovabili e non rinnovabili vengono estratte ogni anno;
  • 300-400 milioni di tonnellate di metalli pesanti, solventi e altri inquinanti vengono riversati negli oceani e i fertilizzanti entrati a contatto con gli ecosistemi costali hanno prodotto delle “zone morte” estese quanto una superficie più grande della Gran Bretagna.

 Sono dati esorbitanti, senza precedenti. Queste gravi conseguenze sugli ecosistemi sono il risultato diretto delle attività umane e rischiano di minacciare l’integrità della nostra stessa specie. Gli esperti che hanno redatto il report indicano inoltre i cinque fattori che hanno il maggiore impatto sul pianeta:

  • lo sfruttamento del suolo e del mare,
  • lo sfruttamento diretto di organismi,
  • il cambiamento climatico,
  • l’inquinamento,
  • le specie aliene invasive.

La prospettiva è quella che questo trend negativo continuerà fino al 2050 e oltre, se non verranno prese misure mitigative. Alcune di queste, descritte nel report, coinvolgono agricoltura, allevamento, sistemi marini e di acqua dolce, aree urbane, energia e molti altri ambiti, in un’auspicabile sinergia e cooperazione all’insegna della sostenibilità e di un approccio integrato tra i vari settori. Anche l’economia, sostengono gli esperti, dovrà evolversi in sistemi globali finanziari che si distacchino dal paradigma della crescita economica infinita, che il pianeta e le sue risorse ormai non possono più sostenere.

L’IPBES offre quindi, con questo documento, un punto di vista autorevole e scientifico in merito al più grande problema che la società contemporanea si trova a dover affrontare, inserendosi in un contesto, quello degli ultimi mesi, di fermento e di risveglio dell’opinione pubblica suscitato dal “movimento climatico” di Greta Thunberg.

D’altra parte un sondaggio dell’Eurobarometro rivela che sta generalmente aumentando la consapevolezza sul significato della biodiversità, la sua importanza, le minacce e le misure per proteggerla.

I pareri dei cittadini europei sono in linea con gli obiettivi della strategia dell’UE per la biodiversità fino al 2020, che mira a fermare la perdita di biodiversità e servizi ecosistemici, e con gli obiettivi delle direttive Uccelli e Habitat dell’UE, che costituiscono la spina dorsale della politica dell’UE per proteggere la natura.

Le maggiori minacce percepite alla biodiversità sono l’inquinamento atmosferico, del suolo e dell’acqua, causato dall’uomo nonché i disastri e cambiamenti climatici.

Agricoltura intensiva, silvicoltura intensiva e pesca eccessiva sono sempre più ma non ancora pienamente riconosciuti come importanti minacce alla biodiversità.

Dall’ultimo Eurobarometro sulla biodiversità nel 2015, la comprensione da parte dei cittadini dell’importanza della biodiversità per gli umani è aumentata. La stragrande maggioranza dei cittadini ritiene di avere una responsabilità nel prendersi cura della natura (96%) e che la cura della natura è essenziale per affrontare il cambiamento climatico (95%).

C’è stato anche un netto aumento di coloro che sono totalmente d’accordo sul fatto che la biodiversità sia indispensabile per la produzione di cibo, carburante e medicinali (91%) e di coloro che considerano la biodiversità e la natura importanti per lo sviluppo economico a lungo termine (92%). 

La maggior parte degli europei non è disposta a permettere danni o distruzione della natura nelle aree protette per lo sviluppo economico.  Almeno due terzi degli intervistati considerano le aree di protezione della natura come Natura 2000 molto importanti per proteggere gli animali e le piante in via di estinzione (71%), così come prevenire la distruzione di preziose aree naturali a terra e in mare (68%) e la salvaguardia del ruolo della natura nel fornire cibo, aria pulita e acqua (67%). 

La maggior parte dei cittadini considera l’UE un livello legittimo per agire sulla biodiversità e l’ecosistema. Gli intervistati affermano che le azioni più importanti da intraprendere per l’UE al fine di proteggere la biodiversità siano ripristinare la natura e la biodiversità per compensare i danni e informare meglio i cittadini sull’importanza della biodiversità.

Tratto da: http://www.snpambiente.it/2019/05/22/lo-stato-di-salute-degli-ecosistemi-e-la-preoccupazione-degli-europei-per-la-perdita-di-biodiversita

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