Category Archives: Ambiente

Laudato Si’ tre anni dopo

A quasi tre anni dalla pubblicazione di Laudato Si’, enciclica di Papa Francesco sulla cura della nostra casa comune, le parole del Pontefice continuano ad essere attuali: “Che tipo di mondo vogliamo lasciare a coloro che vengono dopo noi, ai bambini che stanno crescendo?”

I primi giorni di luglio 2018 si è tenuta una Conferenza internazionale, organizzata dal Dicastero vaticano, per promuovere lo sviluppo umano integrale, celebrare il terzo anniversario di Laudato Si’, ricordare come l’enciclica intende comunicare soprattutto un senso di profonda urgenza e profonda preoccupazione per lo stato precario della nostra casa planetaria comune.

La conferenza intendeva valutare l’impatto avuto da Laudato Si’ e prevedere i prossimi passi da intraprendere. Si è svolta seguendo il percorso “See-Judge-Act” (guarda-valuta-agisci) dell’enciclica. (vedi il programma)

Innanzi tutto, in linea con l’approccio ecologico integrale adottato da Papa Francesco (vedi il messaggio alla Conferenza), è stata considerata la crisi della nostra casa comune da una prospettiva olistica per ascoltare “sia il grido della terra che il grido dei poveri”.

Per questo il programma della conferenza prevedeva, nella prima parte, di ascoltare le persone e le comunità vittime della crisi in settori fondamentali come la sicurezza alimentare, la salute e le migrazioni e con particolare riferimento, tra gli altri, a bambini, donne, comunità indigene, minoranze e piccoli stati insulari. In un secondo momento, era prevista una riflessione sui criteri per comprendere e rispondere in modo integrale alla crisi: etica, economica, finanziaria e politica, solo per citarne alcuni.

Gli organizzatori hanno sottolineato come ritengano che sia giunto il momento di ispirare un “grande movimento” per la cura della nostra casa planetaria comune in pericolo. La Conferenza ha cercato quindi di riunire rappresentanti della società civile, religioni, chiese, scienziati, politici, economisti, movimenti di base, ecc..

Alla fine della Conferenza, gli organizzatori hanno inteso proporre linee d’azione concrete e partecipative per la cura della nostra casa comune, consapevoli che “dobbiamo agire come individui e comunità, a livello locale, regionale, nazionale e a livello internazionale. ”

Sono disponibili le registrazioni video e le presentazioni della Conferenza.

Vedi anche:

http://www.dimensionidiverse.it/la-nuova-enciclica-sullambiente-una-lettura-di-parte/

 

 

Un momento! …

… è il 22 aprile: «Giornata Mondiale della Terra»

Il luogo dove la Vita consuma e rinnova la sua età, dove l’Umanità rigenera e consuma la propria identità.

La Terra è quella complessità dove difficilmente lo sguardo pone la dovuta, sufficiente attenzione, dove ogni persona così come ogni vivente trova il proprio sostentamento.

Io, tu, noi ne siamo parte, un corpo unico: solo l’arroganza ci porta a credere di essere altro.

Con prepotenza la calpestiamo nei mille modi che la stupidità si frappone al suo riequilibrio, nei mille atteggiamenti, abitudini che la ricoprono di sporcizia, di immondizia.

La Terra è Vita, la nostra vita, con tutte le opportunità necessarie a mantenerla e a svilupparla per il Bene Comune.

Le Reti dei Contadini e delle Comunità del Cibo la chiamano «Terra Madre» per la generosità dei doni che sa elargire.

Sono Reti e Comunità che a vario titolo lottano per la sostenibilità alimentare, per la difesa dagli inquinanti e dal depauperamento delle ricchezze naturali che ne deturpano la bellezza e generano sofferenza alla grandiosità del suo cuore di Madre.

La Giornata Mondiale della Terra è nata il 22 aprile 1970 per sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali della Terra Madre, coinvolge ogni anno fino a un miliardo di persone in ben 192 paesi del mondo.

Noi siamo con loro, con lo sguardo attento e critico contro tutte le forme di sfruttamento e di rapina.

Con il cuore generoso di una Madre oggi, come domani, come sempre, ogni persona che crede nel diritto alla Vita, è sollecitata ad essere parte della lotta per il diritto alla dignità, in difesa del Bene Comune che appartiene alla Vita universale: la Terra Madre.

Questo è il momento!

LA POLITICA DEL “DEGRADO”

Premessa doverosa

La difesa del Bene Pubblico dell’area ex P.za d’Armi e dei magazzini militari annessi è un sacrosanto diritto di ogni cittadino che ha a cuore il mantenimento di quell’area divenuta di grande interesse da un punto di vista naturalistico e come anti inquinante per la salute.

Interessi speculativi e un non troppo sottaciuto asservimento politico, pongono sotto attacco l’intera area con il pretesto del “degrado“, pur presente anche se ai margini.

Il Decreto Minniti dello scorso anno contro il “Degrado urbano” ha assegnato ai sindaci maggiori poteri per intervenire nel merito. 

Molte amministrazioni di città italiane ne hanno fatto l’alibi per giustificare decisioni senza alcuna considerazione del dissenso popolare, privando la cittadinanza delle dovute consultazioni come prevede la convenzione di Aaurhs (1998).

Il “degrado è diventato la parola più diffamante della politica, un mantra per giustificare interventi a carattere repressivo fino ad essere diventata anche il criterio di giudizio del normale cittadino.

Degrado… Degrado… Degrado…

Così si assiste ad una logica perversa, assurda della politica del degrado:

  • in nome del degrado si abbattono costruzioni;
  • in nome del degrado si svendono patrimoni pubblici;
  • in nome del degrado si violenta la natura;
  • in nome del degrado non si rispetta la democrazia;
  • in nome del degrado

Il degrado non si butta, si risolve e si previene.

Nella nostra realtà sociale il degrado è di fatto l’elemento centrale e determinante dei processi di produzione e costruzione dei rapporti socio-economici e quindi anche della politica.

  • Lo fa con la quantità di rifiuti, scarti della produzione e del consumo, che finiscono negli inceneritori (oltre 15 milioni di tonnellate);
  • lo fa con gli scarti di cibo (8.700.000 tonnellate) che finiscono nella spazzatura;
  • lo fa respingendo i migranti o lasciandoli “morire” nei ghetti;
  • lo fa con i processi di alienazione e precarizzazione;
  • lo fa con la povertà sempre più dilagante (quasi 10 milioni di italiani);
  • lo fa con la crescente disuguaglianza tra gli italiani (il 10% più ricco possiede il 44% della ricchezza totale);
  • lo fa con la violenza contro chi chiede elemosina o dorme sotto un porticato;
  • lo fa …

Soprattutto lo fa ignorando e misconoscendo questa realtà allestendo vetrine, promuovendo grandi eventi, … quasi a voler mascherare il degrado dilagante.

Una teoria dissennata che anziché rispondere con una politica capace di analizzare e trovare risposte adeguate al degrado, procede al suo insabbiamento.

Cosicché è la politica stessa a degradarsi, tanto è vero che la cittadinanza la agisce come un rifiuto.

Così succede per la ex Piazza d’Armi, un’area di grande valore sociale (350.000 mq) e gli annessi magazzini militari: si vendono ai privati interessi, alla speculazione che agirà su quei beni cementificando, ricreando ulteriore degrado.

Paradossalmente per la Politica, il degrado come le diverse miserie sopra elencate di questo sistema che pesano sulla vita delle persone, dovrebbero essere punti di forza per rigenerare energie alternative contro ogni violenza sulla natura e la dignità dei viventi. 

Per questo alziamo la voce!

Sollecitiamo l’Amministrazione milanese e la sua politica ad invertire la rotta, a farsi carico del Bene Pubblico mantenendo l’Area della Piazza d’Armi libera dalla speculazione e dagli interessi privati, rendendo partecipe e garante la cittadinanza della progettualità già elaborata per tutto il complesso.

Alla fine il governo dà ragione al movimento No Tav

Mov-NO-TAVIl caso. La Presidenza del Consiglio:

«Le previsioni di 10 anni fa smentite dai fatti».

Valutazioni errate costate la più grave crisi tra lo Stato e vaste comunità. Ora si parla di «Low Cost»: il costo totale previsto è di 4,7 miliardi di euro.

La presidenza del Consiglio dei Ministri ha recentemente pubblicato un documento dal titolo: «Adeguamento dell’asse ferroviario Torino – Lione. Verifica del modello di esercizio per la tratta nazionale lato Italia fase 1 – 2030».
A pagina 58, si legge: «Non c’è dubbio,infatti, che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti, soprattutto per effetto della grave crisi economica di questi anni, che ha portato anche a nuovi obiettivi per la società, nei trasporti declinabili nel perseguimento di sicurezza, qualità, efficienza. Lo scenario attuale è, quindi, molto diverso da quello in cui sono state prese a suo tempo le decisioni e nessuna persona di buon senso ed in buona fede può stupirsi di ciò. Occorre quindi lasciare agli studiosi di storia economica la valutazione se le decisioni a suo tempo assunte potevano essere diverse. Quello che è stato fatto nel presente documento ed interessa oggi è, invece, valutare se il contesto attuale, del quale fa parte la costruzione del nuovo tunnel di base, ma anche le profonde trasformazioni attivate dal programma TEN-T e dal IV pacchetto ferroviario, richiede e giustifica la costruzione delle opere complementari: queste infatti sono le scelte che saremo chiamati a prendere a breve. Proprio per la necessità di assumere queste decisioni in modo consapevole, dobbiamo liberarci dall’obbligo di difendere i contenuti analitici delle valutazioni fatte anni fa».

Se c’è la buona fede, c’è tutto. Non importa che quelle valutazioni errate siano costate la più grave, e irreversibile per molti aspetti, crisi tra una comunità vasta e lo Stato degli ultimi decenni.

MIGLIAIA DI PROCESSI, centinaia di arresti, scontri violenti, barricate, venticinque anni di lotta. Le parole del governo, che riconoscono pienamente le ragioni del movimento Notav – Il Tav è fuori scala – non generano in val Susa il minimo senso di soddisfazione, bensì un vasto sentimento di rabbia. Anche perché la conclusione del papello governativo che prende atto dell’assenza di traffico sulla direttrice est – ovest, trascende nell’atto di fede: non serve, ma si fa lo stesso.

MA DI QUANTO furono sbagliate le previsioni all’origine della Torino – Lione? Gli studi di Ltf del 1999 prevedevano un incremento tra il 2000 e il 2010 del 100%, ovvero da dieci a venti milioni di tonnellate. Riviste nel 2004, a causa della chiusura del tunnel del monte Bianco che spostò sul Frejus il traffico merci, ebbero una virile ascesa: da otto milioni del 2005 a quaranta (40) nel 2030. Questo perché le merci in transito verso l’Austria o la Svizzera sarebbero state attratte, chissà perché, dalla Torino – Lione. Oggi, dall’attuale tunnel del Frejus, ammodernato solo pochi anni fa, passano tre milioni di tonnellate di merce. Se si sommano i flussi merce sull’autostrada parallela si arriva a tredici. Alla base della rivolta del territorio valsusino vi erano, e vi sono questi dati.

LA RESPONSABILITÀ sarebbe dell’Unione Europea che sbagliò i calcoli, par di capire dal documento governativo, ma ormai è tardi per tornare indietro. Chiosa enigmatica, perché al momento della Torino – Lione Av non esiste un solo metro, a meno che non si prenda in considerazione un piccolo tunnel geognostico costruito in val Clarea. Piercarlo Poggio, docente presso il Politecnico di Torino fa parte del gruppo di accademici che hanno contrastato sul piano scientifico la tratta Torino – Lione Av, commenta: «Sono parole, quelle del Governo, che provano l’approccio scientifico tenuto dal movimento Notav: non abbiamo mai avuto una posizione ideologicamente contraria. I nostri sono sempre stati studi corretti, che provano l’inutilità dell’opera. A maggior ragione oggi è momento per tornare indietro, non per andare avanti come se nulla fosse».

IL TUNNEL DI BASE costerà 8,6 miliardi di euro ripartiti tra Francia e Italia nella misura del 42,1% e del 57,9%, al netto del cofinanziamento UE che copre il 40% del costo complessivo. L’Italia quindi spenderà tre miliardi di euro a cui si devono sommare 1,7 miliardi necessari per il potenziamento della linea storica: è il cosiddetto «Tav low cost».

Maurizio Pagliassotti
da il Manifesto 18-2-018

 

Conversione ecologica?

Conversione-ecologicaE grave che un problema così impellente come la crisi ecologica non sia al centro del dibattito elettorale nel nostro paese.

Le previsioni catastrofiche – ci ammonisce Papa Francesco in “Laudato Si” – non si possono più guardare con disprezzo e ironia. Potremo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia.

Siamo oggi sull’orlo del disastro ecologico.

Eppure continuiamo a procedere come se nulla fosse. La colpa è di tutti noi.

Primo della politica, oggi prigioniera della lobby degli idro-carburi, poi del movimento ambientalista, oggi più che mai frammentato e indebolito, e infine delle comunità cristiane che non hanno ancora colto la sfida lanciata da Papa Francesco con “Laudato Si“: la sfida di una conversione ecologica.

Il movimento ambientalista riteneva che l’Accordo di Parigi (COP 21-2015) avrebbe finalmente dato una forte spinta per forzare i governi a prendere drastiche misure per scongiurare la catastrofe ecologica. Ma purtroppo non ci eravamo accorti che Parigi era il frutto avvelenato delle lobby petrolifere USA, perché è solamente un Accordo e non un Trattato; inoltre ogni nazione ha la responsabilità di decidere i suoi impegni che non sono vincolanti.

Ci eravamo illusi che il movimento avrebbe potuto forzare i governi ad implementare l’Accordo: ciò non è avvenuto. L’arrivo poi di Trump, con la decisione di ritirarsi dall’Accordo di Parigi, ha fatto il resto.

L’Italia, invece, che ha firmato l’Accordo, ha fatto ben poco per metterlo in pratica.

Con “Sblocca Italia“, il governo Renzi ha rilanciato con forza le trivellazioni per terra e per mare, prevedendo procedure semplificate per il rilancio dei permessi di ricerca e di estrazione. Sia Renzi che Gentiloni hanno poi continuato la politica degli inceneritori, delle discariche, della cementificazione selvaggia del suolo, della TAV, della TAP, delle megastrutture stradali e aeroportuali.

La questione ambientale – ha detto giustamente il senatore Manconi – riguarda il PD e tutta la politica italiana e rimanda a un deficit culturale dell’intera classe dirigente.
Dobbiamo riconoscere che i partiti italiani, in larga parte, sembrano avere un’unica preoccupazione: la crescita. Eppure sappiamo che una crescita costante e illimitata, sia in economia come nei comfort, è alla base della crisi ecologica.

Purtroppo dobbiamo anche riconoscere che il movimento in difesa dell’ambiente si è indebolito e annacquato. Col passare degli anni, i movimenti si sono appiattiti sui valori e le leggi dell’economia globalizzata – osserva il noto ambientalista Giorgio Nebbia. Molti sono diventati collaboratori dei governi nelle imprese apparentemente verdi.

In questo indebolimento hanno giocato anche fattori come visibilità, protagonismo, individualismo, ricerca di potere. Purtroppo anche quel forte movimento in Campania (contro discariche, rifiuti tossici, roghi) si è sciolto come neve al sole.

Ma altrettanto deludente per me è il fatto che dalle comunità cristiane non sia nato un forte impegno ecologico in seguito all’enciclica “Laudato Si“, un testo straordinario di Papa Francesco, ma che trova difficoltà a essere fatto proprio dai fedeli, forse perché anche preti e vescovi non l’hanno fatto proprio. Infatti non è ancora nato un serio movimento in seno alla chiesa in Italia.

E’ un peccato questo perché in questo momento epocale un serio impegno da parte della comunità cristiana potrebbe rafforzare il movimento in difesa dell’ambiente.
Solo insieme, credenti e laici, potremo realizzare un grosso movimento popolare per forzare i partiti e il nuovo governo a mettere al centro il problema ecologico.
E’ un compito fondamentale per tutti noi, credenti e laici. Solo insieme ci possiamo salvare.

L’Accordo di Parigi è totalmente insufficiente per affrontare la problematica del riscaldamento globale – affermano giustamente G. Honty e E. Gudynas di Via Campesina.
La società civile non può restare passiva e deve raddoppiare i propri sforzi per andare oltre questo tipo di accordi e realizzare misure effettive, reali, concrete, contro il cambiamento climatico.
Molte saranno costose e dolorose, ma il compito è urgente.

A quando la conversione ecologica?

Alex Zanotelli
Napoli,17 febbraio 2018

Parigi «One Planet Summit»

Make-ourMartedì 12 dicembre, decine di leader mondiali sono attesi a Parigi in occasione del “One Planet Summit”, l’iniziativa informale voluta dal presidente Emmanuel Macron per rilanciare gli sforzi finanziari sul clima.

A due anni esatti dalla Conferenza Internazionale di Parigi (Cop21), una cinquantina di capi di Stati e di governo si imbarcheranno lungo la Senna, per trasferirsi dall’Eliseo fino all’Ile Séguin, l’isola lunga e stretta nell’ovest della capitale che per decenni ospitò la fabbrica di Renault riconvertita in un centro polifunzionale in cui si terrà l’evento. Annunciato lo scorso luglio da Macron durante il G20 di Amburgo, il summit è co-presieduto dall’Onu e dalla Banca Mondiale.

Alla vigilia del vertice, ha fatto sentire la sua voce papa Francesco, auspicando che l’iniziativa “favorisca una chiara presa di coscienza sulla necessità di adottare decisioni realmente efficaci per contrastare i cambiamenti climatici e, nello stesso tempo, combattere la povertà e promuovere lo sviluppo umano integrale“.

Fonti dell’Eliseo spiegano “L’urgenza climatica – – è più grave che mai, è dunque essenziale continuare a mobilitare in modo sempre più forte la comunità internazionale, ancor più dopo il ritiro degli Usa“.

Tra le circa quattromila persone che si troveranno fianco a fianco all’Ile Séguin, leader mondiali, governi (in totale sono un centinaio quelli invitati) ma anche governatori, sindaci, aziende, Ong, fondazioni benefiche come quella di Bill Gates o anche star impegnate come Leonardo Di Caprio. Obiettivo? Contribuire alla ricerca di azioni concrete per il raggiungimento degli obiettivi sul clima prefissati due anni fa alla Cop21. “Vogliamo dimostrare che le soluzioni esistono e possono essere moltiplicate sia localmente sia internazionalmente“, affermano a Parigi. Progetti concreti, dunque, in settori come energie rinnovabili, trasporti, efficacia energetica o agricoltura.

La giornata si aprirà con quattro tavole rotonde rispettivamente su finanziamenti pubblici, finanziamenti privati, accelerazione delle iniziative locali e regionali, rafforzamento delle politiche pubbliche per la transizione ecologica; mentre il pomeriggio sono previsti gli incontri di alto livello con i leader.

L’idea è soprattutto mettere insieme regioni, comuni, aziende, fondazioni, Ong ed è forse anche per questo che, stando al programma, Macron si terrà (quasi) in disparte non pronunciando un discorso ufficiale. Come dire: la lotta ai cambiamenti climatici non riguarda solo i governi ma tutti gli attori della società.

La “mini-Cop21″ da lui voluta è anche un modo di affermare la sua leadership su questo argomento. A inizio giugno, in seguito all’annuncio shock di Washington, il trentanovenne presidente francese deformò la frase cult di Trump “Make America great again” rilanciandola in chiave ecologica – “Make our planet great again” – e invitò studiosi e ricercatori Usa a lasciare la madre patria per lavorare in Francia.
Uno slogan che ha avuto un impatto planetario, tanto da indurre l’Eliseo a lanciare, qualche giorno dopo, un omonimo sito internet (Makeourplanetgreatagain.fr) al servizio di chiunque voglia fornire un contributo alla battaglia per la salvaguardia del pianeta.

Al termine dei lavori, martedì, è attesa una dichiarazione congiunta e l’annuncio di almeno 12 impegni concreti, con finanziamenti e calendario dettagliati.

Gli Usa saranno presenti solo con un consigliere diplomatico ma all’Eliseo non disperano.
Ci saranno comunque tantissimi americani tra governatori (atteso, tra gli altri, quello della California), sindaci, fondazioni, aziende private, associazioni: a dimostrazione che il dialogo con l’America continua e che in un modo o nell’altro gli Usa restano profondamente legati all’attuazione degli accordi di Parigi“.

All’evento organizzato ad appena un mese dalla Cop23 di Bonn, in Germania, sono attesi anche molti rappresentanti europei (ma non Angela Merkel), africani e di piccoli Stati insulari a rischio scomparsa come le Fiji o le Marshall. Per l’Italia, il ministro dell’Ambiente Galletti.

http://www.ansa.it/europa/notizie

Com’è finita la Cop 23.

Cop23-2Dalle promesse si doveva passare ai fatti, per ora siamo fermi al “dialogo”

Bisognava semplicemente passare all’azione. Le organizzazioni non governative di tutto il mondo, i governi dei paesi in via di sviluppo e gli istituti internazionali sono arrivati in Germania con questa richiesta. Dalla Cop 23 di Bonn, infatti, ci si aspettava semplicemente l’approvazione dei “decreti attuativi” dell’Accordo di Parigi. Tuttavia, all’alba di sabato 18 novembre, dopo una nottata infinita e due settimane di negoziati, ci si è mossi a piccoli passi.

Cosa si è fatto e cosa è rimasto al palo, alla Cop 23
Alcuni (timidi) ne sono stati fatti: sugli impegni da adottare di qui al 2020 (senza aspettare cioè l’anno in cui l’Accordo di Parigi diventerà operativo), in materia di riforma del sistema agricolo, così come per quanto riguarda il rinnovo degli impegni per la riduzione delle emissioni di CO2. Tuttavia, su altri punti chiave della lotta ai cambiamenti climatici, gli avanzamenti sono stati pochi e i rinvii molti.
Nel 2018 dovrebbero essere riviste le promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra (Nationally determined contribution, Ndc) fatte nel 2015 dai governi di tutto il mondo. Alla Cop 23 è stato riconosciuto che tali impegni non sono sufficienti per centrare l’obiettivo principale stabilito a Parigi, ovvero limitare la crescita della temperatura media globale ad un massimo di 2 gradi centigradi, entro la fine del secolo. Così è stato lanciato il dialogo di Talanoa che punta proprio a “raddrizzare” la traiettoria (che oggi ci porterebbe a sforare i 3 gradi). A condizione, però, che non manchi la volontà politica dei governi. “Durante il 2017, abbiamo assistito a uragani che hanno devastato i Caraibi, tempeste e inondazioni che hanno distrutto migliaia di abitazioni e scuole in Asia meridionale, ondate di siccità eccezionali in Africa orientale. Queste catastrofi rappresentano già la realtà per numerose comunità. È per questo che la Cop 23 avrebbe dovuto portare avanzamenti concreti per aiutare queste popolazioni. Invece, con rare eccezioni, i paesi ricchi sono arrivati a Bonn a mani vuote”, ha osservato Armelle Lecomte, responsabile clima di Oxfam France.

Per cosa ci ricorderemo di questa Cop 23
Le conferenze sul clima, però, non sono solo dichiarazioni, numeri e promesse. Ad esempio, ci ricorderemo della Cop 23 per il tempo speso ai controlli e per i chilometri percorsi – a piedi, in bici o su un veicolo elettrico – per passare da una zona all’altra. Da una parte la Bula zone dedicata ai negoziati ufficiali e alle squadre di delegati in giacca e cravatta. Una delle sensazioni più forti è stata che la maggioranza dei delegati arrivasse dal continente africano. Questo a testimonianza del fatto che ogni conferenza è fondamentale per chi vive gli effetti del riscaldamento globale sulla propria pelle. Mentre solo chi tutto questo non lo subisce direttamente può permettersi un disimpegno, seppur temporaneo.

Bonn VS Bula 1-0
Dall’altra la Bonn zone, quella dedicata alla società civile, alle organizzazioni non governative e alle startup che hanno catturato l’attenzione dei pochi giornalisti presenti grazie a una buona dose di entusiasmo. E anche ai padiglioni degli stati che hanno capito che per ergersi a “leader climatici” bisogna stare tra le persone e saper comunicare con loro. Anche quando non si ha molto da dire.

Per questi motivi e per una sostanziale mancanza d’interesse dovuta a pochi “leaks” da inseguire o “rumors” da twittare, la Bula zone è stata pressoché snobbata, in favore di una dinamicità di eventi e di iniziative che hanno fatto apparire la società civile avanti anni luce rispetto ai politici.

Jerry Brown, leader di We are still in “ha fatto” il presidente degli Stati Uniti
Quegli stessi politici che neanche erano presenti. “L’impressione è che alcuni governi abbiano interpretato l’Accordo di Parigi come un traguardo finale, anziché come un punto di partenza”, hanno riportato da Bonn gli inviati di alcune emittenti internazionali.

Nessuno, in effetti, saprebbe dire quali altre capi di stato e di governo abbiano timbrato il cartellino della Cop 23, oltre alla cancelliera tedesca Angela Merkel, obbligata a fare gli onori di casa, e al presidente francese Emmanuel Macron, che voleva portare alto il nome di Parigi che dà il nome all’Accordo. Tanto da decidere di convocare un nuovo summit sul clima (One planet), che si tiene nella capitale francese il 12 dicembre, dedicato principalmente ai finanziamenti. “La conferenza di Parigi”, ha sottolineato Lecomte, rappresenta “un esame di riparazione per i paesi ricchi, nella speranza che si decidano a mettere i soldi sul piatto”. Per conto degli Stati Uniti, o almeno della popolazione americana, erano presenti l’ex e l’attuale governatore della California: Arnold Schwarznegger e Jerry Brown che hanno animato il padiglione a forma di igloo targato “Climate action center”, che ha riunito anche la coalizione We are still in fatta di stati, città, imprese e organizzazioni americane che hanno deciso di continuare a rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi nonostante la decisione del presidente Donald Trump di ritirarsi. Anche per questo ci ricorderemo di questa conferenza sul clima: per la capacità della società civile di riconquistarsi il ruolo che le spetta. Anche fisicamente. Il ruolo di chi ha la ragione dalla sua parte.

Il carbone
Nel bene e nel male. Il carbone, cioè il combustibile fossile più sporco del mondo, ha dominato la scena. C’è chi ha lanciato un’alleanza per dire addio al carbone entro il 2030 composta da una ventina di governi, Italia inclusa, e chi ha avuto il coraggio di tenere una conferenza sul carbone “pulito” – made in Usa. La delegazione ufficiale americana ha seguito le indicazioni della Casa Bianca che, a più riprese, ha annunciato di voler puntare anche sul carbone per garantire agli americani tutta l’energia di cui hanno bisogno. In pratica, anche lo stoccaggio della CO2 emessa dalle ciminiere delle centrali a carbone può diventare una soluzione per combattere i cambiamenti climatici, secondo Trump.

Non ci sono più Cop tecniche, ci sono Cop d’azione
Dopo un’iniziale muro contro muro tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, questi ultimi hanno ottenuto che i governi indichino fin da subito cosa stanno facendo o hanno intenzione di fare per la lotta ai cambiamenti climatici.

Cosa bisogna fare prima del 2020
Il sud del mondo ha infatti sottolineato la necessità di rispettare gli obiettivi fissati dalla seconda fase del Protocollo di Kyoto – di cui si sono festeggiati i 20 anni – quella che va dal 2013 al 2020, ma che ancora non è entrata in vigore poiché non ha ottenuto il numero necessario di ratifiche. In questo modo, si punta a “coprire” gli anni che rimangono prima del momento in cui l’Accordo di Parigi diventerà operativo.

La Cop 23 e l’agricoltura
Altro avanzamento importante è quello legato all’agricoltura. Richiesto da ormai sei anni, il programma di lavoro sulla sicurezza alimentare e sull’intero settore agricolo è finalmente entrato a pieno titolo nei negoziati. Le ong e la Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, avevano insistito fortemente, ricordando come i cambiamenti climatici rappresentano ormai una delle principali cause di malnutrizione nel mondo. E l’agricoltura una delle principali cause del riscaldamento globale.

Il Gender action plan
Nell’ambito della Cop 23 è stato adottato anche il “Gender action plan”, piano d’azione per la parità di genere, con l’obiettivo di integrare il tema nei programmi per l’ambiente e il clima. È stata l’italiana Chiara Soletti dell’Italian climate network a intervenire sul tema nel corso della seduta plenaria che si è svolta nella notte tra venerdì e sabato. Una notte complessa: sono state necessarie numerose interruzioni e molti colloqui a porte chiuse per trovare un accordo, soprattutto sulla questione del dialogo di Talanoa.

Le difficoltà incontrate a Bonn sono ben riassunte d’altra parte dalle questioni sulle quali non si è riusciti a trovare un accordo, se non parziale. Primo fra tutti il problema dei finanziamenti che rappresenta il cuore di tutte le questioni: senza fondi è impossibile avviare qualsiasi piano di mitigazione, transizione o adattamento.

One planet a Parigi. Per i più volenterosi appuntamento a dicembre
Da un lato, alla Cop 23 si è accettato il principio secondo il quale i fondi per riparare i danni subiti dalle nazioni più vulnerabili non debbano far parte dei famosi 100 miliardi di dollari promessi (e mai stanziati integralmente) nel lontano 2011 per il Fondo verde per il clima. Dall’altro, però, la questione fondamentale del reporting – ovvero della trasparenza sul come il denaro viene utilizzato – è stata rinviata al 2018.

Ecco perché Macron ha deciso di riunire a Parigi, il 12 dicembre, un centinaio di paesi. Non tutti: solo quelli che hanno voglia di fare sul serio. Donald Trump non è stato invitato. L’obiettivo, come sottolineato dalla rete di ong Climate action network è arrivare alla Cop 24 di Katowice, in Polonia, “per prepararsi a rendere ancora più ambiziosi gli obiettivi entro il 2020 in modo da poter mettere in atto la transizione verso un futuro rinnovabile”.

Andrea Barolini e Tommaso Perrone
da lifegate.it/ – 18 nov 201

COP23: la 23° Conferenza delle Parti ONU sui cambiamenti climatici.

Cop23E’ cominciata lunedì la COP23.
La 23° Conferenza delle Parti ONU sui cambiamenti climatici si sta tenendo a Bonn e durerà fino al 17 novembre.

Sono 197 i Paesi che aderiscono alla Convenzione Onu sui cambiamenti climatici, 169 hanno sottoscritto l’Accordo di Parigi.

A due anni dalla sigla dell’Accordo di Parigi e a uno dalla sua ratifica, i leader mondiali e tutti i movimenti impegnati per la giustizia climatica guardano a Bonn per l’attuazione degli impegni assunti durante la COP21 volti a mitigare il #ClimateChange.

L’atmosfera pare positiva. Già dal primo giorno si è trovato un accordo sull’agenda definitiva della conferenza.

I paesi in via di sviluppo chiedevano che si desse maggiore importanza alle attività pre-2020. Ma la seduta plenaria, su proposta del primo ministro delle Fiji, Frank Bainimarama, ha deciso che queste verranno discusse solo durante le consultazioni informali che verranno moderate dalla delegazione Marocchina.

E’ un segno positivo che i paesi in via di sviluppo e quelli industrializzati siano giunti a un Intesa per proteggere il clima, cosi Inga Fritzen Buan, consulente senior per il clima e l’energia del WWF Norvegia. Tuttavia, i paesi in via di sviluppo hanno ribadito che le azioni pre-2020 dovranno continuare a rimanere una priorità accanto al dibattito sugli obiettivi a lungo termine.

La questione chiave che riguarda il pre-2020 è la ratificazione dell’emendamento di Doha al protocollo di Kyoto, che lo estenderebbe fino al 2020. (L’emendamento di Doha istituisce un secondo periodo di impegno (2013-2020) del protocollo di Kyoto, un accordo internazionale volto a ridurre le emissioni di gas a effetto serra.

Sono 84 i paesi che hanno ratificato l’emendamento finora (31 ottobre 2017), ma ne servono 144 perché questo possa entrare in vigore. La Germania e l’UE non lo hanno ancora ratificato.

Secondo il “Emissions Gap Report” delle Nazioni Unite, la riduzione delle emissioni promessa dai vari paesi non è sufficiente per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, ovvero di limitare un aumento delle temperature al di sotto dei 2 gradi centigradi.

Questo report ha concluso che nel 2030 vi sarà un divario di 11-13.5 GtCO₂ (gigatonnelate di Anidride Carbonica) e, tra gli NDC (contributi nazionali volontari) e quello stabilito dall’Accordo di Parigi per mantenere le temperature al di sotto dei 2 gradi.

Questo equivale alle emissioni complessive della Cina nel 2030, cosi John Christensen, direttore del UNEP DTU Partnership.

Questo porterebbe a un aumento delle temperature di 3-3,2 gradi entro la fine del secolo.

Secondo il report, tra le opzioni vincenti per far fronte a questo problema occorre investire nell’energia solare e eolica, promuovere gli apparecchi a efficienza energetica, ridurre la deforestazione e promuovere la riforestazione.

L’ Emissions Gap Report delle Nazioni Unite, si è rivelato un punto di partenza scientifico necessario per promuovere gli sforzi globali nel ridurre le emissioni.

La COP servirà dunque per valutare e definire a che punto ci troviamo.

L’apporto scientifico sarà sicuramente di gran rilevanza, ma si dovrà soprattutto capire come misurare e condividere gli sforzi che si stanno facendo per proteggere il clima e come assicurare la conformità all’Accordo di Parigi.

Gli “ambition mechanism” (meccanismi ambiziosi) dell’Accordo di Parigi, prevedono che le parti presentino ogni cinque anni, dei contributi nuovi e più ambiziosi per mitigare il cambiamento climatico.

Redazione A Sud  [di Kerstine Appunn e Julian Wettengel su cleanenergywire.org]

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Tribunale internazionale dei diritti della natura

L’Alleanza Globale per i Diritti della Natura (Global Alliance for the Rights of Nature – GARN) terrà il Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura il 7 e l’8 novembre a Bonn, presso il LVR Landesmuseum.

Il Tribunale offre la possibilità di immaginare un mondo in cui la legge e le autorità agiscono dalla parte della naturanatura. È una sperimentazione di nuovi concetti giuridici, come il riconoscimento dei Diritti della Natura all’interno del diritto pubblico internazionale e locale, sulla base della “Dichiarazione Universale dei Diritti della Natura”, che prevede il diritto degli ecosistemi a esistere e il dovere dell’umanità a rispettarne l’integrità dei cicli vitali.

Per conoscere l’Agenda del Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura, clicca su Bonn Tribunal Agenda .

L’attuale crisi ecologica impone una trasformazione dei nostri sistemi giuridici internazionali e domestici affinché facciano prosperare la Comunità Terrestre, invece di permetterne la distruzione.

Il Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura è una iniziativa unica, promossa dai cittadini, che offre l’opportunità a persone di tutto il mondo di portare pubblicamente testimonianza rispetto alla distruzione della Terra.

Il Tribunale fornisce un’alternativa sistemica alla protezione dell’ambiente, riconoscendo agli ecosistemi il diritto legale di esistere, persistere, e conservare e rigenerare i loro cicli vitali, esercitabile in un tribunale.

Una stimata giuria formulerà raccomandazioni per la protezione e il risanamento della Terra.

Un forum internazionale per il diritto alla salute contro il G7 sulla sanità

mondo-saluteIl 4-5 novembre a Milano. Controvertice con esperti internazionali. Gli argomenti in discussione: cambiamenti climatici, acqua, siccità e alluvioni

Il 5 e il 6 novembre si svolgerà a Milano l’incontro dei ministri della salute del G7.

Gli argomenti in agenda sono: le conseguenze sulla salute dei cambiamenti climatici, al quale verranno dedicate 3,5 ore di discussione; la salute della donna e degli adolescenti 1,5 ore, e la resistenza antimicrobica 1 ora.

Tempi sufficienti, secondo i ministri, per arrivare ad una solenne dichiarazione finale su questioni la cui rilevanza è fondamentale per il futuro dell’umanità. Considerato che a quei tavoli siederanno i massimi responsabili dell’attuale modello di sviluppo è fin troppo facile immaginare che, al di là delle parole, vi sarà il vuoto.

Decine di associazioni impegnate in difesa della salute a livello locale, nazionale e internazionale hanno costituito il comitato «Salute senza padroni e senza confini» e, insieme al Gue, gruppo parlamentare «Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica» e al gruppo consiliare «Milano in Comune», hanno organizzato a Milano due iniziative.

Sabato 4 novembre un «Forum internazionale per il diritto alla salute e l’accesso alle cure» (http://www.medicinademocratica.org/wp/?p=5219;https://www.facebook.com/events/299458030530298/?acontext=%7b ) nel quale si confronteranno ricercatori, scienziati, medici, biologi di altissima professionalità con attivisti di tutto il mondo per individuare obiettivi condivisi sia dai movimenti sociali che da chi agisce in campo scientifico. Proprio da quest’ambito abbiamo ricevuto un’enorme disponibilità, come testimonia il programma, segno che la scienza, quando non è asservita al potere, giunge a conclusioni molto simili a quelle del movimento antiliberista.

Domenica 5 novembre si svolgerà un incontro tra i movimenti italiani attivi nella difesa della salute per organizzare insieme delle campagne nazionali.

I temi del Forum sono: «la disuguaglianza sociale come determinante di malattie», nel 2012 l’effetto Glasgow aveva dimostrato come il tasso di mortalità fosse strettamente correlato alle condizioni sociali della popolazione, l’Istituto Mario Negri ha documentato lo stesso fenomeno a Milano.

«L’accesso alle cure», il 50 % delle persone colpite dal virus Hiv nel mondo ne sono prive e l’accesso ai farmaci salvavita non è più garantito nemmeno nel mondo occidentale come testimonia la vicenda del Sofosbuvir per l’epatite C.

«La privatizzazione dei servizi sanitari» vera preda del mercato globale ma anche locale come dimostra, ad esempio, il tentativo della Regione Lombardia di sostituire, nell’assistenza a 3.350.000 cittadini con patologie croniche, il medico di famiglia con un gestore, società per lo più private finalizzate al profitto.

E infine «Le conseguenze sulla salute dei cambiamenti climatici». Amitav Gosh, noto romanziere bengalese, ha recentemente pubblicato un saggio: «La Grande Cecità», quella dei cambiamenti climatici. L’accusa è, alla letteratura mondiale, di essere centrata su l’umano e i suoi diritti, e di aver ignorato il «non umano», indifferente ai destini della terra, dell’acqua e dell’aria, relegati tutti nella letteratura di serie B: la fantascienza. Eppure di cambiamenti climatici ci si ammala e si muore; per l’Oms potrebbero provocare 12,6 milioni di decessi tra il 2030 e il 2050. 250.000 morti in più ogni anno: per malnutrizione, malaria, diarrea. 20.000 morti per colpi di calore nella sola Europa. A questi numeri andrebbero aggiunti i morti per la maggior concentrazione di inquinanti nell’atmosfera dovuti all’assenza di piogge: 500.000 deceduti in Europa, 90.000 in Italia e 9 milioni nel mondo.

Ma la vera tragedia del cambio climatico è l’acqua. Siccità e alluvioni agiscono pesantemente nel ridurne la sua disponibilità. Nel 2050 verrà a mancare il 50% del necessario e a farne le spese saranno i poveri della Terra, i 900 milioni di persone prive di acqua potabile. La corsa all’accaparramento delle terre fertili e degli invasi da parte delle multinazionali e dalla Cina e dall’Arabia saudita è da tempo iniziata e i mutamenti climatici l’accentueranno sempre più.

Le grandi dighe prolificano in Asia e in Africa con il loro seguito di profughi e di guerre e le multinazionali degli acquedotti Suez – Veolia – Thams Water – Rwe ecc.. premono con maggior forza per la privatizzazione dei rubinetti di tutto il mondo.

Le stime dell’alto commissario delle Nazioni Unite parlano di 79 guerre in corso per cause ambientali e appropriazione di risorse. Nella guerra del Kashmir (100.000 morti) ci sono le dighe sul fiume Indo e la concorrenza tra India, Pakista, Cina. L’Egitto è una polveriera di 90 milioni di persone che vivono attorno al Nilo aggredito dalle dighe dell’Etiopia. La guerra in Siria avviene dopo 5 anni di siccità e di dighe turche sul Tigri. Le guerre ai kurdi hanno acqua e petrolio sullo sfondo.Nella contabilità mondiale 3 miliardi di persone sono considerati da «qualcuno»: insostenibili esuberi.

Beni comuni salute del pianeta e salute pubblica vanno insieme e vanno collocate in cima alle nostre priorità.

Vittorio Agnoletto comitato «Salute senza padroni e senza confini»
Emilio Molinari contratto mondiale dell’acqua

Da Il Manifesto
29-10-2017

110 miliardi di bottiglie di Coca cola

Coca-ColaCoca Cola produce 110 miliardi di bottiglie di plastica l’anno, circa quindici bottiglie a persona sul pianeta intero, compreso bimbi e anziani.
Circa un quinto delle bottigliette di plastica prodotte nel mondo sono di Coca Cola.

Il totale, Coca Coca ed altre, è di 500 miliardi di bottiglie, cioè 20mila bottiglie al secondo vendute in ogni angolo del pianeta. Un milione al minuto…

Quanti anni ci vogliono per degradare una bottiglia di plastica? Quattrocento anni.

La Coca Cola da tempo è sotto pressione, tra le altre cose, per ridurre il numero di bottigliette prodotte, ma finora i risultati sono stati poco promettenti: nel corso degli scorsi anni, invece di diminuire, il numero delle bottigliette prodotte è aumentato.

Dove finisce tutta quella plastica? Dove finiscono tutte quelle bottigliette?

Ci piace pensare di essere una società attenta, ma se è vero che si cerca di riciclare e di riusare e tante altre belle parole, la triste realtà è che la gran parte di quella roba finisce, se va bene, in discarica, se va male, negli oceani, nei corpi di pesci e uccelli, e, in ultima analisi nei nostri corpi.

Dopotutto se le stime sono che negli oceani nel 2050 ci sarà più plastica che pesci, quella plastica da qualche parte deve pure arrivare. E infatti, non è un caso che la stragrande maggioranza della plastica che si trova sulle spiagge del mondo è proprio costituita da bottiglie di plastica e da loro residui.
E questo è brutto da vedersi certo, ma è un grande pericolo per animali acquatici che li mangiano per sbaglio, che a volte soffocano, che li accumulano nei loro organismi, e che a volte si sviluppano con pezzi di plastica come parte del loro corpo.
Per non parlare dei pezzettini più piccoli che poi ce li ritroviamo nei pesci che mangiamo, nel sale marino e pure nell’acqua che beviamo.

E la Coca Cola?
Beh, grazie a varie campagne di sensibilizzazione, nel Regno Unito, promosse da Greenpeace e da altre associazioni, la Coca Cola ha annunciato che utilizzerà plastica reciclata per il 50 per cento delle loro bottigliette entro il 2020.

È una soluzione? Certo che no! La metà di 110 miliardi di bottiglie sono 55 miliardi di bottiglie ed il 2020 è troppo lontano. La Coca Cola è un ente colossale e può fare molto, molto di più di queste mosse di facciata.

E noi?
Beh, noi possiamo essere attenti che ogni santa bottiglietta venga riciclata nel modo più opportuno, possiamo raccogliere lo schifo che vediamo in spiaggia, possiamo essere consapevoli, possiamo scrivere alla Coca Cola, e possiamo scegliere di trovare alternative alle bottigliette di Coca Cola e di qualunque altro contenitore di plastica per quel che possiamo.

Quanti anni ci vogliono per degradare una bottiglia di plastica? Quattrocento anni, sì 400.

Maria Rita D’Orsogna
* Fisica e docente all’Università statale della California.

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