Category Archives: Ambiente

L’impronta ecologica

Impronta-ecologica

Impronta-ecologicaUn dossier infografico del Centro Nuovo Modello di Sviluppo.

L’indicatore “impronta ecologica”, introdotto da Mathis Wackernagel e William Rees nel 1996, aiuta ad individuare il consumo di risorse (l’emissione di anidride carbonica, per esempio, o l’agricoltura intensiva) rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle; i valori dell’impronta si esprimono in ettari globali.

Per il calcolo dell’impronta ecologica si utilizzano sei categorie principali di terreno:

  • superficie necessaria per assorbire l’anidride carbonica prodotta dall’utilizzo di combustibili fossili;
  • superficie arabile utilizzata per la produzione di alimenti ed altri beni;
  • superficie destinata all’allevamento;
  • superficie destinata alla produzione di legname;
  • superficie edificata;
  • superficie marina dedicata alla crescita di risorse per la pesca.

Da numerosi studi effettuati emerge ormai che l’impronta ecologica a livello mondiale è maggiore della capacità bioproduttiva mondiale e che quindi in futuro avremo meno materie prime per i nostri consumi.

Secondo ad esempio uno studio pubblicato su Environmental Science & Policy, a fine dicembre 2016, relativo a 19 città costiere del Mediterraneo (tra cui Venezia, Genova, Roma, Napoli e Palermo), sono quasi 60 anni che la regione mediterranea consuma più risorse naturali di quanto l’ecosistema sia in grado di rigenerare.

A livello personale o di comunità, è possibile calcolare la propria impronta per cercare di renderla più sostenibile; a questo proposito, ricordiamo ad esempio il tool del WWF o quello messo a punto dal Global Footprint Network.

Ma per comprendere cosa sia l’impronta ecologica e capire di conseguenza come sia possibile ridurla, anche nelle nostre azioni quotidiane, il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, nel 2016, ha realizzato un agevole ed utile dossier intitolato Impronta_maldistribuita: si tratta di quindici infografiche che ridescrivono la geografia mondiale in base alla superficie di terra “produttiva” necessaria a garantire il nostro stile di vita.

Tra gli argomenti raccontati e rappresentati tramite infografica troviamo:

  • base biologica della nostra esistenza: il bilancio CO2;
  • overshoot day: quando oltrepassiamo la biocapacità del pianeta;
  • l’impronta degli italiani: superiore di due volte e mezza a quella sostenibile;
  • i pianeti dell’eccesso: se tutti avessero il tenore di vita di chi vive in eccesso;
  • miglioriamo la nostra impronta: suggerimenti per ridurre l’impronta.

Rifiuti d’Italia, la grande truffa.

Italia

ItaliaQuanto ci costa la mancanza di trasparenza sui rifiuti in Italia, in termini economici, ambientali e sanitari? Sono queste le domande a cui abbiamo cercato di rispondere con  “Rifiuti d’Italia: la grande truffa“.

L’inchiesta online su Wired Italia, è il frutto del lavoro iniziato oltre un anno fa con la nostro progetto di giornalismo civico partecipato “Da #riciclozero a #rifiutizero“.

Nel  bel paese tra gestioni virtuose e fallimentari, inceneritori, discariche e impianti di riciclo, sono troppe le illegalità permesse dallo Stato e dalle stesse Istituzioni che ricadono sulle spalle dei cittadini e nelle quali regnano corruzione, malaffare ed ecomafie.
Anche per questo il tentativo è stato quello di fornire un quadro con i numeri e le storie dell’impatto economico, ambientale e sanitario di ciò che scartiamo, per permettere ad ognuno di noi di capire come partecipare alla soluzione di un problema che incide ogni giorno sulle nostre vite.

Per fare questo abbiamo studiato, interpretato dati, raccolto testimonianze, viaggiato per l’Italia. E fatte molte domande a esperti, amministratori, scienziati, sindaci, cittadini. Fino a porre i nostri quesiti ad alcuni dei più importanti rappresentanti delle istituzioni. Dal ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti, a Alessandro Bratti, presidente della Commissione di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, e a Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale contro la corruzione.

Se una maggior apertura dei dati economici, ambientali e sanitari favorirebbe anche il monitoraggio civico, come risolvere, una volta per tutte, la crisi dei rifiuti d’Italia?
Quindi, ognuno di noi può fare la propria parte. Cittadini Reattivi resta a disposizione per raccogliere e mappare denunce e buone pratiche: sia attraverso la parte della nostra piattaforma partecipata (basta registrarsi qui) oppure in forma anonima (qui l’apposito form in grado di tutelare totalmente chi segnala), grazie al Centro Studi Hermes per la Trasparenza e Diritti Umani Digitali

Un grazie sentito a Wired Italia che l’ha sostenuta, a tutti i cittadini reattivi che ci hanno stimolato in questo percorso e che hanno dato un contributo a questo lavoro;  ai colleghi Vince Cammarata e Riccardo Saporiti che insieme a Rosy Battaglia ne ha hanno permesso la realizzazione.

Buona lettura
http://www.wired.it/partner/rifiuti-italia/

La Dichiarazione finale di Marrakech

Cop22-Marrakesh

Cop22-MarrakeshA Marrakech si è chiusa la Cop 22 sul clima dopo l’accordo di Parigi – Cop 21 – che ha visto una dichiarazione di intenti di ben 196 paesi di mantenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi.

Ieri i partecipanti alla Cop22 (compreso gli Usa di Obama) hanno diffuso la “Dichiarazione di Marrakech” in cui definiscono l’Accordo di Parigi “irreversibile“, probabilmente una risposta a Donald Trump che ha definito il riscaldamento globale essere una bufala.

In realtà il documento conclusivo Vedi più che definire provvedimenti concreti, ha finito per fissare le procedure e il piano di lavoro rinviando al 2018 l’approvazione del regolamento dove stabilire in quale modo i Paesi dovranno monitorare i loro impegni per il taglio dei gas serra.
Impegni che già a Parigi l’Agenzia dell’Onu per l’ambiente, l’UNEP ha definiti insufficienti per raggiungere l’obiettivo dei 2 gradi, in particolare rispetto alla previsione di stanziare, da parte dei paesi ricchi, 100 miliardi di dollari all’anno per aiutare i paesi in via di sviluppo nella lotta al riscaldamento globale.

Il Ministro italiano dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha pronunciato parole di soddisfazione annunciando lo stanziamento di 5 milioni di dollari per un Fondo a sostegno dei paesi africani e ha candidato l’Italia ad ospitare la 26° Conferenza Onu sul clima nel 2020.
Ha anche affermato che l’Italia è leader mondiale nella de carbonizzazione; una dichiarazione che fa a pugni con le politiche energetiche del governo che finanzia miliardi per le infrastrutture di trasporto su gomma, che delibera concessioni per le trivellazioni in mare, e impone alle regioni la costruzione di nuovi 8 inceneritori

Nella realtà l’aumento continuo dei disastri ambientali, degli uragani, delle desertificazioni, dell’innalzamento del livello delle acque,   sono i sintomi evidenti ed incontestabili che dovrebbero richiamare una diversa disciplina della politica verso il processo economico-finanziario di sistema.

Ma questo non lo sarà mai se persiste l’interesse privato sul bene pubblico, se il diritto non diventa lotta popolare per il cambiamento.

Fermiamo i cambiamenti climatici a partire dalla nostra Milano

inquinamento-Milano

inquinamento-MilanoAl sindaco della città metropolitana di Milano, Giuseppe Sala Chiediamo che Milano diventi un modello nella lotta ai cambiamenti climatici attraverso l’adozione immediata di politiche a livello metropolitane che abbiano come obiettivo la creazione di una città sostenibile.

Lettera inviata al Sindaco di Milano

Milano è tra le città più inquinate d’Italia. Ogni giorno respiriamo un’aria malsana che pregiudica la nostra salute, rovina l’ambiente che ci circonda e danneggia il nostro patrimonio storico.

Per questo motivo chiediamo di:

  • Lanciare un piano per la mobilità sostenibile: aumentando i mezzi trasporto pubblico, le corse urbane e con i comuni limitrofi e le agevolazioni tariffarie; ampliando le zone di parcheggio ed estendendo l’area C; favorendo un aumento dei servizi di bike e car sharing; riducendo la velocità degli autoveicoli in città; incentivando l’uso dell’auto elettrica con sgravi fiscali; diffondendo le piazzole per la ricarica delle batterie con l’uso di tettoie fotovoltaiche; raccordando le piste e corsie ciclabili.
  • Ridurre il consumo di energia: rispettando gli impegni formali già presi con il PAES ( Piano di Azione per l’Energia Sostenibile), incentivando la riqualificazione energetica della case, maggiori controlli degli impianti inquinanti; riducendo l’uso dei combustibili fossili ed incentivando l’energia prodotta da pannelli solari e fotovoltaici; sanzionando lo spreco energetico; vietando la circolazione dei veicoli che emettono polveri sottili dannose; adesione alla campagna di “divestitaly”;
  • Aumentare la raccolta differenziata: disincentivando la politica di incenerimento dei rifiuti, riducendo i rifiuti e gli imballaggi alla fonte;
  • Utilizzare il piano strategico metropolitano per aumentare il verde, riqualificare le scuole e i quartieri popolari, azzerare il consumo di territorio;
  • Valorizzare l’acqua come bene comune attraverso la completa eliminazione delle acque in bottiglia, incentivando l’uso dell’acqua pubblica, unendo in un’unica grande azienda pubblica l’acqua della città gestita da MM e l’acqua dell’ex territorio provinciale gestita da Cap Holding;
  • Lanciando una grande opera di educazione ambientale diffondendo via email, lettere, opuscoli, lezioni nei quartieri per valorizzare la cultura della prevenzione, riduzione, recupero, riuso, riciclaggio e la scelta dei prodotti a km zero.

Non solo ambiente, anche sviluppo sostenibile

Cop22-Marrakesh

Cop22-MarrakeshA Marrakech in Marocco alla conferenza mondiale sul clima Cop 22, sono arrivate le intenzioni politiche di Trump in materia di clima e ambiente che sembra voler accreditare Myron Ebell al vertice dell’Epa – Agenzia Usa di Protezione ambientale, che appartiene alle fila dei negazionisti in tema di cambiamenti climatici, ed avrà il compito di smontare il Piano di Azione climatica voluto dall’amministrazione Obama.

Va comunque tenuto presente che le politiche energetiche di Obama negli ultimi 8 anni sono state politiche che non hanno minimamente scoraggiato l’utilizzo delle fonti fossili.
Anche se il Governo degli Stati Uniti ha aderito all’Accordo di Parigi, la politica di Obama è decisamente finalizzata agli interessi nazionali, alla ricerca dell’autosufficienza in materia energetica. Lo dimostrano i grandi investimenti (1000 miliardi di $) per le sabbie bituminose di Alberta in Canada, e ancora per estrarre petrolio e gas dalla frantumazione idraulica delle rocce (fracking).

L’accordo di Parigi è stato molto magnificato in realtà l’accordo è stato raggiunto con i presupposti di mantenere la situazione così come, cioè non mettere i bastoni alle grandi industrie energetiche.

Ne è prova la presenza pesante e sconcertante, ai tavoli negoziali, dei rappresentanti delle lobbies dell’energia fossile. Tra esse spiccano Chevron, Shell, Total, ExxonMobil e Glencore, aspramente criticata dalle Ong e dai movimenti ambientalisti.

L’Italia è arrivata al vertice di Marrakech con il ministro Galletti con una delegazione di 44 ma con una politica che smentisce la volontà reale espressa con la sottoscrizione dell’accordo di Parigi.

l’Italia infatti continua a puntare sulle energie fossili, ne sono prova le due nuove concessioni di trivellazioni nell’adriatico in un’area di 30.000 km2 e nello Ionio a sud della Sicilia in un’area di 4000 km2. Inoltre sta imponendo alle regioni la costruzione di 8 nuovi inceneritori che secondo i calcoli immetteranno nell’ atmosfera 1.500.000 ton di CO2.
Nonostante stia pagando caro e in modo crescente l’imprevedibilità degli eventi climatici: 174 morti e danni per 2 miliardi di dollari

La Banca Mondiale stima che le calamità naturali causate dal disordine climatico costano 520 miliardi l’anno (e colpiscono i più poveri)

E’ notizia di ieri – 15 novembre 2016 – che Teheram ha chiuso le scuole per inquinamento.

OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità): ogni anno nel mondo sono 250.000 i morti per il clima.

In ogni modo, quanto previsto attualmente non risulta sufficiente a garantire il raggiungimento degli obiettivi contenuti all’art.2 dell’Accordo: secondo l’Agenzia Onu per l’Ambiente, con gli impegni attualmente fissati i gas serra raggiungerebbero le 54-56 Gton di Co2 al 2030 e porterebbero lo scenario climatico ad un aumento di temperatura dai +2,9 ai +3,4°.

Nel mentre i mari si alzano di 3 millimetri ogni anno.
La desertificazione minaccia un quarto delle terre del pianeta e un miliardo di persone allocate in circa 110 paesi.

Ma è in Africa che si registra la situazione più drammatica.
Il continente Africano, responsabile solo del 3% della produzione di CO2, è quello che più drammaticamente soffre gli impatti dei cambiamenti climatici in termini di siccità, desertificazione, perdita di biodiversità la prospettiva per l’Africa è un aumento di 3-4 gradi di temperatura.
Le terre diventano sempre meno adatte alle coltivazioni. A causa delle minori rese agricole si stima un aumento tra i 35 e i 122 milioni di persone in condizioni di povertà estrema, costrette a scappare da condizioni ambientali e climatiche non più compatibili con la vita umana.

Oltre a guerre, persecuzioni e conflitti, I cambiamenti climatici hanno assunto un ruolo determinante tra le cause ambientali di migrazione. Nel 2015 su 27,8 milioni di sfollati interni, 14,7 milioni sono stati determinati da eventi climatici estremi

I disastri naturali sono stati determinati per il 90% da eventi climatici estremi.
E ancora oggi l’82% dell’energia prodotta è ancora originata da fonti fossili.

Bisogna riconoscere e che si prenda coscienza che non è solo un problema di ambiente ma anche di sviluppo sostenibile

Cop 22, a cosa serve la conferenza sul clima di Marrakech

Cop22-Marrakesh

Cop22-MarrakeshSi è aperta questa mattina a Marrakech la ventiduesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (Cop 22), alla quale parteciperanno fino al 18 novembre più di 20mila persone, in rappresentanza di 196 stati e centinaia di imprese, Ong, associazioni di scienziati, enti locali, popolazioni autoctone e sindacati. La conferenza Onu sul clima deve rendere operativo l’Accordo di Parigi siglato un anno fa.

Obiettivo non superare i +2 gradi centigradi nel 2100

A poco meno di un anno di distanza dalla Cop 21 di Parigi, la principale sfida che hanno di fronte le delegazioni che per due settimane lavoreranno in Marocco è di riuscire a rendere operativo l’Accordo siglato in Francia, entrato in vigore il 4 novembre.
Nella capitale transalpina i capi di stato e di governo delle 195 nazioni partecipanti firmarono infatti un testo nel quale è stata indicata la “traiettoria” che il Pianeta dovrà seguire se vorrà limitare i danni derivanti dai cambiamenti climatici. In particolare, occorrerà riuscire a mantenere la crescita della temperatura media globale sulle terre emerse e sulla superficie degli oceani ad un massimo di +2 gradi centigradi, entro la fine del secolo, rispetto ai livelli pre-industriali. “Proseguendo gli sforzi per rimanere il più possibile vicino agli 1,5 gradi”, si specificò.

Gli impegni per ora non sono sufficienti

Il problema è che, per ora, il mondo è ancora molto distante da questo obiettivo.
Prima della Cop 21, infatti, ai governi fu chiesto di indicare alcune promesse di riduzione delle emissioni di CO2, che furono chiamate Indc (Intended nationally determined contibution).
Fu lo stesso governo francese a lanciare il primo allarme: sulla base di tali impegni dichiarati, nel 2100 non si arriverà a +2 gradi centigradi ma a +2,7. Una stima giudicata persino ottimistica da numerose Ong, secondo le quali gli Indc attuali porteranno a sforare ampiamente la soglia dei 3 gradi. Il che, per la Terra, significherebbe una catastrofe. Proprio per questo le stesse associazioni hanno chiesto di rivedere al più presto le promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra.

A Marrakech “la grande sfida sarà quella di precisare le regole utili per tradurre in atti concreti l’Accordo di Parigi, indicando al contempo la data di finalizzazione delle stesse”, ha dichiarato Laurence Tubiana, “ambasciatrice” della Francia, incaricata di fatto di consegnare il testimone dei negoziati al Marocco.
La prima riunione alla quale parteciperanno i vertici delle nazioni partecipanti alla Cop 22 è prevista per il 15 novembre.

Da sciogliere il nodo dei finanziamenti

Assieme al rinnovo degli Indc e alla discussione sulle regole per adottare l’Accordo della Cop 21, il terzo pilastro dei negoziati di Marrakech riguarderà la questione dei finanziamenti. Ovvero: con quali fondi pagare gli ingenti costi necessari per adottare la transizione energetica ed ecologica in tutto il mondo?
A Parigi si decise di garantire un investimento di almeno 100 miliardi di dollari all’anno, fino al 2020. Ma occorrerà comprendere in che modo monitorare questi flussi finanziari, che dovrebbero andare a vantaggio soprattutto del Sud del mondo. Ovvero delle nazioni che meno contribuiscono ai cambiamenti climatici, ma che maggiormente ne pagano le conseguenze. La speranza è che il “contesto africano” possa in questo senso garantire lo slancio di cui necessita il Pianeta

Andrea Barolini
http://www.lifegate.it/ – 07 nov 2016

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Non solo ambiente, anche sviluppo sostenibile

Cop22-Marrakesh

Cop22-MarrakeshMarrakech in Marocco alla conferenza mondiale sul clima Cop 22, sono arrivate le intenzioni politiche di Trump in materia di clima e ambiente che  sembra voler accreditare Myron Ebell al vertice dell’Epa – Agenzia Usa di Protezione ambientale,  che appartiene alle fila dei negazionisti in tema di cambiamenti climatici, ed avrà il compito di smontare il Piano di Azione climatica voluto dall’amministrazione Obama.

Va comunque tenuto presente che le politiche energetiche di Obama negli ultimi 8 anni sono state politiche che non hanno minimamente scoraggiato l’utilizzo delle fonti fossili.
Anche se il Governo degli Stati Uniti ha aderito all’Accordo di Parigi, la politica di Obama è decisamente finalizzata agli interessi nazionali, alla ricerca dell’autosufficienza in materia energetica. Lo dimostrano i grandi investimenti (1000 miliardi di $) per le sabbie bituminose di Alberta in Canada, e ancora per estrarre petrolio e gas dalla frantumazione idraulica delle rocce (fracking).

L’accordo di Parigi è stato molto magnificato in realtà l’accordo è stato raggiunto con i presupposti di mantenere la situazione così come, cioè non mettere i bastoni alle grandi industrie energetiche.

Ne è prova la presenza pesante e sconcertante, ai tavoli negoziali, dei rappresentanti delle lobbies dell’energia fossile. Tra esse spiccano Chevron, Shell, Total, ExxonMobil e Glencore, aspramente criticata dalle Ong e dai movimenti ambientalisti.

L’Italia è arrivata al vertice di Marrakech con il ministro Galletti con una delegazione di 44 ma con una politica che smentisce la volontà reale espressa con la sottoscrizione dell’accordo di Parigi.

l’Italia infatti continua a puntare sulle energie fossili, ne sono prova le due nuove concessioni di trivellazioni nell’adriatico in un’area di 30.000 km2  e nello Ionio a sud della Sicilia in un’area di 4000 km2. Inoltre sta imponendo alle regioni la costruzione di 8 nuovi inceneritori che secondo i calcoli immetteranno nell’ atmosfera 1.500.000 ton di CO2.
Nonostante stia pagando caro e in modo crescente l’imprevedibilità degli eventi climatici: 174 morti e danni per 2 miliardi di dollari

La Banca Mondiale stima che le calamità naturali causate dal disordine climatico costano 520 miliardi l’anno (e colpiscono i più poveri)

E’ notizia di ieri – 15 novembre 2016 – che Teheram ha chiuso le scuole per inquinamento.

In ogni modo, quanto previsto attualmente non risulta sufficiente a garantire il raggiungimento degli obiettivi contenuti all’art.2 dell’Accordo: secondo l’Agenzia Onu per l’Ambiente, con gli impegni attualmente fissati i gas serra raggiungerebbero le 54-56 Gton di Co2 al 2030 e porterebbero lo scenario climatico ad un aumento di temperatura dai +2,9 ai +3,4°.

Nel mentre i mari si alzano di 3 millimetri ogni anno.
La desertificazione minaccia un quarto delle terre del pianeta e un miliardo di persone allocate in circa 110 paesi.

Ma è in Africa che si registra la situazione più drammatica.
Il continente Africano, responsabile solo del 3% della produzione di CO2, è quello che più drammaticamente soffre gli impatti dei cambiamenti climatici in termini di siccità, desertificazione, perdita di biodiversità la prospettiva per l’Africa è un aumento di 3-4 gradi di temperatura.
Le terre diventano sempre meno adatte alle coltivazioni.  A causa delle minori rese agricole si stima un aumento tra i 35 e i 122 milioni di persone in condizioni di povertà estrema, costrette a scappare da condizioni ambientali e climatiche non più compatibili con la vita umana.

Oltre a guerre, persecuzioni e conflitti, I cambiamenti climatici hanno assunto un ruolo determinante tra le cause ambientali di migrazione. Nel 2015 su 27,8 milioni di sfollati interni, 14,7 milioni sono stati determinati da eventi climatici estremi

I disastri naturali sono stati determinati per il 90% da eventi climatici estremi.
E ancora oggi l’82% dell’energia prodotta è ancora originata da fonti fossili.

Bisogna riconoscere e che si prenda coscienza che non è solo un problema di ambiente ma anche di sviluppo sostenibile

Dal congresso mondiale dell’International solid waste association (Iswa)

Discariche-abusive

Discariche-abusiveI luoghi più inquinati del mondo sono 50 discariche a cielo aperto; ecco come chiuderle: «Sono un’emergenza sanitaria globale. Senza interventi al 2025 rappresenteranno l’8-10% di tutte le emissioni di gas serra antropiche»

Se ci domandiamo quali sono «i luoghi più inquinati del mondo», l’immaginazione ha l’imbarazzo della scelta nel decidere dove atterrare. All’Iswa, l’Associazione internazionale rifiuti solidi (International solid waste association) le idee sono più chiare e – neanche a dirlo – hanno a che fare con i rifiuti. Ad esser precisi, non con la loro presenza – le milioni di tonnellate di rifiuti che tutti noi, insieme, produciamo ogni giorno – ma con la loro mancata gestione.

Nella cronaca italiana i rifiuti fanno sempre rima con paura. Ecco che per avere un approccio più razionale al tema è utile allargare lo spettro d’osservazione.

A Novi Sad, in Serbia, è in corso il congresso mondiale Iswa 2016 (nel 2012 era a Firenze), dove è stato presentato il nuovo rapporto A Roadmap for closing waste dumpsites – The World’s most polluted places. L’analisi ha per oggetto le discariche a cielo aperto sparse per il globo, ossia quei luoghi sulla terraferma dove lo smaltimento di rifiuti si concretizza in un regno di nessuno, deposito incontrollato o quasi di monnezza. Questo tipo di discariche rappresentano un tabù per i paesi sviluppati da oltre trent’anni, ma nel resto del mondo sono una realtà quanto mai attuale.

Le discariche a cielo aperto servono dai 3 ai 4 miliardi di persone, ed è qui che finisce il 40% dei rifiuti del mondo, con immensi danni alla salute umana e all’ambiente.

Basti pensare che nel sud-est asiatico l’esposizione all’inquinamento provocato da queste discariche comporta un impatto negativo sulla speranza di vita maggiore rispetto a quello della malaria; da sole, le cinquanta più grandi discariche a cielo aperto del mondo – sottolineano dall’Iswa – influenzano pesantemente la vita quotidiana di 64 milioni di persone, una popolazione più vasta di quella italiana e paragonabile a quella francese.

Quello delle discariche a cielo aperto non è però un problema che interessa soltanto i paesi più poveri. Se l’impatto del loro inquinamento rimane prevalentemente localizzato, così non è per le loro conseguenze economiche e climatiche.

Le prime sono valutabili in «decine di miliardi di dollari l’anno», mentre per le seconde – spinte dalla crescita della popolazione e la sempre più diffusa urbanizzazione – porteranno le discariche a cielo aperto ad essere responsabili «dell’8-10% delle emissioni di gas serra di origine antropica a livello mondiale entro il 2025».

Tutto questo, naturalmente, senza interventi correttivi.

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«Le discariche a cielo aperto stanno diventando una emergenza sanitaria globale – ha dichiarato ieri il presidente Iswa, Antonis Mavropoulos – Siamo ben consapevoli del fatto che la chiusura di una discarica non sia semplice. Richiede un sistema di gestione dei rifiuti alternativo, con un’adeguata pianificazione, capacità istituzionali e amministrative, risorse finanziarie, sostegno sociale e infine consenso politico. Tutte queste condizioni sono davvero difficili e talvolta impossibili soddisfare nei paesi in cui discariche sono il metodo dominante di smaltimento dei rifiuti e il livello di qualità della governance è discutibile».

Per questo l’Iswa ha redatto il suo rapporto, una road map dei passi necessari da compiere definita come «risposta minima» contro l’emergenza sanitaria, cui si affiancherà un’alleanza mondiale per cercare di rendere operativo quanto per il momento recita solo l’inchiostro.

Sperabilmente, anche dall’Italia – per la quale partecipa al congresso Iswa una delegazione di Ecomondo, uno dei saloni più importanti d’Europa dedicati all’economia circolare – arriverà un contributo concreto in questo percorso. Nel mentre, sarebbe utile riuscire a far tesoro degli indirizzi Iswa più utili a una realtà come quella nazionale.

Da una parte, l’Italia conferma di avere un ottimo feeling con le discariche. Come ha ricordato in questi giorni il ministero dell’Ambiente, il nostro Paese è ancora sotto infrazione Ue per la presenza di 133 discariche abusive sul territorio nazionale, ingombrante presenza che ci impone il pagamento di una multa annuale da 55,6 milioni di euro. D’altra parte, anche le discariche legali – che dovrebbero rappresentare il necessario ma residuale, ultimo anello nella gerarchia della gestione rifiuti – rappresentano un’opzione abusata: lì finisce il 31% dei rifiuti urbani italiani, contro il meno dell’1% registrato da Germania, Svezia o Belgio.

Come riportare equilibrio lo suggerisce sempre l’Iswa, che non a caso ricorda come il problema riguardi «le persone, non i rifiuti» in sé per sé.

Per una loro corretta gestione occorre «un approccio olistico», non basato su slogan ma ricompreso in tutte la fasi della gerarchia: ridurre, riusare, riciclare, recuperare energia e solo per il residuo ricorrere alla discarica.

Driver normativi e fiscali per raggiungere l’obiettivo già esistono, basta metterli in pratica.

Senza però dimenticare che il cuore del problema non potrà essere risolto agendo sul rifiuto, ma a monte: se ogni anno l’umanità estrae oltre 70 miliardi di tonnellate di risorse naturali è difficile poi stupirsi se i rifiuti aumentano.
Luca Aterini – [20 settembre 2016]

Inviato da: “Greenreport” <news@greenreport.it>

 

Discariche abusive. Dalla Confindustria un’analisi del contesto nazionale

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Discariche-a-cielo-apertoIn una forma o nell’altra “l’emergenza rifiuti” è una costante in Italia, e quello delle discariche abusive rappresenta uno degli aspetti più dolorosi. Soltanto quelle individuate come soggette a infrazione da parte dell’Unione europea sono ancora 133. Una presenza assai ingombrante sotto il profilo economico, oltre a quello ambientale: alla loro presenza è imputabile una sanzione semestrale, dovuta dal nostro Paese all’Ue, pari a 27 milioni e 800.000 euro. Ovvero, 55,6 milioni di euro ogni anno.

Qualche dato su bonifiche e discariche

Da Confindustria un’analisi del contesto nazionale. Sin (Siti di Interesse Nazionale), l’Italia delle bonifiche mancanti: solo il 20% delle aree contaminate è stato risanato. Investendo 10 miliardi di euro se ne attiverebbero 20, 5 tornerebbero sotto forma di entrate fiscali. Insieme a 200mila posti di lavoro in più.

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Era il 1998 quando in Italia il ministero dell’Ambiente caratterizzò i primi 15 Sin (Siti d’interesse nazionale), identificandoli come aree fortemente contaminate e bisognose di bonifiche per essere pienamente restituite alla comunità.

Negli anni queste aree sono cresciute fino ad accomunare 180mila ettari, poi divenuti circa 100mila quando (nel 2013) i Sin da 57 sono passati a 39: il resto è andato in carico alla Regioni per tentare, in genere con scarso successo, di concretizzare e sveltire le operazioni di bonifica. Oggi a che punto siamo? A scattare una fotografia aggiornata c’ha pensato Confindustria con il nuovo rapporto Dalla bonifica alla reindustrializzazione.

L’analisi parte da un assunto semplice: una “bonifica sostenibile”, ovvero «il processo di gestione e bonifica di un sito contaminato, finalizzato ad identificare la migliore soluzione, che massimizzi i benefici della sua esecuzione dal punto di vista ambientale, economico e sociale, tramite un processo decisionale condiviso con i portatori di interesse», è uno straordinario volano di crescita economica oltre che di risanamento ambientale. Peccato che solo in una stretta minoranza dei casi sia divenuto realtà.

In Italia i Sin attualmente sono 39 (un 40esimo è in fase di perimetrazione in Valle del Sacco), comprendenti aree per 110mila ettari a terra, di cui circa 31mila private e le rimanenti pubbliche. Focalizzando l’analisi su un campione di riferimento che esclude il Sin di Casale Monferrato – scelta operata dai confindustriali per le peculiari caratteristiche dell’area, vasta e fortemente contaminata da amianto – lo stato di avanzamento delle bonifiche lascia non poco amaro in bocca: sia per i terreni sia per le acque di falda le bonifiche concluse «si avvicinano a una media di circa il 20% (19,94% per i terreni e 18,01% falda), mentre per il 60% «è stato attuato il piano di caratterizzazione (60,25% per i terreni e 61,59% falda)».

In meno di un quinto dei Sin italiani le bonifiche sono dunque un capitolo chiuso. Con quali modalità? L’analisi di Confindustria individua «un uso prevalente degli interventi di bonifica mediante scavo e smaltimento in discarica», che riguarda «circa il 40% degli interventi effettuati nei Sin». Più del 50% è inoltre «ubicato ex-situ, con i relativi conseguenti impatti legati alla movimentazione e al trasporto del materiale; impatti sia per l’ambiente che per gli operatori addetti agli interventi e per la popolazione circostante, nonché alla creazione di nuovi luoghi di deposito rifiuti con conseguente consumo di territorio».

Così anche dove le bonifiche ci sono, non sempre rispettivi territori possono (o gradiscono) farsi carico dei lavoro, spedendo altrove gli ingenti materiali rimossi.

Da queste valutazioni emerge quanto il tema delle bonifiche sia ancora oggi trascurato nel nostro Paese, ma anche quanto potrebbe dare alla nostra economia oltre che in termini di risanamento ambientale.

Perché allora non vengono concluse? Com’è intuibile, uno «dei principali parametri che condiziona l’attività di bonifica è l’aspetto economico», determinato «sia da fattori tecnologici che dai costi della gestione dei rifiuti ma anche dai tempi lunghi di approvazione e realizzazione degli interventi e, in diversi casi, dalla complessa interlocuzione con gli enti di controllo».

Quanto a costi, per le bonifiche da Confindustria stimano un fabbisogno pari a circa 10 miliardi di euro: 6,6 per le aree private (circa 31.000 ha) e 3,1 per quelle pubbliche (circa 15.000 ha escluso Casale Monferrato con i suoi ben 64.000 ha).

Lo Stato in questi anni ha stanziato un’inezia rispetto al necessario, risorse «nell’ordine di milioni di euro». Eppure puntare sulle bonifiche sarebbe un investimento pubblico assai produttivo: stimando in 5 anni i tempi per la conclusione degli interventi (al netto dunque dei rallentamenti burocratici), a fronte di 10 miliardi di euro il livello della produzione aumenta di oltre 20 miliardi, innescando 200.000 posti di lavoro in più e ripagandosi in gran parte da solo. Gli effetti finanziari in termini di entrate complessive stimate arrivano a 4,7 miliardi di euro tra imposte dirette, indirette e maggiori contributi sociali.

Per tradurre il miraggio in realtà, da Confindustria individuano 4 punti chiave:

  • intervenire sull’offerta di risorse finanziarie, ragionando su meccanismi incentivanti che lo Stato può mettere a disposizione del privato;
  • intervenire sulla domanda di risorse finanziarie, formulando proposte volte a favorire il risanamento ai fini del riuso delle aree;
  • avanzare proposte per un ulteriore snellimento e razionalizzazione delle procedure;
  • avanzare proposte per favorire l’utilizzo di tecnologie in situ, tecnologie innovative diverse da scavo e smaltimento (non ultima il riciclo per quanto possibile dei materiali).
  • A queste ne aggiungiamo una quinta, individuata a suo tempo già da Legambiente: «Applicare il principio chi inquina paga anche all’interno del mondo industriale».

Luca Aterini  [23 settembre 2016]

Inviato da: “Greenreport” <news@greenreport.it>

Incenerire i rifiuti è un grande affare … a spese nostre

Inc-Rifiuti

Inc-RifiutiLo smaltimento dei rifiuti è costato ai comuni italiani 21,2 miliardi di euro in appena 30 mesi, dal 2014 ai primi 7 mesi del 2016.

Per onorare i contratti di servizio per lo smaltimento dei rifiuti, gli enti comunali hanno drenato dalla casse comunali per l’esattezza 21.170 milioni di euro dal 2014 ad oggi, con un incremento dello 0,8% nel 2015 rispetto ai dodici mesi precedenti.

I pagamenti più rilevanti, in valore assoluto, sono stati effettuati dalle amministrazioni comunali in Lombardia con 2.742 milioni di euro, nel Lazio con 2.653 milioni di euro, in Campania con 2.461 milioni di euro, i cui “esborsi” rappresentano poco meno del 40% del castelletto complessivo delle spese in Italia.

A livello regionale, i cittadini più “vessati” risultano residenti in Toscana, Liguria e Umbria. È quanto emerge dalla Nota scientifica “L’economia dei rifiuti nei comuni italiani” realizzata e diffusa oggi dall’Istituto Demoskopika.

Per garantire il servizio di raccolta e di smaltimento dei rifiuti, ai comuni serve una più che rilevante copertura finanziaria.

L’Istituto Demoskopika ha analizzato le entrate dei comuni italiani da cui emerge che il gettito prodotto, dal 2014 ai primi 7 mesi del 2016, prima dal tributo comunale sui rifiuti e sui servizi (Tares) e, successivamente, dalla tassa sui rifiuti (Tari), è stato pari a 19.619 milioni di euro, circa 760 euro per ciascuna famiglia e con un incremento dell’11,8% nel 2015 rispetto al 2014.

A livello regionale, analizzando gli incassi medi per ogni nucleo familiare, il quadro che scaturisce pone in testa alla classifica dei cittadini più “vessati” i residenti nei comuni della Toscana con 992 euro pro-capite che hanno generato un gettito pari a 1.631 milioni di euro, della Liguria con 966 euro pro-capite (747 milioni di euro), dell’Umbria con 941 euro pro capite (361 milioni di euro), della Puglia con 939 euro pro-capite (1.494 milioni di euro) e della Campania con 911 euro pro-capite (1.968 milioni di euro).

Seguono, con un incasso medio per famiglia residente al di sopra della media italiana, l’Emilia Romagna con 881 euro pro-capite e un gettito rilevato pari a 1.757 milioni di euro, l’Abruzzo con 855 euro pro-capite (475 milioni di euro), le Marche con 825 euro pro-capite (532 milioni di euro), la Sardegna con 792 euro pro-capite (570 milioni di euro), la Sicilia con 777 euro pro-capite (1.575 milioni di euro), il Piemonte con 770 euro pro-capite (1.548 milioni di euro) e la Basilicata con 763 euro (177 milioni di euro).

A posizionarsi al di sotto della soglia media italiana dei 760 euro per ciascun nucleo familiare, il Lazio con 738 euro pro-capite e con un castelletto di incassi pari a 1.942 milioni di euro, la Valle d’Aosta con 714 euro pro-capite (44 milioni di euro), la Lombardia con 628 euro pro-capite (2.776 milioni di euro), la Calabria con 590 euro (473 milioni di euro).

E, ancora, i comuni del Friuli Venezia Giulia che hanno incassato dalla tassa sui rifiuti circa 586 euro per ciascun nucleo familiare pari a 328 milioni di euro, il Molise con 575 euro pro-capite (76 milioni di euro), il Veneto con 531 euro pro-capite (1.094 milioni di euro) e, infine, il Trentino Alto Adige con un prelievo di appena 111 euro (50 milioni di euro).

Venezia, Napoli e Bari risultano le tre città italiane con la maggiore spesa media sostenuta da ciascuna famiglia per il servizio di smaltimento dei rifiuti. “Un dato ottenuto rapportando – spiega l’Istituto – i pagamenti effettuati dal 2014 al luglio 2016, rilevati dal sistema Siope, sul totale delle famiglie residenti in ciascuno dei 15 comuni più popolosi d’Italia”.

In particolare, su 237 milioni di euro di pagamenti, effettuati dal governo comunale di Venezia per garantire il contratto di servizio di smaltimento rifiuti, circa 1.839 euro possono essere considerate mediamente a carico di ciascun nucleo familiare residente. Alla stregua delle famiglie residenti a Napoli che si ritrovano un “carico finanziario” pro-capite pari a 1.628 euro con una spesa pari a 608 milioni di euro, a Bari con una spesa pro-capite di 1.197 euro pari a 163 milioni di euro, a Palermo con una spesa pro-capite di 1.161 euro pari a 302 milioni di euro.

 

http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/rifiuti_e_riciclo/2016/08/09/rifiuti-smaltimento-e-costato-212-mld-a-comuni-in-30-mesi_0cb7b127-95ee-4ded-aaa7-84ab4424bd49.html

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