Category Archives: Consumo critico

Centralità dell’agricoltura nella riconversione ecologica dell’economia

Nell’ambito della più generale esigenza di riconversione ecologica dell’economia, il capitolo dell’agricoltura assume sempre più centralità, sia rispetto al suo ruolo nei cambiamenti climatici, diventandone anche vittima, con allevamenti intensivi e monocolture convenzionali, ma anche in quanto il modello produttivo oggi egemone e in espansione su scala globale non risolve la funzione fondamentale della produzione di cibo in termini di soddisfacimento dei bisogni alimentari primari per tutta l’umanità.

Non solo. L’agricoltura industriale è sempre più in crisi, o, per dirla con Piero Bevilacqua nel suo libro “Il cibo e la terra”, si è incanalata in un vicolo cieco.

Infatti alla insostenibilità ambientale (di cui fa parte anche l’aspetto salutistico, vista la relazione sempre più certa tra alimentazione prodotta con la chimica e malattie cronico-degenerative), si accoppia in un tutto organico l’insostenibilità economica.

Il modello agricolo industriale produce cibo il cui prezzo è costantemente sotto i costi di produzione, anche perché penalizzato nella catena del valore a favore della GDO e sopravvive solo grazie ai sussidi pubblici (in Europa la PAC).

Si realizza così un capolavoro di negatività sistemiche.

Tutto ciò  sprecando il 30% della produzione, dato questo che non è un accidente dovuto al caso, ma è connaturato nel sistema produttivo stesso.
Su ciò si dovrebbe riflettere quando si punta molto, dalla Carta di Milano di Expo alle food policy, sul recupero dello spreco, cosa necessaria ma che non può costituire il cuore dell’iniziativa sul cibo.

Lo spreco si riduce ridistribuendo eccedenze o avanzi, o cambiando modello produttivo e garantendo l’accesso all’alimentazione?

Infatti, l’eccedenza si produce perché il sistema agroindustriale deve sovraprodurre cibo per tenere bassi i costi unitari in nome della competitività, per ripagare gli investimenti, e per tenere dietro alle esigenze logistiche e di profitto della GDO.

Peccato che stiamo parlando di cibo e non di bulloni, quando milioni di persone lo domandano e non vi possono accedere per via della povertà che lo stesso sistema agricolo industriale e l’agrobusiness contribuisce a produrre attraverso il land grabbing o insediando monocolture intensive laddove esisteva un’agricoltura biodiversa di sussistenza.

Il cerchio viene poi chiuso dalla finanziarizzazione del cibo, per la quale i prezzi al consumo dipendono ancor meno dai costi di produzione, ma dagli investimenti speculativi su scala globale, producendo nuove povertà e distruggendo l’agricoltura di piccole dimensioni, quel 70% di agricoltura contadina che ancora sfama l’umanità, dimostrandone l’efficacia.

Attraverso gli oligopoli delle sementi e dei prodotti per l’agricoltura chimico industriale, la terra non viene più coltivata, ma è diventata un supporto che  progressivamente inaridisce e si mineralizza, sul quale la chimica nutre direttamente la pianta, con riduzione drastica della biodiversità, non solo vegetale.

Come si può uscire da questo insensato circuito vizioso? In che modo costruire una resistenza culturale, educativa, comunicativa, come ci prefiggiamo in questo forum?

Intanto aggiungendo anche una resistenza pratica a questo modello, una resilienza attiva e strutturata, per dimostrare che un’alternativa non solo è necessaria, ma è anche concretamente possibile e che, in ogni fase critica di sistema giunta  a maturazione, mentre si lotta per il cambiamento, serve praticare l’obiettivo, dimostrandone la plausibilità.

Provo ad indicare tre percorsi di lavoro.

Il primo è quello che costruisce e valorizza le pratiche di agricoltura biologica contadina olistica che, secondo Via Campesina, costituisce la vera alternativa all’agrobusiness e all’agricoltura chimica industriale, improntata all’agroecologia e sui contadini custodi delle sementi e del territorio.

Mi riferisco in particolare a pratiche neomutualistiche basate su un’alleanza strutturata tra piccoli produttori e consumatori critici organizzati, orientata al concetto di coproduzione, e cioè: garanzia di acquisto dei prodotti agricoli con prezzi basati sui costi di produzione, codeterminazione delle colture , condivisione del rischio di impresa, sganciamento progressivo dei prezzi dalla legge della domanda e dell’offerta e dalla speculazione finanziaria,  cioè demercificazione del cibo, e deglobalizzazione dell’agricoltura, affidando cioè alle comunità locali la sua produzione, in un orizzonte di sovranità alimentare, restituendo reddito alla produzione.

E’ solo la sovranità alimentare, infatti, che può sfamare il pianeta, restituendo ai popoli il diritto di decidere cosa coltivare, cosa mangiare, come produrre (l’esatto contrario di quello a cui puntano i trattati internazionali).

Ma occorre che sia praticata, diffusa anche nel nord del mondo e resa evidente alla politica come alternativa possibile perché la sostenga, la incentivi e la generalizzi.

Pratica basata sull’agricoltura biologica che deve dismettere la esclusiva sua valenza salutistica riservata ai più abbienti, per assumere sempre di più quella di necessità da rendere accessibile a tutti, per rivitalizzare la terra agricola e restituirla alla sua funzione naturale di produzione di alimenti e non di merci.

Non sto parlando di utopie, ma di pratiche che si vanno diffondendo in Europa, negli USA e perfino in estremo oriente, per esempio attraverso quelle che vengono definite CSA (Community supported agricolture) e che sono una naturale evoluzione del consumo critico coi suoi Gas e i suoi DES.

Pratiche, le CSA, che al tempo stesso indicano un’alternativa al mercato.

Per approfondire questi percorsi, vi rimando a degli esempi concreti attuati dal DESR sul nostro territorio  così come è descritto nel recentissimo libro “IL GRANO FUTURO”  disponibile qui per chi lo volesse e di cui il 50% del prezzo di copertina andrà a sostegno di RiMaflow, con cui collaboriamo fin dall’inizio della loro esperienza di fabbrica recuperata.

Pratiche di agricoltura biologica, sottolineo, il cui andamento recente ci indica, tra l’altro, una cosa assolutamente interessante: crescita annuale a due cifre e aumento dei giovani agricoltori che vi si dedicano a scapito degli abbandoni degli anziani nelle coltivazioni convenzionali.

Ma serve anche il supporto delle politiche pubbliche, e quindi affrontiamo il secondo percorso propositivo, visto che ci rivolgeremo ai candidati alle prossime elezioni europee e si sta discutendo della PAC 2021/2027, cioè quante risorse pubbliche all’agricoltura, a chi e come.

Dobbiamo rivendicare l’orientamento di queste risorse verso questo modello agricolo alternativo, agendo tra l’altro anche attraverso la domanda pubblica locale basata sulla ristorazione collettiva (es. i 90.000 pasti giornalieri erogati da Milano Ristorazione) come terzo filone di iniziativa a livello locale/ nazionale, che non sviluppo per brevità.

I dati tendenziali ci dicono che, per esempio in Italia (1.100.000 aziende agricole), la distribuzione del montante PAC (41 miliardi di euro) si indirizza sostanzialmente a favore delle grandi aziende nell’ordine di centinaia di migliaia di euro all’anno a ciascuna, lasciando alla piccola azienda  agricola una media di 1000 euro circa.

Questa iniqua distribuzione si basa sul criterio del disaccoppiamento, cioè sui pagamenti diretti (primo pilastro) in base alla quantità di ettari posseduti, a prescindere da se, da cosa e come si coltiva, marginalizzando invece gli aspetti qualitativi, e cioè l’agricoltura ecosostenibile agroecologica.

In sostanza, per dirla con Josè Bovè, nonostante la crisi irreversibile dell’agroindustria, si continuano a finanziare le aziende che non hanno futuro in nome del paradigma tecnocratico-sviluppistico, mentre le aziende agroecologiche che hanno futuro non hanno sostegno.

Elemento altrettanto grave è poi che la PAC alimenta il dumping nei confronti del Sud del mondo, finanziando di fatto le esportazioni a prezzi più bassi dei costi di produzione.

La Pac futura di cui si sta discutendo, sembra vedere smuoversi qualcosa in direzione dell’agricoltura ecosostenibile e della riduzione dei tetti di finanziamento alle grandi imprese, ma in un contesto di riduzione globale delle risorse disponibili.

Si passerà dai 408,3 miliardi attuali, di cui 41 all’Italia, corrispondente al 37% del bilancio europeo, a 365 miliardi, corrispondenti al 32% dello stesso bilancio.

Questo quadro, ci sta portando ad un baratro che, come dice la Laudato si’, si produce a causa della dominazione della presunta supremazia tecnocratica orientata al massimo profitto.

Occorre quindi muoversi subito, alleandosi con le reti impegnate su questi terreni (ARI e AIAB referenti italiani di Via Campesina Europa, la rete Cambiamo agricoltura e altre) prima che la crisi imbarbarisca l’accaparramento del cibo, lavorando sia sul terreno propositivo/rivendicativo sia sostenendo e ampliando le pratiche di resistenza e resilienza già in atto. Queste pratiche dimostrano che ce la possiamo fare. Come dice Sergio Cabras nel suo libro “Terra e futuro” l’agricoltura contadina ci salverà!

Intervento forum associazione Laudato SI’
Vincenzo Vasciaveo
19 gennaio 2019 – Palazzo Reale

La nostra impronta

Il 29 luglio è l’overshootday 2019 e segna la data in cui la nostra avidità supera la capacità di rigenerazione del pianeta. Tra le voci che contribuiscono maggiormente alla nostra impronta di carbonio ci sono i trasporti, il riscaldamento, le costruzioni, l’energia termoelettrica, un’alimentazione troppo ricca in proteine animali. “Dunque è su questi ambiti – spiega Francesco Gesualdi – che dovremmo intervenire con nuovi stili di vita ispirati a tre principi: meno, diverso, condiviso…

Due giorni, due soli giorni, eppure pesano come macigni. Stiamo parlando dell’overshootday che ci dà la misura dello scarto esistente fra la quantità di natura disponibile e quella richiesta per soddisfare i nostri consumi. Nel 2018 cadde il 1° di agosto, quest’anno il 29 luglio. Due giorni di differenza che sembrano un’eternità perché è la tendenza che preoccupa. Siamo soliti tradurre il termine overshoot day come “giorno del sorpasso”, ma faremmo meglio a definirlo il giorno del salto nel vuoto perché registra la data in cui passiamo dal consumo basato sulla disponibilità di terra fertile al consumo basato sul niente. Segna la data in cui la nostra avidità supera la capacità di rigenerazione del pianeta. La data in cui i nostri consumi smettono di basarsi sulla capacità riproduttiva del pianeta e avvengono a spese del capitale naturale. Come chi avendo finito la legna da ardere decide di scaldarsi buttando nel caminetto pezzi di travicelli tolti dal tetto. Lì per lì ha la sensazione che tutto tenga, ma alla fine si ritrova senza legna e senza tetto.

In gioco è la terra fertile che ci serve non solo per nutrirci,  vestirci, dotarci di un alloggio, ma anche per andare in automobile. Il collegamento passa attraverso il tubo si scappamento: da lì esce l’anidride carbonica che normalmente è assorbita dalle piante. Ma solo entro il limite di 20 miliardi di tonnellate l’anno. Tutta quella in eccesso si accumula in atmosfera e si ritorce contro di noi.  Purtroppo da decenni superiamo quel limite e lo vediamo. A livello scientifico lo dimostra l’aumento della temperatura terrestre che dal 1880 ad oggi è cresciuta mediamente di un grado centigrado. A livello pratico lo dimostra l’arrivo dei tifoni anche nell’area del Mediterraneo. Grandine grande come palle da golf a Pesaro, venti fortissimi in Grecia che hanno provocato sei morti: è successo solo alcune settimane fa e tutti dicono che dovremo abituarci. Ma intendiamoci sui termini o meglio sugli atteggiamenti. Se abituarsi volesse dire rassegnarsi ai nuovi fenomeni e limitarsi ad assumere misure difensive sarebbe molto pericoloso. Difronte al clima che cambia è d’obbligo innalzare barriere, migliorare le canalizzazioni, rafforzare gli edifici e prendere ogni altro provvedimento utile a proteggerci. E’ il principio della resilienza. Ma alla difesa dobbiamo associare la prevenzione che significa  fare tutto il possibile per contrastare l’avanzata dei cambiamenti climatici. Ed è qui che ci ricolleghiamo al tema dell’overshoot day, perché ciò che serve per arrestare il sorpasso è esattamente ciò che serve per impedire alla temperatura terrestre di continuare a salire. La medicina comune  si chiama riduzione dell’impronta di carbonio perché cambiamenti climatici e fenomeno del sorpasso originano dallo stesso male: l’eccesso di produzione di anidride carbonica. Pochi numeri illustrano la situazione. La terra dispone di 12 miliardi di ettari di terra fertile. I consumi dell’umanità ne richiedono 20, il 60% di essi per sbarazzarci dell’anidride carbonica. Uno scarto di 8 miliardi di ettari che paghiamo sotto forma di accumulo del pericoloso gas in atmosfera.

Di media ogni italiano ha un livello di consumi che richiede 4,4 ettari di terra fertile, due volte e mezzo il livello di sostenibilità. Metà di essa è richiesta per smaltire l’anidride carbonica. E per avere un’idea di quanta ne produciamo, immaginiamo se invece di rilasciarla in atmosfera dovessimo consegnarla alla nettezza urbana. Tutti i giorni ognuno di noi collezionerebbe 600 sacchi da 35 litri l’uno, lo ha calcolato il WWF della Svizzera, un paese con un’impronta ecologica simile alla nostra. Per stare in equilibrio col pianeta non dovremmo superare i 30 sacchi pro capite al giorno. Venti volte meno di quella che produciamo attualmente.

Fra le voci che contribuiscono maggiormente alla nostra impronta di carbonio ci sono i trasporti, il riscaldamento, le costruzioni, l’energia termoelettrica, un’alimentazione troppo ricca in proteine animali. Dunque è su questi ambiti che dovremmo intervenire con nuovi stili di vita ispirati a tre principi: meno, diverso, condiviso. Questo sistema pensa che la chiave di volta per ritrovare l’equilibrio col pianeta sia l’efficienza. Ma vale a poco ridurre la quantità di materia per singolo prodotto se poi si moltiplicano i beni consumati.  Ormai è provato che l’efficienza funziona solo se associata alla sufficienza, ossia alla capacità di ritrovare il senso della misura. Ricordandoci che la produzione di anidride carbonica si annida dietro ogni prodotto.  Talvolta i più insospettati sono i più insidiosi. Tipico il caso del cemento la cui produzione contribuisce al 4% di tutta l’anidride carbonica emessa a livello mondiale. Dobbiamo costruire meno e riparare di più, questo è una delle  strade da rafforzare. Ma nel contempo dobbiamo imparare  a diventare più padroni della nostra vita. Ogni volta che stiamo per comprare qualcosa chiediamoci se ne abbiamo davvero bisogno. Riflettendoci potremmo scoprire che non ci serve e che è meglio lasciarlo sullo scaffale del supermercato. Un piccolo gesto di sovranità che moltiplicato per milioni di individui può ridurre considerevolmente la nostra pressione sul pianeta. Specie se ci aggiungiamo scelte di qualità. Di attenzione, cioè, ai chilometri percorsi, agli imballaggi, al grado di riciclabilità, al tipo di energia e di tecnologia impiegata. Più locale meno globale, più riparabile meno usa e getta, più naturale meno industriale, più circolare meno lineare, ecco alcuni cambiamenti da introdurre per ritrovare equilibrio col pianeta e nel contempo lasciare agli impoveriti gli spazi  per migliorare le proprie condizioni di vita.

foto tratta dal Fb di Bike to school Roma

Perché se noi dobbiamo ridurre loro hanno bisogno di mangiare di più, vestirsi di più, studiare di più, curarsi di più. E potranno farlo solo se oltre a cambiare le regole dell’economia, noi opulenti accettiamo di sottoporci a cura dimagrante perché c’è competizione per le risorse scarse. Una strada, quella della riduzione, non difficile da intraprendere se alle scelte di testa sappiamo associare quelle di cuore. Oggi ci troviamo in un mare di guai perché abbiamo tenuto l’attenzione troppo rivolta sul nostro tornaconto individuale senza preoccuparci delle ricadute generali. Solo passando dall’io al noi potremo trovare la soluzione ai nostri problemi cominciando a praticare forme di consumo  meno basate sull’individuale e più orientate al condiviso. Sul piano dei trasporti la soluzione non è l’auto privata che finisce per ingolfare le città, ma i mezzi collettivi. Una persona che viaggia in  auto da sola emette 160 grammi di anidride carbonica per chilometro, una persona che viaggia in autobus solo 40. Questo è solo un esempio di come il collettivo ci permette di risolvere i nostri bisogni riducendo fortemente l’impatto sul pianeta. Ma anche migliorando la qualità della vita perché il passaggio dall’individuale al condiviso rafforza le relazioni. La solitudine è una dei mali più diffusi e più gravi dei nostri tempi, tornare a condividere servizi, spazi e strutture, oltre che all’ambiente fa bene anche allo spirito.

Francesco Gesualdi
da Avvenie

Sprechi alimentari

Ogni anno le famiglie Ue buttano nella spazzatura 17 miliardi di kg di frutta e verdura.
Ogni anno nell’Ue si producono 21,1 kg di “rifiuti alimentari inevitabili” e 14,2 kg di “rifiuti evitabili” pro capite.

Secondo il recente studio “Quantifying household waste of fresh fruit and vegetables in the EU” pubblicato su Waste Management da Valeria De Laurentis, Sara Corrado e Serenella Sala del Joint Research Centre (Jrc) della Commissione europea, le famiglie dell’Unione europea producono circa 35,3 kg di rifiuti di frutta e verdura freschi pro capite all’anno, 14,2 kg dei quali sono evitabili.

La Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) stima che circa un terzo del cibo prodotto a livello mondiale per il consumo umano vada perso o finisca nella spazzatura.  

Secondo studi realizzati in diversi Paesi europei, frutta e verdura fresche rappresentano quasi il 50% degli sprechi alimentari delle famiglie dell’Ue.
Le ricercatrici italiane del Jrc fanno notare  che si tratta di qualcosa di prevedibile, «dato che costituiscono circa un terzo degli acquisti alimentari totali, parte della loro massa è immangiabile (ad esempio buccia), e sono altamente deperibili e relativamente economici».

In tutto, si tratta di circa 88 milioni di tonnellate di cibo sprecate ogni anno solo nell’Ue, con costi stimati in 143 miliardi di euro, ma lo studio del Jrc fa notare che i rifiuti alimentari potrebbero essere ridotti applicando strategie di prevenzione mirate e che i rifiuti inevitabili potrebbero essere gestiti in modo molto più sostenibile, sia nella fase di produzione che per il riciclo, utilizzandoli nell’economia circolare.

Al Jrc sono convinti che «I risultati di questo studio hanno implicazioni sia per le politiche sulla prevenzione che per la gestione dei rifiuti alimentari domestici. Il modello proposto può aiutare a stabilire le prassi di base e le differenze nella produzione di rifiuti tra i diversi Paesi, studiare gli effetti dei diversi modelli di consumo sulla produzione di rifiuti e stimare il potenziale di riutilizzo di rifiuti inevitabili in altri sistemi produttivi, il che è di grande interesse in una prospettiva di economia circolare.Ha anche potenziali applicazioni più ampie, ad esempio nella stima dei rifiuti generati da altri prodotti domestici.»

Le autrici dello studio hanno creato un modello per stimare la quantità di rifiuti domestici evitabili e inevitabili costituiti da frutta e verdura fresca prodotta dalle famiglie dell’Ue e spiegano che  «I rifiuti inevitabili (rifiuti derivanti da preparazione o consumo di cibo che non sono, e non sono mai stati, commestibili in circostanze normali) e rifiuti evitabili (cibo buttato via che era, fino ad un certo punto prima dello smaltimento, commestibile) sono stati calcolati nel 2010 per 51 tipi di rifiuti di frutta e verdura fresche in sei paesi dell’Ue (Germania, Spagna, Danimarca, Paesi Bassi, Finlandia e Regno Unito). Queste cifre sono state utilizzate per stimare gli sprechi inevitabili ed evitabili prodotti dalle famiglie dell’Ue da consumo di frutta e verdura fresca».

Dallo studio viene così fuori che «Ogni anno nell’Ue si producono 21,1 kg di rifiuti inevitabili e 14,2 kg di rifiuti evitabili pro capite. In media, il 29% (35,3 kg per persona) di frutta e verdura fresca acquistata dalle famiglie nell’Ue a 28 viene sprecato, il 12% (14,2 kg) del quale era evitabile».

A seconda dei diversi livelli di comportamenti di spreco (legati a fattori culturali ed economici) e dei diversi modelli di consumo (che influenzano la quantità di rifiuti inevitabili prodotti), le ricercatrici hanno riscontrato grandi differenze nei rifiuti evitabili e inevitabili prodotti nei diversi Paesi: «Ad esempio, sebbene gli acquisti di verdure fresche siano più bassi nel Regno Unito che in Germania, la quantità di rifiuti inevitabili generati pro-capite è quasi la stessa, mentre la quantità di rifiuti evitabili è più alta nel Regno Unito. Si è scoperto che i Paesi i cui cittadini spendono una percentuale maggiore del loro reddito per il cibo producono meno rifiuti evitabili».

Un bel problema, visto che l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile (SDG) 12.3 dell’Agenda Onu punta a dimezzare entro il 2030 gli sprechi alimentari sia alla vendita che da parte dei consumatori e che l’ultima modifica alla Direttiva quadro sui rifiuti dell’Ue impone agli Stati membri di ridurre lo spreco alimentare come contributo all’obiettivo SDG 12.3 e di monitorare e riferire annualmente riguardo ai livelli di spreco alimentare.

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Inviato da: “Greenreport”

14-8-2018

1 agosto 2018 – Overshoot day: ridurre si può

Da quando il nostro riferimento è diventato il supermercato è cambiata perfino la nostra idea di sicurezza alimentare. Finché troviamo gli scaffali pieni di mercanzie e abbiamo abbastanza soldi per farle transitare al di là della cassa, ci pare che tutto funzioni.
Tutt’al più ci allarmiamo se non troviamo la nostra marca preferita, mentre non reagiamo di fronte una prolungata siccità, una gelata primaverile, una forte grandinata di fine estate, eventi che invece preoccupano e, persino, gettano nella disperazione i contadini.

Effetto paradosso di ciò che chiamiamo civiltà: avendoci allontanato dalla natura ci ha fatto perdere consapevolezza della sua importanza fino a farcela vivere come uno spazio da depredare.

Un segnale di questo nostro smarrimento è l’Overshoot Day che tutti gli anni ha una data ben precisa: l’8 agosto nel 2016, il 2 agosto del 2017, il 1° agosto nel 2018. Una data drammatica, che ci dà la misura di quanto la nostra voracità superi la capacità di rigenerazione del pianeta.

Di scena è la terra fertile, la parte di suolo planetario biologicamente attivo da cui dipende la nostra agricoltura, i nostri pascoli, i nostri boschi: in pratica la nostra vita come ben sintetizzano gli indios che la chiamano Pachamama: Madre Terra.

Per il livello di consumi raggiunto dall’umanità, la quantità di terra fertile di cui abbiamo bisogno ha oltrepassato i 20 miliardi di ettari, che suddivisi per tutti i giorni dell’anno danno un consumo di 54 milioni di ettari al giorno. Il problema è che la terra fertile disponibile sul pianeta non va oltre i 12 miliardi di ettari e arrivati al 1° di agosto ci accorgiamo di averla esaurita tutta.

Per quanto possa sembrare strano, lo squilibrio non si manifesta, però, sotto forma di penuria, bensì di eccesso.
A dimostrarci che i nostri consumi sono superiori alla terra fertile disponibile è l’accumulo di anidride carbonica, un gas che normalmente è eliminato dal sistema vegetale tramite quel processo miracoloso chiamato fotosintesi clorofilliana. Ma a questo mondo tutto ha un limite e anche la capacità del sistema vegetale di assorbire anidride carbonica non va oltre i 20 miliardi di tonnellate all’anno. Peccato che ne produciamo attorno a 36 miliardi, per cui abbiamo tutti gli anni un eccesso di 16 miliardi che si accumula in atmosfera provocando effetto serra e cambiamenti climatici.

Nonostante l’impegno preso a Parigi nel 2015 di ridurre le emissioni di anidride carbonica per impedire alla temperatura terrestre di crescere oltre i due gradi centigradi, l’Agenzia internazionale per l’energia ha certificato che nel 2017 le emissioni sono aumentate del 1,4% come conseguenza dell’aumento di consumo di combustibili fossili: petrolio, gas, carbone.

Noi italiani per sostenere i nostri consumi abbiamo bisogno di 4,3 ettari di terra a testa, che è due volte e mezza la quota a cui avremmo diritto. Se guardiamo a cosa ci serve, scopriamo che per il 59% la impieghiamo per liberarci dall’anidride carbonica in eccesso. Dobbiamo concentrarci su questa sostanza, intervenendo su tre ambiti principali di emissione: la produzione di energia elettrica, il riscaldamento domestico, i trasporti.

Per l’energia elettrica, la grande sfida è passare dalle centrali termoelettriche, alimentate a gas e carbone, a quelle rinnovabili, alimentate da sole, vento e corsi d’acqua. Già oggi il 32% della nostra energia elettrica proviene da fonti rinnovabili, ma dobbiamo fare molto di più. E se le politiche governative possono dare il contributo principale, qualcosa possiamo fare anche noi dal basso, ad esempio installando un pannello solare sul tetto di casa nostra.

Il riscaldamento domestico è di più difficile soluzione, ma potremmo comunque cominciare coprendoci di più piuttosto che alzare la temperatura dei termosifoni.

I trasporti, se da una parte dobbiamo convertirci a maggior lentezza, con grande beneficio per la nostra salute e la nostra vita di relazione, le nuove parole d’ordine debbono essere razionalità e condivisione. Razionalità per adattare il mezzo alla distanza capendo che le piccole distanze le possiamo coprire a piedi e in bicicletta. E se oltre i dieci chilometri ci vuole il mezzo a motore, la soluzione non è l’auto privata ma il mezzo condiviso. Solo condividendo potremo permettere a tutti di soddisfare il bisogno di mobilità riducendo al minimo consumi energetici e inquinamento. Per cui dobbiamo rivalutare non solo il treno e l’autobus, ma anche altre formule che possiamo attivare noi stessi dal basso, come il car-sharing, che significa acquisto dell’auto in comune, e il car-pooling, che è l’abitudine di non muoversi mai da casa senza aver chiesto al vicino se deve andare nella stessa direzione in modo da fare viaggiare l’auto a pieno carico.

Piccoli cambiamenti di stili di vita, che possono dare un contributo importante per la riduzione della nostra impronta ecologica senza rinunciare ai nostri bisogni. Questi cambiamenti – evocati anche da papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ – possono e devono estendersi anche ad altri ambiti, per ridurre il consumo di terra fertile nei più diversi settori, primo fra tutti quello agricolo.
I nostri consumi alimentari contribuiscono al 29% della nostra impronta ecologica, ma con piccoli accorgimenti potremmo ridurre sensibilmente quella percentuale. Un modo è consumare meno carne perché il passaggio attraverso l’animale è estremamente dispendioso: ci vogliono 7 calorie vegetali per ottenere una caloria animale. Allora meglio soddisfare il nostro bisogno di proteine con i legumi. Per un etto di fagioli ci vogliono 3,7 metri quadri di terra, per un etto di carne 16,8: passando da una dieta prevalentemente carnea a una dieta più marcatamente vegetariana potremmo ridurre il consumo di terra fertile a fini alimentari almeno di un quarto.

Ridurre la nostra impronta, dunque si può, senza dover tornare al tempo delle caverne. Basta un pizzico di semplicità.

Francesco Gesualdi

domenica 29 luglio 2018
www.avvenire.it

 

Overshoot Day – il 1° agosto è il giorno del sovrasfruttamento

Il 1° agosto, secondo il Global Footprint Network, un’organizzazione di ricerca internazionale, l’umanità avrà esaurito il budget delle risorse messe a disposizione dalla natura per l’intero anno.

Questa data, chiamata giorno del sovrasfruttamento (Earth Overshoot Day), é la data in cui la richiesta dell’umanità di risorse e servizi naturali supera l’ammontare di risorse e servizi naturali che gli ecosistemi terrestri possono rinnovare in quell’anno.
In altre parole, l’umanità utilizza attualmente le risorse naturali 1,7 volte più velocemente di quanto gli ecosistemi del nostro pianeta siano in grado di rigenerare. E’ come se stessimo usando 1,7 Terre.

Il Global Footprint Network calcola la data del sovrasfruttamento ogni anno utilizzando i dati dell’impronta ecologica, l’indicatore ambientale che somma tutte le richieste delle persone nei confronti della natura, quali la domanda di cibo, di legname e fibre (cotone); l’assorbimento delle emissioni di carbonio derivanti dalla combustione di combustibili fossili; le superfici urbanizzate destinate agli edifici, alle strade e alle altre infrastrutture.

Da quando il mondo è andato in overshoot ecologico nel 1970, il giorno del sovrasfruttamento non è mai caduto così presto come quest’anno.

Vedi: Di quante terre avremo bisogno

I costi di questo eccesso ecologico includono la deforestazione, le riserve ittiche che stanno collassando, la scarsità di acqua dolce, l’erosione del suolo, la perdita di biodiversità e l’accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera che rinforza il cambiamento climatico con siccità, incendi boschivi e uragani sempre più gravi.

Queste minacce possono produrre disperazione e costringere molte persone a migrare verso città o altri paesi.

Mentre ‘celebriamo’ la giornata del sovrasfruttamento, tutto può sembrare immutato, abbiamo ancora lo stesso cibo nel nostro frigorifero”, ha affermato il CEO di Global Footprint Network Mathis Wackernagel. “Ma gli incendi stanno imperversando negli Stati Uniti occidentali. Dall’altra parte del mondo, i residenti di Città del Capo hanno dovuto dimezzare il consumo di acqua rispetto al 2015. Queste sono le conseguenze del depauperamento del budget ecologico del nostro unico e solo pianeta.
Le nostre economie stanno adottando uno “schema Ponzi” con il nostro pianeta. Stiamo utilizzando le risorse future della Terra per operare nel presente e sprofondare sempre più nel debito ecologico “, ha aggiunto Wackernagel.
“È tempo di porre fine a questo schema Ponzi ecologico e sfruttare la nostra creatività e ingegnosità per creare un futuro prospero senza combustibili fossili e distruzione planetaria”.

Vedi: Earth Overshoot Day – 1969-2018

Il Global Footprint Network ha identificato quattro aree prioritarie con il maggior potenziale per contribuire a ridurre il sovrasfruttamento ecologico:

  • Città: se riduciamo l’uso di automobili del 50% in tutto il mondo e sostituiamo un terzo dei chilometri percorsi in auto con i mezzi pubblici e il resto camminando e andando in bicicletta, possiamo #MoveTheDate dell’ Overshoot Day di 12 giorni.
  • Energia: se riduciamo del 50% la componente di carbonio dell’Impronta ecologica dell’umanità lo spostamento della data #MoveTheDate sarebbe di 93 giorni.
  • Cibo: se tutti nel mondo riducessero lo spreco alimentare della metà, riducessero l’intensità dell’impronta della loro dieta e consumassero calorie rimanendo nella media mondiale, lo spostamento sarebbe di 38 giorni.
  • Popolazione: se tutte le famiglie al mondo avessero un figlio in meno, sposteremmo l’Overshoot Day di 30 giorni entro il 2050.

Il Global Footprint Network sta invitando le persone a partecipare all’ Earth Overshoot Day determinando il proprio Giorno del Sovrasfruttamento e la propria Impronta Ecologica su www.footprintcalculator.org e facendo uno “Step to #MoveTheDate” su www.overshootday.org/steps-to-movethedate.

Andamento dei dati

Sebbene l’86 percento della popolazione mondiale viva in una nazione in deficit ecologico, i dati più recenti dell’Impronta ecologica nazionale rivelano alcuni segnali incoraggianti per posticipare l’Earth Overshoot Day.

L’Impronta ecologica della Cina, il paese con la più grande impronta ecologica totale, è diminuita dello 0,3 percento dal 2013 al 2014 dopo una salita costante dal 2000, quando la sua impronta ecologica era circa la metà di oggi.
Anche l’Impronta ecologica cinese per persona è diminuita dello 0,8% tra il 2013 e il 2014. Il calo deriva in parte da una diminuzione dell’impronta di carbonio totale della Cina dello 0,7% e da una diminuzione dell’impronta di carbonio per persona dell’1,2% dal 2013 al 2014.
L’Impronta ecologica pro capite per i paesi ad alto reddito è diminuita del 12,9 percento dal 2000. Alcuni dei paesi con il maggior calo dal 2000 includono Singapore (-32,1 percento), Bahamas (-26,2 percento), Danimarca (-19,0 percento); Stati Uniti (-18,4 percento), Regno Unito (-16,6 percento) e Francia (-15,5 percento).
Dal 2000 al 2014, la Germania ha registrato un calo dell’8 per cento nell’impronta ecologica per persona e un calo del 2,5 per cento nell’impronta ecologica a persona dal 2013 al 2014. La componente di carbonio dell’Impronta ecologica tedesca è diminuita del 6,2 percento dal 2013 al 2014.

Vedi: Country Overshoot Day 2018

Informazioni sul Global Footprint Network

Il Global Footprint Network sta cambiando il modo in cui il mondo gestisce le sue risorse naturali e fronteggia il cambiamento climatico, attraverso:
MISURE semplici, significative e adattabili;
APPROFONDIMENTI UTILI sul consumo e la disponibilità delle risorse naturali;
STRUMENTI e analisi per guidare decisioni informate.

www.footprintnetwork.org

Il 24 maggio è il Giorno del Sovrasfruttamento ecologico dell’Italia

Secondo i dati del Global Footprint Network, un’organizzazione internazionale di ricerca ambientale se tutta la popolazione mondiale avesse lo stesso stile di vita e gli stessi consumi degli italiani, il Giorno del Sovrasfruttamento della Terra cadrebbe il 24 maggio.

Il “Giorno del Sovrasfruttamento della Terra” indica per ogni anno la data in cui l’umanità ha finito di consumare tutte le risorse che il nostro pianeta è in grado di produrre in quell’anno: questi calcoli sono basati sull’indicatore ambientale detto “Impronta ecologica”.

L’Impronta ecologica misura la domanda annuale dell’umanità di risorse naturali e può essere confrontata con la biocapacità, che misura la capacità della Terra di rigenerare tali risorse in un anno.

Il Giorno del Sovrasfruttamento della Terra per l’Italia è calcolato attribuendo l’Impronta ecologica di un Italiano medio a tutta la popolazione mondiale e quindi confrontandola con la biocapacità globale.

Se tutti gli abitanti della Terra consumassero le risorse come fanno gli Italiani, avremmo bisogno di 2,6 pianeti Terra“, ha dichiarato Mathis Wackernagel, Ph.D., CEO e co-fondatore del Global Footprint Network. “Ma chiaramente abbiamo solo una Terra a disposizione, e non adattarsi ai suoi limiti diventa un rischio per tutti noi. Se il nostro pianeta ha dei limiti, l’ingegno dell’uomo sembra non averne. Vivere secondo le capacita del nostro pianeta di sostenerci è tecnologicamente possibile, economicamente vantaggioso ed è la nostra unica possibilità per un futuro più florido. Costruire un futuro sostenibile per tutti deve essere la nostra priorità “.

Quasi ogni anno, il Giorno del Sovrasfruttamento cade sempre prima nel calendario e questo succede a partire dai primi anni ’70, quando l’umanità ha iniziato a vivere in deficit ecologico. 

Nel 2017, il Giorno del Sovrasfruttamento della Terra è stato il 2 agosto

Gli effetti del deficit ecologico globale stanno diventando sempre più evidenti in forma di deforestazione, erosione del suolo, perdita degli habitat naturali e della biodiversità, accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera e cambiamento climatico.

Con un valore pro capite di 4,3 ettari globali (o gha), noi Italiani abbiamo un impronta ecologica decisamente superiore alla media Mediterranea (3.2 gha pro capite), sebbene inferiore a quella dei Francesi (4,7 gha pro capite), e maggiore di quella degli Spagnoli (3,8 gha pro capite).
Tutto ciò è dovuto principalmente al settore dei trasporti e al consumo di cibo.
Agire su queste due sfere di attività quotidiane darebbe quindi le più alte possibilità di invertire la tendenza e ridurre l’impronta degli italiani.

L’Impronta ecologica di una persona rappresenta la misura di superficie di pianeta produttiva necessaria a fornire tutto ciò che la persona stessa richiede alla natura, compresi la produzione di cibo, fibre e legno, le aree per le infrastrutture urbane e l’assorbimento delle emissioni di anidride carbonica dovute all’utilizzo di combustibili fossili.

Oltre a misurare l’impronta ecologica di un individuo, lo strumento presentato oggi consente agli utenti di determinare il proprio Giorno del Sovrasfruttamento della Terra, ovvero la data in cui le risorse che il pianeta produce in un intero anno verrebbero esaurite se tutta la popolazione mondiale vivesse secondo il suo stile di vita.

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Footprint Calculator

L’odierno lancio della versione italiana del Footprint calculator consente agli italiani di scoprire come le proprie attività quotidiane influenzino la loro impronta ecologica, ovvero il consumo di risorse naturali.
Per calcolare il tuo personale Giorno del Sovrasfruttamento e la tua Impronta Ecologica, visita: www.footprintcalculator.org/it

I risultati relativi all’Impronta Ecologica di tutti i paesi del mondo sono disponibili sulla piattaforma dati aperta del Footprint Explorer: data.footprintnetwork.org

Ulteriori informazioni sul Giorno del Sovrasfruttamento della Terra: www.overshootday.org

Giorni di overshoot paese infografica: https://www.overshootday.org/newsroom/country-overshoot-days/

Ispra: in Italia buttiamo più alimenti di quanti ne mangiamo

Spreco-ciboServe una rivoluzione: autosufficienza alimentare e sviluppo coordinato di sistemi locali.
La principale misura di prevenzione? «Incentivare la diffusione di sistemi alimentari locali, ecologici, solidali e provenienti da piccole aziende»

Per combattere sul serio lo spreco alimentare le buone, singole pratiche vanno bene e sono da incoraggiare, ma chi pensa che da sole possano riuscire a risolvere «una problematica estremamente complessa che necessita di decisioni informate, basate su conoscenze scientificamente solide», come la definisce l’Ispra, è un illuso.
Tant’è che la massima autorità scientifica italiana in campo ambientale, nelle pieghe del suo primo rapporto tecnico sul tema disegna quella che sarebbe riduttivo non definire una rivoluzione: per contenere i livelli di spreco alimentare sistemico attorno ad almeno il 15-20% occorre riorganizzare «i sistemi alimentari sulla base di sovranità-autonomie locali tra loro coordinate».

È dunque necessario «che le istituzioni internazionali e nazionali favoriscano questi processi e contrastino le enormi concentrazioni delle compagnie internazionali nell’agroindustria», perché il fine non può che essere uno: «Focalizzare l’attenzione sull’importanza della autosufficienza alimentare e dello sviluppo coordinato di sistemi alimentari locali resilienti».

Non male come orizzonte per un “rapporto tecnico”, soprattutto se a redigerlo è l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.
D’altronde con il suo Spreco alimentare: un approccio sistemico per la prevenzione e la riduzione strutturali, l’Ispra motiva a fondo perché ritiene indispensabile questa rivoluzione.

Secondo la Fao, a livello globale un terzo di tutti i prodotti alimentari (pari a 1,3 miliardi di tonnellate edibili) vengono perduti o sprecati ogni anno lungo l’intera catena di approvvigionamento, per un valore di 750 miliardi di dollari buttati nel cestino e 3,3 miliardi di tonnellate di CO2 inutilmente immesse in atmosfera; se lo spreco alimentare fosse una nazione, «sarebbe al terzo posto dopo Cina e Usa nella classifica degli Stati emettitori».
E il fenomeno non sta regredendo, anzi. «La tendenza globale dal 2007 al 2011 – osserva l’Ispra – indicherebbe un notevole aumento di sprechi tra produzione e fornitura (+48%), una sovralimentazione in fortissimo aumento (+144%) e uno spreco in consumo e vendita al dettaglio che diminuisce del 23%».

L’Italia, nonostante sia uno dei pochi Paesi Ue ad aver approvato una legge per contrastare lo spreco di cibo (L. 166/2016) le cose non vanno molto meglio.
Poiché «non vi sono metodologie consolidate né metodi di calcolo condivisi su questo fenomeno nella statistica ufficiale», è difficile offrire stime precise sullo spreco di cibo.
Prima dell’Ispra c’hanno provato il Politecnico di Milano, ad esempio, come anche l’indagine Waste watcher 2017, ma per primo l’Istituto ha allargato le maglie dell’indagine definendo lo spreco alimentare come «la parte di produzione che eccede i fabbisogni nutrizionali e le capacità ecologiche». I dati raccolti motivano l’appello alla rivoluzione.

Secondo quest’approccio «in Italia almeno il 60% circa in energia alimentare della produzione primaria edibile destinata direttamente o indirettamente all’uomo potrebbe essere sprecata», ovvero sono di più le calorie perse per strada o nel cestino che quelle che vanno a riempire (o realmente necessarie a) i nostri stomaci.
E i paradossi non finiscono qui. Se «l’inefficienza degli allevamenti animali rappresenterebbe fino al 62% degli sprechi in Italia», un altro rilevante 15% sarebbe imputabile alla sovralimentazione, contando che nel nostro Paese gli «individui in sovrappeso sono il 50% degli uomini, il 34% delle donne e il 24% dei bambini tra i 6 e gli 11 anni».
E questo nonostante il 14% della popolazione si trovi (dati 2016) in povertà relativa: circa 8,3 milioni di persone, di cui circa 4,6 «in povertà assoluta, ovvero con difficoltà di accesso al cibo».
E il nostro spreco costa assai caro anche all’ambiente: si stima che in Italia causi «l’emissione annua di 24,5 Mt di CO2 e che corrisponda ad almeno il 3% circa del consumo di energia», senza dimenticare i circa 1,2 miliardi di mc d’acqua dolce buttati al vento, o l’immissione di  228.900 t di azoto reattivo.

Un nodo tanto stretto, pesante e complesso che secondo l’Ispra non si potrà sciogliere con semplici maquillage ma solo ridisegnando un nuovo modo di produrre e consumare il cibo. Affidandosi a una progettazione in grado di superare eventuali “trappole del localismo” e considerando comunque un periodo di transizione, la strada tracciata dall’Istituto prevede di incentivare a ogni livello «filiere corte, locali, biologiche, di piccola scala» coordinate tra loro.

«Rispetto all’agricoltura industriale nelle fattorie agroecologiche su piccola scala la produttività di medio-lungo periodo è maggiore dal 20% al 60% a parità di condizioni e l’efficienza nell’uso delle risorse, anche ambientali, è più elevata da 2 a 4 volte», inoltre «i cibi durano di più per i consumatori e generalmente è maggiore la consapevolezza».
Non si tratta di stime futuribili secondo l’Ispra, ma di analizzare quanto già accade: «È stato dimostrato che l’adozione su scala globale dell’agricoltura ecologica potrebbe portare a una fornitura alimentare pari a circa il 50% in più dell’attuale. Secondo i dati della Fao, nel mondo la piccola agricoltura contadina è responsabile di circa il 70% della produzione complessiva, avendo a disposizione solo un quarto delle terre coltivabili».

La domanda che rimane è: siamo davvero disposti come cittadini ad abbracciare questa rivoluzione, e magari a pagare di più il cibo che consumiamo? In ballo non c’è “solo” lo spreco ma questioni fondamentali come i «cambiamenti climatici, la sicurezza alimentare, la tutela delle risorse naturali (acqua in primis), lo sviluppo economico e il benessere sociale».
Si tratta di una transizione, che semmai decideremo di intraprendere – prima che sia tardi – non potrà che fare leva anche su una spiccata dimensione culturale, dove anche i media sono chiamati ad esercitare un ruolo importante: «Nei paesi molto sviluppati come l’Italia e quelli europei – osserva infatti l’Ispra – la ristrutturazione dei sistemi alimentari passa inevitabilmente dal riconoscimento di un equo valore sociale ed economico degli alimenti fondato sul diritto al cibo per riequilibrare le condizioni sociali di accesso e di produzione. Il valore equo del cibo non può raggiungersi tramite la spettacolarizzazione mediatica e mercantile che lo rende bene di status posizionale e stimola lo spreco alimentare generando disuguaglianze».

Luca Aterini
da greenreport.it/
16 novembre 2017

Forum alternativo al G7 dei padroni della terra e del cibo

G7-agricolturaBergamo ospiterà il G7 dell’Agricoltura nelle giornate di sabato 14 e domenica 15 ottobre. Un vertice delle grandi potenze sul futuro dell’alimentazione e dello sviluppo agricolo.

Il Ministro Martina, con una qualche consapevolezza, richiama ad “una maggiore consapevolezza e ad un senso di cittadinanza più forte da parte di ciascuno per poter dare vita alla svolta necessaria“.

Il problema è che in campo ci sono le stesse grandi imprese dell’agrobusines che hanno finora continuato a perseguire pervicacemente i loro interessi con interventi di massificazione dei profitti: monoculture, diserbanti, Ogm, … incuranti dell’inaridimento dei terreni spesso sottratti ai piccoli coltivatori e/o accaparrandosi vaste aree di nuovi terreni fertili (land grabbin) da Governi compiacenti.

«Noi non ci stiamo e costruiamo l’alternativa»

 Negli stessi giorni sempre a Bergamo, il Forum alternativo al G7 dei padroni della terra e del cibo organizza due giorni di riunioni, incontri e proposte che si concluderanno con una manifestazione per le vie di Città Bassa ed un concerto.

«Il modello proposto dal G7 e quello agroecologico, basato sulla Sovranità Alimentare, non sono compatibili.
Il G7 si basa su una politica agricola capitalista e neoliberalista, mentre noi ci rispecchiamo in un sistema che mette al centro il cibo come diritto al nutrimento e alla sostenibilità del sistema agricolo-alimentare».

«Il messaggio che vogliamo dare è che il modello proposto dal G7 in corso e quello agroecologico basato sulla Sovranità Alimentare non sono compatibili, non possono convivere.
Vogliamo affermare l’alternatività dei percorsi agroecologici a quello egemone: per cambiare radicalmente l’agricoltura e l’economia non bastano nuovi stili di vita, occorre progettare e praticare insieme un’alternativa di società».

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(dal Forum Sovranità alimentare, 2007).

«(…) La Sovranità Alimentare è il diritto dei popoli ad alimenti nutritivi, prodotti in forma sostenibile ed ecologica, ed anche il diritto di poter decidere il proprio sistema alimentare e produttivo. Questo pone coloro che producono, distribuiscono e consumano alimenti nel cuore dei sistemi e delle politiche alimentari e al di sopra delle esigenze dei mercati e delle imprese. …

La Sovranità Alimentare promuove un commercio trasparente che possa garantire un reddito dignitoso per tutti i popoli e il diritto per i consumatori di controllare la propria alimentazione e nutrizione. Essa garantisce che i diritti di accesso e gestione delle nostre terre, dei nostri territori, della nostra acqua, delle nostre sementi, del nostro bestiame e della biodiversità, siano in mano a chi produce gli alimenti. La sovranità alimentare implica nuove relazioni sociali libere da oppressioni e disuguaglianze fra uomini e donne, popoli, razze, classi sociali e generazioni. (…)»

Vedi programma: http://stop-ttip-milano.net/g7/forum-alternativo-al-g7-dei-padroni-della-terra-del-cibo/

Il “Giorno del Sovrasfruttamento della Terra” cade il 2 agosto

Due-Agosto-2017Secondo il Global Footprint Network, l’organizzazione di ricerca internazionale che ha dato avvio al metodo di misura dell’Impronta Ecologica per il calcolo del consumo di risorse, il 2 agosto di quest’anno è il giorno in cui la richiesta di risorse naturali dell’umanità supera la quantità di risorse che la Terra è in grado di generare nello stesso anno.
Il 60% di questo budget è rappresentato dalla richiesta di natura per l’assorbimento delle emissioni di anidride carbonica.

Il “Giorno del Sovrasfruttamento delle risorse della Terra” (in inglese Earth Overshoot Day) indica la data sempre più anticipata nel calendario da quando il mondo è andato per la prima volta in sovrasfruttamento nei primi anni ’70: dalla fine di settembre del 1997 al 2 agosto di quest’anno.

In altre parole, l’umanità sta usando la natura ad un ritmo 1,7 volte superiore rispetto alla capacità di rigenerazione degli ecosistemi. È come se ci servissero 1,7 pianeti Terra per soddisfare il nostro fabbisogno attuale di risorse naturali.

I costi di questo crescente sbilanciamento ecologico stanno diventando sempre più evidenti nel mondo e li vediamo sotto forma di deforestazione, siccità, scarsità di acqua dolce, erosione del suolo, perdita di biodiversità e accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera.

Possiamo però invertire questa tendenza.

Se posticipassimo l’Overshoot Day di 4,5 giorni ogni anno, potremmo ritornare ad utilizzare le risorse di un solo pianeta entro il 2050.
Il nostro pianeta è finito, ma le possibilità umane non lo sono. Vivere all’interno delle capacità di un solo pianeta è tecnologicamente possibile, finanziariamente vantaggioso ed è la nostra unica possibilità per un futuro prospero”, ha dichiarato Mathis Wackernagel, CEO del Global Footprint Network e co-creatore dell’Impronta Ecologica. “In definitiva, posticipare nel calendario la data del Giorno del Sovrasfruttamento della Terra è quello che davvero conta”.

Per dare rilevanza al Giorno di Sovrasfruttamento di quest’anno, il Global Footprint Network mette in evidenza alcune possibili azioni da mettere in pratica sin da oggi e stima il loro impatto sulla data del Giorno del Sovrasfruttamento della Terra nei prossimi anni. Ad esempio, la riduzione degli sprechi alimentari del 50% in tutto il mondo potrebbe posticipare tale data di 11 giorni; invece, ridurre del 50% la componente dell’Impronta Ecologica globale dovuta all’assorbimento di anidride carbonica, sposterebbe la data dell’Overshoot Day verso la fine dell’anno di 89 giorni.

Azioni individuali
Per supportare questa trasformazione, il Global Footprint Network, insieme a quasi 30 partner in tutto il mondo, sta incoraggiando le singole persone a contribuire al progetto #movethedate proponendo semplici azioni concrete. Questo processo prevede una maggiore conoscenza dei fattori chiave in grado di influire sulla sostenibilità e la sperimentazione di nuovi stili di vita per abbassare la propria Impronta Ecologica.

Quest’anno, all’avvicinarsi del Giorno del Sovrasfruttamento della Terra, il Global Footprint Network lancerà anche un nuovo strumento di calcolo dell’Impronta Ecologica, l’Ecological Footprint calculator, per permettere ad ogni singolo utente di calcolare il proprio Giorno del Sovrasfruttamento personale. Ad oggi, l’attuale calcolatore (www.footprintcalculator.org) viene utilizzato da più di 2 milioni di persone all’anno.

Una trasformazione sistemica
Il Global Footprint Network all’inizio di quest’anno ha lanciato la sua piattaforma dati aperta a tutti, per contribuisce a diffondere nel mondo le soluzioni identificate da due organizzazioni: Project Drawdown e McKinsey & Company.
Sulla base del lavoro di queste due organizzazioni, il team di ricerca del Global Footprint Network ha calcolato di quanti giorni verrebbe posticipato il Giorno del Sovrasfruttamento della Terra se tali soluzioni venissero implementate.
La sola componente di anidride carbonica dell’impronta è più che raddoppiata dagli inizi degli anni ’70 e rimane la componente che cresce più rapidamente, contribuendo così al divario tra l’Impronta Ecologica e la biocapacità del pianeta”, ha dichiarato Wackernagel. “Per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima, l’umanità dovrebbe uscire dall’economia dei combustibili fossili prima del 2050, contribuendo già di gran lunga a risolvere il problema dell’umanità relativo al sovrasfruttamento delle risorse”.

Segnali incoraggianti
Gli ultimi dati del Global Footprint Network offrono segnali incoraggianti: stiamo iniziando a muoverci nella giusta direzione. Ad esempio, tra il 2005 e il 2013 (l’ultimo anno per cui esistono dati affidabili) l’Impronta Ecologica pro capite negli USA è scesa quasi del 20% rispetto al suo picco. Questo significativo cambiamento, che include il risollevamento post-recessione, è associato principalmente alla diminuzione delle emissioni di anidride carbonica. Nello stesso periodo, il PIL pro capite USA è cresciuto del 20%. Questi risultati fanno quindi degli Stati Uniti un significativo caso di disaccoppiamento tra la crescita economica e il consumo di risorse naturali, che seguono infatti andamenti opposti.
Inoltre, la Cina, il paese con la più grande Impronta Ecologica totale, nel suo ultimo piano quinquennale si è fortemente impegnata a costruire una Cultura Ecologica, con molte iniziative per superare al più presto il suo picco di emissioni di anidride carbonica.

Risorse aggiuntive
Maggiori informazioni sul Giorno del Sovrasfruttamento della Terra: www.overshootday.org
Segui i social media con: #movethedate
Per calcolare il tuo personale Giorno del Sovrasfruttamento e la tua Impronta Ecologica, visita: www.footprintcalculator.org (il nuovo calcolatore sarà disponibile dopo il 29 luglio 2017)
I risultati relativi all’Impronta Ecologica di tutti i paesi del mondo sono disponibili sulla piattaforma dati aperta del Footprint Explorer: data.footprintnetwork.org

Per la documentazione:
http://www.listacivicaitaliana.org/2017/preavviso-il-2-agosto-sara-lovershoot-day/

la TERRA e l’UOMO – il Tutto e il Nulla

Terra---Uomo

la TERRA e l’UOMO  –  il Tutto e il Nulla

Entità suprema che alimenta la vita attraverso il dono.
Soggetto scomposto che alimenta il potere privato.
Armonica complessità d’insieme.
Microcosmo della precarietà diffusa

La Terra e l’Uomo sono corpi della vita che evolve; si trasforma nel tempo delle cose che si scompongono nello scambio tra il dono rigenerante e la rincorsa frenetica allo sfruttamento (proprietario).

La Terra è Madre: energia per la vita.

Offre ad ogni vivente il meglio di sé: materia viva, energia, cibo, riparo, bellezza. Un inno alla gioia (del vivere).

L’umano reagisce al dono (non con lo scambio) con l’estorsione.
Trasforma il bene comune, libero a tutti i viventi, in proprietà privata.
Sperpera ricchezze dedicate.
Trasforma la fertilità delle aree naturali e produttive in luoghi aridi e improduttivi.
Sottrae energia con grande intensità e scarica inquinanti nell’ambiente: in terra e in mare.
Estrae e trasforma materiali pregiati oltre le proprie necessità, accumulando discariche.
Così lo sfruttamento regola i rapporti tra gli umani che si alterano in violenza per la proprietà privata: ed è la guerra. Un attacco mortale alla vita, alla Madre: guerre fratricide di rapine e di sottomissione.

La Terra a volte si ribella alla supponenza dell’umano che deforesta, cementifica, inaridisce aree agricole, inquina l’aria e l’acqua alla sorgente, contamina, infetta perfino il cibo di cui si nutre.
Un’autentica pazzia, che solo la grande stupidità e arroganza non vede di correre verso il fine vita.

Ognuno dei piccoli figli dell’Uomo rimane soggiogato, asservito alla logica produttivistica, in cambio di “30 denari” trasforma i doni della Natura in merci esclusive.

Le bellezze naturali si dissolvono alla vista; tutto il “fare” si estingue al tramonto, nella grande solitudine, nella grande confusione, nella grande indifferenza: ed è ancora guerra prevaricatrice, per essere merce sempre più appetibile, … sempre più sterile.

Non è l’uomo il creatore. I tempi riproduttivi non sono quelli del consumo.

Senza la Terra non c’è creatura pulsante.
Ascoltare il suo battito, sincronizzare il proprio ai tempi ed allo spazio della Natura.
Non basta difendere il proprio orticello se rimane un corpo del piacere separato.

C’è chi reclama un processo rivoluzionario: impossibile senza un ritrovato abbraccio con la Terra Madre.
Difendere la terra e la sua integrità, difendere l’uomo e la sua umanità è il primo dovere di ogni rivoluzionario.
La riproduzione del dono è il principio dal quale prende corpo il processo rivoluzionario e può dare senso reale al rapporto Terra Madre – Uomo.

Nell’armonia del dono, scambio e reciprocità, si riconosce la libertà e il diritto di ogni vivente alla vita.

La bellezza (e lo sguardo che l’accoglie) è parte e misura del diritto universale alla vita, così come il sorriso e l’accoglienza sono parti della dignità tra i viventi.

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