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Salviamoci con il Pianeta!

La COP 24 in Polonia è stato un fallimento desolante.

Le conclusioni non hanno accolto gli allarmi dell’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) sugli effetti del riscaldamento globale: è l’Umanità che si avvia alla sua estinzione!

Nell’Assemblea dell’ONU sul Clima a Nairobi in questi giorni, si preferisce studiare le tecniche di captazione (storage) dei gas serra climalteranti invece di imboccare la strada, unica e maestra, della rapida eliminazione dell’uso dei carbonfossili.

Il recente documento conclusivo del Global Compact sulle Migrazioni (GCM), accolto anche da Papa Bergoglio, è stato rifiutato da molti paesi Ue, compresa l’Italia, e dagli Stati Uniti.

In questo enorme disinteresse a darci speranza è arrivato il 14 Dicembre 2018 il discorso della quindicenne svedese Greta Thunberg ai partecipanti alla COP 24: “Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo“.   Un intervento replicato davanti ai “potenti della Terra” del Forum di Davos il 22 gennaio 2019: Non voglio la vostra speranza, voglio che siate in preda al panico e che agiate. Perché la nostra casa, la Terra, sta bruciando”.

Da allora “scioperi climatici”, School Strike for the Climate, manifestazioni di migliaia di giovani, si svolgono ogni venerdì in tutta Europa, con lo slogan “Fridays for future”, in vista del Global Climate Strike, la Marcia internazionale per il Clima del 15 marzo 2019.

Per condividere analisi concrete e convincenti che i politici oggi difficilmente riescono a fare, è meglio partire dai valori comuni, la pace, la difesa della vita, la libertà ed eguaglianza, accantonare le vecchie etichette e valutare la realtà e i numeri che la definiscono.

I movimenti sono fondamentali, ma è necessario che definiscano priorità comuni a partire dall’eliminazione delle guerre dalla storia.

Quelle in corso che vengono chiamate “conflitti”, e quella continua e spietata, guerra alla natura: una guerra che perderemo se non ritroviamo un po’ di umanità, cioè il senso della realtà e del limite.

La legge di natura che regola la vita del vivente e della biosfera è in graduale e costante dissipazione e degradazione di energia e di materia.
La biosfera può benissimo sopravvivere ai drammatici sconvolgimenti climatici, la specie vivente no.

Sono regole che spesso sfuggono all’attenzione e non riguardano la riflessione politica e le nostre piccole lotte che per concretezza promuoviamo a partire dal territorio. 

La Grande Cecitàdell’umanità è sempre più diffusa e condivisa. (Amitav Gosh)                            

CHI EMETTE GAS SERRA

Prima di COP 24 sono uscite le previsioni (rapporto Global Carbon budget 2018) sui dati di gas serra emessi nel 2018: un aumento record a 37,1 milioni di Tonnellate (+ 2,7%), a cui si devono aggiungere 5 miliardi di tonnellate di CO2 per la deforestazione e il consumo di suolo.

I 10 maggiori Paesi per emissioni nel 2018 sono:
  1. Cina con il  27% del totale,
  2. Stati Uniti 15%,
  3. UE a 28 con il 10%,
  4. India con il 7%,
  5. Russia, poi Giappone, Germania, Iran, Arabia Saudita, Corea del Sud e Canada.

Questi dati di emissioni procapite vengono raramente divulgati e considerati. eppure sono l’unica base di partenza per arrivare a delle trattative concrete nelle varie COP.           

Principali settori che causano emissioni di GAS Serra
  • Energia (industria, elettricità e calore) circa il 41%,
  • Trasporti circa il 28%,
  • Agricoltura, allevamento e deforestazione circa il 24%, ecc.

Un’analisi più mirata fatta sul CIBO INDUSTRIALE ci dice che la sua produzione è responsabile di circa il 44-57% dei Gas serra.

  • Deforestazione 15-18%,
  • Agricoltura 11-15%,
  • Trasporti 5-6%,
  • Lavorazione Industriale e confezionamento 8-10%,
  • Refrigerazione e vendita al dettaglio (Retail) 2-4%,
  • Rifiuti 3-4%

Vedi:  https://www.grain.org/article/entries/5102-food-sovereignty-five-steps-to-cool-the-planet-and-feed-its-people

Questo studio sollecita proposte politiche contro l’agrobusiness delle multinazionali e a sostegno di una riconversione agricola e degli allevamenti verso una AGROECOLOGIA per una produzione di cibo sano e sostenibile.

IL GLOBAL WARMING È L’INCUBO REALE!

Due recenti e importanti studi affermano che il 90-93% del calore è stato assorbito dagli Oceani, che si stanno scaldando più velocemente del previsto, con conseguenze devastanti.

Questa grande quantità di calore ed energia provoca l’aumento del volume delle acque marine, con il conseguente innalzamento del livello delle acque, a cui contribuisce lo scioglimento dei ghiacci e rende più potenti e devastanti gli uragani.

«Stato dell’Alimentazione e Agricoltura –  Migrazione Agricoltura e sviluppo rurale» 

Il documento della FAOSOFA 2018′ dimostra l’entità reale del problema.
Nel rapporto tra “Migrazione e Agricoltura” si continua a proporre un modello di produzione di Cibo non naturale; si tralascia di parlare di desertificazione da monoculture, di espulsione violenta dalle terre per l’estrattivismo, di land e water-grabbing (compiuti  da alcune Nazioni: USA e Cina in primis, ma anche dall’Italia, da Fondi Pensione  e Multinazionali), ecc.

E’ un problema centrale.  In Africa il 60% della popolazione vive nelle aree rurali e negli ultimi decenni si è registrata una migrazione costante dalle campagne alle aree urbane del continente, per l’espulsione e/o  l’adozione di un’agricoltura  intensiva.  

L’umanità deve rifiutare il determinarsi di tali mostruosità apocalittiche, come il formarsi di  megalopoli del tutto incompatibili con la natura, la vita, la pace e qualsiasi dignità.

 

(tratto da uno scritto di Antonio Lupo – Comitato Amigos Sem Terra – MST Italia

L’evidenza sul clima

Verità nascoste.

Sarantis Thanopulos:

«Secondo un recente rapporto dell’InterAcademy Partnership, il sistema globale del cibo si è rotto e oggi contribuisce per un terzo alle emissioni dei gas responsabili dell’effetto serra, più delle emissioni provenienti dai trasporti, dal riscaldamento, dall’illuminazione e dall’aria condizionata messe insieme. A sua volta il cambiamento climatico danneggia la produzione di cibo attraverso le alluvioni e la siccità.

La rottura dell’equilibrio ambientale che sta rendendo il mondo inabitabile, minaccia anche drammaticamente la nostra salute psicocorporea e non solo per l’inquinamento.

Per l’Onu, 820 milioni di persone sono affamate, 2 miliardi sovrappeso, 600 milioni obese. Un terzo della popolazione mondiale non riceve abbastanza vitamine. Eppure al posto di una preoccupazione generale e di uno sforzo comune per il superamento del problema, si assiste a una guerra totale tra preservatori e inquinatori.

E questa guerra, come da tempo dici Ginevra, l’unica cosa che contempla è la distruzione graduale del mondo, la sconfitta generale». 

Ginevra Bombiani:

«Essa non è come le guerre che abbiamo conosciuto, i ricchi contro i poveri, gli uomini contro le donne, i mercanti contro il mondo: qui la posta in gioco non è il potere ma la sopravvivenza. La rete di Arte ha trasmesso un documentario che parlava di una piccola società inglese, la Cambridge Analytica, che ha violato i dati di 50.000 utenti Facebook e vinto grazie a essi la campagna inglese a favore di Brexit, quella americana a favore di Trump e ha influenzato le elezioni italiane, francesi, austriache, tedesche e dell’Europa dell’Est.
Conosciamo i personaggi che sono alla sua testa: Steve Bannon, e sopra di lui Robert Mercer, il miliardario californiano che usa l’intelligenza artificiale per influenzare il voto degli elettori. Ciascuno di noi è il suddito involontario di una campagna mercantile e politica dentro al web. Come succede ogni volta che accettiamo l’uso dei “cookie”, travestiti da servizievole curiosità. Che c’entra questo, dirai, con la fine del pianeta?
C’entra, perché il contenuto principale di queste campagne è negare i cambiamenti climatici, l’avvelenamento del popolo umano, animale e vegetale, lo scioglimento dei ghiacci, i terremoti, inondazioni, tsunami, trombe d’aria e tutte le catastrofi che non possiamo più chiamare naturali
». 

Thanopulos:

«Stai parlando di una manipolazione dei sentimenti e delle coscienze che è strettamente collegata con una manipolazione estrema della natura, la creazione di fenomeni catastrofici, provocati da mani umane, ma non in modo preterintenzionale. Come se gli incubi della coscienza, creati dalla difficoltà di sognare il mondo, di immaginarlo per abitarlo, diventassero mostri concreti, reali, organizzatori di paure artefatte, “uragani” che creano uno stato di allerta indirizzabile dove si vuole». 

Bompiani:

«E perché non corriamo ai ripari? Che il clima sia la catastrofe delle catastrofi, è un’evidenza. Eppure non determina la nostra condotta.

Nel suo libro, Il Vesuvio universale, Maria Pace Ottieri esplora la città ininterrotta che si addensa alle falde del Vulcano, consapevole che un giorno esploderà e la sua lava ricoprirà le case e le vie di fuga.

Perché non hanno paura?
Credo che “paura” sia la parola chiave. Noi crediamo che la paura sia una passione involontaria, cieca e profetica.

Non è così. La paura è una passione senza oggetto, facilissima da manipolare, perché è uno stato d’animo superficiale e oscuro, che ogni folata di vento muove e riempie d’aria. Così, invece di avere paura che i mari ricoprano la terra, la gente ha paura dei migranti, delle donne, delle tasse sulla benzina».

 

La beffa climatica: no al carbone, sì al gas

Al posto del carbone: gas o rinnovabili?

In un editoriale su “Il Messaggero” del 4 Dicembre scorso Romano Prodi definiva una svolta storica la firma di 196 Paesi all’accordo di Parigi 2015 sul clima, che prevedeva severi obiettivi e misure concrete per la riduzione della CO2 auspicata da tutti, Cina e Stati Uniti compresi. 

Tre anni dopo, a Katowice per la Cop 24, quegli stessi firmatari possono annunciare un clamoroso quanto angosciante fallimento.
Le convenienze economiche hanno prevalso sugli impegni politici e il limite di 1,5°C di aumento della Temperatura sembra allontanarsi.
L’escamotage degli inquinatori per aggirare i patti siglati, sta nel sostituire allo “sporco” carbone il finto “salvagente” del gas fossile, come se i naufraghi in vista della tempesta scampassero per magia, aggrappandosi ad una ciambella bucata.

Bruciare gas comporta un po’ meno emissioni dell’equivalente in carbone, ma è pur sempre un’aggiunta di climalteranti in atmosfera.
Non doveva essere questa la via d’uscita dall’allarme climatico certificato da tutti gli scienziati, ma i corposi interessi del sistema centralizzato delle fonti fossili ha suggerito trucchi adeguati per continuare a legittimarsi agli occhi dei cittadini distratti.

I negazionisti climatici hanno così estratto un “jolly” fasullo, tenuto nella manica, per calarlo sul tavolo a partita aperta. Una carta decisamente differente dagli assi indicati a Parigi per frenare l’aumento di temperatura e, invece, paragonabile ad un due di picche, quale è la sostituzione del gas al posto del carbone.

Bene, seguendo la metafora, andiamo allora a vedere il mazzo intero, per capire come mai tutti, governi e cittadini, si dichiarano disposti al cambiamento, ma alcuni non ne vogliono pagare il prezzo.

1 – La domanda di energia si sposta verso Oriente.

Lo scenario in termini di domanda globale di energia sta cambiando profondamente.
Se solo nel 2000 Europa e Nord America rappresentavano il 40% della domanda mondiale e l’Asia il 20%, da qui al 2040 questa situazione si invertirà.
Se solo 15 anni fa, le società elettriche europee erano le protagoniste nella top ten mondiale, ora sei delle prime dieci sono utility cinesi. Inoltre, la composizione del mix energetico globale vedrà salire la quota di rinnovabili dall’attuale 25% a oltre il 40% nel 2040, non comunque abbastanza da impedire a [gas+carbone] di rimanere la fonte principale.

Come vedremo avanti, non a causa delle arretratezze degli asiatici, ma per la pressione formidabile che lo shale gas statunitense, tenuto a basso prezzo, impone sul mercato delle importazioni in Europa e in Asia.

2 – Le fonti fossili crescono.

Un quadro significativo di quanto accade e probabilmente accadrà lo offre l’International Energy Agency (IEA)attraverso il World Energy Outlook 2018 (v. https://www.eia.gov/outlooks/ieo/pdf/executive_summary.pdf ). 
Nei mercati dell’energia, le rinnovabili sono ormai diventate la tecnologia preferita, costituendo quasi due terzi delle capacità globali aggiuntive al 2040, grazie al calo dei costi e all’aumento della domanda derivante dall’economia digitale, dai veicoli elettrici e da altri cambiamenti tecnologici”.
Secondo la IEA, il prossimo scenario energetico dipenderà dalle scelte politiche governative in tema di limitazione delle emissioni di CO2.

Ma dopo Parigi si è fatto ben poco: dopo due anni sostanzialmente stabili, la CO2 è cresciuta dell’1,6% nel 2017 e i primi dati suggeriscono un aumento continuo nell’anno in corso.
Il gas naturale è il maggior responsabile della loro crescita.
Nel 2017 gli investimenti energetici globali sono arrivati a 1,8 trilioni di dollari con un calo del 2% sul 2016, ma “dopo diversi anni di crescita, gli investimenti mondiali nelle rinnovabili sono calati del 7% nel 2017 rispetto all’anno precedente e gli investimenti globali combinati nelle energie rinnovabili e nell’efficienza energetica sono diminuiti del 3% nel 2017 e stanno rallentando ulteriormente nel 2018. Ciò a differenza degli investimenti in fonti fossili, che lo scorso anno sono saliti per la prima volta dal 2014, a 790 miliardi di dollari, contro i 318 miliardi delle rinnovabili.
Il mattatore lo fa il gas naturale. Lo rivela l’ultimo studio “World Energy Investment 2018”  dell’IEA che definisce “preoccupante” un andamento che mette a rischio la sicurezza energetica e gli obiettivi di taglio all’inquinamento.

3 Lo spostamento verso l’elettricità.

Il settore dell’elettricità sta vivendo, secondo la IEA, la sua trasformazione più drammatica dalla sua nascita più di un secolo fa. “Nel 2017 il settore elettrico ha attratto la maggior parte degli investimenti energetici, sostenuto da una forte spesa per le reti, superiore perfino a quella dell’industria petrolifera e del gas per il secondo anno consecutivo.

L’energia elettrica è sempre più il “carburante” prescelto nelle economie che si affidano in modo crescente a settori industriali più leggeri e a servizi e tecnologie digitali”.
La sua quota in termini di consumi finali a livello mondiale sta raggiungendo il 20% ed è destinata a salire. L’impatto dell’elettrificazione nei trasporti, negli edifici e nell’industria è una caratteristica irreversibile.
L’elettrificazione apporta benefici, in particolare riducendo l’inquinamento, ma richiede ulteriori misure per decarbonizzare l’alimentazione elettrica. (https://www.elettricomagazine.it/ondigital-news/elettricita-rinnovabili-e-fossili-come-cambia-scenario-energia/ ).

4 – E qui rispunta il gas.

Le decisioni finali di investimento per le centrali a carbone da costruire nei prossimi anni sono diminuite per il secondo anno consecutivo, raggiungendo un terzo del livello del 2010.

Tutto bene? Niente affatto, perché sull’altro fronte fossile il miglioramento delle prospettive per il settore statunitense dello shale gas sta lanciando questo prodotto in tutti i continenti.
Con una base finanziaria più solida e sostenuto dal proprio governo, si è trasformato nel maggior concorrente mondiale nel mercato dei fossili con una produzione che, a dispetto dei danni sull’ambiente, sta crescendo al ritmo più veloce mai registrato” (v. https://energiaoltre.it/shale-oil/.

Le compagnie e i governi sono alla ricerca continua di fonti fossili ancora intatte e a minimi costi concorrenziali, in barba alle preoccupazioni per la temperatura della Terra.
La produzione di shale gas statunitense, che si è già espansa a un ritmo record, dovrebbe raggiungere più di 10 milioni di barili al giorno da oggi al 2025.
Sarebbe come aggiungere una seconda Russia alla fornitura globale in sette anni, un’impresa storicamente senza precedenti. Per queste ragioni Trump ripudia Parigi e spedisce alla Cop 24 di Katowice autentiche comparse non certo dotate di poteri. Intanto, qui da noi, drammi o commedie si trasformano sempre in farsa. Governi, industriali, giornali e “madamine” di balzacchiana riesumazione duellano con le popolazioni locali sulla TAV e sulla TAP e si genuflettono alle “grandi opere” senza distinzione alcuna.

Ci verranno mai a dire con quale impronta ecologica e con quale combustibile inquinante le faranno funzionare?

Mario Agostinelli
14-12-2018

No Glifosato in Lombardia

Alla fine del 2017, nonostante 1.300.000 firme raccolte contro, la Commissione europea ha prorogato l’utilizzo del glifosato per altri 5 anni.

Questo pesticida è uno dei più diffusi nel mondo, è fondamentale nelle produzioni di soia Ogm ed è anche trai più venduti in Italia, dove viene largamente impiegato sia in agricoltura che in altri ambiti.

Per lo IARC (Agenzia Internazionale Ricerca sul Cancro) si tratta di un probabile cancerogeno ed esistono forti evidenze di effetti come “distruttore endocrino”.

Il PAN (Piano utilizzo fitofarmaci) in vigore dal 2014,  raccomanda di privilegiare metodi non chimici in agricoltura.

Il Decreto Interministeriale del 10/3/15 raccomanda a sua volta di individuare misure per la riduzione dei rischi derivanti dall’uso dei prodotti fitosanitari, ai fini della tutela dell’ambiente acquatico, dell’acqua potabile e della biodiversità, attraverso la loro limitazione-sostituzione-eliminazione.

In Lombardia vengono monitorati da parecchi anni il glifosato e il suo metabolita AMPA nelle acqua superficiali e profonde dall’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, che li ha rinvenuti con elevata frequenza.

Tra i provvedimenti adottati in Regione:

  • divieto d’uso nei parchi aperti al pubblico e negli ambiti sanitari
  • riduzione progressiva negli anni dell’impiego in agricoltura, escludendo da questa riduzione le aziende che aderiscono ai programmi di agricoltura conservativa (cosiddetta agricoltura blu)

NESSUNO è risolutivo.

RECENTEMENTE hanno richiamato l’ATTENZIONE due fatti:

  • il rapporto dell’Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale (ISPRA) del 2018 sullo stato delle acque
  • la sentenza della Corte della California l’estate scorsa

Nel Rapporto ISPRA si documenta che nelle acque il glifosato e il suo metabolita sono i composti che presentano il maggior numero di casi di superamento dei limiti, con una concentrazione di criticità lungo l’intera pianura Padana.

La sentenza della Corte della California ha condannato Monsanto (ora Bayer), produttrice del glifosato, a risarcire con una ingente somma un giardiniere malato terminale di tumore che usava erbicidi a base di glifosato, per non averlo informato sui rischi di questo prodotto.

In Italia è attiva da anni la Gampagna Stop Glifosato portata avanti da molte associazioni ambientaliste e di difesa della salute umana: ora riteniamo che sulla base dei nuovi eventi sopra riportati, sia il momento per un rilancio delle iniziative.

Basandoci sul presupposto che per il rispetto dell’ambiente e della vita in tutte le sue forme, debbano sempre prevalere i principi di prevenzione e precauzione su ogni altro interesse, proponiamo di inoltrare pubblicamente una istanza alla Regione Lombardia, alla Città metropolitana e al Comune di Milano perché estendano nell’immediato il divieto di utilizzo del glifosato in ogni ambito e sospendano i sussidi economici a coloro che ne fanno uso dirottando le risorse verso chi utilizza metodi per il controllo delle erbe infestanti che non si basano sull’impiego di sostanze chimiche di sintesi.

Comitato milanese Acqua Pubblica.

Laudato Si’ tre anni dopo

A quasi tre anni dalla pubblicazione di Laudato Si’, enciclica di Papa Francesco sulla cura della nostra casa comune, le parole del Pontefice continuano ad essere attuali: “Che tipo di mondo vogliamo lasciare a coloro che vengono dopo noi, ai bambini che stanno crescendo?”

I primi giorni di luglio 2018 si è tenuta una Conferenza internazionale, organizzata dal Dicastero vaticano, per promuovere lo sviluppo umano integrale, celebrare il terzo anniversario di Laudato Si’, ricordare come l’enciclica intende comunicare soprattutto un senso di profonda urgenza e profonda preoccupazione per lo stato precario della nostra casa planetaria comune.

La conferenza intendeva valutare l’impatto avuto da Laudato Si’ e prevedere i prossimi passi da intraprendere. Si è svolta seguendo il percorso “See-Judge-Act” (guarda-valuta-agisci) dell’enciclica. (vedi il programma)

Innanzi tutto, in linea con l’approccio ecologico integrale adottato da Papa Francesco (vedi il messaggio alla Conferenza), è stata considerata la crisi della nostra casa comune da una prospettiva olistica per ascoltare “sia il grido della terra che il grido dei poveri”.

Per questo il programma della conferenza prevedeva, nella prima parte, di ascoltare le persone e le comunità vittime della crisi in settori fondamentali come la sicurezza alimentare, la salute e le migrazioni e con particolare riferimento, tra gli altri, a bambini, donne, comunità indigene, minoranze e piccoli stati insulari. In un secondo momento, era prevista una riflessione sui criteri per comprendere e rispondere in modo integrale alla crisi: etica, economica, finanziaria e politica, solo per citarne alcuni.

Gli organizzatori hanno sottolineato come ritengano che sia giunto il momento di ispirare un “grande movimento” per la cura della nostra casa planetaria comune in pericolo. La Conferenza ha cercato quindi di riunire rappresentanti della società civile, religioni, chiese, scienziati, politici, economisti, movimenti di base, ecc..

Alla fine della Conferenza, gli organizzatori hanno inteso proporre linee d’azione concrete e partecipative per la cura della nostra casa comune, consapevoli che “dobbiamo agire come individui e comunità, a livello locale, regionale, nazionale e a livello internazionale. ”

Sono disponibili le registrazioni video e le presentazioni della Conferenza.

Vedi anche:

http://www.dimensionidiverse.it/la-nuova-enciclica-sullambiente-una-lettura-di-parte/

 

 

Un momento! …

… è il 22 aprile: «Giornata Mondiale della Terra»

Il luogo dove la Vita consuma e rinnova la sua età, dove l’Umanità rigenera e consuma la propria identità.

La Terra è quella complessità dove difficilmente lo sguardo pone la dovuta, sufficiente attenzione, dove ogni persona così come ogni vivente trova il proprio sostentamento.

Io, tu, noi ne siamo parte, un corpo unico: solo l’arroganza ci porta a credere di essere altro.

Con prepotenza la calpestiamo nei mille modi che la stupidità si frappone al suo riequilibrio, nei mille atteggiamenti, abitudini che la ricoprono di sporcizia, di immondizia.

La Terra è Vita, la nostra vita, con tutte le opportunità necessarie a mantenerla e a svilupparla per il Bene Comune.

Le Reti dei Contadini e delle Comunità del Cibo la chiamano «Terra Madre» per la generosità dei doni che sa elargire.

Sono Reti e Comunità che a vario titolo lottano per la sostenibilità alimentare, per la difesa dagli inquinanti e dal depauperamento delle ricchezze naturali che ne deturpano la bellezza e generano sofferenza alla grandiosità del suo cuore di Madre.

La Giornata Mondiale della Terra è nata il 22 aprile 1970 per sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali della Terra Madre, coinvolge ogni anno fino a un miliardo di persone in ben 192 paesi del mondo.

Noi siamo con loro, con lo sguardo attento e critico contro tutte le forme di sfruttamento e di rapina.

Con il cuore generoso di una Madre oggi, come domani, come sempre, ogni persona che crede nel diritto alla Vita, è sollecitata ad essere parte della lotta per il diritto alla dignità, in difesa del Bene Comune che appartiene alla Vita universale: la Terra Madre.

Questo è il momento!

LA POLITICA DEL “DEGRADO”

Premessa doverosa

La difesa del Bene Pubblico dell’area ex P.za d’Armi e dei magazzini militari annessi è un sacrosanto diritto di ogni cittadino che ha a cuore il mantenimento di quell’area divenuta di grande interesse da un punto di vista naturalistico e come anti inquinante per la salute.

Interessi speculativi e un non troppo sottaciuto asservimento politico, pongono sotto attacco l’intera area con il pretesto del “degrado“, pur presente anche se ai margini.

Il Decreto Minniti dello scorso anno contro il “Degrado urbano” ha assegnato ai sindaci maggiori poteri per intervenire nel merito. 

Molte amministrazioni di città italiane ne hanno fatto l’alibi per giustificare decisioni senza alcuna considerazione del dissenso popolare, privando la cittadinanza delle dovute consultazioni come prevede la convenzione di Aaurhs (1998).

Il “degrado è diventato la parola più diffamante della politica, un mantra per giustificare interventi a carattere repressivo fino ad essere diventata anche il criterio di giudizio del normale cittadino.

Degrado… Degrado… Degrado…

Così si assiste ad una logica perversa, assurda della politica del degrado:

  • in nome del degrado si abbattono costruzioni;
  • in nome del degrado si svendono patrimoni pubblici;
  • in nome del degrado si violenta la natura;
  • in nome del degrado non si rispetta la democrazia;
  • in nome del degrado

Il degrado non si butta, si risolve e si previene.

Nella nostra realtà sociale il degrado è di fatto l’elemento centrale e determinante dei processi di produzione e costruzione dei rapporti socio-economici e quindi anche della politica.

  • Lo fa con la quantità di rifiuti, scarti della produzione e del consumo, che finiscono negli inceneritori (oltre 15 milioni di tonnellate);
  • lo fa con gli scarti di cibo (8.700.000 tonnellate) che finiscono nella spazzatura;
  • lo fa respingendo i migranti o lasciandoli “morire” nei ghetti;
  • lo fa con i processi di alienazione e precarizzazione;
  • lo fa con la povertà sempre più dilagante (quasi 10 milioni di italiani);
  • lo fa con la crescente disuguaglianza tra gli italiani (il 10% più ricco possiede il 44% della ricchezza totale);
  • lo fa con la violenza contro chi chiede elemosina o dorme sotto un porticato;
  • lo fa …

Soprattutto lo fa ignorando e misconoscendo questa realtà allestendo vetrine, promuovendo grandi eventi, … quasi a voler mascherare il degrado dilagante.

Una teoria dissennata che anziché rispondere con una politica capace di analizzare e trovare risposte adeguate al degrado, procede al suo insabbiamento.

Cosicché è la politica stessa a degradarsi, tanto è vero che la cittadinanza la agisce come un rifiuto.

Così succede per la ex Piazza d’Armi, un’area di grande valore sociale (350.000 mq) e gli annessi magazzini militari: si vendono ai privati interessi, alla speculazione che agirà su quei beni cementificando, ricreando ulteriore degrado.

Paradossalmente per la Politica, il degrado come le diverse miserie sopra elencate di questo sistema che pesano sulla vita delle persone, dovrebbero essere punti di forza per rigenerare energie alternative contro ogni violenza sulla natura e la dignità dei viventi. 

Per questo alziamo la voce!

Sollecitiamo l’Amministrazione milanese e la sua politica ad invertire la rotta, a farsi carico del Bene Pubblico mantenendo l’Area della Piazza d’Armi libera dalla speculazione e dagli interessi privati, rendendo partecipe e garante la cittadinanza della progettualità già elaborata per tutto il complesso.

Alla fine il governo dà ragione al movimento No Tav

Mov-NO-TAVIl caso. La Presidenza del Consiglio:

«Le previsioni di 10 anni fa smentite dai fatti».

Valutazioni errate costate la più grave crisi tra lo Stato e vaste comunità. Ora si parla di «Low Cost»: il costo totale previsto è di 4,7 miliardi di euro.

La presidenza del Consiglio dei Ministri ha recentemente pubblicato un documento dal titolo: «Adeguamento dell’asse ferroviario Torino – Lione. Verifica del modello di esercizio per la tratta nazionale lato Italia fase 1 – 2030».
A pagina 58, si legge: «Non c’è dubbio,infatti, che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti, soprattutto per effetto della grave crisi economica di questi anni, che ha portato anche a nuovi obiettivi per la società, nei trasporti declinabili nel perseguimento di sicurezza, qualità, efficienza. Lo scenario attuale è, quindi, molto diverso da quello in cui sono state prese a suo tempo le decisioni e nessuna persona di buon senso ed in buona fede può stupirsi di ciò. Occorre quindi lasciare agli studiosi di storia economica la valutazione se le decisioni a suo tempo assunte potevano essere diverse. Quello che è stato fatto nel presente documento ed interessa oggi è, invece, valutare se il contesto attuale, del quale fa parte la costruzione del nuovo tunnel di base, ma anche le profonde trasformazioni attivate dal programma TEN-T e dal IV pacchetto ferroviario, richiede e giustifica la costruzione delle opere complementari: queste infatti sono le scelte che saremo chiamati a prendere a breve. Proprio per la necessità di assumere queste decisioni in modo consapevole, dobbiamo liberarci dall’obbligo di difendere i contenuti analitici delle valutazioni fatte anni fa».

Se c’è la buona fede, c’è tutto. Non importa che quelle valutazioni errate siano costate la più grave, e irreversibile per molti aspetti, crisi tra una comunità vasta e lo Stato degli ultimi decenni.

MIGLIAIA DI PROCESSI, centinaia di arresti, scontri violenti, barricate, venticinque anni di lotta. Le parole del governo, che riconoscono pienamente le ragioni del movimento Notav – Il Tav è fuori scala – non generano in val Susa il minimo senso di soddisfazione, bensì un vasto sentimento di rabbia. Anche perché la conclusione del papello governativo che prende atto dell’assenza di traffico sulla direttrice est – ovest, trascende nell’atto di fede: non serve, ma si fa lo stesso.

MA DI QUANTO furono sbagliate le previsioni all’origine della Torino – Lione? Gli studi di Ltf del 1999 prevedevano un incremento tra il 2000 e il 2010 del 100%, ovvero da dieci a venti milioni di tonnellate. Riviste nel 2004, a causa della chiusura del tunnel del monte Bianco che spostò sul Frejus il traffico merci, ebbero una virile ascesa: da otto milioni del 2005 a quaranta (40) nel 2030. Questo perché le merci in transito verso l’Austria o la Svizzera sarebbero state attratte, chissà perché, dalla Torino – Lione. Oggi, dall’attuale tunnel del Frejus, ammodernato solo pochi anni fa, passano tre milioni di tonnellate di merce. Se si sommano i flussi merce sull’autostrada parallela si arriva a tredici. Alla base della rivolta del territorio valsusino vi erano, e vi sono questi dati.

LA RESPONSABILITÀ sarebbe dell’Unione Europea che sbagliò i calcoli, par di capire dal documento governativo, ma ormai è tardi per tornare indietro. Chiosa enigmatica, perché al momento della Torino – Lione Av non esiste un solo metro, a meno che non si prenda in considerazione un piccolo tunnel geognostico costruito in val Clarea. Piercarlo Poggio, docente presso il Politecnico di Torino fa parte del gruppo di accademici che hanno contrastato sul piano scientifico la tratta Torino – Lione Av, commenta: «Sono parole, quelle del Governo, che provano l’approccio scientifico tenuto dal movimento Notav: non abbiamo mai avuto una posizione ideologicamente contraria. I nostri sono sempre stati studi corretti, che provano l’inutilità dell’opera. A maggior ragione oggi è momento per tornare indietro, non per andare avanti come se nulla fosse».

IL TUNNEL DI BASE costerà 8,6 miliardi di euro ripartiti tra Francia e Italia nella misura del 42,1% e del 57,9%, al netto del cofinanziamento UE che copre il 40% del costo complessivo. L’Italia quindi spenderà tre miliardi di euro a cui si devono sommare 1,7 miliardi necessari per il potenziamento della linea storica: è il cosiddetto «Tav low cost».

Maurizio Pagliassotti
da il Manifesto 18-2-018

 

Conversione ecologica?

Conversione-ecologicaE grave che un problema così impellente come la crisi ecologica non sia al centro del dibattito elettorale nel nostro paese.

Le previsioni catastrofiche – ci ammonisce Papa Francesco in “Laudato Si” – non si possono più guardare con disprezzo e ironia. Potremo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia.

Siamo oggi sull’orlo del disastro ecologico.

Eppure continuiamo a procedere come se nulla fosse. La colpa è di tutti noi.

Primo della politica, oggi prigioniera della lobby degli idro-carburi, poi del movimento ambientalista, oggi più che mai frammentato e indebolito, e infine delle comunità cristiane che non hanno ancora colto la sfida lanciata da Papa Francesco con “Laudato Si“: la sfida di una conversione ecologica.

Il movimento ambientalista riteneva che l’Accordo di Parigi (COP 21-2015) avrebbe finalmente dato una forte spinta per forzare i governi a prendere drastiche misure per scongiurare la catastrofe ecologica. Ma purtroppo non ci eravamo accorti che Parigi era il frutto avvelenato delle lobby petrolifere USA, perché è solamente un Accordo e non un Trattato; inoltre ogni nazione ha la responsabilità di decidere i suoi impegni che non sono vincolanti.

Ci eravamo illusi che il movimento avrebbe potuto forzare i governi ad implementare l’Accordo: ciò non è avvenuto. L’arrivo poi di Trump, con la decisione di ritirarsi dall’Accordo di Parigi, ha fatto il resto.

L’Italia, invece, che ha firmato l’Accordo, ha fatto ben poco per metterlo in pratica.

Con “Sblocca Italia“, il governo Renzi ha rilanciato con forza le trivellazioni per terra e per mare, prevedendo procedure semplificate per il rilancio dei permessi di ricerca e di estrazione. Sia Renzi che Gentiloni hanno poi continuato la politica degli inceneritori, delle discariche, della cementificazione selvaggia del suolo, della TAV, della TAP, delle megastrutture stradali e aeroportuali.

La questione ambientale – ha detto giustamente il senatore Manconi – riguarda il PD e tutta la politica italiana e rimanda a un deficit culturale dell’intera classe dirigente.
Dobbiamo riconoscere che i partiti italiani, in larga parte, sembrano avere un’unica preoccupazione: la crescita. Eppure sappiamo che una crescita costante e illimitata, sia in economia come nei comfort, è alla base della crisi ecologica.

Purtroppo dobbiamo anche riconoscere che il movimento in difesa dell’ambiente si è indebolito e annacquato. Col passare degli anni, i movimenti si sono appiattiti sui valori e le leggi dell’economia globalizzata – osserva il noto ambientalista Giorgio Nebbia. Molti sono diventati collaboratori dei governi nelle imprese apparentemente verdi.

In questo indebolimento hanno giocato anche fattori come visibilità, protagonismo, individualismo, ricerca di potere. Purtroppo anche quel forte movimento in Campania (contro discariche, rifiuti tossici, roghi) si è sciolto come neve al sole.

Ma altrettanto deludente per me è il fatto che dalle comunità cristiane non sia nato un forte impegno ecologico in seguito all’enciclica “Laudato Si“, un testo straordinario di Papa Francesco, ma che trova difficoltà a essere fatto proprio dai fedeli, forse perché anche preti e vescovi non l’hanno fatto proprio. Infatti non è ancora nato un serio movimento in seno alla chiesa in Italia.

E’ un peccato questo perché in questo momento epocale un serio impegno da parte della comunità cristiana potrebbe rafforzare il movimento in difesa dell’ambiente.
Solo insieme, credenti e laici, potremo realizzare un grosso movimento popolare per forzare i partiti e il nuovo governo a mettere al centro il problema ecologico.
E’ un compito fondamentale per tutti noi, credenti e laici. Solo insieme ci possiamo salvare.

L’Accordo di Parigi è totalmente insufficiente per affrontare la problematica del riscaldamento globale – affermano giustamente G. Honty e E. Gudynas di Via Campesina.
La società civile non può restare passiva e deve raddoppiare i propri sforzi per andare oltre questo tipo di accordi e realizzare misure effettive, reali, concrete, contro il cambiamento climatico.
Molte saranno costose e dolorose, ma il compito è urgente.

A quando la conversione ecologica?

Alex Zanotelli
Napoli,17 febbraio 2018

Parigi «One Planet Summit»

Make-ourMartedì 12 dicembre, decine di leader mondiali sono attesi a Parigi in occasione del “One Planet Summit”, l’iniziativa informale voluta dal presidente Emmanuel Macron per rilanciare gli sforzi finanziari sul clima.

A due anni esatti dalla Conferenza Internazionale di Parigi (Cop21), una cinquantina di capi di Stati e di governo si imbarcheranno lungo la Senna, per trasferirsi dall’Eliseo fino all’Ile Séguin, l’isola lunga e stretta nell’ovest della capitale che per decenni ospitò la fabbrica di Renault riconvertita in un centro polifunzionale in cui si terrà l’evento. Annunciato lo scorso luglio da Macron durante il G20 di Amburgo, il summit è co-presieduto dall’Onu e dalla Banca Mondiale.

Alla vigilia del vertice, ha fatto sentire la sua voce papa Francesco, auspicando che l’iniziativa “favorisca una chiara presa di coscienza sulla necessità di adottare decisioni realmente efficaci per contrastare i cambiamenti climatici e, nello stesso tempo, combattere la povertà e promuovere lo sviluppo umano integrale“.

Fonti dell’Eliseo spiegano “L’urgenza climatica – – è più grave che mai, è dunque essenziale continuare a mobilitare in modo sempre più forte la comunità internazionale, ancor più dopo il ritiro degli Usa“.

Tra le circa quattromila persone che si troveranno fianco a fianco all’Ile Séguin, leader mondiali, governi (in totale sono un centinaio quelli invitati) ma anche governatori, sindaci, aziende, Ong, fondazioni benefiche come quella di Bill Gates o anche star impegnate come Leonardo Di Caprio. Obiettivo? Contribuire alla ricerca di azioni concrete per il raggiungimento degli obiettivi sul clima prefissati due anni fa alla Cop21. “Vogliamo dimostrare che le soluzioni esistono e possono essere moltiplicate sia localmente sia internazionalmente“, affermano a Parigi. Progetti concreti, dunque, in settori come energie rinnovabili, trasporti, efficacia energetica o agricoltura.

La giornata si aprirà con quattro tavole rotonde rispettivamente su finanziamenti pubblici, finanziamenti privati, accelerazione delle iniziative locali e regionali, rafforzamento delle politiche pubbliche per la transizione ecologica; mentre il pomeriggio sono previsti gli incontri di alto livello con i leader.

L’idea è soprattutto mettere insieme regioni, comuni, aziende, fondazioni, Ong ed è forse anche per questo che, stando al programma, Macron si terrà (quasi) in disparte non pronunciando un discorso ufficiale. Come dire: la lotta ai cambiamenti climatici non riguarda solo i governi ma tutti gli attori della società.

La “mini-Cop21″ da lui voluta è anche un modo di affermare la sua leadership su questo argomento. A inizio giugno, in seguito all’annuncio shock di Washington, il trentanovenne presidente francese deformò la frase cult di Trump “Make America great again” rilanciandola in chiave ecologica – “Make our planet great again” – e invitò studiosi e ricercatori Usa a lasciare la madre patria per lavorare in Francia.
Uno slogan che ha avuto un impatto planetario, tanto da indurre l’Eliseo a lanciare, qualche giorno dopo, un omonimo sito internet (Makeourplanetgreatagain.fr) al servizio di chiunque voglia fornire un contributo alla battaglia per la salvaguardia del pianeta.

Al termine dei lavori, martedì, è attesa una dichiarazione congiunta e l’annuncio di almeno 12 impegni concreti, con finanziamenti e calendario dettagliati.

Gli Usa saranno presenti solo con un consigliere diplomatico ma all’Eliseo non disperano.
Ci saranno comunque tantissimi americani tra governatori (atteso, tra gli altri, quello della California), sindaci, fondazioni, aziende private, associazioni: a dimostrazione che il dialogo con l’America continua e che in un modo o nell’altro gli Usa restano profondamente legati all’attuazione degli accordi di Parigi“.

All’evento organizzato ad appena un mese dalla Cop23 di Bonn, in Germania, sono attesi anche molti rappresentanti europei (ma non Angela Merkel), africani e di piccoli Stati insulari a rischio scomparsa come le Fiji o le Marshall. Per l’Italia, il ministro dell’Ambiente Galletti.

http://www.ansa.it/europa/notizie

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