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I miti da sfatare sull’Amazzonia

Leonardo Boff, uno dei più autorevoli esponenti della teologia della liberazione, storico ed esperto difensore della foresta pluviale e dei suoi abitanti contro le scelte rovinose a favore di mega-progetti idroelettrici, biocarburanti, monocolture e allevamenti intensivi, ci ricorda che l’Amazzonia non è né il polmone né il granaio del mondo ma uno straordinario tempio della biodiversità.
E, soprattutto, che non è abitata da pittoreschi selvaggi incontaminati ma da persone che sentono e vedono la natura come parte della loro società e cultura, come un’estensione del loro corpo personale e sociale.

Il grido delle popolazioni dell’Amazzonia è rimasto inascoltato, in Brasile, in Ecuador, in Perù e nel resto mondo, per molti decenni. Anche molto prima della conquista della presidenza da parte di Bolsonaro, soltanto una delle manifestazioni degli orrori del nostro tempo.
Anche tutti i suoi predecessori, a cominciare da Lula, hanno sempre considerato quell’enorme e meraviglioso territorio poco più di un ostacolo allo sviluppo.

Il Sinodo Panamazzonico che si terrà a ottobre di quest’anno a Roma richiede una migliore conoscenza dell’ecosistema amazzonico. Ci sono miti da sfatare.

Primo mito:

l’indigeno come selvaggio e genuinamente naturale, quindi in perfetta armonia con la natura. Si regolerebbe da criteri non culturali ma naturali. Starebbe in una sorta di riposo biologico di fronte alla natura, in un perfetto adattamento passivo ai ritmi e alla logica della natura. Questa “ecologizzazione” degli indigeni è il frutto dell’immaginario urbano, affaticato dall’eccesso di “tecnicizzazione” e “artificializzazione” della vita.

Quello che possiamo dire è che gli indigeni amazzonici sono umani come qualsiasi altro essere umano e, come tali, sono sempre in interazione con l’ambiente. La ricerca verifica sempre più il gioco d’interazione tra gli indigeni e la natura. Loro si condizionano reciprocamente.
Le relazioni non sono “naturali” ma culturali, come le nostre, in un intricato tessuto di reciprocità.

Forse gli indigeni hanno qualcosa di unico che li distingue dall’uomo moderno: sentono e vedono la natura come parte della loro società e cultura, come un’estensione del loro corpo personale e sociale. Non è, come per la gente moderna, un oggetto muto e neutro.
La natura parla e l’indigeno comprende la sua voce e il suo messaggio
. La natura appartiene alla società e la società appartiene alla natura. Si adattano sempre gli uni agli altri e nel processo di adattamento reciproco. Ecco perché sono molto più integrati di noi. Abbiamo molto da imparare dal rapporto che loro mantengono con la natura.

Secondo mito:

l’Amazzonia è il polmone del mondo. Gli specialisti affermano che la foresta pluviale amazzonica è in uno stato di climax. Cioè, si trova in uno stato ottimale di vita, in un equilibrio dinamico in cui tutto è utilizzato ed è per questo che tutto si equilibra.
Quindi l’energia fissata dalle piante attraverso le interazioni della catena alimentare conosce un impiego totale. L’ossigeno rilasciato di giorno dalla fotosintesi delle foglie viene consumato di notte dalle piante stesse e da altri organismi viventi. Ecco perché l’Amazzonia non è il polmone del mondo.

Ma funziona come un grande filtro di anidride carbonica. Nel processo di fotosintesi viene assorbita una grande quantità di carbonio. E l’anidride carbonica è la principale causa dell’effetto serra che riscalda la terra (negli ultimi 100 anni è aumentata del 25%). Se un giorno l’Amazzonia fosse completamente disboscata, verrebbero rilasciate nell’atmosfera circa 50 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno. Ci sarebbe una mortalità di massa di organismi viventi.

Terzo mito:

l’Amazzonia come il granaio del mondo. Così pensavano i primi esploratori come von Humboldt e Bonpland e i pianificatori brasiliani al tempo dei militari al potere (1964-1983). Non lo è. La ricerca ha dimostrato che “la foresta vive di sé stessa” e in gran parte “per se stessa” (cf. Baum, V., Das Ökosystem der tropischen Regeswälder, Giessen 1986, 39). È lussureggiante ma con un suolo povero in humus.

Sembra un paradosso. Lo ha messo in chiaro il grande specialista in foreste Amazzoniche Harald Sioli: “la foresta cresce effettivamente sul suolo e non dal suolo” (A Amazônia, Vozes 1985, 60).
E lo spiega: il suolo è soltanto il supporto fisico di un intricato intreccio di radici. Le piante sono intrecciate dalle radici e si sostengono a vicenda dalla base. Si forma un immenso bilanciamento equilibrato e ritmato. Tutta la foresta si muove e danza. Per questo motivo, quando una [pianta] viene abbattuta, ne trascina molte altre con sé.

La foresta conserva il suo carattere esuberante perché esiste una catena chiusa di nutrienti. Ci sono i materiali in decomposizione nel terreno, lo strato vegetale di foglie, i frutti, le piccole radici, gli escrementi di animali selvatici, arricchiti dall’acqua che gocciola dalle foglie e dall’acqua che drena dai tronchi. Non è il suolo che nutre gli alberi. Sono gli alberi che nutrono il suolo.

Questi due tipi di acqua lavano e trascinano gli escrementi di animali arboricoli e animali di specie più grandi come uccelli, macachi, coati, bradipi e altri, così come la miriade di insetti che hanno il loro habitat sulle cime degli alberi. C’è anche un’enorme quantità di funghi e innumerevoli microrganismi che insieme ai nutrienti riforniscono le radici. Dalle radici, la sostanza alimentare va alle piante garantendo l’esuberanza estasiante della Hiléia amazzonica.
Ma si tratta di un sistema chiuso con un equilibrio complesso e fragile. Qualsiasi piccola deviazione può avere conseguenze disastrose.

L’humus non raggiunge comunemente più di 30-40 centimetri di spessore. Le piogge torrenziali lo spingono fuori. In breve tempo spunta la sabbia. L’Amazzonia senza la foresta può diventare un’immensa savana o addirittura un deserto.
Per questo l’Amazzonia non potrà mai essere il granaio del mondo, ma continuerà a essere il tempio della più grande biodiversità.

Lo specialista amazzonico, Shelton H. Davis, constatò nel 1978, ed è valido anche per il 2019: “In questo momento infuria una guerra silenziosa contro i popoli aborigeni, contro contadini innocenti e contro l’ecosistema della foresta nel bacino amazzonico” (Víctimas del milagro, Saar 1978, 202). Fino al 1968 la foresta era praticamente intatta.
Da allora, con l’introduzione dei grandi progetti idroelettrici e agroalimentari, e oggi con l’anti-ecologia del governo di Bolsonaro, continua la brutalizzazione e la devastazione dell’Amazzonia.

Fonte: LeonardoBoff.com

Traduzione per Comune-info: I’x Valexina

Cambiare il rapporto con la terra

Due nuovi rapporti elaborati dalle autorità scientifiche confermano le previsioni più drammatiche. Quelle sugli impatti dei cambiamenti climatici sull’agricoltura e sul cibo e quelle sui sistemi economici che continuano a ignorare allegramente il problema del riscaldamento del pianeta. Eppure, a inizio agosto, ancora una volta, l’Ipcc è stato chiaro: “Cambiare il nostro rapporto con la terra è una parte vitale per fermare il cambiamento climatico”. Il 27 settembre nuovo sciopero mondiale per il clima

Due nuovi rapporti sul clima elaborati dalle massime autorità scientifiche pubbliche internazionali, l’Intergovernmental Pannel on Climate Change (scritto da 107 scienziati di 52 paesi) e l’European Environmental Bureau (143 organizzazioni di 30 paesi), confermano che i sistemi economici sono ancora completamente fuori controllo rispetto all’obbiettivo del contenimento dell’aumento della temperatura terrestre. Lo Special Report dell’Ipcc, Climate Change and Land, presentato a Ginevra il 2 agosto, si occupa degli impatti  del riscaldamento climatico sull’agricoltura e quindi sull’alimentazione confermando le previsioni più drammatiche in particolare per le popolazioni delle regioni tropicali e subtropicali.

Perdita di fertilità dei suoi, deforestazioni, salinizzazione dei fiumi, crisi idriche e molteplici altri fattori di stress genereranno carestie, conflitti e sempre più pesanti migrazioni interne ed esterne ai paesi colpiti. Interessante è sapere che secondo l’Ipcc (in accordo in questo con la Fao) il 38% delle emissioni globali di gas serra di origine antropica è dovuto proprio al sistema alimentare industrializzato ipertrofico causato soprattutto dalla filiera della carne di allevamento di bovini e altri ruminanti. La zootecnia e l’agricoltura chimicizzata, che, secondo i fautori della “rivoluzione verde”, avrebbero dovuto risolvere la “fame nel mondo”, in realtà si rivelano una delle principali cause della distruzione dei sistemi socioeconomici locali e di sussistenza delle popolazioni contadine. Conclude l’Ipcc: “Cambiare il nostro rapporto con la terra è una parte vitale per fermare il cambiamento climatico”.

Ancora più esplicito, già nel titolo, lo studio dell’Eeb presentato 8 luglio: Decoupling Debunked. Why green growth is not enough. Ovvero, la ipotesi teorica sostenuta da tempo dai governi e dalle agenzie dell’Onu (codificata nella Agenda 2030, varata nel 2015) secondo cui lo sviluppo delle tecnologie “green” avrebbe consentito di “disaccoppiare” la crescita economia dai danni provocati agli ecosistemi naturali (inquinamenti e prelievi di risorse non rinnovabili) non si è rivelata vera, non  regge alla prova dei fatti. Il Pil mondiale continua ad aumentare – è vero –  ma non diminuisce affatto la pressione (material footprint) dei sistemi economici in atto. La “crescita verde”, insomma, è una chimera, si è rivelata per quello che è: un modo per fare aumentare i business delle imprese più avanzate (comprese quelle impegnate nelle energie rinnovabili) e i consumi delle persone più sensibili, ma non ha modificano i bilanci globali di materia e di energia impiegati nei cicli produttivi.

Molto spesso – documenta il rapporto dell’Eeb – l’aumento di efficienza dei macchinari si traduce solamente in una aggiunta di merci immesse sul mercato. Altre volte si tratta solo di uno spostamento dei problemi da una matrice ambientale ad un’altra (vedi il nucleare), da una materia prima in esaurimento ad un’altra ancora più rara (vedi litio, rame, cobalto), da una regione ad un’altra attraverso l’esternalizzazione delle produzioni più sporche in paesi con minori protezioni ambientali.  “Il disaccoppiamento – scrivono i ricercatori – ha fallito nel raggiungere la sostenibilità ecologica che aveva promesso. Non è che gli aumenti dell’efficienza non siano necessari, ma è irrealistico aspettarsi che possano scollegare in modo assoluto, globale e permanente dalla sua base biofisica un metabolismo economico in costante aumento”.

Che fare, allora? Hanno ragione i ragazzi di Fridays for future, gli attivisti di Extintion rebellion, dei movimenti contrari alle grandi opere energivore e dannose e di quanti si battono per un cambiamento radicale del modello socieoeconomico che metta l’economia nei binari della salvaguardia ecologica e della giustizia umana. Il 27 settembre ci sarà una nuova giornata di sciopero mondiale per il clima. Non lasciamo i millennials da soli a fare i conti con il mondo che gli lasciamo! Se ci pensiamo bene, vedremo che i negazionisti del cambiamento climatico, alla Trump e Salvini, sono gli stessi che in campo sociale portano avanti politiche improntate sull’esclusione, sul disciplinamento di censo, sullo sciovinismo nazionalista.

Paolo Cacciari

Basta fake news sulla piazza d’Armi !

In questi ultimi giorni, a seguito dell’avvio del procedimento del Ministero per i Beni e le Attività culturali riguardante il vincolo per la Piazza d’Armi, abbiamo rilevato diverse dichiarazioni e comunicazioni pubbliche clamorosamente false e imprecise da parte sia di alcuni amministratori comunali, di municipio, che di alcuni organi di stampa e curiosamente anche da note associazioni ambientaliste locali.
La comunicazione e l’informazione verso la cittadinanza su un tema così rilevante per il futuro di Milano, dovrebbe essere sempre fatto con precisione e lealtà. Facciamo quindi chiarezza.

PRIMA BUGIA: Il vincolo blocca tutto e Piazza d’Armi resterà così ancora per decenni. FALSO.
L’avvio del vincolo, secondo quanto comunicato del MIBAC, tutela tutta l’area verde e prevede un vincolo “indiretto” sui magazzini militari di Baggio. Questo vuol dire che mentre non si potrà costruire sull’area verde, nell’isolato dei magazzini militari invece è attuabile un’attività edilizia che sia di recupero, riuso o sostituzione volumetrica nel rispetto dello storico impianto urbano della “Cittadella militare di Baggio” (Caserma Perrucchetti, Ospedale Militare, Piazza d’Armi e Magazzini militari). Niente speculazione edilizia, niente edifici in altezza, niente centri commerciali.
E’ un bene o un male?

SECONDA BUGIA: Il verde non si può toccare, non si può realizzare neanche un parco. FALSO.
Tutela del verde significa che Piazza d’Armi può diventare un grande parco-pubblico-urbano ricco di biodiversità e quindi, nel rispetto del delicato equilibrio ambientale esistente possono essere attuati tutti gli interventi necessari (percorsi, sentieri, arredi, misure di sicurezza, ecc) affinché possa essere vissuto appieno sia dalla cittadinanza che dalla flora e fauna esistente (uccelli, anfibi, lepri).
Non sarebbe qualche cosa di veramente unico, a soli 5 km. dal centro di Milano?

TERZA BUGIA: Il Piano di Governo del territorio già tutelava il verde. FALSO.
Il nuovo Piano di Governo del Territorio di Milano, garantiva soltanto il 50% dell’area a verde (circa 22 ettari a forestazione urbana) ora, grazie al vincolo, viene tutelato l’intero verde esistente di 34 ettari, pari a circa 80% della superficie. Non si racconta poi che proprio il PGT, permetteva comunque di realizzare all’interno dell’area verde costruzioni utilizzabili come servizi pubblici, frammentando l’ambito di pertinenza della biodiversità e portando inevitabilmente a cancellarla in pochi anni. E’ soprattutto su questo delicato tema che la Commissione Petizioni del parlamento Europeo si è espressa nelle lettere inviate ai ministeri e al comune di Milano in risposta alla nostra petizione europea n°480/2018.
Diciamo quindi le cose come stanno o no?

QUARTA BUGIA: Il vincolo incentiva il degrado, l’abusivismo e l’illegalità. FALSO.
Sono temi distinti e indipendenti. Nessuno è mai stati dalla parte dell’abusivismo, dei roghi o delle discariche illegali. Ma il cemento non può essere sempre la soluzione per risolvere tutto questo. La Legge e il regolamento edilizio comunale, obbligano la proprietà (Invimit, società pubblica del MEF) e il Comune di Milano ad attuare tutte le misure necessarie per arginare questo tipo di attività: video sorveglianza, recinzioni, vigilanza ecc. Se tutto questo non viene fatto, vuol dire che si pianifica un abbandono volto proprio a creare tensioni sociali e a legittimare la cementificazione. Non è la soluzione. La risposta sociale nel progettare un nuovo parco e riqualificare i propri edifici storici, in un processo di coinvolgimento del territorio, può essere una straordinaria occasione per riscoprire quell’identità sociale e storica nelle periferie troppo spesso dimenticate per lasciare spazio a grattacieli e centri commerciali.
Non volete partecipare a questa grande sfida di democrazia e partecipazione?

QUINTA BUGIA: Non ci sono i soldi. Serve un investitore privato per fare il parco e recuperare i magazzini militari di Baggio. FALSO.
Tutto il contrario. Viviamo nella città metropolitana più ricca d’Italia, con il maggior gettito fiscale e sicuramente le risorse per un investimento di questo tipo, si possono trovare. Esistono importanti finanziamenti dell’Unione Europea per la valorizzazione delle aree verdi e della biodiversità, soprattutto in ambito urbano. Esistono società e aziende che sarebbero disposte a fare da sponsor contribuendo a realizzare un nuovo grande parco urbano a Milano. Esistono associazioni e comitati, con competenze e professionalità al loro interno, disposti a lavorare su un progetto ambizioso da condividere con la gente e il territorio, per dare vita ad un nuovo luogo pubblico, partecipato e identitario.
Non è questa è la nostra più grande ricchezza?

Ci auguriamo quindi che questo piccolo contributo possa aiutare a chiarire determinati argomenti ai tanti che spesso, parlando di Piazza d’Armi, falsano, volutamente o no, la realtà dei fatti, dimostrando in alcuni casi disonestà intellettuale, malafede e perfino una meschina strumentalizzazione politica.

Piazza d’Armi verde e pubblica è l’unica soluzione,
l’unica strada da intraprendere.

Comitato Cittadini Per Piazza D’armi

Lo stato di salute degli ecosistemi

Il 22 maggio è la Giornata Internazionale per la Biodiversità, istituita dalle Nazioni Unite e celebrata ogni anno per sensibilizzare il grande pubblico.

Quella del 2019 ha come slogan “Our Biodiversity, Our Food, Our Health” (La nostra biodiversità, il nostro cibo, la nostra salute”), proprio a sottolineare quanto dalla salute degli ecosistemi e degli organismi dipendano anche la nostra salute e la nostra stessa sopravvivenza come specie.

A 14 anni dalla pubblicazione dell’ultimo report del MEA (Millennium Ecosystem Assessment) riguardante la salute degli ecosistemi del pianeta e le strategie di conservazione e di uso sostenibile delle risorse, l’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services) ha elaborato una nuova e definitiva sintesi globale dello stato attuale della natura.

Il “Global Assessment”, non ancora pubblicato ufficialmente, è il risultato del lavoro di tre anni da parte di 150 esperti provenienti da tutto il mondo e verrà valutato dai rappresentanti di 130 governi durante la settima sessione dell’assemblea plenaria IPBES. Il documento fornisce una panoramica completa della situazione attuale, esaminando le cause dei cambiamenti degli ecosistemi e valutando le possibili strategie per limitarne le conseguenze; lo scopo è quello di fornire valide evidenze scientifiche che possano guidare i decisori politici verso azioni che limitino il degrado degli ecosistemi e la perdita della biodiversità. Quest’ultima, come afferma Katrin Böhning-Gaese, direttrice dell’Istituto di Ricerca sulla Biodiversità e il Clima di Francoforte, è “la minaccia più grave alla specie umana”. 

Alcuni numeri riportati nel documento:

  • la temperatura media globale è aumentata di 1 grado Celsius rispetto all’epoca pre-industriale;
  • il livello medio degli oceani è salito di 16-21 cm;
  • circa 1 milione di specie animali e vegetali rischiano l’estinzione: più del 40% di anfibi, circa il 33% dei coralli che formano le barriere, più di 1/3 dei mammiferi marini e circa il 10% degli insetti. L’estinzione delle specie è da 10 a 100 volte più veloce rispetto agli ultimi 10 milioni di anni;
  • dal 1900, l’abbondanza di specie terrestri autoctone (cioè originarie dell’ambiente in cui vivono) è diminuita almeno del 20%; le specie aliene sono aumentate del 70% dal 1970;
  • il 75% degli ambienti terrestri e il 66% degli ambienti marini sono “alterati gravemente” dalle azioni umane e più dell’85% delle aree umide sono scomparse dal 1700 al 2000;
  • più del 55% degli oceani sono soggetti alla pesca industriale e il 33% degli stock ittici nel 2015 sono stati pescati in modo non sostenibile;
  • più di 1/3 della superficie terrestre e circa il 75% delle acque dolci sono impiegate nell’agricoltura, nell’allevamento e nell’acquacoltura;
  • circa 60 miliardi di tonnellate di risorse rinnovabili e non rinnovabili vengono estratte ogni anno;
  • 300-400 milioni di tonnellate di metalli pesanti, solventi e altri inquinanti vengono riversati negli oceani e i fertilizzanti entrati a contatto con gli ecosistemi costali hanno prodotto delle “zone morte” estese quanto una superficie più grande della Gran Bretagna.

 Sono dati esorbitanti, senza precedenti. Queste gravi conseguenze sugli ecosistemi sono il risultato diretto delle attività umane e rischiano di minacciare l’integrità della nostra stessa specie. Gli esperti che hanno redatto il report indicano inoltre i cinque fattori che hanno il maggiore impatto sul pianeta:

  • lo sfruttamento del suolo e del mare,
  • lo sfruttamento diretto di organismi,
  • il cambiamento climatico,
  • l’inquinamento,
  • le specie aliene invasive.

La prospettiva è quella che questo trend negativo continuerà fino al 2050 e oltre, se non verranno prese misure mitigative. Alcune di queste, descritte nel report, coinvolgono agricoltura, allevamento, sistemi marini e di acqua dolce, aree urbane, energia e molti altri ambiti, in un’auspicabile sinergia e cooperazione all’insegna della sostenibilità e di un approccio integrato tra i vari settori. Anche l’economia, sostengono gli esperti, dovrà evolversi in sistemi globali finanziari che si distacchino dal paradigma della crescita economica infinita, che il pianeta e le sue risorse ormai non possono più sostenere.

L’IPBES offre quindi, con questo documento, un punto di vista autorevole e scientifico in merito al più grande problema che la società contemporanea si trova a dover affrontare, inserendosi in un contesto, quello degli ultimi mesi, di fermento e di risveglio dell’opinione pubblica suscitato dal “movimento climatico” di Greta Thunberg.

D’altra parte un sondaggio dell’Eurobarometro rivela che sta generalmente aumentando la consapevolezza sul significato della biodiversità, la sua importanza, le minacce e le misure per proteggerla.

I pareri dei cittadini europei sono in linea con gli obiettivi della strategia dell’UE per la biodiversità fino al 2020, che mira a fermare la perdita di biodiversità e servizi ecosistemici, e con gli obiettivi delle direttive Uccelli e Habitat dell’UE, che costituiscono la spina dorsale della politica dell’UE per proteggere la natura.

Le maggiori minacce percepite alla biodiversità sono l’inquinamento atmosferico, del suolo e dell’acqua, causato dall’uomo nonché i disastri e cambiamenti climatici.

Agricoltura intensiva, silvicoltura intensiva e pesca eccessiva sono sempre più ma non ancora pienamente riconosciuti come importanti minacce alla biodiversità.

Dall’ultimo Eurobarometro sulla biodiversità nel 2015, la comprensione da parte dei cittadini dell’importanza della biodiversità per gli umani è aumentata. La stragrande maggioranza dei cittadini ritiene di avere una responsabilità nel prendersi cura della natura (96%) e che la cura della natura è essenziale per affrontare il cambiamento climatico (95%).

C’è stato anche un netto aumento di coloro che sono totalmente d’accordo sul fatto che la biodiversità sia indispensabile per la produzione di cibo, carburante e medicinali (91%) e di coloro che considerano la biodiversità e la natura importanti per lo sviluppo economico a lungo termine (92%). 

La maggior parte degli europei non è disposta a permettere danni o distruzione della natura nelle aree protette per lo sviluppo economico.  Almeno due terzi degli intervistati considerano le aree di protezione della natura come Natura 2000 molto importanti per proteggere gli animali e le piante in via di estinzione (71%), così come prevenire la distruzione di preziose aree naturali a terra e in mare (68%) e la salvaguardia del ruolo della natura nel fornire cibo, aria pulita e acqua (67%). 

La maggior parte dei cittadini considera l’UE un livello legittimo per agire sulla biodiversità e l’ecosistema. Gli intervistati affermano che le azioni più importanti da intraprendere per l’UE al fine di proteggere la biodiversità siano ripristinare la natura e la biodiversità per compensare i danni e informare meglio i cittadini sull’importanza della biodiversità.

Tratto da: http://www.snpambiente.it/2019/05/22/lo-stato-di-salute-degli-ecosistemi-e-la-preoccupazione-degli-europei-per-la-perdita-di-biodiversita

Un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale

Il 19 gennaio 2019, con la convocazione di un Forum cui hanno preso parte attivisti, studiosi e numerose realtà dei movimenti e dell’associazionismo italiano, abbiamo aperto un tavolo di lavoro sui cardini dell’enciclica Laudato Si’, vista come un testo pienamente politico, capace di comprendere nel medesimo orizzonte la dimensione della giustizia sociale, del rispetto dei diritti, della cura della casa comune e del vivente – nella consapevolezza dell’urgenza di una pratica di resistenza culturale, educativa e comunicativa.

I partecipanti al Forum hanno interpretato le tematiche dell’ecologia integrale contenute nell’enciclica come un manifesto da assumere, fuori da appartenenze e schieramenti, per colmare un vuoto di rappresentanza e di elaborazione teorica e politica, impegnandosi a redigere un documento da mettere a disposizione dei cittadini e – nella prossimità della scadenza elettorale del 26 maggio 2019 – dei candidati e candidate che si presenteranno alle elezioni europee.

Nella sua parte analitica, il presente documento articola le valutazioni condivise sulle implicazioni catastrofiche dell’attuale sistema economico-finanziario, antropocentrico e predatorio, fondato sulla cultura dello scarto e sulla diseguaglianza.

Nella sua parte programmatica, si concentra sulla necessità di assumere come progetto politico la giustizia sociale, ambientale e climatica, la cura del vivente, il diritto alla bellezza, la mitezza dei linguaggi, con una concreta traduzione in obiettivi circoscritti, iniziative e campagne locali, nazionali e internazionali.

Il documento sostanzia in particolare la domanda espressa nel Forum di un’ampia risposta democratica all’attacco al lavoro, all’ambiente, alla legalità, all’accoglienza, alla diversità, alla libertà di movimento entro cui si consuma, come una svolta imprevista, la crisi dell’Unione europea.

Dal lavoro comune che ha preso avvio a gennaio sono emerse cinque macro-aree  di emergenze da affrontare tutti assieme – associazioni, attivisti, intellettuali, società civile, partiti, sindacati, istituzioni – nella consapevolezza della necessità e urgenza di un ripensamento e di una resistenza culturale, umana e politica.

  • Devastazione del pianeta, del clima, della biodiversità.
    • Decisivo è il recupero della dimensione locale e del concetto di “terrestre”, cui far seguire un’impronta ecologica “sufficiente” e “sobria” delle comunità locali, la decarbonizzazione e lo sviluppo delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, un radicale mutamento degli stili di vita e di consumo, la tutela delle specie con cui condividiamo la casa comune.
  • Rottura della cultura di umanità.
    • Dobbiamo affrontare lo smantellamento del soccorso in mare e dell’accoglienza, la criminalizzazione di chi fugge, il progressivo attacco alla solidarietà, all’istituto dell’asilo e allo stesso impianto dei diritti umani, la rinascita di ideologie e politiche razziste, la produzione e abbandono di figure “scartate” nell’interiorizzazione di disparità economiche e sociali inaccettabili.
  • Crisi di democrazia
    • Vediamo giorno dopo giorno esautorare le istituzioni della democrazia rappresentativa, la Costituzione, la Carta europea dei diritti fondamentali, il diritto internazionale; vediamo asservire i corpi dello Stato portandoli a non ottemperare ai propri compiti costituzionali; vediamo il costante ricorso a linguaggi d’odio tollerati quando non fomentati da rappresentanti delle istituzioni e dai media, e un progressivo controllo informatico e dei Big Data.
  • Decadimento della cittadinanza
    • É intaccata la garanzia per tutti – nativi e non – di quel godimento dei diritti fondamentali riguardanti dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà e giustizia, che si esplica – in Italia e nell’Unione europea –nel diritto a lavoro degno, abitazione, salute, istruzione, libertà di movimento, partecipazione sociale, libertà femminile.
  • Perdita del futuro
    • Il naturale e vitale sguardo rivolto al futuro che è diritto dei giovani è reso problematico e financo precluso a causa dell’accelerazione brusca del cambiamento climatico indotto dall’attuale modello di sviluppo, tanto da suscitare le proteste dei ragazzi e delle ragazze di tutto il mondo.
  • Perdita dell’utopia
    • Vediamo una chiusura d’orizzonte, di pensiero e speranza, che si consuma nella progressiva riduzione alle regole del “qui e ora, nell’autocensura riguardo alla possibilità di dare forma e realizzazione a desideri tanto più necessari: un tempo di vita liberato, la bellezza come bene comune, la mitezza come cifra politica, l’uguaglianza nel rispetto delle differenze, un orizzonte di pace e progressivo disarmo.

Gli argomenti delle sessioni e le cinque macro-aree emerse dal Forum sono stati intesi nel documento come una tessitura fatta di trama e ordito che ha orientato la scrittura del documento. Il testo, sottoposto a verifica e integrazione da parte di numerose persone che figurano tra i firmatari, è tutt’altro che un testo chiuso: abbiamo deciso di renderlo pubblico ora, perché la nostra proposta di un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale possa iniziare a prendere corpo orientando le scelte della politica già a partire dalle imminenti elezioni europee, ma continueremo in una messa a punto di contenuti, adesioni e forma. Entro l’estate procederemo alla pubblicazione di un librino meglio editato e rivisto, che ci auguriamo possa divenire un utile strumento di lavoro e divulgazione.

 

Allegato:  Documento programmatico Laudato si 13 maggio 2019

 

Le adesioni possono essere inviate a associazionelaudatosii@gmail.com

Il direttivo dell’associazione Laudato si’

Il clima che cambia – cambiamo il clima

Una lettura particolare di una bella serata passata in compagnia di giovani protagonisti della “Marcia per i cambiamenti climatici”

Un clima caldo

Ieri sera, durante l’appassionato incontro sui cambiamenti climatici, si sono rivelate molte delle contraddizioni che spesso vengono giustificate a difesa della rinuncia a lottare per i cambiamenti climatici: il benessere privato.

Con il video “Punto di non ritorno” della National Geographic, la  Natura si è svelata nella sua grande bellezza ma anche nella sua preoccupante e terribile dissolvenza.

Vedi il video: https://www.youtube.com/watch?v=SoCtp4QF7_o

Le ragioni perché ogni persona si metta in marcia per la difesa della Natura e della Vita, sono molte e imprescindibili come l’evidenza dei disastri che la deturpano e la infiammano fino a farla esplodere.

L’uomo, le persone che abitano Madre Terra si “accusano” per sviluppare una supremazia, un’egemonia arrogante e prepotente … ma nulla sembra poter fermare il disastro che incombe al futuro prossimo.

Non c’è più tempo

Rivolta alle Istituzioni Greta Thunberg ha mostrato il proprio giovane corpo e ha lanciato un atto di accusa per mancata responsabilità politica per la difesa della Natura.

Greta – intervento alla Cop24

Loro hanno applaudito, … hanno ringraziato … ma il loro problema è la “crescita necessaria” esasperante, indispensabile, invasiva sull’intero Pianeta e sugli “altri” che lo abitano e lo vivono.

Una necessità a mantenere gli squilibri tra i più ricchi e i più poveri, tra le miserie e gli sprechi; tra le guerre “necessarie” e le devastazioni “collaterali“, tra le tirannie e le muraglie impenetrabili; …

Il clima è di guerra … non c’è più tempo!

Le strade e le piazze del mondo, dopo gli appelli della giovane Greta, si sono moltiplicate, riempite di giovani che rilanciano le accuse e proclamano l’urgenza del futuro che incombe.

Il tempo è loro, dicono gli “anziani” … mentre il loro sembra ormai inerte nella speranza sedata, indifferente.
Accusano i giovani di non essere qui a lottare per loro. 
I giovani, figli “creati” ad immagine e somiglianza, se ne sono andati, non sono più qui, si sono dispersi negli spazi della precarietà diffusa.

Il mondo degli “anziani” piange la loro miseria ma loro, gli anziani, sono “dentro“, mentre i giovani sono “fuori“.

Ieri sera Alessandro e Maria Marta, hanno spiegato la realtà del mondo che c’è, in cui si vive;
hanno spiegato il clima che si diffonde tra le persone ormai slegate dalla Natura, dalla Vita;
hanno spiegato che ora è il tempo di ricomporre la visione del mondo disperso tra disuguaglianze, devastazioni e privatizzazioni, accogliendo la Natura come dimensione universale dell’essere pensante integrale.

C’è la necessità di riprendere una visione olistica della Vita, la necessità di ricomporre i frammenti e le specificità diffuse e disperse che separano l’interesse comune di difesa del patrimonio universale, del primato della Vita: la ricerca di un “Clima” di comprensione e condivisione delle diversità che ci appartengono.

Una diversa coscienza, una diversa cultura delle cose che si vuole ci appartengono e che spesso ci vincolano a una dimensione di sé incapace di nuova speranza, di nuova energia.

Noi siamo il “sistema”, noi siamo l’origine e la fine che separano i corpi dalle “anime”.

Un mondo alla rovescia

Di fronte a loro, alle loro argomentazioni, gli “anziani” si sono ribellati, hanno preteso di essere considerati per le loro esperienze, di essere riconosciuti come “padri”.

Ma la realtà è un’altra: la decomposizione del processo naturale, la dispersione e disgregazione dei saperi e delle coscienze.

Non c’è più tempo, occorre cambiare il paradigma, l’idea della crescita infinita, del privato benessere che lede il diritto di altri.

Noi, i giovani, siamo nelle piazze del mondo a cogliere la dimensione universale della Vita, a ridefinire i rapporti con la Natura, le necessità e i desideri privati, la collettività come dimensione delle conoscenze e delle competenze, … ad assumerci la responsabilità delle “piccole” pratiche per manifestare insieme la forza reale del possibile cambiamento.

Ora, noi siamo loro: non c’è più tempo, la loro speranza è la nostra, il loro futuro è il nostro, non ci resta che credere e vivere la nuova dimensione con loro.

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Vedi anche:

Salviamoci con il Pianeta!

La COP 24 in Polonia è stato un fallimento desolante.

Le conclusioni non hanno accolto gli allarmi dell’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) sugli effetti del riscaldamento globale: è l’Umanità che si avvia alla sua estinzione!

Nell’Assemblea dell’ONU sul Clima a Nairobi in questi giorni, si preferisce studiare le tecniche di captazione (storage) dei gas serra climalteranti invece di imboccare la strada, unica e maestra, della rapida eliminazione dell’uso dei carbonfossili.

Il recente documento conclusivo del Global Compact sulle Migrazioni (GCM), accolto anche da Papa Bergoglio, è stato rifiutato da molti paesi Ue, compresa l’Italia, e dagli Stati Uniti.

In questo enorme disinteresse a darci speranza è arrivato il 14 Dicembre 2018 il discorso della quindicenne svedese Greta Thunberg ai partecipanti alla COP 24: “Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo“.   Un intervento replicato davanti ai “potenti della Terra” del Forum di Davos il 22 gennaio 2019: Non voglio la vostra speranza, voglio che siate in preda al panico e che agiate. Perché la nostra casa, la Terra, sta bruciando”.

Da allora “scioperi climatici”, School Strike for the Climate, manifestazioni di migliaia di giovani, si svolgono ogni venerdì in tutta Europa, con lo slogan “Fridays for future”, in vista del Global Climate Strike, la Marcia internazionale per il Clima del 15 marzo 2019.

Per condividere analisi concrete e convincenti che i politici oggi difficilmente riescono a fare, è meglio partire dai valori comuni, la pace, la difesa della vita, la libertà ed eguaglianza, accantonare le vecchie etichette e valutare la realtà e i numeri che la definiscono.

I movimenti sono fondamentali, ma è necessario che definiscano priorità comuni a partire dall’eliminazione delle guerre dalla storia.

Quelle in corso che vengono chiamate “conflitti”, e quella continua e spietata, guerra alla natura: una guerra che perderemo se non ritroviamo un po’ di umanità, cioè il senso della realtà e del limite.

La legge di natura che regola la vita del vivente e della biosfera è in graduale e costante dissipazione e degradazione di energia e di materia.
La biosfera può benissimo sopravvivere ai drammatici sconvolgimenti climatici, la specie vivente no.

Sono regole che spesso sfuggono all’attenzione e non riguardano la riflessione politica e le nostre piccole lotte che per concretezza promuoviamo a partire dal territorio. 

La Grande Cecitàdell’umanità è sempre più diffusa e condivisa. (Amitav Gosh)                            

CHI EMETTE GAS SERRA

Prima di COP 24 sono uscite le previsioni (rapporto Global Carbon budget 2018) sui dati di gas serra emessi nel 2018: un aumento record a 37,1 milioni di Tonnellate (+ 2,7%), a cui si devono aggiungere 5 miliardi di tonnellate di CO2 per la deforestazione e il consumo di suolo.

I 10 maggiori Paesi per emissioni nel 2018 sono:
  1. Cina con il  27% del totale,
  2. Stati Uniti 15%,
  3. UE a 28 con il 10%,
  4. India con il 7%,
  5. Russia, poi Giappone, Germania, Iran, Arabia Saudita, Corea del Sud e Canada.

Questi dati di emissioni procapite vengono raramente divulgati e considerati. eppure sono l’unica base di partenza per arrivare a delle trattative concrete nelle varie COP.           

Principali settori che causano emissioni di GAS Serra
  • Energia (industria, elettricità e calore) circa il 41%,
  • Trasporti circa il 28%,
  • Agricoltura, allevamento e deforestazione circa il 24%, ecc.

Un’analisi più mirata fatta sul CIBO INDUSTRIALE ci dice che la sua produzione è responsabile di circa il 44-57% dei Gas serra.

  • Deforestazione 15-18%,
  • Agricoltura 11-15%,
  • Trasporti 5-6%,
  • Lavorazione Industriale e confezionamento 8-10%,
  • Refrigerazione e vendita al dettaglio (Retail) 2-4%,
  • Rifiuti 3-4%

Vedi:  https://www.grain.org/article/entries/5102-food-sovereignty-five-steps-to-cool-the-planet-and-feed-its-people

Questo studio sollecita proposte politiche contro l’agrobusiness delle multinazionali e a sostegno di una riconversione agricola e degli allevamenti verso una AGROECOLOGIA per una produzione di cibo sano e sostenibile.

IL GLOBAL WARMING È L’INCUBO REALE!

Due recenti e importanti studi affermano che il 90-93% del calore è stato assorbito dagli Oceani, che si stanno scaldando più velocemente del previsto, con conseguenze devastanti.

Questa grande quantità di calore ed energia provoca l’aumento del volume delle acque marine, con il conseguente innalzamento del livello delle acque, a cui contribuisce lo scioglimento dei ghiacci e rende più potenti e devastanti gli uragani.

«Stato dell’Alimentazione e Agricoltura –  Migrazione Agricoltura e sviluppo rurale» 

Il documento della FAOSOFA 2018′ dimostra l’entità reale del problema.
Nel rapporto tra “Migrazione e Agricoltura” si continua a proporre un modello di produzione di Cibo non naturale; si tralascia di parlare di desertificazione da monoculture, di espulsione violenta dalle terre per l’estrattivismo, di land e water-grabbing (compiuti  da alcune Nazioni: USA e Cina in primis, ma anche dall’Italia, da Fondi Pensione  e Multinazionali), ecc.

E’ un problema centrale.  In Africa il 60% della popolazione vive nelle aree rurali e negli ultimi decenni si è registrata una migrazione costante dalle campagne alle aree urbane del continente, per l’espulsione e/o  l’adozione di un’agricoltura  intensiva.  

L’umanità deve rifiutare il determinarsi di tali mostruosità apocalittiche, come il formarsi di  megalopoli del tutto incompatibili con la natura, la vita, la pace e qualsiasi dignità.

 

(tratto da uno scritto di Antonio Lupo – Comitato Amigos Sem Terra – MST Italia

L’evidenza sul clima

Verità nascoste.

Sarantis Thanopulos:

«Secondo un recente rapporto dell’InterAcademy Partnership, il sistema globale del cibo si è rotto e oggi contribuisce per un terzo alle emissioni dei gas responsabili dell’effetto serra, più delle emissioni provenienti dai trasporti, dal riscaldamento, dall’illuminazione e dall’aria condizionata messe insieme. A sua volta il cambiamento climatico danneggia la produzione di cibo attraverso le alluvioni e la siccità.

La rottura dell’equilibrio ambientale che sta rendendo il mondo inabitabile, minaccia anche drammaticamente la nostra salute psicocorporea e non solo per l’inquinamento.

Per l’Onu, 820 milioni di persone sono affamate, 2 miliardi sovrappeso, 600 milioni obese. Un terzo della popolazione mondiale non riceve abbastanza vitamine. Eppure al posto di una preoccupazione generale e di uno sforzo comune per il superamento del problema, si assiste a una guerra totale tra preservatori e inquinatori.

E questa guerra, come da tempo dici Ginevra, l’unica cosa che contempla è la distruzione graduale del mondo, la sconfitta generale». 

Ginevra Bombiani:

«Essa non è come le guerre che abbiamo conosciuto, i ricchi contro i poveri, gli uomini contro le donne, i mercanti contro il mondo: qui la posta in gioco non è il potere ma la sopravvivenza. La rete di Arte ha trasmesso un documentario che parlava di una piccola società inglese, la Cambridge Analytica, che ha violato i dati di 50.000 utenti Facebook e vinto grazie a essi la campagna inglese a favore di Brexit, quella americana a favore di Trump e ha influenzato le elezioni italiane, francesi, austriache, tedesche e dell’Europa dell’Est.
Conosciamo i personaggi che sono alla sua testa: Steve Bannon, e sopra di lui Robert Mercer, il miliardario californiano che usa l’intelligenza artificiale per influenzare il voto degli elettori. Ciascuno di noi è il suddito involontario di una campagna mercantile e politica dentro al web. Come succede ogni volta che accettiamo l’uso dei “cookie”, travestiti da servizievole curiosità. Che c’entra questo, dirai, con la fine del pianeta?
C’entra, perché il contenuto principale di queste campagne è negare i cambiamenti climatici, l’avvelenamento del popolo umano, animale e vegetale, lo scioglimento dei ghiacci, i terremoti, inondazioni, tsunami, trombe d’aria e tutte le catastrofi che non possiamo più chiamare naturali
». 

Thanopulos:

«Stai parlando di una manipolazione dei sentimenti e delle coscienze che è strettamente collegata con una manipolazione estrema della natura, la creazione di fenomeni catastrofici, provocati da mani umane, ma non in modo preterintenzionale. Come se gli incubi della coscienza, creati dalla difficoltà di sognare il mondo, di immaginarlo per abitarlo, diventassero mostri concreti, reali, organizzatori di paure artefatte, “uragani” che creano uno stato di allerta indirizzabile dove si vuole». 

Bompiani:

«E perché non corriamo ai ripari? Che il clima sia la catastrofe delle catastrofi, è un’evidenza. Eppure non determina la nostra condotta.

Nel suo libro, Il Vesuvio universale, Maria Pace Ottieri esplora la città ininterrotta che si addensa alle falde del Vulcano, consapevole che un giorno esploderà e la sua lava ricoprirà le case e le vie di fuga.

Perché non hanno paura?
Credo che “paura” sia la parola chiave. Noi crediamo che la paura sia una passione involontaria, cieca e profetica.

Non è così. La paura è una passione senza oggetto, facilissima da manipolare, perché è uno stato d’animo superficiale e oscuro, che ogni folata di vento muove e riempie d’aria. Così, invece di avere paura che i mari ricoprano la terra, la gente ha paura dei migranti, delle donne, delle tasse sulla benzina».

 

La beffa climatica: no al carbone, sì al gas

Al posto del carbone: gas o rinnovabili?

In un editoriale su “Il Messaggero” del 4 Dicembre scorso Romano Prodi definiva una svolta storica la firma di 196 Paesi all’accordo di Parigi 2015 sul clima, che prevedeva severi obiettivi e misure concrete per la riduzione della CO2 auspicata da tutti, Cina e Stati Uniti compresi. 

Tre anni dopo, a Katowice per la Cop 24, quegli stessi firmatari possono annunciare un clamoroso quanto angosciante fallimento.
Le convenienze economiche hanno prevalso sugli impegni politici e il limite di 1,5°C di aumento della Temperatura sembra allontanarsi.
L’escamotage degli inquinatori per aggirare i patti siglati, sta nel sostituire allo “sporco” carbone il finto “salvagente” del gas fossile, come se i naufraghi in vista della tempesta scampassero per magia, aggrappandosi ad una ciambella bucata.

Bruciare gas comporta un po’ meno emissioni dell’equivalente in carbone, ma è pur sempre un’aggiunta di climalteranti in atmosfera.
Non doveva essere questa la via d’uscita dall’allarme climatico certificato da tutti gli scienziati, ma i corposi interessi del sistema centralizzato delle fonti fossili ha suggerito trucchi adeguati per continuare a legittimarsi agli occhi dei cittadini distratti.

I negazionisti climatici hanno così estratto un “jolly” fasullo, tenuto nella manica, per calarlo sul tavolo a partita aperta. Una carta decisamente differente dagli assi indicati a Parigi per frenare l’aumento di temperatura e, invece, paragonabile ad un due di picche, quale è la sostituzione del gas al posto del carbone.

Bene, seguendo la metafora, andiamo allora a vedere il mazzo intero, per capire come mai tutti, governi e cittadini, si dichiarano disposti al cambiamento, ma alcuni non ne vogliono pagare il prezzo.

1 – La domanda di energia si sposta verso Oriente.

Lo scenario in termini di domanda globale di energia sta cambiando profondamente.
Se solo nel 2000 Europa e Nord America rappresentavano il 40% della domanda mondiale e l’Asia il 20%, da qui al 2040 questa situazione si invertirà.
Se solo 15 anni fa, le società elettriche europee erano le protagoniste nella top ten mondiale, ora sei delle prime dieci sono utility cinesi. Inoltre, la composizione del mix energetico globale vedrà salire la quota di rinnovabili dall’attuale 25% a oltre il 40% nel 2040, non comunque abbastanza da impedire a [gas+carbone] di rimanere la fonte principale.

Come vedremo avanti, non a causa delle arretratezze degli asiatici, ma per la pressione formidabile che lo shale gas statunitense, tenuto a basso prezzo, impone sul mercato delle importazioni in Europa e in Asia.

2 – Le fonti fossili crescono.

Un quadro significativo di quanto accade e probabilmente accadrà lo offre l’International Energy Agency (IEA)attraverso il World Energy Outlook 2018 (v. https://www.eia.gov/outlooks/ieo/pdf/executive_summary.pdf ). 
Nei mercati dell’energia, le rinnovabili sono ormai diventate la tecnologia preferita, costituendo quasi due terzi delle capacità globali aggiuntive al 2040, grazie al calo dei costi e all’aumento della domanda derivante dall’economia digitale, dai veicoli elettrici e da altri cambiamenti tecnologici”.
Secondo la IEA, il prossimo scenario energetico dipenderà dalle scelte politiche governative in tema di limitazione delle emissioni di CO2.

Ma dopo Parigi si è fatto ben poco: dopo due anni sostanzialmente stabili, la CO2 è cresciuta dell’1,6% nel 2017 e i primi dati suggeriscono un aumento continuo nell’anno in corso.
Il gas naturale è il maggior responsabile della loro crescita.
Nel 2017 gli investimenti energetici globali sono arrivati a 1,8 trilioni di dollari con un calo del 2% sul 2016, ma “dopo diversi anni di crescita, gli investimenti mondiali nelle rinnovabili sono calati del 7% nel 2017 rispetto all’anno precedente e gli investimenti globali combinati nelle energie rinnovabili e nell’efficienza energetica sono diminuiti del 3% nel 2017 e stanno rallentando ulteriormente nel 2018. Ciò a differenza degli investimenti in fonti fossili, che lo scorso anno sono saliti per la prima volta dal 2014, a 790 miliardi di dollari, contro i 318 miliardi delle rinnovabili.
Il mattatore lo fa il gas naturale. Lo rivela l’ultimo studio “World Energy Investment 2018”  dell’IEA che definisce “preoccupante” un andamento che mette a rischio la sicurezza energetica e gli obiettivi di taglio all’inquinamento.

3 Lo spostamento verso l’elettricità.

Il settore dell’elettricità sta vivendo, secondo la IEA, la sua trasformazione più drammatica dalla sua nascita più di un secolo fa. “Nel 2017 il settore elettrico ha attratto la maggior parte degli investimenti energetici, sostenuto da una forte spesa per le reti, superiore perfino a quella dell’industria petrolifera e del gas per il secondo anno consecutivo.

L’energia elettrica è sempre più il “carburante” prescelto nelle economie che si affidano in modo crescente a settori industriali più leggeri e a servizi e tecnologie digitali”.
La sua quota in termini di consumi finali a livello mondiale sta raggiungendo il 20% ed è destinata a salire. L’impatto dell’elettrificazione nei trasporti, negli edifici e nell’industria è una caratteristica irreversibile.
L’elettrificazione apporta benefici, in particolare riducendo l’inquinamento, ma richiede ulteriori misure per decarbonizzare l’alimentazione elettrica. (https://www.elettricomagazine.it/ondigital-news/elettricita-rinnovabili-e-fossili-come-cambia-scenario-energia/ ).

4 – E qui rispunta il gas.

Le decisioni finali di investimento per le centrali a carbone da costruire nei prossimi anni sono diminuite per il secondo anno consecutivo, raggiungendo un terzo del livello del 2010.

Tutto bene? Niente affatto, perché sull’altro fronte fossile il miglioramento delle prospettive per il settore statunitense dello shale gas sta lanciando questo prodotto in tutti i continenti.
Con una base finanziaria più solida e sostenuto dal proprio governo, si è trasformato nel maggior concorrente mondiale nel mercato dei fossili con una produzione che, a dispetto dei danni sull’ambiente, sta crescendo al ritmo più veloce mai registrato” (v. https://energiaoltre.it/shale-oil/.

Le compagnie e i governi sono alla ricerca continua di fonti fossili ancora intatte e a minimi costi concorrenziali, in barba alle preoccupazioni per la temperatura della Terra.
La produzione di shale gas statunitense, che si è già espansa a un ritmo record, dovrebbe raggiungere più di 10 milioni di barili al giorno da oggi al 2025.
Sarebbe come aggiungere una seconda Russia alla fornitura globale in sette anni, un’impresa storicamente senza precedenti. Per queste ragioni Trump ripudia Parigi e spedisce alla Cop 24 di Katowice autentiche comparse non certo dotate di poteri. Intanto, qui da noi, drammi o commedie si trasformano sempre in farsa. Governi, industriali, giornali e “madamine” di balzacchiana riesumazione duellano con le popolazioni locali sulla TAV e sulla TAP e si genuflettono alle “grandi opere” senza distinzione alcuna.

Ci verranno mai a dire con quale impronta ecologica e con quale combustibile inquinante le faranno funzionare?

Mario Agostinelli
14-12-2018

No Glifosato in Lombardia

Alla fine del 2017, nonostante 1.300.000 firme raccolte contro, la Commissione europea ha prorogato l’utilizzo del glifosato per altri 5 anni.

Questo pesticida è uno dei più diffusi nel mondo, è fondamentale nelle produzioni di soia Ogm ed è anche trai più venduti in Italia, dove viene largamente impiegato sia in agricoltura che in altri ambiti.

Per lo IARC (Agenzia Internazionale Ricerca sul Cancro) si tratta di un probabile cancerogeno ed esistono forti evidenze di effetti come “distruttore endocrino”.

Il PAN (Piano utilizzo fitofarmaci) in vigore dal 2014,  raccomanda di privilegiare metodi non chimici in agricoltura.

Il Decreto Interministeriale del 10/3/15 raccomanda a sua volta di individuare misure per la riduzione dei rischi derivanti dall’uso dei prodotti fitosanitari, ai fini della tutela dell’ambiente acquatico, dell’acqua potabile e della biodiversità, attraverso la loro limitazione-sostituzione-eliminazione.

In Lombardia vengono monitorati da parecchi anni il glifosato e il suo metabolita AMPA nelle acqua superficiali e profonde dall’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, che li ha rinvenuti con elevata frequenza.

Tra i provvedimenti adottati in Regione:

  • divieto d’uso nei parchi aperti al pubblico e negli ambiti sanitari
  • riduzione progressiva negli anni dell’impiego in agricoltura, escludendo da questa riduzione le aziende che aderiscono ai programmi di agricoltura conservativa (cosiddetta agricoltura blu)

NESSUNO è risolutivo.

RECENTEMENTE hanno richiamato l’ATTENZIONE due fatti:

  • il rapporto dell’Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale (ISPRA) del 2018 sullo stato delle acque
  • la sentenza della Corte della California l’estate scorsa

Nel Rapporto ISPRA si documenta che nelle acque il glifosato e il suo metabolita sono i composti che presentano il maggior numero di casi di superamento dei limiti, con una concentrazione di criticità lungo l’intera pianura Padana.

La sentenza della Corte della California ha condannato Monsanto (ora Bayer), produttrice del glifosato, a risarcire con una ingente somma un giardiniere malato terminale di tumore che usava erbicidi a base di glifosato, per non averlo informato sui rischi di questo prodotto.

In Italia è attiva da anni la Gampagna Stop Glifosato portata avanti da molte associazioni ambientaliste e di difesa della salute umana: ora riteniamo che sulla base dei nuovi eventi sopra riportati, sia il momento per un rilancio delle iniziative.

Basandoci sul presupposto che per il rispetto dell’ambiente e della vita in tutte le sue forme, debbano sempre prevalere i principi di prevenzione e precauzione su ogni altro interesse, proponiamo di inoltrare pubblicamente una istanza alla Regione Lombardia, alla Città metropolitana e al Comune di Milano perché estendano nell’immediato il divieto di utilizzo del glifosato in ogni ambito e sospendano i sussidi economici a coloro che ne fanno uso dirottando le risorse verso chi utilizza metodi per il controllo delle erbe infestanti che non si basano sull’impiego di sostanze chimiche di sintesi.

Comitato milanese Acqua Pubblica.

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