Category Archives: Consumo critico

Il 24 maggio è il Giorno del Sovrasfruttamento ecologico dell’Italia

Secondo i dati del Global Footprint Network, un’organizzazione internazionale di ricerca ambientale se tutta la popolazione mondiale avesse lo stesso stile di vita e gli stessi consumi degli italiani, il Giorno del Sovrasfruttamento della Terra cadrebbe il 24 maggio.

Il “Giorno del Sovrasfruttamento della Terra” indica per ogni anno la data in cui l’umanità ha finito di consumare tutte le risorse che il nostro pianeta è in grado di produrre in quell’anno: questi calcoli sono basati sull’indicatore ambientale detto “Impronta ecologica”.

L’Impronta ecologica misura la domanda annuale dell’umanità di risorse naturali e può essere confrontata con la biocapacità, che misura la capacità della Terra di rigenerare tali risorse in un anno.

Il Giorno del Sovrasfruttamento della Terra per l’Italia è calcolato attribuendo l’Impronta ecologica di un Italiano medio a tutta la popolazione mondiale e quindi confrontandola con la biocapacità globale.

Se tutti gli abitanti della Terra consumassero le risorse come fanno gli Italiani, avremmo bisogno di 2,6 pianeti Terra“, ha dichiarato Mathis Wackernagel, Ph.D., CEO e co-fondatore del Global Footprint Network. “Ma chiaramente abbiamo solo una Terra a disposizione, e non adattarsi ai suoi limiti diventa un rischio per tutti noi. Se il nostro pianeta ha dei limiti, l’ingegno dell’uomo sembra non averne. Vivere secondo le capacita del nostro pianeta di sostenerci è tecnologicamente possibile, economicamente vantaggioso ed è la nostra unica possibilità per un futuro più florido. Costruire un futuro sostenibile per tutti deve essere la nostra priorità “.

Quasi ogni anno, il Giorno del Sovrasfruttamento cade sempre prima nel calendario e questo succede a partire dai primi anni ’70, quando l’umanità ha iniziato a vivere in deficit ecologico. 

Nel 2017, il Giorno del Sovrasfruttamento della Terra è stato il 2 agosto

Gli effetti del deficit ecologico globale stanno diventando sempre più evidenti in forma di deforestazione, erosione del suolo, perdita degli habitat naturali e della biodiversità, accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera e cambiamento climatico.

Con un valore pro capite di 4,3 ettari globali (o gha), noi Italiani abbiamo un impronta ecologica decisamente superiore alla media Mediterranea (3.2 gha pro capite), sebbene inferiore a quella dei Francesi (4,7 gha pro capite), e maggiore di quella degli Spagnoli (3,8 gha pro capite).
Tutto ciò è dovuto principalmente al settore dei trasporti e al consumo di cibo.
Agire su queste due sfere di attività quotidiane darebbe quindi le più alte possibilità di invertire la tendenza e ridurre l’impronta degli italiani.

L’Impronta ecologica di una persona rappresenta la misura di superficie di pianeta produttiva necessaria a fornire tutto ciò che la persona stessa richiede alla natura, compresi la produzione di cibo, fibre e legno, le aree per le infrastrutture urbane e l’assorbimento delle emissioni di anidride carbonica dovute all’utilizzo di combustibili fossili.

Oltre a misurare l’impronta ecologica di un individuo, lo strumento presentato oggi consente agli utenti di determinare il proprio Giorno del Sovrasfruttamento della Terra, ovvero la data in cui le risorse che il pianeta produce in un intero anno verrebbero esaurite se tutta la popolazione mondiale vivesse secondo il suo stile di vita.

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Footprint Calculator

L’odierno lancio della versione italiana del Footprint calculator consente agli italiani di scoprire come le proprie attività quotidiane influenzino la loro impronta ecologica, ovvero il consumo di risorse naturali.
Per calcolare il tuo personale Giorno del Sovrasfruttamento e la tua Impronta Ecologica, visita: www.footprintcalculator.org/it

I risultati relativi all’Impronta Ecologica di tutti i paesi del mondo sono disponibili sulla piattaforma dati aperta del Footprint Explorer: data.footprintnetwork.org

Ulteriori informazioni sul Giorno del Sovrasfruttamento della Terra: www.overshootday.org

Giorni di overshoot paese infografica: https://www.overshootday.org/newsroom/country-overshoot-days/

Ispra: in Italia buttiamo più alimenti di quanti ne mangiamo

Spreco-ciboServe una rivoluzione: autosufficienza alimentare e sviluppo coordinato di sistemi locali.
La principale misura di prevenzione? «Incentivare la diffusione di sistemi alimentari locali, ecologici, solidali e provenienti da piccole aziende»

Per combattere sul serio lo spreco alimentare le buone, singole pratiche vanno bene e sono da incoraggiare, ma chi pensa che da sole possano riuscire a risolvere «una problematica estremamente complessa che necessita di decisioni informate, basate su conoscenze scientificamente solide», come la definisce l’Ispra, è un illuso.
Tant’è che la massima autorità scientifica italiana in campo ambientale, nelle pieghe del suo primo rapporto tecnico sul tema disegna quella che sarebbe riduttivo non definire una rivoluzione: per contenere i livelli di spreco alimentare sistemico attorno ad almeno il 15-20% occorre riorganizzare «i sistemi alimentari sulla base di sovranità-autonomie locali tra loro coordinate».

È dunque necessario «che le istituzioni internazionali e nazionali favoriscano questi processi e contrastino le enormi concentrazioni delle compagnie internazionali nell’agroindustria», perché il fine non può che essere uno: «Focalizzare l’attenzione sull’importanza della autosufficienza alimentare e dello sviluppo coordinato di sistemi alimentari locali resilienti».

Non male come orizzonte per un “rapporto tecnico”, soprattutto se a redigerlo è l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.
D’altronde con il suo Spreco alimentare: un approccio sistemico per la prevenzione e la riduzione strutturali, l’Ispra motiva a fondo perché ritiene indispensabile questa rivoluzione.

Secondo la Fao, a livello globale un terzo di tutti i prodotti alimentari (pari a 1,3 miliardi di tonnellate edibili) vengono perduti o sprecati ogni anno lungo l’intera catena di approvvigionamento, per un valore di 750 miliardi di dollari buttati nel cestino e 3,3 miliardi di tonnellate di CO2 inutilmente immesse in atmosfera; se lo spreco alimentare fosse una nazione, «sarebbe al terzo posto dopo Cina e Usa nella classifica degli Stati emettitori».
E il fenomeno non sta regredendo, anzi. «La tendenza globale dal 2007 al 2011 – osserva l’Ispra – indicherebbe un notevole aumento di sprechi tra produzione e fornitura (+48%), una sovralimentazione in fortissimo aumento (+144%) e uno spreco in consumo e vendita al dettaglio che diminuisce del 23%».

L’Italia, nonostante sia uno dei pochi Paesi Ue ad aver approvato una legge per contrastare lo spreco di cibo (L. 166/2016) le cose non vanno molto meglio.
Poiché «non vi sono metodologie consolidate né metodi di calcolo condivisi su questo fenomeno nella statistica ufficiale», è difficile offrire stime precise sullo spreco di cibo.
Prima dell’Ispra c’hanno provato il Politecnico di Milano, ad esempio, come anche l’indagine Waste watcher 2017, ma per primo l’Istituto ha allargato le maglie dell’indagine definendo lo spreco alimentare come «la parte di produzione che eccede i fabbisogni nutrizionali e le capacità ecologiche». I dati raccolti motivano l’appello alla rivoluzione.

Secondo quest’approccio «in Italia almeno il 60% circa in energia alimentare della produzione primaria edibile destinata direttamente o indirettamente all’uomo potrebbe essere sprecata», ovvero sono di più le calorie perse per strada o nel cestino che quelle che vanno a riempire (o realmente necessarie a) i nostri stomaci.
E i paradossi non finiscono qui. Se «l’inefficienza degli allevamenti animali rappresenterebbe fino al 62% degli sprechi in Italia», un altro rilevante 15% sarebbe imputabile alla sovralimentazione, contando che nel nostro Paese gli «individui in sovrappeso sono il 50% degli uomini, il 34% delle donne e il 24% dei bambini tra i 6 e gli 11 anni».
E questo nonostante il 14% della popolazione si trovi (dati 2016) in povertà relativa: circa 8,3 milioni di persone, di cui circa 4,6 «in povertà assoluta, ovvero con difficoltà di accesso al cibo».
E il nostro spreco costa assai caro anche all’ambiente: si stima che in Italia causi «l’emissione annua di 24,5 Mt di CO2 e che corrisponda ad almeno il 3% circa del consumo di energia», senza dimenticare i circa 1,2 miliardi di mc d’acqua dolce buttati al vento, o l’immissione di  228.900 t di azoto reattivo.

Un nodo tanto stretto, pesante e complesso che secondo l’Ispra non si potrà sciogliere con semplici maquillage ma solo ridisegnando un nuovo modo di produrre e consumare il cibo. Affidandosi a una progettazione in grado di superare eventuali “trappole del localismo” e considerando comunque un periodo di transizione, la strada tracciata dall’Istituto prevede di incentivare a ogni livello «filiere corte, locali, biologiche, di piccola scala» coordinate tra loro.

«Rispetto all’agricoltura industriale nelle fattorie agroecologiche su piccola scala la produttività di medio-lungo periodo è maggiore dal 20% al 60% a parità di condizioni e l’efficienza nell’uso delle risorse, anche ambientali, è più elevata da 2 a 4 volte», inoltre «i cibi durano di più per i consumatori e generalmente è maggiore la consapevolezza».
Non si tratta di stime futuribili secondo l’Ispra, ma di analizzare quanto già accade: «È stato dimostrato che l’adozione su scala globale dell’agricoltura ecologica potrebbe portare a una fornitura alimentare pari a circa il 50% in più dell’attuale. Secondo i dati della Fao, nel mondo la piccola agricoltura contadina è responsabile di circa il 70% della produzione complessiva, avendo a disposizione solo un quarto delle terre coltivabili».

La domanda che rimane è: siamo davvero disposti come cittadini ad abbracciare questa rivoluzione, e magari a pagare di più il cibo che consumiamo? In ballo non c’è “solo” lo spreco ma questioni fondamentali come i «cambiamenti climatici, la sicurezza alimentare, la tutela delle risorse naturali (acqua in primis), lo sviluppo economico e il benessere sociale».
Si tratta di una transizione, che semmai decideremo di intraprendere – prima che sia tardi – non potrà che fare leva anche su una spiccata dimensione culturale, dove anche i media sono chiamati ad esercitare un ruolo importante: «Nei paesi molto sviluppati come l’Italia e quelli europei – osserva infatti l’Ispra – la ristrutturazione dei sistemi alimentari passa inevitabilmente dal riconoscimento di un equo valore sociale ed economico degli alimenti fondato sul diritto al cibo per riequilibrare le condizioni sociali di accesso e di produzione. Il valore equo del cibo non può raggiungersi tramite la spettacolarizzazione mediatica e mercantile che lo rende bene di status posizionale e stimola lo spreco alimentare generando disuguaglianze».

Luca Aterini
da greenreport.it/
16 novembre 2017

Forum alternativo al G7 dei padroni della terra e del cibo

G7-agricolturaBergamo ospiterà il G7 dell’Agricoltura nelle giornate di sabato 14 e domenica 15 ottobre. Un vertice delle grandi potenze sul futuro dell’alimentazione e dello sviluppo agricolo.

Il Ministro Martina, con una qualche consapevolezza, richiama ad “una maggiore consapevolezza e ad un senso di cittadinanza più forte da parte di ciascuno per poter dare vita alla svolta necessaria“.

Il problema è che in campo ci sono le stesse grandi imprese dell’agrobusines che hanno finora continuato a perseguire pervicacemente i loro interessi con interventi di massificazione dei profitti: monoculture, diserbanti, Ogm, … incuranti dell’inaridimento dei terreni spesso sottratti ai piccoli coltivatori e/o accaparrandosi vaste aree di nuovi terreni fertili (land grabbin) da Governi compiacenti.

«Noi non ci stiamo e costruiamo l’alternativa»

 Negli stessi giorni sempre a Bergamo, il Forum alternativo al G7 dei padroni della terra e del cibo organizza due giorni di riunioni, incontri e proposte che si concluderanno con una manifestazione per le vie di Città Bassa ed un concerto.

«Il modello proposto dal G7 e quello agroecologico, basato sulla Sovranità Alimentare, non sono compatibili.
Il G7 si basa su una politica agricola capitalista e neoliberalista, mentre noi ci rispecchiamo in un sistema che mette al centro il cibo come diritto al nutrimento e alla sostenibilità del sistema agricolo-alimentare».

«Il messaggio che vogliamo dare è che il modello proposto dal G7 in corso e quello agroecologico basato sulla Sovranità Alimentare non sono compatibili, non possono convivere.
Vogliamo affermare l’alternatività dei percorsi agroecologici a quello egemone: per cambiare radicalmente l’agricoltura e l’economia non bastano nuovi stili di vita, occorre progettare e praticare insieme un’alternativa di società».

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(dal Forum Sovranità alimentare, 2007).

«(…) La Sovranità Alimentare è il diritto dei popoli ad alimenti nutritivi, prodotti in forma sostenibile ed ecologica, ed anche il diritto di poter decidere il proprio sistema alimentare e produttivo. Questo pone coloro che producono, distribuiscono e consumano alimenti nel cuore dei sistemi e delle politiche alimentari e al di sopra delle esigenze dei mercati e delle imprese. …

La Sovranità Alimentare promuove un commercio trasparente che possa garantire un reddito dignitoso per tutti i popoli e il diritto per i consumatori di controllare la propria alimentazione e nutrizione. Essa garantisce che i diritti di accesso e gestione delle nostre terre, dei nostri territori, della nostra acqua, delle nostre sementi, del nostro bestiame e della biodiversità, siano in mano a chi produce gli alimenti. La sovranità alimentare implica nuove relazioni sociali libere da oppressioni e disuguaglianze fra uomini e donne, popoli, razze, classi sociali e generazioni. (…)»

Vedi programma: http://stop-ttip-milano.net/g7/forum-alternativo-al-g7-dei-padroni-della-terra-del-cibo/

Il “Giorno del Sovrasfruttamento della Terra” cade il 2 agosto

Due-Agosto-2017Secondo il Global Footprint Network, l’organizzazione di ricerca internazionale che ha dato avvio al metodo di misura dell’Impronta Ecologica per il calcolo del consumo di risorse, il 2 agosto di quest’anno è il giorno in cui la richiesta di risorse naturali dell’umanità supera la quantità di risorse che la Terra è in grado di generare nello stesso anno.
Il 60% di questo budget è rappresentato dalla richiesta di natura per l’assorbimento delle emissioni di anidride carbonica.

Il “Giorno del Sovrasfruttamento delle risorse della Terra” (in inglese Earth Overshoot Day) indica la data sempre più anticipata nel calendario da quando il mondo è andato per la prima volta in sovrasfruttamento nei primi anni ’70: dalla fine di settembre del 1997 al 2 agosto di quest’anno.

In altre parole, l’umanità sta usando la natura ad un ritmo 1,7 volte superiore rispetto alla capacità di rigenerazione degli ecosistemi. È come se ci servissero 1,7 pianeti Terra per soddisfare il nostro fabbisogno attuale di risorse naturali.

I costi di questo crescente sbilanciamento ecologico stanno diventando sempre più evidenti nel mondo e li vediamo sotto forma di deforestazione, siccità, scarsità di acqua dolce, erosione del suolo, perdita di biodiversità e accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera.

Possiamo però invertire questa tendenza.

Se posticipassimo l’Overshoot Day di 4,5 giorni ogni anno, potremmo ritornare ad utilizzare le risorse di un solo pianeta entro il 2050.
Il nostro pianeta è finito, ma le possibilità umane non lo sono. Vivere all’interno delle capacità di un solo pianeta è tecnologicamente possibile, finanziariamente vantaggioso ed è la nostra unica possibilità per un futuro prospero”, ha dichiarato Mathis Wackernagel, CEO del Global Footprint Network e co-creatore dell’Impronta Ecologica. “In definitiva, posticipare nel calendario la data del Giorno del Sovrasfruttamento della Terra è quello che davvero conta”.

Per dare rilevanza al Giorno di Sovrasfruttamento di quest’anno, il Global Footprint Network mette in evidenza alcune possibili azioni da mettere in pratica sin da oggi e stima il loro impatto sulla data del Giorno del Sovrasfruttamento della Terra nei prossimi anni. Ad esempio, la riduzione degli sprechi alimentari del 50% in tutto il mondo potrebbe posticipare tale data di 11 giorni; invece, ridurre del 50% la componente dell’Impronta Ecologica globale dovuta all’assorbimento di anidride carbonica, sposterebbe la data dell’Overshoot Day verso la fine dell’anno di 89 giorni.

Azioni individuali
Per supportare questa trasformazione, il Global Footprint Network, insieme a quasi 30 partner in tutto il mondo, sta incoraggiando le singole persone a contribuire al progetto #movethedate proponendo semplici azioni concrete. Questo processo prevede una maggiore conoscenza dei fattori chiave in grado di influire sulla sostenibilità e la sperimentazione di nuovi stili di vita per abbassare la propria Impronta Ecologica.

Quest’anno, all’avvicinarsi del Giorno del Sovrasfruttamento della Terra, il Global Footprint Network lancerà anche un nuovo strumento di calcolo dell’Impronta Ecologica, l’Ecological Footprint calculator, per permettere ad ogni singolo utente di calcolare il proprio Giorno del Sovrasfruttamento personale. Ad oggi, l’attuale calcolatore (www.footprintcalculator.org) viene utilizzato da più di 2 milioni di persone all’anno.

Una trasformazione sistemica
Il Global Footprint Network all’inizio di quest’anno ha lanciato la sua piattaforma dati aperta a tutti, per contribuisce a diffondere nel mondo le soluzioni identificate da due organizzazioni: Project Drawdown e McKinsey & Company.
Sulla base del lavoro di queste due organizzazioni, il team di ricerca del Global Footprint Network ha calcolato di quanti giorni verrebbe posticipato il Giorno del Sovrasfruttamento della Terra se tali soluzioni venissero implementate.
La sola componente di anidride carbonica dell’impronta è più che raddoppiata dagli inizi degli anni ’70 e rimane la componente che cresce più rapidamente, contribuendo così al divario tra l’Impronta Ecologica e la biocapacità del pianeta”, ha dichiarato Wackernagel. “Per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima, l’umanità dovrebbe uscire dall’economia dei combustibili fossili prima del 2050, contribuendo già di gran lunga a risolvere il problema dell’umanità relativo al sovrasfruttamento delle risorse”.

Segnali incoraggianti
Gli ultimi dati del Global Footprint Network offrono segnali incoraggianti: stiamo iniziando a muoverci nella giusta direzione. Ad esempio, tra il 2005 e il 2013 (l’ultimo anno per cui esistono dati affidabili) l’Impronta Ecologica pro capite negli USA è scesa quasi del 20% rispetto al suo picco. Questo significativo cambiamento, che include il risollevamento post-recessione, è associato principalmente alla diminuzione delle emissioni di anidride carbonica. Nello stesso periodo, il PIL pro capite USA è cresciuto del 20%. Questi risultati fanno quindi degli Stati Uniti un significativo caso di disaccoppiamento tra la crescita economica e il consumo di risorse naturali, che seguono infatti andamenti opposti.
Inoltre, la Cina, il paese con la più grande Impronta Ecologica totale, nel suo ultimo piano quinquennale si è fortemente impegnata a costruire una Cultura Ecologica, con molte iniziative per superare al più presto il suo picco di emissioni di anidride carbonica.

Risorse aggiuntive
Maggiori informazioni sul Giorno del Sovrasfruttamento della Terra: www.overshootday.org
Segui i social media con: #movethedate
Per calcolare il tuo personale Giorno del Sovrasfruttamento e la tua Impronta Ecologica, visita: www.footprintcalculator.org (il nuovo calcolatore sarà disponibile dopo il 29 luglio 2017)
I risultati relativi all’Impronta Ecologica di tutti i paesi del mondo sono disponibili sulla piattaforma dati aperta del Footprint Explorer: data.footprintnetwork.org

Per la documentazione:
http://www.listacivicaitaliana.org/2017/preavviso-il-2-agosto-sara-lovershoot-day/

la TERRA e l’UOMO – il Tutto e il Nulla

Terra---Uomo

la TERRA e l’UOMO  –  il Tutto e il Nulla

Entità suprema che alimenta la vita attraverso il dono.
Soggetto scomposto che alimenta il potere privato.
Armonica complessità d’insieme.
Microcosmo della precarietà diffusa

La Terra e l’Uomo sono corpi della vita che evolve; si trasforma nel tempo delle cose che si scompongono nello scambio tra il dono rigenerante e la rincorsa frenetica allo sfruttamento (proprietario).

La Terra è Madre: energia per la vita.

Offre ad ogni vivente il meglio di sé: materia viva, energia, cibo, riparo, bellezza. Un inno alla gioia (del vivere).

L’umano reagisce al dono (non con lo scambio) con l’estorsione.
Trasforma il bene comune, libero a tutti i viventi, in proprietà privata.
Sperpera ricchezze dedicate.
Trasforma la fertilità delle aree naturali e produttive in luoghi aridi e improduttivi.
Sottrae energia con grande intensità e scarica inquinanti nell’ambiente: in terra e in mare.
Estrae e trasforma materiali pregiati oltre le proprie necessità, accumulando discariche.
Così lo sfruttamento regola i rapporti tra gli umani che si alterano in violenza per la proprietà privata: ed è la guerra. Un attacco mortale alla vita, alla Madre: guerre fratricide di rapine e di sottomissione.

La Terra a volte si ribella alla supponenza dell’umano che deforesta, cementifica, inaridisce aree agricole, inquina l’aria e l’acqua alla sorgente, contamina, infetta perfino il cibo di cui si nutre.
Un’autentica pazzia, che solo la grande stupidità e arroganza non vede di correre verso il fine vita.

Ognuno dei piccoli figli dell’Uomo rimane soggiogato, asservito alla logica produttivistica, in cambio di “30 denari” trasforma i doni della Natura in merci esclusive.

Le bellezze naturali si dissolvono alla vista; tutto il “fare” si estingue al tramonto, nella grande solitudine, nella grande confusione, nella grande indifferenza: ed è ancora guerra prevaricatrice, per essere merce sempre più appetibile, … sempre più sterile.

Non è l’uomo il creatore. I tempi riproduttivi non sono quelli del consumo.

Senza la Terra non c’è creatura pulsante.
Ascoltare il suo battito, sincronizzare il proprio ai tempi ed allo spazio della Natura.
Non basta difendere il proprio orticello se rimane un corpo del piacere separato.

C’è chi reclama un processo rivoluzionario: impossibile senza un ritrovato abbraccio con la Terra Madre.
Difendere la terra e la sua integrità, difendere l’uomo e la sua umanità è il primo dovere di ogni rivoluzionario.
La riproduzione del dono è il principio dal quale prende corpo il processo rivoluzionario e può dare senso reale al rapporto Terra Madre – Uomo.

Nell’armonia del dono, scambio e reciprocità, si riconosce la libertà e il diritto di ogni vivente alla vita.

La bellezza (e lo sguardo che l’accoglie) è parte e misura del diritto universale alla vita, così come il sorriso e l’accoglienza sono parti della dignità tra i viventi.

Questa terra non si vende, si lavora e si difende

Questa-terraIn questi tempi di paura globale alcune persone hanno paura della fame, altre di mangiare. Un miliardo di persone stasera andranno a letto con lo stomaco vuoto, mentre tutte le altre hanno sempre più paura di mangiare quello che procura il mercato, che potrebbe essere veleno o spazzatura. Non possiamo più aspettare che i governi e le istituzioni facciano qualcosa di importante e sensato per affrontare questo problema capitale…” (Eduardo Galeano)
E’ in atto, a livello mondiale una corsa all’accaparramento delle terre (land grabbing).
Negli ultimi tempi stiamo assistendo a un incremento di questa attività che, contrariamente a quanto si può pensare, non avviene solo nei paesi classificati come in via di sviluppo ma anche nel così detto “Primo Mondo“.

La crisi prima del sistema capitalista e successivamente anche di quello neo-liberista fa si che anche nei paesi già “sviluppati” ci sia in corso un attacco nei confronti delle pochissime aree di terreno a vocazione agricola ancora rimaste da mettere a rendita e cioè quelle di proprietà degli Enti Pubblici.
La mentalità con cui si effettua questo tipo di operazioni viene definita “estrattivista“, cioè predatoria, che sottrae disponibilità alle collettività con la stessa modalità con cui agisce l’attività mineraria nei confronti del sottosuolo.
Tutto questo puntualmente a vantaggio di pochi soggetti forti.
Sempre di più, per il prossimo futuro, la “risorsa cibo” risulterà strategica per consentire o consolidare profitti, speculazioni e potere.
La terra viene quindi vista come una risorsa di cui impossessarsi e prenderne il controllo il più velocemente possibile e il cibo/merce sta assumendo sempre di più il duplice volto di “spazzatura standardizzata chimico-tossico” per le classi meno abbienti e “bio-di qualità-che fa bene alla salute” per i più facoltosi.
Dal punto di vista sociale invece, sempre a livello mondiale, siamo arrivati a superare i sette miliardi di umani che vivono su questo pianeta e dobbiamo tenere conto che un miliardo di questi non hanno cibo a sufficienza.

Alla stragrande maggioranza di tutti gli altri invece, quelli che hanno possibilità di comprare il proprio cibo, è stato imposto un regime alimentare standardizzato, uniformato, che genera per tutti grandi ingiustizie, problemi di salute e distruzione dell’ambiente, mentre genera enormi profitti solo per pochissimi.
Il capitalismo e il neoliberismo, come modelli di organizzazione della produzione e della distribuzione del cibo, si sono impossessati dell’intero pianeta.

Il cibo è stato ridotto allo status di merce e come qualsiasi altra merce è soggetto alle leggi dello sfruttamento e del profitto. Chi può permetterselo economicamente può continuare a vivere comprando l’energia (il cibo) necessaria, chi non può permetterselo non può continuare a vivere.

L’unico modo per riuscire a fare i soldi necessari è quello di vendere la propria forza lavoro ammesso che ci sia qualcuno disposto a comprarla. Come sempre avviene, c’è molta differenza di disponibilità fra coloro che “possono” comprare il proprio cibo; di conseguenza la concorrenza per piazzare il più alto possibile il proprio posto nella scala sociale è un valore da mettere come priorità.
I governi e le istituzioni cosa fanno?
Invece di operare per le collettività operano a vantaggio delle imprese multinazionali alle quali sono assoggettati. O meglio, appare sempre meno distinto il confine fra imprese multinazionali, governi di Stati nazione e criminalità organizzata.

Queste tre entità appaiono sempre meno “in lotta” fra loro e sempre di più come diversi modi di esercitare un “unico” fortissimo potere dominante.
Questo sistema ha come fine quello di mantenere la sua struttura di potere, con l’idea di aumentare all’infinito i suoi margini di profitto. Poco importa se a danno delle popolazioni.

Dalla Rivoluzione Verde siamo passati alla proposta della green economy.

In pratica si continua a dire che tutto questo è per ridurre la fame nel mondo, per “nutrire il pianeta“, per migliorare la vita del genere umano e così via.

La proposta della Rivoluzione Verde ha usato questa scusa, pur essendo chiara la distruzione che avrebbe causato alla natura, in tempi in cui l’opinione pubblica non era sensibile ecologicamente. Ora la green economy utilizza la scusa che non possiamo continuare a distruggere la natura e c’è bisogno di miglioramenti ecologici.

La grande, vergognosa e colossale manipolazione dell’immaginario collettivo che si è consumata all’EXPO di Milano ne è una prova evidente. Multinazionali come Coca Cola, Nestlé e tantissime altre, insieme alle nostre istituzioni e a chi gli da credito, ci hanno dato lezioni di “sostenibilità” e di amore per nostra madre terra.
Sotto questa luce, sentirsi cittadini appartenenti a sistemi democratici solo perché ci è concessa la possibilità di scegliere chi ci rappresenterà, delegando totalmente ed attingendo informazioni da un sistema uniformato e plasmato dal potere dominante, appare del tutto fuori luogo.

Il nostro paese, come molti altri, è in guerra pur non riconoscendolo, anzi, addirittura tradendo la propria carta costituzionale che espressamente la ripudierebbe. È in guerra con la natura e con il suo stesso popolo, una guerra subdola e non facilmente riconoscibile, ma le industrie che producevano ordigni e veleni per uccidere il nemico adesso fanno concimi chimici e pesticidi; quelle che costruivano i carri armati adesso fanno i trattori ed i padroni di queste fabbriche sono gli stessi.
Siamo al terribile paradosso dove, per motivi di igiene e salute pubblica, si vietano pratiche contadine che hanno sfamato le popolazioni per millenni mentre si autorizza, anzi si incentiva economicamente e culturalmente, l’uso di sostanze chimiche altamente tossiche e cancerogene per la produzione e per la lavorazione dei nostri alimenti. Gli stessi alimenti di cui, ormai, la maggioranza della popolazione ignora l’origine e non riesce a vedere oltre agli scaffali sempre forniti e luminosi della grande distribuzione.
Non abbiamo solo la nostra guerra casalinga, siamo anche coinvolti, a vari livelli, in molte altre guerre in tante altre zone di questo pianeta; vere e proprie guerre per le risorse, per le materie prime necessarie alle nostre industrie, guerre per l’energia e per il controllo di zone ritenute strategiche, guerre per l’acqua e per il cibo o solo semplicemente per “ricostruire” lucrandoci.

Siamo coinvolti in guerre che hanno iniziato a produrre, oltre che devastazioni, morte e sofferenza, anche migrazioni di popoli in fuga dai loro territori.
Siamo coinvolti in un sistema che dimentica immediatamente il retorico pietismo per il “profugo in mare” e dieci minuti dopo lo sbarco lo classifica “clandestino” e quindi lo rifiuta e lo segrega rendendolo buono solo ad ingrossare le file dei nuovi schiavi al lavoro nei campi, nei cantieri e nelle fabbriche che pretendono costi sempre più bassi.

Ovviamente da clandestino, quindi senza dignità e diritti.

Chi avesse intenzione di produrre autonomamente il proprio cibo e non possiede né terra né consistenti capitali a disposizione si trova nell’impossibilità di farlo.
L’accesso alla terra come base del sostentamento alimentare non è possibile per chiunque lo desideri, ma solo per pochi che se lo possono permettere e questo non è ammissibile.
Nasce con queste considerazioni di base la campagna “terra bene comune“.

Inizialmente si oppone alla tendenza generalizzata di privatizzare le terre ancora rimaste patrimonio pubblico considerandole le ultime parti di territorio rimaste a disposizione della sovranità alimentare delle popolazioni locali. In seguito si è allargata all’idea di far partire esperienze di una neo-contadinità agroecologica che si pone come soluzione dal basso alle problematiche sociali e ambientali fino a qua elencate proprio partendo da queste terre che spesso sono in abbandono o sottoutilizzate.
Va da se che questo non può venire dalle istituzioni, ma solo attraverso forme di organizzazione spontanee di cittadini che, iniziando dalla ri-costruzione di una comunità, continuano poi con il “liberare, custodire e difendere” delle porzioni di territorio sulle quali produrre il proprio cibo, istruirsi e curarsi in modo autonomo.
Sono nate dal basso, negli ultimi anni, molte esperienze e forme di lotta da parte di gruppi autoaggregatisi spontaneamente di cittadini e contadini che hanno per oggetto la difesa, e in alcuni casi anche la presa in custodia, di porzioni più o meno grandi di terre abbandonate o sottoposte a speculazioni di ogni genere. Si stanno sperimentando, a vari livelli, forme di autodeterminazione alimentare e non solo.

Prende forma il concetto di “Terra Bene Comune”.

Nei nostri territori il quadro è già fortemente compromesso. La terra è ormai di fatto quasi del tutto sottratta all’utilizzo delle comunità locali che sono sempre più depredate della propria autodeterminazione ed è messa al servizio di speculazioni varie, comprese quelle di una agricoltura industriale gestita dalla Grande Distribuzione Organizzata.

Tutto il tessuto socio-culturale, compresa l’identità stessa del territorio, è fortemente messo a repentaglio e in molti casi già abbondantemente distrutto.
Continuando queste pratiche e queste analisi confermiamo che l’accesso alla terra, che è un mezzo indispensabile alla produzione del cibo, al pari dell’acqua e dell’aria, va considerato elemento indispensabile alla vita umana e quindi non mercificabile. Come minimo, a partire dalle terre che già sono di proprietà della collettività e che per di più versano in stato di abbandono.
La lotta intrapresa a Mondeggi e quelle intraprese in molte altre zone devono essere per tutti noi un incoraggiamento, un incitamento all’azione: dobbiamo riconsiderare il senso della politica e non più intenderla solo come lo spazio di una delega espressa sulla base di informazioni attinte da un sistema uniformato e plasmato dal potere dominante, il quale evidentemente ha tutto l’interesse a mantenere le cose così come stanno il più a lungo possibile.

Dobbiamo considerare il fare politica un agire diretto, partecipativo, che non sia solo la spregiudicata difesa di quello che si pensa che siano i nostri interessi personali.
È fondamentale il dilagare su tutto il territorio di questa consapevolezza e di queste pratiche e il nostro sforzo è quello di trovare delle vie di comunicazione per promuovere e facilitare tutto questo.

 Dobbiamo iniziare dagli strati sociali che più hanno la percezione del “bisogno” di un cambiamento radicale in questa società, e cioè giovani e migranti.
Manca di realismo chi continua ad aspettarsi che per le vie convenzionali possa giungere quello che urgentemente ci serve. Come dicono gli Zapatisti, cambiare il mondo è molto difficile, forse impossibile; quello che ci sembra fattibile è creare un mondo del tutto nuovo“. (Gustavo Esteva)

Giovanni Pandolfini <giovannipandolfini@gmail.com>

EARTH OVER SHOOT DAY 2016

Hearth-Over-shootEra il 2005 quando oltre 1360 esperti di tutto il mondo hanno illustrato in ben 4 volumi le conseguenze che i cambiamenti degli ecosistemi hanno apportato al benessere dell’umanità, e le basi scientifiche per le azioni necessarie a migliorarne la conservazione e l’utilizzo sostenibile.

Una ricerca avviata nel 20001 patrocinata dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan.

Rappresentanti di agenzie delle Nazioni Unite, di governi, di organizzazioni non-governative, di istituzioni accademiche, di gruppi indigeni, hanno supervisionato il processo di stesura del rapporto, e ha stilato una dichiarazione finale, il cui nucleo essenziale è costituito da un allarme: ”l’attività umana dipende fortemente dalla complessa rete biologica di cui siamo parte e “pone una tale pressione sulle funzioni naturali della terra che la capacità degli ecosistemi del pianeta di sostenere le generazioni future non può più essere data per scontata”.
Tali pressioni aumenteranno con il crescere del fabbisogno umano nei decenni a venire.
Proteggere e migliorare il nostro benessere futuro continua la dichiarazione finalerichiede un utilizzo più saggio e meno distruttivo delle risorse naturali. Ciò comporta a sua volta cambiamenti radicali nel modo in cui prendiamo ed attuiamo le decisioni”.
La conclusione cui giunge il rapporto è: “la protezione di queste risorse non può più essere considerata come un accessorio extra, da affrontare solo dopo che interessi più pressanti, come la creazione della ricchezza o la sicurezza nazionale, siano stati risolti”.

5 anni dopo, il 27 settembre 2011, i dati del Global Footprint Networkuna organizzazione di ricerca internazionale con uffici in California e a Ginevra denunciavano che l’umanità esauriva le risorse che la natura può fornire in un anno in maniera sostenibile.

Ancora 5 anni – 8 agosto 2016la stessa organizzazione evidenzia la nuova data in cui la domanda annuale di risorse naturali da parte dell’umanità supera le risorse che la Terra può rigenerare in un anno.

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Di seguito il comunicato ufficiale del Global Footprint Network.

Entro l’8 agosto, l’umanità avrà esaurito le risorse che la natura mette a disposizione per tutto l’anno: é quanto afferma il Global Footprint Network, un’organizzazione di ricerca internazionale che sta cambiando il modo in cui il mondo gestisce le sue risorse naturali e reagisce ai cambiamenti climatici .

Il giorno del sovrasfruttamento della Terra (Earth Overshoot Day), che quest’anno cade l’8 agosto, evidenzia la data in cui la domanda annuale di risorse naturali da parte dell’umanità supera le risorse che la Terra può rigenerare in un anno
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Questo è possibile perché emettiamo più anidride carbonica nell’atmosfera di quanto gli oceani e le foreste siano in grado di assorbire e deprediamo le zone di pesca e le foreste più velocemente di quanto possano riprodursi e ricostituirsi.

Le emissioni di carbonio costituiscono la componente del sovrasfruttamento ecologico che sta crescendo più velocemente: l’impronta dovuta al carbonio (carbon Footprint) genera il 60 % della domanda di risorse naturali da parte dell’umanità. Noi denominiamo impronta ecologica questa domanda.

Se vogliamo rispettare gli obiettivi fissati dall’accordo sul clima di Parigi adottato da quasi 200 paesi nel dicembre 2015, l’impronta dovuta alle emissioni di carbonio dovrà calare gradualmente fin quasi a zero entro il 2050.
Ciò ci richiede di trovare un nuovo modo di vivere sul nostro “unico” pianeta.

Un tale nuovo modo di vivere porta molti vantaggi ma richiede anche impegno per realizzarlo“, dice Mathis Wackernagel, co-fondatore e CEO di Global Footprint Network.La buona notizia è che tutto ciò è attuabile con le tecnologie disponibili ed é economicamente vantaggioso dato che i benefici complessivi sono superiori a costi. Si stimoleranno settori emergenti come le energie rinnovabili, riducendo i rischi e i costi connessi a settori imprenditoriali ormai senza futuro perchè basati su tecnologie caratterizzate da alte emissioni di carbonio o perchè soggetti ai rischi connessi al cambiamento climatico (es. edificazioni in riva al mare minacciate dall’innalzamento del suo livello). L’unica risorsa di cui abbiamo più bisogno è la volontà politica.

Fortunatamente, alcuni paesi stanno raccogliendo la sfida.
Per esempio, il Costa Rica ha generato il 97 % della sua elettricità da fonti rinnovabili nel corso dei primi tre mesi del 2016. Anche il Portogallo, la Germania e la Gran Bretagna quest’anno hanno dimostrato livelli molto avanzati riguardo alla capacità di produrre energia rinnovabile, quando il 100% della loro domanda di energia elettrica è stata soddisfatta da fonti rinnovabili per diversi minuti o, nel caso del Portogallo, per diversi giorni.
In Cina, nel frattempo, il governo ha delineato un piano per ridurre del 50% il consumo di carne dei suoi cittadini prevedendo in questo modo di abbassare di un miliardo di tonnellate entro il 2030 le emissioni di biossido di carbonio equivalente per il comparto cinese dell’industria del bestiame.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Allo stesso tempo, come singole persone, ognuno di noi può impegnarsi per il cambiamento del suo stile di vita quotidiano
. Sulla scia dello storico accordo di Parigi, il Global Footprint Network e i suoi 25 partner dell’Earth Overshoot Day hanno lanciato una campagna di coinvolgimento del pubblico, al fine di evidenziare l’importanza di poter contare sulla certezza delle risorse data da un mondo sostenibile in cui le persone e il pianeta possano prosperare.

Con la campagna #pledgefortheplanet (Impegno per il pianeta) lanciata il 22 aprile – Giornata della Terra, le persone sono invitate a scegliere un #pledgefortheplanet (si trova tutto su www.overshootday.org) e a condividere selfie attraverso i social media. (Macchine fotografiche GoPro saranno assegnate dopo l’Overshoot Day agli autori delle tre foto preferite).

Poiché la popolazione mondiale è cresciuta e il consumo è aumentato – soprattutto per quanto riguarda le emissioni di carbonio – la data dell’Earth Overshoot Day nel tempo si è spostata da fine settembre del 2000 all’8 agosto di quest’anno. Un dato positivo é che la velocità con cui la data dell’Earth Overshoot Day si è man mano anticipata é scesa a meno di un giorno all’anno, in media, negli ultimi cinque anni, rispetto a una media di tre giorni all’anno da quando nei primi anni 1970 é iniziato il sovrasfruttamento.

“L’accordo sul clima di Parigi è ancora la dichiarazione più forte riguardo alla necessità di ridurre drasticamente l’impronta di carbonio. In ultima analisi, la scelta é tra collasso o stabilità”,
ha detto Mathis Wackernagel. “Raccomandiamo con forza le nazioni, le città e gli individui a prendere iniziative efficaci e coraggiose per rendere gli obiettivi di Parigi una realtà raggiungibile.”


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Cosa è il Global Footprint Network
Il Global Footprint Network è un’organizzazione di ricerca che sta cambiando il modo in cui il mondo gestisce le sue risorse naturali e reagisce ai cambiamenti climatici . Dal 2003 ha collaborato con più di 50 nazioni, 30 città e 70 partner globali per fornire scenari scientifici che hanno indirizzato le politiche ad alto impatto e le decisioni di investimento. Insieme ai suoi partners sta creando un futuro in cui tutti possano prosperare entro i limiti del pianeta.
www.footprintnetwork.org

Per approfondire:
Earth Overshoot Day: www.overshootday.org
Sui social media: #pledgefortheplanet, #overshoot
Per calcolare l’impronta ecologica personale e capire come ridurla: www.footprintcalculator.org (esiste anche la versione in italiano)
Per conoscere l’impronta ecologica della propria nazione si può richiedere  gratuitamente il Public Data Package con i dati sull’Impronta Ecologica di 182 nazioni:
www.footprintnetwork.org/public2015
www.footprintnetwork.org/maps
Video sul National Footprint Accounts: https://youtu.be/_T5M3MiPfW4

Contatti per l’Italia: Roberto Brambilla – r.brambilla@mclink.it

Più cibo per i ricchi meno cibo per i poveri

CiboL’organizzazione non governativa Oxfam è nata 64 anni fa ad Oxford come “Comitato per alleviare la fame nel mondo” e oggi è una federazione internazionale di 12 sezioni che operano in 75 paesi; esiste anche una sezione Oxfam Italia. Oxfam.

Il mese scorso ha pubblicato un documento (consultabile gratuitamente in Internet) che getta nuova luce sui rapporti fra produzione agricola e alimentare e alterazioni ambientali, soprattutto modificazioni del clima dovute alle immissioni nell’atmosfera dei “gas serra”.

I due principali responsabili del lento inarrestabile riscaldamento del nostro pianeta, sono l’anidride carbonica (CO2) e il metano; quando si nominano questi gas il pensiero corre subito ai fumi delle centrali termoelettriche che bruciano combustibili fossili (la sola centrale di Cerano, vicino Brindisi, immette nell’atmosfera circa 15 milioni di tonnellate all’anno di CO2), alle caldaie delle case, ai gas di scappamento degli autoveicoli, agli sfiati nell’atmosfera dei pozzi metaniferi.

In realtà al riscaldamento globale contribuisce per circa un quarto del totale anche la produzione di cibo, quella complessa catena di rapporti che va dai campi coltivati, alle stalle, fino ai negozi e alla nostra tavola.

Apparentemente la produzione alimentare dovrebbe essere “neutrale”, dal punto di vista del bilancio planetario della CO2, perché “porta via” dall’atmosfera la CO2 che utilizza, insieme all’acqua e grazie all’energia solare, per formare i vegetali per fotosintesi; la stessa CO2 ritorna nell’atmosfera in seguito al metabolismo degli animali e degli esseri umani.

In realtà non è affatto così; intanto la natura “fabbrica”, con la fotosintesi, i vegetali senza occuparsi di quello che è utile per i nostri commerci; della biomassa vegetale esistente nei campi soltanto una parte, spesso meno del 40 percento, diventa cibo. Nelle piante di mais, i semi da cui trarre la farina e l’olio sono soltanto circa il 30 percento; delle olive l’olio rappresenta soltanto meno del venti per cento. La biomassa restante, che ammonta ad alcuni miliardi di tonnellate all’anno nel mondo, trova in parte impiego nell’alimentazione del bestiame e in parte viene restituita al terreno dove si decompone liberando CO2, ma anche altri gas serra. Inoltre la lavorazione dei campi comporta una modificazione della struttura del suolo che contribuisce anch’essa al peggioramento del clima.

Ma soprattutto le operazioni agricole richiedono l’impiego di macchinari che usano carburanti che emettono CO2 nell’aria; inoltre le elevate rese dei raccolti sono possibili con l’impiego di crescenti quantità di concimi contenenti azoto, fosforo, potassio, per la cui fabbricazione vengono impiegati combustibili fossili che emettono anche loro CO2 nell’atmosfera. Non solo: i concimi azotati svolgono la loro funzione di nutrizione delle piante attraverso complesse reazioni microbiologiche e chimiche, durante le quali si liberano ossidi di azoto, altri gas che contribuiscono, con la CO2 e il metano, al riscaldamento del pianeta. In una spirale: più rese agricole, più meccanizzazione, più concimi, peggioramento del clima.

Lo studio di Oxfam ha mostrato che i cinque principali raccolti — riso, mais, soia, palma, grano — contribuiscono ad immettere ogni anno nell’atmosfera circa quattro miliardi di tonnellate di gas serra, il 10 percento del totale mondiale. Alcune piante, come il riso, producono metano proprio nei processi di coltivazione.

Ma il cammino dai campi alla tavola è ancora molto lungo. Circa un terzo delle sostanze nutritive dei raccolti agricoli viene impiegato per l’alimentazione del bestiame. La vita degli animali da allevamento restituisce in parte la CO2 all’atmosfera, ma la “fabbricazione” di carne, di latte, di uova è accompagnata anche dalla liberazione di altri gas serra che vanno dal metano dei bovini a quello che si forma nella decomposizione microbiologica degli escrementi animali.

Molti prodotti agricoli vengono trasportati a grandi distanze. L’olio di palma, prima di arrivare nei dolciumi, percorre ottomila chilometri via mare. L’Italia importa mais dall’America, grano dal Canada, latte dalla Germania, zucchero dalla Francia, viaggi che richiedono combustibili e immissioni di altra CO2 nell’atmosfera.

I prodotti agricoli a questo punto entrano in processi industriali nei quali vengono macinati, miscelati, sottoposti a processi di conservazione, inscatolati e infine trasportati dalle industrie ai negozi e da questi a casa nostra e ai trattamenti di cucina, tutte operazioni accompagnate da emissioni di gas serra.

L’agricoltura è, quindi, fonte di alterazioni climatiche, ma è anche prima vittima delle stesse: l’aumento della siccità e le piogge eccessive che allagano i campi distruggono i raccolti; l’agricoltura intensiva impoverisce la fertilità dei suoli.

L’analisi dell’Oxfam mostra che le alterazioni climatiche, derivanti dalla produzione di cibi più raffinati e abbondanti per una minoranza della popolazione mondiale, rendono più scarsi e costosi gli alimenti disponibili nei paesi più poveri. Molti di questi sono costretti a cedere le proprie terre alle grandi società che praticano quelle coltivazioni intensive e distruttive che consentono di fornire a basso prezzo le materie prime per gli sprechi dei ricchi.

Sono denunce fatte anche molte volte e in varie sedi internazionali dal papa Francesco. Si tratta non di pensare ad un improbabile ritorno all’agricoltura contadina, ma di passare dalla agricoltura industrializzata intensiva e inquinante ad una agricoltura ”ecologica”, come ha messo in evidenza il bel libro di Pier Paolo Poggio Le tre agricolture, apparso di recente. La soluzione del problema alimentare dei poveri è l’unica condizione per estirpare la violenza che ci sta travolgendo.

Giorgio Nebbia

http://www.eddyburg.it

DDL consumo di suolo

salviamo-paesaggioDite che non va bene … ma lo approvate!  Come NON ascoltare le indicazioni contrarie dei cittadini e approvare felici una legge ambigua … ma dichiarando di averla modificata secondo le osservazioni ricevute!

Proprio in questi giorni è in fase di votazione alla Camera il Disegno di legge AC. 2039, denominato “Contenimento del Consumo del suolo e riuso del suolo edificato”, che il nostro Forum, dopo lunghe analisi, ha evidenziato non soltanto come insufficiente a fermare il consumo di suolo nel nostro Paese ma addirittura controproducente, sottoponendo ai parlamentari una nuova proposta, volta a migliorare in modo sostanziale diversi punti del DDL.

Risultato: il Parlamento sta approvando il testo “incriminato”, sono stati introdotti emendamenti peggiorativi e nuove deroghe e quello che ne sortirà è ben lontano dalle attese delle migliaia di cittadini preoccupati dalla continua perdita di suoli fertili, che sta distruggendo per sempre una risorsa non rinnovabile e che sta mettendo a rischio un territorio già oggetto di grave e progressivo dissesto idrogeologico.

Un DDL che procede spedito nel proprio iter, nonostante l’azione di “mail bombing” attuata nei giorni scorsi, che ha trasmesso un nuovo messaggio ai deputati affinché introducessero essenziali elementi migliorativi del testo o sospendessero la discussione per tornare a lavorare a un testo legislativo in grado di dimostrare la volontà di un reale cambiamento.

È il caso di ricordare che il documento che inviammo a marzo ai parlamentari, venne redatto condividendone l’elaborazione con cittadini, comitati, associazioni e organizzazioni professionali di tutto il territorio nazionale, che rappresentano gran parte della società e dell’opinione pubblica nazionale.
Ad oggi il nostro mail-account registra che sono stati inoltrati circa 2000 messaggi, da parte di 60 rappresentanti di associazioni o comitati e oltre 700 tra cittadini e professionisti vari, che nel complesso hanno fatto arrivare alla Camera più di 80.000 e-mail, coprendo tutto l’arco istituzionale e territoriale. Ma a questi numeri, già significativi, vanno aggiunti i messaggi inviati da migliaia di cittadini senza darne conto alla nostra segreteria e quelli inoltrati su Facebook.

Insomma, un appello così imponente che parrebbe impossibile ignorarlo… eppure così è stato!

Un silenzio assordante da parte dei destinatari, con qualche “perla” a illuminare questo triste scenario. Come la risposta automatica della casella di posta elettronica di un deputato arrivata il 2 maggio, prima ancora che iniziasse la discussione, che proponiamo di seguito:
Gentilissimi,
come ben sapete il testo del ddl AC 2039, approdato in aula per la prima lettura parlamentare, è il frutto di un lungo lavoro di discussione ed approfondimento svolto in sede di Commissione Ambiente e Agricoltura negli ultimi due anni. 
In questo periodo il nostro Gruppo parlamentare ha esaminato con la massima attenzione le proposte che ci avete fatto pervenire; alcune di loro sono state largamente condivise e sono state assunte come parte qualificante del testo oggi in discussione. 
lo stesso atteggiamento abbiamo dedicato alle ultime osservazioni e proposte di ulteriore miglioramento che ci avete inviato; sono certo che le stesse saranno oggetto di attento dibattito in aula nei prossimi giorni.
credo tuttavia che anche qualora non dovessero essere accolte pienamente, debba prevalere l’obiettivo, certamente condiviso da tutti noi, di adottare un provvedimento finalizzato al contenimento del consumo di suolo e al recupero del patrimonio edilizio esistente, dando corso ad un’aspettativa molto diffusa nel Paese di salvaguardia e tutela di una risorsa preziosa qual è il suolo.
Ringraziandovi per la serietà e la qualità del vostro contributo sempre prezioso vi saluto cordialmente.

Una vicenda che potrebbe essere intitolata “Il muro di gomma” se si trattasse di un film, ma che purtroppo rappresenta l’attuale sconcertante realtà della politica, incapace com’è di ascoltare e recepire le giuste istanze dei cittadini sovrani, costretti così a mobilitarsi per difendere i Beni Comuni.

Forum dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio
“SALVIAMO IL PAESAGGIO – DIFENDIAMO I TERRITORI”
www.salviamoilpaesaggio.it

L’emergenza rifiuti è planetaria

mergenza-rifiutiContinua inarrestabile fino a diventare un’emergenza planetaria, la crescita dei rifiuti solidi urbani (Rsu) prodotti nelle città dove ormai vivono tre miliardi di persone che producono 1,2 kg pro-capite di spazzatura al giorno (0,64 kg dieci anni fa).

E’ quanto emerso nella XXI Conferenza internazionale sulla gestione dei rifiuti solidi urbani Solid Urban Waste Management, organizzata a Roma dal Cnr e dallo Iupac Chemrawn Committee (Chemical Research Applied to World Needs).
Presenti oltre 300 esperti, alla ricerca di soluzioni per trasformare i rifiuti in una risorsa utilizzabile dalla collettività.

Dal 2010 per la prima volta, spiega una nota del Cnr, la maggior parte della popolazione mondiale vive in una città e questa percentuale continua a crescere. Cento anni fa vivevano in un’area urbana 2 persone su 10, nel 1990 meno di 4, entro il 2050 si stima che saranno 7 su 10.

La quantità di Rsu sta crescendo anche più velocemente: si è passati dai 0,68 miliardi di tonnellate prodotte nelle città 10 anni fa agli 1,3 miliardi di oggi, e se ne prevedono 2,2 miliardi nel 2025 (1,42 kg per persona).
Un’attenzione particolare viene data dalla Conferenza ai Paesi svantaggiati, dove la questione, spiega Mario Malinconico, ricercatore dell’Istituto dei polimeri, compositi e biomateriali del Cnr, “si ripropone in maniera più urgente e drammatica, creando spesso delle emergenze sanitarie“.

La produzione di Rsu, come pure il consumo di energia, varia notevolmente da megalopoli a megalopoli: “New York – rileva Malinconico – ha una produzione di rifiuti solidi 19 volte maggiore di Dacca, capitale del Bangladesh, così come un consumo pro capite di energia 28 volte più elevato di quello della città indiana di Kolkata e un consumo d’acqua 23 volte più elevato di Giakarta, capitale dell’Indonesia. Nei paesi in via di sviluppo, invece, una larga fascia della popolazione non ha un accesso al livello minimo di risorse, a volte per problemi di gestione: a Buenos Aires o San Paolo circa il 70% dell’acqua potabile va sprecato e Hong Kong produce quasi 14mila tonnellate di rifiuti solidi al giorno“. (ANSA).

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Nel corso dell’ultima riunione del Consiglio dei Ministri è stato approvato il nuovo Documento di economia e finanza (Def), che sarà presto esaminato a Bruxelles.
Sono i grandi numeri dell’economia italiana che il governo Renzi presenta ai cittadini con il solito ottimismo che sorride ai soliti noti, prevedendo per tutti gli altri tagli e un peggioramento delle condizioni di vita.

Numeri che si piegano all’economia di mercato lasciando ai margini gli investimenti pubblici.
Due dati utili che permettono di capire quanto fondate sono le prospettive di un diverso sviluppo.

  • Secondo il Fondo monetario internazionale, in Italia ogni anno i cittadini sono chiamati a versare 60 euro ognuno (4,02 miliardi di dollari in tutto) per sovvenzionare i combustibili fossili; secondo Legambiente, che aggrega sconti diretti e indiretti, la cifra sale a 14,7 miliardi di euro. Questo mentre l’esecutivo continua a ripetere che si trova in prima fila nella battaglia al cambiamento climatico.
  • La Corte dei Conti ha contato 799 agevolazioni fiscali, che valgono 313,1 miliardi di euro di mancato gettito fiscale.
    Su 313,1 miliardi di euro in agevolazioni fiscali, non c’è 1 euro dedicato al riciclo effettivo.
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