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Parigi «One Planet Summit»

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Make-ourMartedì 12 dicembre, decine di leader mondiali sono attesi a Parigi in occasione del “One Planet Summit”, l’iniziativa informale voluta dal presidente Emmanuel Macron per rilanciare gli sforzi finanziari sul clima.

A due anni esatti dalla Conferenza Internazionale di Parigi (Cop21), una cinquantina di capi di Stati e di governo si imbarcheranno lungo la Senna, per trasferirsi dall’Eliseo fino all’Ile Séguin, l’isola lunga e stretta nell’ovest della capitale che per decenni ospitò la fabbrica di Renault riconvertita in un centro polifunzionale in cui si terrà l’evento. Annunciato lo scorso luglio da Macron durante il G20 di Amburgo, il summit è co-presieduto dall’Onu e dalla Banca Mondiale.

Alla vigilia del vertice, ha fatto sentire la sua voce papa Francesco, auspicando che l’iniziativa “favorisca una chiara presa di coscienza sulla necessità di adottare decisioni realmente efficaci per contrastare i cambiamenti climatici e, nello stesso tempo, combattere la povertà e promuovere lo sviluppo umano integrale“.

Fonti dell’Eliseo spiegano “L’urgenza climatica – – è più grave che mai, è dunque essenziale continuare a mobilitare in modo sempre più forte la comunità internazionale, ancor più dopo il ritiro degli Usa“.

Tra le circa quattromila persone che si troveranno fianco a fianco all’Ile Séguin, leader mondiali, governi (in totale sono un centinaio quelli invitati) ma anche governatori, sindaci, aziende, Ong, fondazioni benefiche come quella di Bill Gates o anche star impegnate come Leonardo Di Caprio. Obiettivo? Contribuire alla ricerca di azioni concrete per il raggiungimento degli obiettivi sul clima prefissati due anni fa alla Cop21. “Vogliamo dimostrare che le soluzioni esistono e possono essere moltiplicate sia localmente sia internazionalmente“, affermano a Parigi. Progetti concreti, dunque, in settori come energie rinnovabili, trasporti, efficacia energetica o agricoltura.

La giornata si aprirà con quattro tavole rotonde rispettivamente su finanziamenti pubblici, finanziamenti privati, accelerazione delle iniziative locali e regionali, rafforzamento delle politiche pubbliche per la transizione ecologica; mentre il pomeriggio sono previsti gli incontri di alto livello con i leader.

L’idea è soprattutto mettere insieme regioni, comuni, aziende, fondazioni, Ong ed è forse anche per questo che, stando al programma, Macron si terrà (quasi) in disparte non pronunciando un discorso ufficiale. Come dire: la lotta ai cambiamenti climatici non riguarda solo i governi ma tutti gli attori della società.

La “mini-Cop21″ da lui voluta è anche un modo di affermare la sua leadership su questo argomento. A inizio giugno, in seguito all’annuncio shock di Washington, il trentanovenne presidente francese deformò la frase cult di Trump “Make America great again” rilanciandola in chiave ecologica – “Make our planet great again” – e invitò studiosi e ricercatori Usa a lasciare la madre patria per lavorare in Francia.
Uno slogan che ha avuto un impatto planetario, tanto da indurre l’Eliseo a lanciare, qualche giorno dopo, un omonimo sito internet (Makeourplanetgreatagain.fr) al servizio di chiunque voglia fornire un contributo alla battaglia per la salvaguardia del pianeta.

Al termine dei lavori, martedì, è attesa una dichiarazione congiunta e l’annuncio di almeno 12 impegni concreti, con finanziamenti e calendario dettagliati.

Gli Usa saranno presenti solo con un consigliere diplomatico ma all’Eliseo non disperano.
Ci saranno comunque tantissimi americani tra governatori (atteso, tra gli altri, quello della California), sindaci, fondazioni, aziende private, associazioni: a dimostrazione che il dialogo con l’America continua e che in un modo o nell’altro gli Usa restano profondamente legati all’attuazione degli accordi di Parigi“.

All’evento organizzato ad appena un mese dalla Cop23 di Bonn, in Germania, sono attesi anche molti rappresentanti europei (ma non Angela Merkel), africani e di piccoli Stati insulari a rischio scomparsa come le Fiji o le Marshall. Per l’Italia, il ministro dell’Ambiente Galletti.

http://www.ansa.it/europa/notizie

Com’è finita la Cop 23.

Cop23-2
Cop23-2Dalle promesse si doveva passare ai fatti, per ora siamo fermi al “dialogo”

Bisognava semplicemente passare all’azione. Le organizzazioni non governative di tutto il mondo, i governi dei paesi in via di sviluppo e gli istituti internazionali sono arrivati in Germania con questa richiesta. Dalla Cop 23 di Bonn, infatti, ci si aspettava semplicemente l’approvazione dei “decreti attuativi” dell’Accordo di Parigi. Tuttavia, all’alba di sabato 18 novembre, dopo una nottata infinita e due settimane di negoziati, ci si è mossi a piccoli passi.

Cosa si è fatto e cosa è rimasto al palo, alla Cop 23
Alcuni (timidi) ne sono stati fatti: sugli impegni da adottare di qui al 2020 (senza aspettare cioè l’anno in cui l’Accordo di Parigi diventerà operativo), in materia di riforma del sistema agricolo, così come per quanto riguarda il rinnovo degli impegni per la riduzione delle emissioni di CO2. Tuttavia, su altri punti chiave della lotta ai cambiamenti climatici, gli avanzamenti sono stati pochi e i rinvii molti.
Nel 2018 dovrebbero essere riviste le promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra (Nationally determined contribution, Ndc) fatte nel 2015 dai governi di tutto il mondo. Alla Cop 23 è stato riconosciuto che tali impegni non sono sufficienti per centrare l’obiettivo principale stabilito a Parigi, ovvero limitare la crescita della temperatura media globale ad un massimo di 2 gradi centigradi, entro la fine del secolo. Così è stato lanciato il dialogo di Talanoa che punta proprio a “raddrizzare” la traiettoria (che oggi ci porterebbe a sforare i 3 gradi). A condizione, però, che non manchi la volontà politica dei governi. “Durante il 2017, abbiamo assistito a uragani che hanno devastato i Caraibi, tempeste e inondazioni che hanno distrutto migliaia di abitazioni e scuole in Asia meridionale, ondate di siccità eccezionali in Africa orientale. Queste catastrofi rappresentano già la realtà per numerose comunità. È per questo che la Cop 23 avrebbe dovuto portare avanzamenti concreti per aiutare queste popolazioni. Invece, con rare eccezioni, i paesi ricchi sono arrivati a Bonn a mani vuote”, ha osservato Armelle Lecomte, responsabile clima di Oxfam France.

Per cosa ci ricorderemo di questa Cop 23
Le conferenze sul clima, però, non sono solo dichiarazioni, numeri e promesse. Ad esempio, ci ricorderemo della Cop 23 per il tempo speso ai controlli e per i chilometri percorsi – a piedi, in bici o su un veicolo elettrico – per passare da una zona all’altra. Da una parte la Bula zone dedicata ai negoziati ufficiali e alle squadre di delegati in giacca e cravatta. Una delle sensazioni più forti è stata che la maggioranza dei delegati arrivasse dal continente africano. Questo a testimonianza del fatto che ogni conferenza è fondamentale per chi vive gli effetti del riscaldamento globale sulla propria pelle. Mentre solo chi tutto questo non lo subisce direttamente può permettersi un disimpegno, seppur temporaneo.

Bonn VS Bula 1-0
Dall’altra la Bonn zone, quella dedicata alla società civile, alle organizzazioni non governative e alle startup che hanno catturato l’attenzione dei pochi giornalisti presenti grazie a una buona dose di entusiasmo. E anche ai padiglioni degli stati che hanno capito che per ergersi a “leader climatici” bisogna stare tra le persone e saper comunicare con loro. Anche quando non si ha molto da dire.

Per questi motivi e per una sostanziale mancanza d’interesse dovuta a pochi “leaks” da inseguire o “rumors” da twittare, la Bula zone è stata pressoché snobbata, in favore di una dinamicità di eventi e di iniziative che hanno fatto apparire la società civile avanti anni luce rispetto ai politici.

Jerry Brown, leader di We are still in “ha fatto” il presidente degli Stati Uniti
Quegli stessi politici che neanche erano presenti. “L’impressione è che alcuni governi abbiano interpretato l’Accordo di Parigi come un traguardo finale, anziché come un punto di partenza”, hanno riportato da Bonn gli inviati di alcune emittenti internazionali.

Nessuno, in effetti, saprebbe dire quali altre capi di stato e di governo abbiano timbrato il cartellino della Cop 23, oltre alla cancelliera tedesca Angela Merkel, obbligata a fare gli onori di casa, e al presidente francese Emmanuel Macron, che voleva portare alto il nome di Parigi che dà il nome all’Accordo. Tanto da decidere di convocare un nuovo summit sul clima (One planet), che si tiene nella capitale francese il 12 dicembre, dedicato principalmente ai finanziamenti. “La conferenza di Parigi”, ha sottolineato Lecomte, rappresenta “un esame di riparazione per i paesi ricchi, nella speranza che si decidano a mettere i soldi sul piatto”. Per conto degli Stati Uniti, o almeno della popolazione americana, erano presenti l’ex e l’attuale governatore della California: Arnold Schwarznegger e Jerry Brown che hanno animato il padiglione a forma di igloo targato “Climate action center”, che ha riunito anche la coalizione We are still in fatta di stati, città, imprese e organizzazioni americane che hanno deciso di continuare a rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi nonostante la decisione del presidente Donald Trump di ritirarsi. Anche per questo ci ricorderemo di questa conferenza sul clima: per la capacità della società civile di riconquistarsi il ruolo che le spetta. Anche fisicamente. Il ruolo di chi ha la ragione dalla sua parte.

Il carbone
Nel bene e nel male. Il carbone, cioè il combustibile fossile più sporco del mondo, ha dominato la scena. C’è chi ha lanciato un’alleanza per dire addio al carbone entro il 2030 composta da una ventina di governi, Italia inclusa, e chi ha avuto il coraggio di tenere una conferenza sul carbone “pulito” – made in Usa. La delegazione ufficiale americana ha seguito le indicazioni della Casa Bianca che, a più riprese, ha annunciato di voler puntare anche sul carbone per garantire agli americani tutta l’energia di cui hanno bisogno. In pratica, anche lo stoccaggio della CO2 emessa dalle ciminiere delle centrali a carbone può diventare una soluzione per combattere i cambiamenti climatici, secondo Trump.

Non ci sono più Cop tecniche, ci sono Cop d’azione
Dopo un’iniziale muro contro muro tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, questi ultimi hanno ottenuto che i governi indichino fin da subito cosa stanno facendo o hanno intenzione di fare per la lotta ai cambiamenti climatici.

Cosa bisogna fare prima del 2020
Il sud del mondo ha infatti sottolineato la necessità di rispettare gli obiettivi fissati dalla seconda fase del Protocollo di Kyoto – di cui si sono festeggiati i 20 anni – quella che va dal 2013 al 2020, ma che ancora non è entrata in vigore poiché non ha ottenuto il numero necessario di ratifiche. In questo modo, si punta a “coprire” gli anni che rimangono prima del momento in cui l’Accordo di Parigi diventerà operativo.

La Cop 23 e l’agricoltura
Altro avanzamento importante è quello legato all’agricoltura. Richiesto da ormai sei anni, il programma di lavoro sulla sicurezza alimentare e sull’intero settore agricolo è finalmente entrato a pieno titolo nei negoziati. Le ong e la Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, avevano insistito fortemente, ricordando come i cambiamenti climatici rappresentano ormai una delle principali cause di malnutrizione nel mondo. E l’agricoltura una delle principali cause del riscaldamento globale.

Il Gender action plan
Nell’ambito della Cop 23 è stato adottato anche il “Gender action plan”, piano d’azione per la parità di genere, con l’obiettivo di integrare il tema nei programmi per l’ambiente e il clima. È stata l’italiana Chiara Soletti dell’Italian climate network a intervenire sul tema nel corso della seduta plenaria che si è svolta nella notte tra venerdì e sabato. Una notte complessa: sono state necessarie numerose interruzioni e molti colloqui a porte chiuse per trovare un accordo, soprattutto sulla questione del dialogo di Talanoa.

Le difficoltà incontrate a Bonn sono ben riassunte d’altra parte dalle questioni sulle quali non si è riusciti a trovare un accordo, se non parziale. Primo fra tutti il problema dei finanziamenti che rappresenta il cuore di tutte le questioni: senza fondi è impossibile avviare qualsiasi piano di mitigazione, transizione o adattamento.

One planet a Parigi. Per i più volenterosi appuntamento a dicembre
Da un lato, alla Cop 23 si è accettato il principio secondo il quale i fondi per riparare i danni subiti dalle nazioni più vulnerabili non debbano far parte dei famosi 100 miliardi di dollari promessi (e mai stanziati integralmente) nel lontano 2011 per il Fondo verde per il clima. Dall’altro, però, la questione fondamentale del reporting – ovvero della trasparenza sul come il denaro viene utilizzato – è stata rinviata al 2018.

Ecco perché Macron ha deciso di riunire a Parigi, il 12 dicembre, un centinaio di paesi. Non tutti: solo quelli che hanno voglia di fare sul serio. Donald Trump non è stato invitato. L’obiettivo, come sottolineato dalla rete di ong Climate action network è arrivare alla Cop 24 di Katowice, in Polonia, “per prepararsi a rendere ancora più ambiziosi gli obiettivi entro il 2020 in modo da poter mettere in atto la transizione verso un futuro rinnovabile”.

Andrea Barolini e Tommaso Perrone
da lifegate.it/ – 18 nov 201

COP23: la 23° Conferenza delle Parti ONU sui cambiamenti climatici.

Cop23

Cop23E’ cominciata lunedì la COP23.
La 23° Conferenza delle Parti ONU sui cambiamenti climatici si sta tenendo a Bonn e durerà fino al 17 novembre.

Sono 197 i Paesi che aderiscono alla Convenzione Onu sui cambiamenti climatici, 169 hanno sottoscritto l’Accordo di Parigi.

A due anni dalla sigla dell’Accordo di Parigi e a uno dalla sua ratifica, i leader mondiali e tutti i movimenti impegnati per la giustizia climatica guardano a Bonn per l’attuazione degli impegni assunti durante la COP21 volti a mitigare il #ClimateChange.

L’atmosfera pare positiva. Già dal primo giorno si è trovato un accordo sull’agenda definitiva della conferenza.

I paesi in via di sviluppo chiedevano che si desse maggiore importanza alle attività pre-2020. Ma la seduta plenaria, su proposta del primo ministro delle Fiji, Frank Bainimarama, ha deciso che queste verranno discusse solo durante le consultazioni informali che verranno moderate dalla delegazione Marocchina.

E’ un segno positivo che i paesi in via di sviluppo e quelli industrializzati siano giunti a un Intesa per proteggere il clima, cosi Inga Fritzen Buan, consulente senior per il clima e l’energia del WWF Norvegia. Tuttavia, i paesi in via di sviluppo hanno ribadito che le azioni pre-2020 dovranno continuare a rimanere una priorità accanto al dibattito sugli obiettivi a lungo termine.

La questione chiave che riguarda il pre-2020 è la ratificazione dell’emendamento di Doha al protocollo di Kyoto, che lo estenderebbe fino al 2020. (L’emendamento di Doha istituisce un secondo periodo di impegno (2013-2020) del protocollo di Kyoto, un accordo internazionale volto a ridurre le emissioni di gas a effetto serra.

Sono 84 i paesi che hanno ratificato l’emendamento finora (31 ottobre 2017), ma ne servono 144 perché questo possa entrare in vigore. La Germania e l’UE non lo hanno ancora ratificato.

Secondo il “Emissions Gap Report” delle Nazioni Unite, la riduzione delle emissioni promessa dai vari paesi non è sufficiente per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, ovvero di limitare un aumento delle temperature al di sotto dei 2 gradi centigradi.

Questo report ha concluso che nel 2030 vi sarà un divario di 11-13.5 GtCO₂ (gigatonnelate di Anidride Carbonica) e, tra gli NDC (contributi nazionali volontari) e quello stabilito dall’Accordo di Parigi per mantenere le temperature al di sotto dei 2 gradi.

Questo equivale alle emissioni complessive della Cina nel 2030, cosi John Christensen, direttore del UNEP DTU Partnership.

Questo porterebbe a un aumento delle temperature di 3-3,2 gradi entro la fine del secolo.

Secondo il report, tra le opzioni vincenti per far fronte a questo problema occorre investire nell’energia solare e eolica, promuovere gli apparecchi a efficienza energetica, ridurre la deforestazione e promuovere la riforestazione.

L’ Emissions Gap Report delle Nazioni Unite, si è rivelato un punto di partenza scientifico necessario per promuovere gli sforzi globali nel ridurre le emissioni.

La COP servirà dunque per valutare e definire a che punto ci troviamo.

L’apporto scientifico sarà sicuramente di gran rilevanza, ma si dovrà soprattutto capire come misurare e condividere gli sforzi che si stanno facendo per proteggere il clima e come assicurare la conformità all’Accordo di Parigi.

Gli “ambition mechanism” (meccanismi ambiziosi) dell’Accordo di Parigi, prevedono che le parti presentino ogni cinque anni, dei contributi nuovi e più ambiziosi per mitigare il cambiamento climatico.

Redazione A Sud  [di Kerstine Appunn e Julian Wettengel su cleanenergywire.org]

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Tribunale internazionale dei diritti della natura

L’Alleanza Globale per i Diritti della Natura (Global Alliance for the Rights of Nature – GARN) terrà il Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura il 7 e l’8 novembre a Bonn, presso il LVR Landesmuseum.

Il Tribunale offre la possibilità di immaginare un mondo in cui la legge e le autorità agiscono dalla parte della naturanatura. È una sperimentazione di nuovi concetti giuridici, come il riconoscimento dei Diritti della Natura all’interno del diritto pubblico internazionale e locale, sulla base della “Dichiarazione Universale dei Diritti della Natura”, che prevede il diritto degli ecosistemi a esistere e il dovere dell’umanità a rispettarne l’integrità dei cicli vitali.

Per conoscere l’Agenda del Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura, clicca su Bonn Tribunal Agenda .

L’attuale crisi ecologica impone una trasformazione dei nostri sistemi giuridici internazionali e domestici affinché facciano prosperare la Comunità Terrestre, invece di permetterne la distruzione.

Il Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura è una iniziativa unica, promossa dai cittadini, che offre l’opportunità a persone di tutto il mondo di portare pubblicamente testimonianza rispetto alla distruzione della Terra.

Il Tribunale fornisce un’alternativa sistemica alla protezione dell’ambiente, riconoscendo agli ecosistemi il diritto legale di esistere, persistere, e conservare e rigenerare i loro cicli vitali, esercitabile in un tribunale.

Una stimata giuria formulerà raccomandazioni per la protezione e il risanamento della Terra.

Un forum internazionale per il diritto alla salute contro il G7 sulla sanità

mondo-salute
mondo-saluteIl 4-5 novembre a Milano. Controvertice con esperti internazionali. Gli argomenti in discussione: cambiamenti climatici, acqua, siccità e alluvioni

Il 5 e il 6 novembre si svolgerà a Milano l’incontro dei ministri della salute del G7.

Gli argomenti in agenda sono: le conseguenze sulla salute dei cambiamenti climatici, al quale verranno dedicate 3,5 ore di discussione; la salute della donna e degli adolescenti 1,5 ore, e la resistenza antimicrobica 1 ora.

Tempi sufficienti, secondo i ministri, per arrivare ad una solenne dichiarazione finale su questioni la cui rilevanza è fondamentale per il futuro dell’umanità. Considerato che a quei tavoli siederanno i massimi responsabili dell’attuale modello di sviluppo è fin troppo facile immaginare che, al di là delle parole, vi sarà il vuoto.

Decine di associazioni impegnate in difesa della salute a livello locale, nazionale e internazionale hanno costituito il comitato «Salute senza padroni e senza confini» e, insieme al Gue, gruppo parlamentare «Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica» e al gruppo consiliare «Milano in Comune», hanno organizzato a Milano due iniziative.

Sabato 4 novembre un «Forum internazionale per il diritto alla salute e l’accesso alle cure» (http://www.medicinademocratica.org/wp/?p=5219;https://www.facebook.com/events/299458030530298/?acontext=%7b ) nel quale si confronteranno ricercatori, scienziati, medici, biologi di altissima professionalità con attivisti di tutto il mondo per individuare obiettivi condivisi sia dai movimenti sociali che da chi agisce in campo scientifico. Proprio da quest’ambito abbiamo ricevuto un’enorme disponibilità, come testimonia il programma, segno che la scienza, quando non è asservita al potere, giunge a conclusioni molto simili a quelle del movimento antiliberista.

Domenica 5 novembre si svolgerà un incontro tra i movimenti italiani attivi nella difesa della salute per organizzare insieme delle campagne nazionali.

I temi del Forum sono: «la disuguaglianza sociale come determinante di malattie», nel 2012 l’effetto Glasgow aveva dimostrato come il tasso di mortalità fosse strettamente correlato alle condizioni sociali della popolazione, l’Istituto Mario Negri ha documentato lo stesso fenomeno a Milano.

«L’accesso alle cure», il 50 % delle persone colpite dal virus Hiv nel mondo ne sono prive e l’accesso ai farmaci salvavita non è più garantito nemmeno nel mondo occidentale come testimonia la vicenda del Sofosbuvir per l’epatite C.

«La privatizzazione dei servizi sanitari» vera preda del mercato globale ma anche locale come dimostra, ad esempio, il tentativo della Regione Lombardia di sostituire, nell’assistenza a 3.350.000 cittadini con patologie croniche, il medico di famiglia con un gestore, società per lo più private finalizzate al profitto.

E infine «Le conseguenze sulla salute dei cambiamenti climatici». Amitav Gosh, noto romanziere bengalese, ha recentemente pubblicato un saggio: «La Grande Cecità», quella dei cambiamenti climatici. L’accusa è, alla letteratura mondiale, di essere centrata su l’umano e i suoi diritti, e di aver ignorato il «non umano», indifferente ai destini della terra, dell’acqua e dell’aria, relegati tutti nella letteratura di serie B: la fantascienza. Eppure di cambiamenti climatici ci si ammala e si muore; per l’Oms potrebbero provocare 12,6 milioni di decessi tra il 2030 e il 2050. 250.000 morti in più ogni anno: per malnutrizione, malaria, diarrea. 20.000 morti per colpi di calore nella sola Europa. A questi numeri andrebbero aggiunti i morti per la maggior concentrazione di inquinanti nell’atmosfera dovuti all’assenza di piogge: 500.000 deceduti in Europa, 90.000 in Italia e 9 milioni nel mondo.

Ma la vera tragedia del cambio climatico è l’acqua. Siccità e alluvioni agiscono pesantemente nel ridurne la sua disponibilità. Nel 2050 verrà a mancare il 50% del necessario e a farne le spese saranno i poveri della Terra, i 900 milioni di persone prive di acqua potabile. La corsa all’accaparramento delle terre fertili e degli invasi da parte delle multinazionali e dalla Cina e dall’Arabia saudita è da tempo iniziata e i mutamenti climatici l’accentueranno sempre più.

Le grandi dighe prolificano in Asia e in Africa con il loro seguito di profughi e di guerre e le multinazionali degli acquedotti Suez – Veolia – Thams Water – Rwe ecc.. premono con maggior forza per la privatizzazione dei rubinetti di tutto il mondo.

Le stime dell’alto commissario delle Nazioni Unite parlano di 79 guerre in corso per cause ambientali e appropriazione di risorse. Nella guerra del Kashmir (100.000 morti) ci sono le dighe sul fiume Indo e la concorrenza tra India, Pakista, Cina. L’Egitto è una polveriera di 90 milioni di persone che vivono attorno al Nilo aggredito dalle dighe dell’Etiopia. La guerra in Siria avviene dopo 5 anni di siccità e di dighe turche sul Tigri. Le guerre ai kurdi hanno acqua e petrolio sullo sfondo.Nella contabilità mondiale 3 miliardi di persone sono considerati da «qualcuno»: insostenibili esuberi.

Beni comuni salute del pianeta e salute pubblica vanno insieme e vanno collocate in cima alle nostre priorità.

Vittorio Agnoletto comitato «Salute senza padroni e senza confini»
Emilio Molinari contratto mondiale dell’acqua

Da Il Manifesto
29-10-2017

110 miliardi di bottiglie di Coca cola

Coca-Cola

Coca-ColaCoca Cola produce 110 miliardi di bottiglie di plastica l’anno, circa quindici bottiglie a persona sul pianeta intero, compreso bimbi e anziani.
Circa un quinto delle bottigliette di plastica prodotte nel mondo sono di Coca Cola.

Il totale, Coca Coca ed altre, è di 500 miliardi di bottiglie, cioè 20mila bottiglie al secondo vendute in ogni angolo del pianeta. Un milione al minuto…

Quanti anni ci vogliono per degradare una bottiglia di plastica? Quattrocento anni.

La Coca Cola da tempo è sotto pressione, tra le altre cose, per ridurre il numero di bottigliette prodotte, ma finora i risultati sono stati poco promettenti: nel corso degli scorsi anni, invece di diminuire, il numero delle bottigliette prodotte è aumentato.

Dove finisce tutta quella plastica? Dove finiscono tutte quelle bottigliette?

Ci piace pensare di essere una società attenta, ma se è vero che si cerca di riciclare e di riusare e tante altre belle parole, la triste realtà è che la gran parte di quella roba finisce, se va bene, in discarica, se va male, negli oceani, nei corpi di pesci e uccelli, e, in ultima analisi nei nostri corpi.

Dopotutto se le stime sono che negli oceani nel 2050 ci sarà più plastica che pesci, quella plastica da qualche parte deve pure arrivare. E infatti, non è un caso che la stragrande maggioranza della plastica che si trova sulle spiagge del mondo è proprio costituita da bottiglie di plastica e da loro residui.
E questo è brutto da vedersi certo, ma è un grande pericolo per animali acquatici che li mangiano per sbaglio, che a volte soffocano, che li accumulano nei loro organismi, e che a volte si sviluppano con pezzi di plastica come parte del loro corpo.
Per non parlare dei pezzettini più piccoli che poi ce li ritroviamo nei pesci che mangiamo, nel sale marino e pure nell’acqua che beviamo.

E la Coca Cola?
Beh, grazie a varie campagne di sensibilizzazione, nel Regno Unito, promosse da Greenpeace e da altre associazioni, la Coca Cola ha annunciato che utilizzerà plastica reciclata per il 50 per cento delle loro bottigliette entro il 2020.

È una soluzione? Certo che no! La metà di 110 miliardi di bottiglie sono 55 miliardi di bottiglie ed il 2020 è troppo lontano. La Coca Cola è un ente colossale e può fare molto, molto di più di queste mosse di facciata.

E noi?
Beh, noi possiamo essere attenti che ogni santa bottiglietta venga riciclata nel modo più opportuno, possiamo raccogliere lo schifo che vediamo in spiaggia, possiamo essere consapevoli, possiamo scrivere alla Coca Cola, e possiamo scegliere di trovare alternative alle bottigliette di Coca Cola e di qualunque altro contenitore di plastica per quel che possiamo.

Quanti anni ci vogliono per degradare una bottiglia di plastica? Quattrocento anni, sì 400.

Maria Rita D’Orsogna
* Fisica e docente all’Università statale della California.

L’impronta ecologica

Impronta-ecologica

Impronta-ecologicaUn dossier infografico del Centro Nuovo Modello di Sviluppo.

L’indicatore “impronta ecologica”, introdotto da Mathis Wackernagel e William Rees nel 1996, aiuta ad individuare il consumo di risorse (l’emissione di anidride carbonica, per esempio, o l’agricoltura intensiva) rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle; i valori dell’impronta si esprimono in ettari globali.

Per il calcolo dell’impronta ecologica si utilizzano sei categorie principali di terreno:

  • superficie necessaria per assorbire l’anidride carbonica prodotta dall’utilizzo di combustibili fossili;
  • superficie arabile utilizzata per la produzione di alimenti ed altri beni;
  • superficie destinata all’allevamento;
  • superficie destinata alla produzione di legname;
  • superficie edificata;
  • superficie marina dedicata alla crescita di risorse per la pesca.

Da numerosi studi effettuati emerge ormai che l’impronta ecologica a livello mondiale è maggiore della capacità bioproduttiva mondiale e che quindi in futuro avremo meno materie prime per i nostri consumi.

Secondo ad esempio uno studio pubblicato su Environmental Science & Policy, a fine dicembre 2016, relativo a 19 città costiere del Mediterraneo (tra cui Venezia, Genova, Roma, Napoli e Palermo), sono quasi 60 anni che la regione mediterranea consuma più risorse naturali di quanto l’ecosistema sia in grado di rigenerare.

A livello personale o di comunità, è possibile calcolare la propria impronta per cercare di renderla più sostenibile; a questo proposito, ricordiamo ad esempio il tool del WWF o quello messo a punto dal Global Footprint Network.

Ma per comprendere cosa sia l’impronta ecologica e capire di conseguenza come sia possibile ridurla, anche nelle nostre azioni quotidiane, il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, nel 2016, ha realizzato un agevole ed utile dossier intitolato Impronta_maldistribuita: si tratta di quindici infografiche che ridescrivono la geografia mondiale in base alla superficie di terra “produttiva” necessaria a garantire il nostro stile di vita.

Tra gli argomenti raccontati e rappresentati tramite infografica troviamo:

  • base biologica della nostra esistenza: il bilancio CO2;
  • overshoot day: quando oltrepassiamo la biocapacità del pianeta;
  • l’impronta degli italiani: superiore di due volte e mezza a quella sostenibile;
  • i pianeti dell’eccesso: se tutti avessero il tenore di vita di chi vive in eccesso;
  • miglioriamo la nostra impronta: suggerimenti per ridurre l’impronta.

Rifiuti d’Italia, la grande truffa.

Italia

ItaliaQuanto ci costa la mancanza di trasparenza sui rifiuti in Italia, in termini economici, ambientali e sanitari? Sono queste le domande a cui abbiamo cercato di rispondere con  “Rifiuti d’Italia: la grande truffa“.

L’inchiesta online su Wired Italia, è il frutto del lavoro iniziato oltre un anno fa con la nostro progetto di giornalismo civico partecipato “Da #riciclozero a #rifiutizero“.

Nel  bel paese tra gestioni virtuose e fallimentari, inceneritori, discariche e impianti di riciclo, sono troppe le illegalità permesse dallo Stato e dalle stesse Istituzioni che ricadono sulle spalle dei cittadini e nelle quali regnano corruzione, malaffare ed ecomafie.
Anche per questo il tentativo è stato quello di fornire un quadro con i numeri e le storie dell’impatto economico, ambientale e sanitario di ciò che scartiamo, per permettere ad ognuno di noi di capire come partecipare alla soluzione di un problema che incide ogni giorno sulle nostre vite.

Per fare questo abbiamo studiato, interpretato dati, raccolto testimonianze, viaggiato per l’Italia. E fatte molte domande a esperti, amministratori, scienziati, sindaci, cittadini. Fino a porre i nostri quesiti ad alcuni dei più importanti rappresentanti delle istituzioni. Dal ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti, a Alessandro Bratti, presidente della Commissione di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, e a Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale contro la corruzione.

Se una maggior apertura dei dati economici, ambientali e sanitari favorirebbe anche il monitoraggio civico, come risolvere, una volta per tutte, la crisi dei rifiuti d’Italia?
Quindi, ognuno di noi può fare la propria parte. Cittadini Reattivi resta a disposizione per raccogliere e mappare denunce e buone pratiche: sia attraverso la parte della nostra piattaforma partecipata (basta registrarsi qui) oppure in forma anonima (qui l’apposito form in grado di tutelare totalmente chi segnala), grazie al Centro Studi Hermes per la Trasparenza e Diritti Umani Digitali

Un grazie sentito a Wired Italia che l’ha sostenuta, a tutti i cittadini reattivi che ci hanno stimolato in questo percorso e che hanno dato un contributo a questo lavoro;  ai colleghi Vince Cammarata e Riccardo Saporiti che insieme a Rosy Battaglia ne ha hanno permesso la realizzazione.

Buona lettura
http://www.wired.it/partner/rifiuti-italia/

La Dichiarazione finale di Marrakech

Cop22-Marrakesh

Cop22-MarrakeshA Marrakech si è chiusa la Cop 22 sul clima dopo l’accordo di Parigi – Cop 21 – che ha visto una dichiarazione di intenti di ben 196 paesi di mantenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi.

Ieri i partecipanti alla Cop22 (compreso gli Usa di Obama) hanno diffuso la “Dichiarazione di Marrakech” in cui definiscono l’Accordo di Parigi “irreversibile“, probabilmente una risposta a Donald Trump che ha definito il riscaldamento globale essere una bufala.

In realtà il documento conclusivo Vedi più che definire provvedimenti concreti, ha finito per fissare le procedure e il piano di lavoro rinviando al 2018 l’approvazione del regolamento dove stabilire in quale modo i Paesi dovranno monitorare i loro impegni per il taglio dei gas serra.
Impegni che già a Parigi l’Agenzia dell’Onu per l’ambiente, l’UNEP ha definiti insufficienti per raggiungere l’obiettivo dei 2 gradi, in particolare rispetto alla previsione di stanziare, da parte dei paesi ricchi, 100 miliardi di dollari all’anno per aiutare i paesi in via di sviluppo nella lotta al riscaldamento globale.

Il Ministro italiano dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha pronunciato parole di soddisfazione annunciando lo stanziamento di 5 milioni di dollari per un Fondo a sostegno dei paesi africani e ha candidato l’Italia ad ospitare la 26° Conferenza Onu sul clima nel 2020.
Ha anche affermato che l’Italia è leader mondiale nella de carbonizzazione; una dichiarazione che fa a pugni con le politiche energetiche del governo che finanzia miliardi per le infrastrutture di trasporto su gomma, che delibera concessioni per le trivellazioni in mare, e impone alle regioni la costruzione di nuovi 8 inceneritori

Nella realtà l’aumento continuo dei disastri ambientali, degli uragani, delle desertificazioni, dell’innalzamento del livello delle acque,   sono i sintomi evidenti ed incontestabili che dovrebbero richiamare una diversa disciplina della politica verso il processo economico-finanziario di sistema.

Ma questo non lo sarà mai se persiste l’interesse privato sul bene pubblico, se il diritto non diventa lotta popolare per il cambiamento.

Fermiamo i cambiamenti climatici a partire dalla nostra Milano

inquinamento-Milano

inquinamento-MilanoAl sindaco della città metropolitana di Milano, Giuseppe Sala Chiediamo che Milano diventi un modello nella lotta ai cambiamenti climatici attraverso l’adozione immediata di politiche a livello metropolitane che abbiano come obiettivo la creazione di una città sostenibile.

Lettera inviata al Sindaco di Milano

Milano è tra le città più inquinate d’Italia. Ogni giorno respiriamo un’aria malsana che pregiudica la nostra salute, rovina l’ambiente che ci circonda e danneggia il nostro patrimonio storico.

Per questo motivo chiediamo di:

  • Lanciare un piano per la mobilità sostenibile: aumentando i mezzi trasporto pubblico, le corse urbane e con i comuni limitrofi e le agevolazioni tariffarie; ampliando le zone di parcheggio ed estendendo l’area C; favorendo un aumento dei servizi di bike e car sharing; riducendo la velocità degli autoveicoli in città; incentivando l’uso dell’auto elettrica con sgravi fiscali; diffondendo le piazzole per la ricarica delle batterie con l’uso di tettoie fotovoltaiche; raccordando le piste e corsie ciclabili.
  • Ridurre il consumo di energia: rispettando gli impegni formali già presi con il PAES ( Piano di Azione per l’Energia Sostenibile), incentivando la riqualificazione energetica della case, maggiori controlli degli impianti inquinanti; riducendo l’uso dei combustibili fossili ed incentivando l’energia prodotta da pannelli solari e fotovoltaici; sanzionando lo spreco energetico; vietando la circolazione dei veicoli che emettono polveri sottili dannose; adesione alla campagna di “divestitaly”;
  • Aumentare la raccolta differenziata: disincentivando la politica di incenerimento dei rifiuti, riducendo i rifiuti e gli imballaggi alla fonte;
  • Utilizzare il piano strategico metropolitano per aumentare il verde, riqualificare le scuole e i quartieri popolari, azzerare il consumo di territorio;
  • Valorizzare l’acqua come bene comune attraverso la completa eliminazione delle acque in bottiglia, incentivando l’uso dell’acqua pubblica, unendo in un’unica grande azienda pubblica l’acqua della città gestita da MM e l’acqua dell’ex territorio provinciale gestita da Cap Holding;
  • Lanciando una grande opera di educazione ambientale diffondendo via email, lettere, opuscoli, lezioni nei quartieri per valorizzare la cultura della prevenzione, riduzione, recupero, riuso, riciclaggio e la scelta dei prodotti a km zero.

Non solo ambiente, anche sviluppo sostenibile

Cop22-Marrakesh

Cop22-MarrakeshA Marrakech in Marocco alla conferenza mondiale sul clima Cop 22, sono arrivate le intenzioni politiche di Trump in materia di clima e ambiente che sembra voler accreditare Myron Ebell al vertice dell’Epa – Agenzia Usa di Protezione ambientale, che appartiene alle fila dei negazionisti in tema di cambiamenti climatici, ed avrà il compito di smontare il Piano di Azione climatica voluto dall’amministrazione Obama.

Va comunque tenuto presente che le politiche energetiche di Obama negli ultimi 8 anni sono state politiche che non hanno minimamente scoraggiato l’utilizzo delle fonti fossili.
Anche se il Governo degli Stati Uniti ha aderito all’Accordo di Parigi, la politica di Obama è decisamente finalizzata agli interessi nazionali, alla ricerca dell’autosufficienza in materia energetica. Lo dimostrano i grandi investimenti (1000 miliardi di $) per le sabbie bituminose di Alberta in Canada, e ancora per estrarre petrolio e gas dalla frantumazione idraulica delle rocce (fracking).

L’accordo di Parigi è stato molto magnificato in realtà l’accordo è stato raggiunto con i presupposti di mantenere la situazione così come, cioè non mettere i bastoni alle grandi industrie energetiche.

Ne è prova la presenza pesante e sconcertante, ai tavoli negoziali, dei rappresentanti delle lobbies dell’energia fossile. Tra esse spiccano Chevron, Shell, Total, ExxonMobil e Glencore, aspramente criticata dalle Ong e dai movimenti ambientalisti.

L’Italia è arrivata al vertice di Marrakech con il ministro Galletti con una delegazione di 44 ma con una politica che smentisce la volontà reale espressa con la sottoscrizione dell’accordo di Parigi.

l’Italia infatti continua a puntare sulle energie fossili, ne sono prova le due nuove concessioni di trivellazioni nell’adriatico in un’area di 30.000 km2 e nello Ionio a sud della Sicilia in un’area di 4000 km2. Inoltre sta imponendo alle regioni la costruzione di 8 nuovi inceneritori che secondo i calcoli immetteranno nell’ atmosfera 1.500.000 ton di CO2.
Nonostante stia pagando caro e in modo crescente l’imprevedibilità degli eventi climatici: 174 morti e danni per 2 miliardi di dollari

La Banca Mondiale stima che le calamità naturali causate dal disordine climatico costano 520 miliardi l’anno (e colpiscono i più poveri)

E’ notizia di ieri – 15 novembre 2016 – che Teheram ha chiuso le scuole per inquinamento.

OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità): ogni anno nel mondo sono 250.000 i morti per il clima.

In ogni modo, quanto previsto attualmente non risulta sufficiente a garantire il raggiungimento degli obiettivi contenuti all’art.2 dell’Accordo: secondo l’Agenzia Onu per l’Ambiente, con gli impegni attualmente fissati i gas serra raggiungerebbero le 54-56 Gton di Co2 al 2030 e porterebbero lo scenario climatico ad un aumento di temperatura dai +2,9 ai +3,4°.

Nel mentre i mari si alzano di 3 millimetri ogni anno.
La desertificazione minaccia un quarto delle terre del pianeta e un miliardo di persone allocate in circa 110 paesi.

Ma è in Africa che si registra la situazione più drammatica.
Il continente Africano, responsabile solo del 3% della produzione di CO2, è quello che più drammaticamente soffre gli impatti dei cambiamenti climatici in termini di siccità, desertificazione, perdita di biodiversità la prospettiva per l’Africa è un aumento di 3-4 gradi di temperatura.
Le terre diventano sempre meno adatte alle coltivazioni. A causa delle minori rese agricole si stima un aumento tra i 35 e i 122 milioni di persone in condizioni di povertà estrema, costrette a scappare da condizioni ambientali e climatiche non più compatibili con la vita umana.

Oltre a guerre, persecuzioni e conflitti, I cambiamenti climatici hanno assunto un ruolo determinante tra le cause ambientali di migrazione. Nel 2015 su 27,8 milioni di sfollati interni, 14,7 milioni sono stati determinati da eventi climatici estremi

I disastri naturali sono stati determinati per il 90% da eventi climatici estremi.
E ancora oggi l’82% dell’energia prodotta è ancora originata da fonti fossili.

Bisogna riconoscere e che si prenda coscienza che non è solo un problema di ambiente ma anche di sviluppo sostenibile

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