Category Archives: Consumo critico

la TERRA e l’UOMO – il Tutto e il Nulla

Terra-Uomo

Terra---Uomo

la TERRA e l’UOMO  –  il Tutto e il Nulla

Entità suprema che alimenta la vita attraverso il dono.
Soggetto scomposto che alimenta il potere privato.
Armonica complessità d’insieme.
Microcosmo della precarietà diffusa

La Terra e l’Uomo sono corpi della vita che evolve; si trasforma nel tempo delle cose che si scompongono nello scambio tra il dono rigenerante e la rincorsa frenetica allo sfruttamento (proprietario).

La Terra è Madre: energia per la vita.

Offre ad ogni vivente il meglio di sé: materia viva, energia, cibo, riparo, bellezza. Un inno alla gioia (del vivere).

L’umano reagisce al dono (non con lo scambio) con l’estorsione.
Trasforma il bene comune, libero a tutti i viventi, in proprietà privata.
Sperpera ricchezze dedicate.
Trasforma la fertilità delle aree naturali e produttive in luoghi aridi e improduttivi.
Sottrae energia con grande intensità e scarica inquinanti nell’ambiente: in terra e in mare.
Estrae e trasforma materiali pregiati oltre le proprie necessità, accumulando discariche.
Così lo sfruttamento regola i rapporti tra gli umani che si alterano in violenza per la proprietà privata: ed è la guerra. Un attacco mortale alla vita, alla Madre: guerre fratricide di rapine e di sottomissione.

La Terra a volte si ribella alla supponenza dell’umano che deforesta, cementifica, inaridisce aree agricole, inquina l’aria e l’acqua alla sorgente, contamina, infetta perfino il cibo di cui si nutre.
Un’autentica pazzia, che solo la grande stupidità e arroganza non vede di correre verso il fine vita.

Ognuno dei piccoli figli dell’Uomo rimane soggiogato, asservito alla logica produttivistica, in cambio di “30 denari” trasforma i doni della Natura in merci esclusive.

Le bellezze naturali si dissolvono alla vista; tutto il “fare” si estingue al tramonto, nella grande solitudine, nella grande confusione, nella grande indifferenza: ed è ancora guerra prevaricatrice, per essere merce sempre più appetibile, … sempre più sterile.

Non è l’uomo il creatore. I tempi riproduttivi non sono quelli del consumo.

Senza la Terra non c’è creatura pulsante.
Ascoltare il suo battito, sincronizzare il proprio ai tempi ed allo spazio della Natura.
Non basta difendere il proprio orticello se rimane un corpo del piacere separato.

C’è chi reclama un processo rivoluzionario: impossibile senza un ritrovato abbraccio con la Terra Madre.
Difendere la terra e la sua integrità, difendere l’uomo e la sua umanità è il primo dovere di ogni rivoluzionario.
La riproduzione del dono è il principio dal quale prende corpo il processo rivoluzionario e può dare senso reale al rapporto Terra Madre – Uomo.

Nell’armonia del dono, scambio e reciprocità, si riconosce la libertà e il diritto di ogni vivente alla vita.

La bellezza (e lo sguardo che l’accoglie) è parte e misura del diritto universale alla vita, così come il sorriso e l’accoglienza sono parti della dignità tra i viventi.

Questa terra non si vende, si lavora e si difende

Questa-terra

Questa-terraIn questi tempi di paura globale alcune persone hanno paura della fame, altre di mangiare. Un miliardo di persone stasera andranno a letto con lo stomaco vuoto, mentre tutte le altre hanno sempre più paura di mangiare quello che procura il mercato, che potrebbe essere veleno o spazzatura. Non possiamo più aspettare che i governi e le istituzioni facciano qualcosa di importante e sensato per affrontare questo problema capitale…” (Eduardo Galeano)
E’ in atto, a livello mondiale una corsa all’accaparramento delle terre (land grabbing).
Negli ultimi tempi stiamo assistendo a un incremento di questa attività che, contrariamente a quanto si può pensare, non avviene solo nei paesi classificati come in via di sviluppo ma anche nel così detto “Primo Mondo“.

La crisi prima del sistema capitalista e successivamente anche di quello neo-liberista fa si che anche nei paesi già “sviluppati” ci sia in corso un attacco nei confronti delle pochissime aree di terreno a vocazione agricola ancora rimaste da mettere a rendita e cioè quelle di proprietà degli Enti Pubblici.
La mentalità con cui si effettua questo tipo di operazioni viene definita “estrattivista“, cioè predatoria, che sottrae disponibilità alle collettività con la stessa modalità con cui agisce l’attività mineraria nei confronti del sottosuolo.
Tutto questo puntualmente a vantaggio di pochi soggetti forti.
Sempre di più, per il prossimo futuro, la “risorsa cibo” risulterà strategica per consentire o consolidare profitti, speculazioni e potere.
La terra viene quindi vista come una risorsa di cui impossessarsi e prenderne il controllo il più velocemente possibile e il cibo/merce sta assumendo sempre di più il duplice volto di “spazzatura standardizzata chimico-tossico” per le classi meno abbienti e “bio-di qualità-che fa bene alla salute” per i più facoltosi.
Dal punto di vista sociale invece, sempre a livello mondiale, siamo arrivati a superare i sette miliardi di umani che vivono su questo pianeta e dobbiamo tenere conto che un miliardo di questi non hanno cibo a sufficienza.

Alla stragrande maggioranza di tutti gli altri invece, quelli che hanno possibilità di comprare il proprio cibo, è stato imposto un regime alimentare standardizzato, uniformato, che genera per tutti grandi ingiustizie, problemi di salute e distruzione dell’ambiente, mentre genera enormi profitti solo per pochissimi.
Il capitalismo e il neoliberismo, come modelli di organizzazione della produzione e della distribuzione del cibo, si sono impossessati dell’intero pianeta.

Il cibo è stato ridotto allo status di merce e come qualsiasi altra merce è soggetto alle leggi dello sfruttamento e del profitto. Chi può permetterselo economicamente può continuare a vivere comprando l’energia (il cibo) necessaria, chi non può permetterselo non può continuare a vivere.

L’unico modo per riuscire a fare i soldi necessari è quello di vendere la propria forza lavoro ammesso che ci sia qualcuno disposto a comprarla. Come sempre avviene, c’è molta differenza di disponibilità fra coloro che “possono” comprare il proprio cibo; di conseguenza la concorrenza per piazzare il più alto possibile il proprio posto nella scala sociale è un valore da mettere come priorità.
I governi e le istituzioni cosa fanno?
Invece di operare per le collettività operano a vantaggio delle imprese multinazionali alle quali sono assoggettati. O meglio, appare sempre meno distinto il confine fra imprese multinazionali, governi di Stati nazione e criminalità organizzata.

Queste tre entità appaiono sempre meno “in lotta” fra loro e sempre di più come diversi modi di esercitare un “unico” fortissimo potere dominante.
Questo sistema ha come fine quello di mantenere la sua struttura di potere, con l’idea di aumentare all’infinito i suoi margini di profitto. Poco importa se a danno delle popolazioni.

Dalla Rivoluzione Verde siamo passati alla proposta della green economy.

In pratica si continua a dire che tutto questo è per ridurre la fame nel mondo, per “nutrire il pianeta“, per migliorare la vita del genere umano e così via.

La proposta della Rivoluzione Verde ha usato questa scusa, pur essendo chiara la distruzione che avrebbe causato alla natura, in tempi in cui l’opinione pubblica non era sensibile ecologicamente. Ora la green economy utilizza la scusa che non possiamo continuare a distruggere la natura e c’è bisogno di miglioramenti ecologici.

La grande, vergognosa e colossale manipolazione dell’immaginario collettivo che si è consumata all’EXPO di Milano ne è una prova evidente. Multinazionali come Coca Cola, Nestlé e tantissime altre, insieme alle nostre istituzioni e a chi gli da credito, ci hanno dato lezioni di “sostenibilità” e di amore per nostra madre terra.
Sotto questa luce, sentirsi cittadini appartenenti a sistemi democratici solo perché ci è concessa la possibilità di scegliere chi ci rappresenterà, delegando totalmente ed attingendo informazioni da un sistema uniformato e plasmato dal potere dominante, appare del tutto fuori luogo.

Il nostro paese, come molti altri, è in guerra pur non riconoscendolo, anzi, addirittura tradendo la propria carta costituzionale che espressamente la ripudierebbe. È in guerra con la natura e con il suo stesso popolo, una guerra subdola e non facilmente riconoscibile, ma le industrie che producevano ordigni e veleni per uccidere il nemico adesso fanno concimi chimici e pesticidi; quelle che costruivano i carri armati adesso fanno i trattori ed i padroni di queste fabbriche sono gli stessi.
Siamo al terribile paradosso dove, per motivi di igiene e salute pubblica, si vietano pratiche contadine che hanno sfamato le popolazioni per millenni mentre si autorizza, anzi si incentiva economicamente e culturalmente, l’uso di sostanze chimiche altamente tossiche e cancerogene per la produzione e per la lavorazione dei nostri alimenti. Gli stessi alimenti di cui, ormai, la maggioranza della popolazione ignora l’origine e non riesce a vedere oltre agli scaffali sempre forniti e luminosi della grande distribuzione.
Non abbiamo solo la nostra guerra casalinga, siamo anche coinvolti, a vari livelli, in molte altre guerre in tante altre zone di questo pianeta; vere e proprie guerre per le risorse, per le materie prime necessarie alle nostre industrie, guerre per l’energia e per il controllo di zone ritenute strategiche, guerre per l’acqua e per il cibo o solo semplicemente per “ricostruire” lucrandoci.

Siamo coinvolti in guerre che hanno iniziato a produrre, oltre che devastazioni, morte e sofferenza, anche migrazioni di popoli in fuga dai loro territori.
Siamo coinvolti in un sistema che dimentica immediatamente il retorico pietismo per il “profugo in mare” e dieci minuti dopo lo sbarco lo classifica “clandestino” e quindi lo rifiuta e lo segrega rendendolo buono solo ad ingrossare le file dei nuovi schiavi al lavoro nei campi, nei cantieri e nelle fabbriche che pretendono costi sempre più bassi.

Ovviamente da clandestino, quindi senza dignità e diritti.

Chi avesse intenzione di produrre autonomamente il proprio cibo e non possiede né terra né consistenti capitali a disposizione si trova nell’impossibilità di farlo.
L’accesso alla terra come base del sostentamento alimentare non è possibile per chiunque lo desideri, ma solo per pochi che se lo possono permettere e questo non è ammissibile.
Nasce con queste considerazioni di base la campagna “terra bene comune“.

Inizialmente si oppone alla tendenza generalizzata di privatizzare le terre ancora rimaste patrimonio pubblico considerandole le ultime parti di territorio rimaste a disposizione della sovranità alimentare delle popolazioni locali. In seguito si è allargata all’idea di far partire esperienze di una neo-contadinità agroecologica che si pone come soluzione dal basso alle problematiche sociali e ambientali fino a qua elencate proprio partendo da queste terre che spesso sono in abbandono o sottoutilizzate.
Va da se che questo non può venire dalle istituzioni, ma solo attraverso forme di organizzazione spontanee di cittadini che, iniziando dalla ri-costruzione di una comunità, continuano poi con il “liberare, custodire e difendere” delle porzioni di territorio sulle quali produrre il proprio cibo, istruirsi e curarsi in modo autonomo.
Sono nate dal basso, negli ultimi anni, molte esperienze e forme di lotta da parte di gruppi autoaggregatisi spontaneamente di cittadini e contadini che hanno per oggetto la difesa, e in alcuni casi anche la presa in custodia, di porzioni più o meno grandi di terre abbandonate o sottoposte a speculazioni di ogni genere. Si stanno sperimentando, a vari livelli, forme di autodeterminazione alimentare e non solo.

Prende forma il concetto di “Terra Bene Comune”.

Nei nostri territori il quadro è già fortemente compromesso. La terra è ormai di fatto quasi del tutto sottratta all’utilizzo delle comunità locali che sono sempre più depredate della propria autodeterminazione ed è messa al servizio di speculazioni varie, comprese quelle di una agricoltura industriale gestita dalla Grande Distribuzione Organizzata.

Tutto il tessuto socio-culturale, compresa l’identità stessa del territorio, è fortemente messo a repentaglio e in molti casi già abbondantemente distrutto.
Continuando queste pratiche e queste analisi confermiamo che l’accesso alla terra, che è un mezzo indispensabile alla produzione del cibo, al pari dell’acqua e dell’aria, va considerato elemento indispensabile alla vita umana e quindi non mercificabile. Come minimo, a partire dalle terre che già sono di proprietà della collettività e che per di più versano in stato di abbandono.
La lotta intrapresa a Mondeggi e quelle intraprese in molte altre zone devono essere per tutti noi un incoraggiamento, un incitamento all’azione: dobbiamo riconsiderare il senso della politica e non più intenderla solo come lo spazio di una delega espressa sulla base di informazioni attinte da un sistema uniformato e plasmato dal potere dominante, il quale evidentemente ha tutto l’interesse a mantenere le cose così come stanno il più a lungo possibile.

Dobbiamo considerare il fare politica un agire diretto, partecipativo, che non sia solo la spregiudicata difesa di quello che si pensa che siano i nostri interessi personali.
È fondamentale il dilagare su tutto il territorio di questa consapevolezza e di queste pratiche e il nostro sforzo è quello di trovare delle vie di comunicazione per promuovere e facilitare tutto questo.

 Dobbiamo iniziare dagli strati sociali che più hanno la percezione del “bisogno” di un cambiamento radicale in questa società, e cioè giovani e migranti.
Manca di realismo chi continua ad aspettarsi che per le vie convenzionali possa giungere quello che urgentemente ci serve. Come dicono gli Zapatisti, cambiare il mondo è molto difficile, forse impossibile; quello che ci sembra fattibile è creare un mondo del tutto nuovo“. (Gustavo Esteva)

Giovanni Pandolfini <giovannipandolfini@gmail.com>

EARTH OVER SHOOT DAY 2016

Mappa Impronta

Hearth-Over-shootEra il 2005 quando oltre 1360 esperti di tutto il mondo hanno illustrato in ben 4 volumi le conseguenze che i cambiamenti degli ecosistemi hanno apportato al benessere dell’umanità, e le basi scientifiche per le azioni necessarie a migliorarne la conservazione e l’utilizzo sostenibile.

Una ricerca avviata nel 20001 patrocinata dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan.

Rappresentanti di agenzie delle Nazioni Unite, di governi, di organizzazioni non-governative, di istituzioni accademiche, di gruppi indigeni, hanno supervisionato il processo di stesura del rapporto, e ha stilato una dichiarazione finale, il cui nucleo essenziale è costituito da un allarme: ”l’attività umana dipende fortemente dalla complessa rete biologica di cui siamo parte e “pone una tale pressione sulle funzioni naturali della terra che la capacità degli ecosistemi del pianeta di sostenere le generazioni future non può più essere data per scontata”.
Tali pressioni aumenteranno con il crescere del fabbisogno umano nei decenni a venire.
Proteggere e migliorare il nostro benessere futuro continua la dichiarazione finalerichiede un utilizzo più saggio e meno distruttivo delle risorse naturali. Ciò comporta a sua volta cambiamenti radicali nel modo in cui prendiamo ed attuiamo le decisioni”.
La conclusione cui giunge il rapporto è: “la protezione di queste risorse non può più essere considerata come un accessorio extra, da affrontare solo dopo che interessi più pressanti, come la creazione della ricchezza o la sicurezza nazionale, siano stati risolti”.

5 anni dopo, il 27 settembre 2011, i dati del Global Footprint Networkuna organizzazione di ricerca internazionale con uffici in California e a Ginevra denunciavano che l’umanità esauriva le risorse che la natura può fornire in un anno in maniera sostenibile.

Ancora 5 anni – 8 agosto 2016la stessa organizzazione evidenzia la nuova data in cui la domanda annuale di risorse naturali da parte dell’umanità supera le risorse che la Terra può rigenerare in un anno.

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Di seguito il comunicato ufficiale del Global Footprint Network.

Entro l’8 agosto, l’umanità avrà esaurito le risorse che la natura mette a disposizione per tutto l’anno: é quanto afferma il Global Footprint Network, un’organizzazione di ricerca internazionale che sta cambiando il modo in cui il mondo gestisce le sue risorse naturali e reagisce ai cambiamenti climatici .

Il giorno del sovrasfruttamento della Terra (Earth Overshoot Day), che quest’anno cade l’8 agosto, evidenzia la data in cui la domanda annuale di risorse naturali da parte dell’umanità supera le risorse che la Terra può rigenerare in un anno
.

Questo è possibile perché emettiamo più anidride carbonica nell’atmosfera di quanto gli oceani e le foreste siano in grado di assorbire e deprediamo le zone di pesca e le foreste più velocemente di quanto possano riprodursi e ricostituirsi.

Le emissioni di carbonio costituiscono la componente del sovrasfruttamento ecologico che sta crescendo più velocemente: l’impronta dovuta al carbonio (carbon Footprint) genera il 60 % della domanda di risorse naturali da parte dell’umanità. Noi denominiamo impronta ecologica questa domanda.

Se vogliamo rispettare gli obiettivi fissati dall’accordo sul clima di Parigi adottato da quasi 200 paesi nel dicembre 2015, l’impronta dovuta alle emissioni di carbonio dovrà calare gradualmente fin quasi a zero entro il 2050.
Ciò ci richiede di trovare un nuovo modo di vivere sul nostro “unico” pianeta.

Un tale nuovo modo di vivere porta molti vantaggi ma richiede anche impegno per realizzarlo“, dice Mathis Wackernagel, co-fondatore e CEO di Global Footprint Network.La buona notizia è che tutto ciò è attuabile con le tecnologie disponibili ed é economicamente vantaggioso dato che i benefici complessivi sono superiori a costi. Si stimoleranno settori emergenti come le energie rinnovabili, riducendo i rischi e i costi connessi a settori imprenditoriali ormai senza futuro perchè basati su tecnologie caratterizzate da alte emissioni di carbonio o perchè soggetti ai rischi connessi al cambiamento climatico (es. edificazioni in riva al mare minacciate dall’innalzamento del suo livello). L’unica risorsa di cui abbiamo più bisogno è la volontà politica.

Fortunatamente, alcuni paesi stanno raccogliendo la sfida.
Per esempio, il Costa Rica ha generato il 97 % della sua elettricità da fonti rinnovabili nel corso dei primi tre mesi del 2016. Anche il Portogallo, la Germania e la Gran Bretagna quest’anno hanno dimostrato livelli molto avanzati riguardo alla capacità di produrre energia rinnovabile, quando il 100% della loro domanda di energia elettrica è stata soddisfatta da fonti rinnovabili per diversi minuti o, nel caso del Portogallo, per diversi giorni.
In Cina, nel frattempo, il governo ha delineato un piano per ridurre del 50% il consumo di carne dei suoi cittadini prevedendo in questo modo di abbassare di un miliardo di tonnellate entro il 2030 le emissioni di biossido di carbonio equivalente per il comparto cinese dell’industria del bestiame.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Allo stesso tempo, come singole persone, ognuno di noi può impegnarsi per il cambiamento del suo stile di vita quotidiano
. Sulla scia dello storico accordo di Parigi, il Global Footprint Network e i suoi 25 partner dell’Earth Overshoot Day hanno lanciato una campagna di coinvolgimento del pubblico, al fine di evidenziare l’importanza di poter contare sulla certezza delle risorse data da un mondo sostenibile in cui le persone e il pianeta possano prosperare.

Con la campagna #pledgefortheplanet (Impegno per il pianeta) lanciata il 22 aprile – Giornata della Terra, le persone sono invitate a scegliere un #pledgefortheplanet (si trova tutto su www.overshootday.org) e a condividere selfie attraverso i social media. (Macchine fotografiche GoPro saranno assegnate dopo l’Overshoot Day agli autori delle tre foto preferite).

Poiché la popolazione mondiale è cresciuta e il consumo è aumentato – soprattutto per quanto riguarda le emissioni di carbonio – la data dell’Earth Overshoot Day nel tempo si è spostata da fine settembre del 2000 all’8 agosto di quest’anno. Un dato positivo é che la velocità con cui la data dell’Earth Overshoot Day si è man mano anticipata é scesa a meno di un giorno all’anno, in media, negli ultimi cinque anni, rispetto a una media di tre giorni all’anno da quando nei primi anni 1970 é iniziato il sovrasfruttamento.

“L’accordo sul clima di Parigi è ancora la dichiarazione più forte riguardo alla necessità di ridurre drasticamente l’impronta di carbonio. In ultima analisi, la scelta é tra collasso o stabilità”,
ha detto Mathis Wackernagel. “Raccomandiamo con forza le nazioni, le città e gli individui a prendere iniziative efficaci e coraggiose per rendere gli obiettivi di Parigi una realtà raggiungibile.”


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Cosa è il Global Footprint Network
Il Global Footprint Network è un’organizzazione di ricerca che sta cambiando il modo in cui il mondo gestisce le sue risorse naturali e reagisce ai cambiamenti climatici . Dal 2003 ha collaborato con più di 50 nazioni, 30 città e 70 partner globali per fornire scenari scientifici che hanno indirizzato le politiche ad alto impatto e le decisioni di investimento. Insieme ai suoi partners sta creando un futuro in cui tutti possano prosperare entro i limiti del pianeta.
www.footprintnetwork.org

Per approfondire:
Earth Overshoot Day: www.overshootday.org
Sui social media: #pledgefortheplanet, #overshoot
Per calcolare l’impronta ecologica personale e capire come ridurla: www.footprintcalculator.org (esiste anche la versione in italiano)
Per conoscere l’impronta ecologica della propria nazione si può richiedere  gratuitamente il Public Data Package con i dati sull’Impronta Ecologica di 182 nazioni:
www.footprintnetwork.org/public2015
www.footprintnetwork.org/maps
Video sul National Footprint Accounts: https://youtu.be/_T5M3MiPfW4

Contatti per l’Italia: Roberto Brambilla – r.brambilla@mclink.it

Più cibo per i ricchi meno cibo per i poveri

Cibo

CiboL’organizzazione non governativa Oxfam è nata 64 anni fa ad Oxford come “Comitato per alleviare la fame nel mondo” e oggi è una federazione internazionale di 12 sezioni che operano in 75 paesi; esiste anche una sezione Oxfam Italia. Oxfam.

Il mese scorso ha pubblicato un documento (consultabile gratuitamente in Internet) che getta nuova luce sui rapporti fra produzione agricola e alimentare e alterazioni ambientali, soprattutto modificazioni del clima dovute alle immissioni nell’atmosfera dei “gas serra”.

I due principali responsabili del lento inarrestabile riscaldamento del nostro pianeta, sono l’anidride carbonica (CO2) e il metano; quando si nominano questi gas il pensiero corre subito ai fumi delle centrali termoelettriche che bruciano combustibili fossili (la sola centrale di Cerano, vicino Brindisi, immette nell’atmosfera circa 15 milioni di tonnellate all’anno di CO2), alle caldaie delle case, ai gas di scappamento degli autoveicoli, agli sfiati nell’atmosfera dei pozzi metaniferi.

In realtà al riscaldamento globale contribuisce per circa un quarto del totale anche la produzione di cibo, quella complessa catena di rapporti che va dai campi coltivati, alle stalle, fino ai negozi e alla nostra tavola.

Apparentemente la produzione alimentare dovrebbe essere “neutrale”, dal punto di vista del bilancio planetario della CO2, perché “porta via” dall’atmosfera la CO2 che utilizza, insieme all’acqua e grazie all’energia solare, per formare i vegetali per fotosintesi; la stessa CO2 ritorna nell’atmosfera in seguito al metabolismo degli animali e degli esseri umani.

In realtà non è affatto così; intanto la natura “fabbrica”, con la fotosintesi, i vegetali senza occuparsi di quello che è utile per i nostri commerci; della biomassa vegetale esistente nei campi soltanto una parte, spesso meno del 40 percento, diventa cibo. Nelle piante di mais, i semi da cui trarre la farina e l’olio sono soltanto circa il 30 percento; delle olive l’olio rappresenta soltanto meno del venti per cento. La biomassa restante, che ammonta ad alcuni miliardi di tonnellate all’anno nel mondo, trova in parte impiego nell’alimentazione del bestiame e in parte viene restituita al terreno dove si decompone liberando CO2, ma anche altri gas serra. Inoltre la lavorazione dei campi comporta una modificazione della struttura del suolo che contribuisce anch’essa al peggioramento del clima.

Ma soprattutto le operazioni agricole richiedono l’impiego di macchinari che usano carburanti che emettono CO2 nell’aria; inoltre le elevate rese dei raccolti sono possibili con l’impiego di crescenti quantità di concimi contenenti azoto, fosforo, potassio, per la cui fabbricazione vengono impiegati combustibili fossili che emettono anche loro CO2 nell’atmosfera. Non solo: i concimi azotati svolgono la loro funzione di nutrizione delle piante attraverso complesse reazioni microbiologiche e chimiche, durante le quali si liberano ossidi di azoto, altri gas che contribuiscono, con la CO2 e il metano, al riscaldamento del pianeta. In una spirale: più rese agricole, più meccanizzazione, più concimi, peggioramento del clima.

Lo studio di Oxfam ha mostrato che i cinque principali raccolti — riso, mais, soia, palma, grano — contribuiscono ad immettere ogni anno nell’atmosfera circa quattro miliardi di tonnellate di gas serra, il 10 percento del totale mondiale. Alcune piante, come il riso, producono metano proprio nei processi di coltivazione.

Ma il cammino dai campi alla tavola è ancora molto lungo. Circa un terzo delle sostanze nutritive dei raccolti agricoli viene impiegato per l’alimentazione del bestiame. La vita degli animali da allevamento restituisce in parte la CO2 all’atmosfera, ma la “fabbricazione” di carne, di latte, di uova è accompagnata anche dalla liberazione di altri gas serra che vanno dal metano dei bovini a quello che si forma nella decomposizione microbiologica degli escrementi animali.

Molti prodotti agricoli vengono trasportati a grandi distanze. L’olio di palma, prima di arrivare nei dolciumi, percorre ottomila chilometri via mare. L’Italia importa mais dall’America, grano dal Canada, latte dalla Germania, zucchero dalla Francia, viaggi che richiedono combustibili e immissioni di altra CO2 nell’atmosfera.

I prodotti agricoli a questo punto entrano in processi industriali nei quali vengono macinati, miscelati, sottoposti a processi di conservazione, inscatolati e infine trasportati dalle industrie ai negozi e da questi a casa nostra e ai trattamenti di cucina, tutte operazioni accompagnate da emissioni di gas serra.

L’agricoltura è, quindi, fonte di alterazioni climatiche, ma è anche prima vittima delle stesse: l’aumento della siccità e le piogge eccessive che allagano i campi distruggono i raccolti; l’agricoltura intensiva impoverisce la fertilità dei suoli.

L’analisi dell’Oxfam mostra che le alterazioni climatiche, derivanti dalla produzione di cibi più raffinati e abbondanti per una minoranza della popolazione mondiale, rendono più scarsi e costosi gli alimenti disponibili nei paesi più poveri. Molti di questi sono costretti a cedere le proprie terre alle grandi società che praticano quelle coltivazioni intensive e distruttive che consentono di fornire a basso prezzo le materie prime per gli sprechi dei ricchi.

Sono denunce fatte anche molte volte e in varie sedi internazionali dal papa Francesco. Si tratta non di pensare ad un improbabile ritorno all’agricoltura contadina, ma di passare dalla agricoltura industrializzata intensiva e inquinante ad una agricoltura ”ecologica”, come ha messo in evidenza il bel libro di Pier Paolo Poggio Le tre agricolture, apparso di recente. La soluzione del problema alimentare dei poveri è l’unica condizione per estirpare la violenza che ci sta travolgendo.

Giorgio Nebbia

http://www.eddyburg.it

DDL consumo di suolo

salviamo-paesaggio

salviamo-paesaggioDite che non va bene … ma lo approvate!  Come NON ascoltare le indicazioni contrarie dei cittadini e approvare felici una legge ambigua … ma dichiarando di averla modificata secondo le osservazioni ricevute!

Proprio in questi giorni è in fase di votazione alla Camera il Disegno di legge AC. 2039, denominato “Contenimento del Consumo del suolo e riuso del suolo edificato”, che il nostro Forum, dopo lunghe analisi, ha evidenziato non soltanto come insufficiente a fermare il consumo di suolo nel nostro Paese ma addirittura controproducente, sottoponendo ai parlamentari una nuova proposta, volta a migliorare in modo sostanziale diversi punti del DDL.

Risultato: il Parlamento sta approvando il testo “incriminato”, sono stati introdotti emendamenti peggiorativi e nuove deroghe e quello che ne sortirà è ben lontano dalle attese delle migliaia di cittadini preoccupati dalla continua perdita di suoli fertili, che sta distruggendo per sempre una risorsa non rinnovabile e che sta mettendo a rischio un territorio già oggetto di grave e progressivo dissesto idrogeologico.

Un DDL che procede spedito nel proprio iter, nonostante l’azione di “mail bombing” attuata nei giorni scorsi, che ha trasmesso un nuovo messaggio ai deputati affinché introducessero essenziali elementi migliorativi del testo o sospendessero la discussione per tornare a lavorare a un testo legislativo in grado di dimostrare la volontà di un reale cambiamento.

È il caso di ricordare che il documento che inviammo a marzo ai parlamentari, venne redatto condividendone l’elaborazione con cittadini, comitati, associazioni e organizzazioni professionali di tutto il territorio nazionale, che rappresentano gran parte della società e dell’opinione pubblica nazionale.
Ad oggi il nostro mail-account registra che sono stati inoltrati circa 2000 messaggi, da parte di 60 rappresentanti di associazioni o comitati e oltre 700 tra cittadini e professionisti vari, che nel complesso hanno fatto arrivare alla Camera più di 80.000 e-mail, coprendo tutto l’arco istituzionale e territoriale. Ma a questi numeri, già significativi, vanno aggiunti i messaggi inviati da migliaia di cittadini senza darne conto alla nostra segreteria e quelli inoltrati su Facebook.

Insomma, un appello così imponente che parrebbe impossibile ignorarlo… eppure così è stato!

Un silenzio assordante da parte dei destinatari, con qualche “perla” a illuminare questo triste scenario. Come la risposta automatica della casella di posta elettronica di un deputato arrivata il 2 maggio, prima ancora che iniziasse la discussione, che proponiamo di seguito:
Gentilissimi,
come ben sapete il testo del ddl AC 2039, approdato in aula per la prima lettura parlamentare, è il frutto di un lungo lavoro di discussione ed approfondimento svolto in sede di Commissione Ambiente e Agricoltura negli ultimi due anni. 
In questo periodo il nostro Gruppo parlamentare ha esaminato con la massima attenzione le proposte che ci avete fatto pervenire; alcune di loro sono state largamente condivise e sono state assunte come parte qualificante del testo oggi in discussione. 
lo stesso atteggiamento abbiamo dedicato alle ultime osservazioni e proposte di ulteriore miglioramento che ci avete inviato; sono certo che le stesse saranno oggetto di attento dibattito in aula nei prossimi giorni.
credo tuttavia che anche qualora non dovessero essere accolte pienamente, debba prevalere l’obiettivo, certamente condiviso da tutti noi, di adottare un provvedimento finalizzato al contenimento del consumo di suolo e al recupero del patrimonio edilizio esistente, dando corso ad un’aspettativa molto diffusa nel Paese di salvaguardia e tutela di una risorsa preziosa qual è il suolo.
Ringraziandovi per la serietà e la qualità del vostro contributo sempre prezioso vi saluto cordialmente.

Una vicenda che potrebbe essere intitolata “Il muro di gomma” se si trattasse di un film, ma che purtroppo rappresenta l’attuale sconcertante realtà della politica, incapace com’è di ascoltare e recepire le giuste istanze dei cittadini sovrani, costretti così a mobilitarsi per difendere i Beni Comuni.

Forum dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio
“SALVIAMO IL PAESAGGIO – DIFENDIAMO I TERRITORI”
www.salviamoilpaesaggio.it

L’emergenza rifiuti è planetaria

mergenza-rifiuti

mergenza-rifiutiContinua inarrestabile fino a diventare un’emergenza planetaria, la crescita dei rifiuti solidi urbani (Rsu) prodotti nelle città dove ormai vivono tre miliardi di persone che producono 1,2 kg pro-capite di spazzatura al giorno (0,64 kg dieci anni fa).

E’ quanto emerso nella XXI Conferenza internazionale sulla gestione dei rifiuti solidi urbani Solid Urban Waste Management, organizzata a Roma dal Cnr e dallo Iupac Chemrawn Committee (Chemical Research Applied to World Needs).
Presenti oltre 300 esperti, alla ricerca di soluzioni per trasformare i rifiuti in una risorsa utilizzabile dalla collettività.

Dal 2010 per la prima volta, spiega una nota del Cnr, la maggior parte della popolazione mondiale vive in una città e questa percentuale continua a crescere. Cento anni fa vivevano in un’area urbana 2 persone su 10, nel 1990 meno di 4, entro il 2050 si stima che saranno 7 su 10.

La quantità di Rsu sta crescendo anche più velocemente: si è passati dai 0,68 miliardi di tonnellate prodotte nelle città 10 anni fa agli 1,3 miliardi di oggi, e se ne prevedono 2,2 miliardi nel 2025 (1,42 kg per persona).
Un’attenzione particolare viene data dalla Conferenza ai Paesi svantaggiati, dove la questione, spiega Mario Malinconico, ricercatore dell’Istituto dei polimeri, compositi e biomateriali del Cnr, “si ripropone in maniera più urgente e drammatica, creando spesso delle emergenze sanitarie“.

La produzione di Rsu, come pure il consumo di energia, varia notevolmente da megalopoli a megalopoli: “New York – rileva Malinconico – ha una produzione di rifiuti solidi 19 volte maggiore di Dacca, capitale del Bangladesh, così come un consumo pro capite di energia 28 volte più elevato di quello della città indiana di Kolkata e un consumo d’acqua 23 volte più elevato di Giakarta, capitale dell’Indonesia. Nei paesi in via di sviluppo, invece, una larga fascia della popolazione non ha un accesso al livello minimo di risorse, a volte per problemi di gestione: a Buenos Aires o San Paolo circa il 70% dell’acqua potabile va sprecato e Hong Kong produce quasi 14mila tonnellate di rifiuti solidi al giorno“. (ANSA).

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Nel corso dell’ultima riunione del Consiglio dei Ministri è stato approvato il nuovo Documento di economia e finanza (Def), che sarà presto esaminato a Bruxelles.
Sono i grandi numeri dell’economia italiana che il governo Renzi presenta ai cittadini con il solito ottimismo che sorride ai soliti noti, prevedendo per tutti gli altri tagli e un peggioramento delle condizioni di vita.

Numeri che si piegano all’economia di mercato lasciando ai margini gli investimenti pubblici.
Due dati utili che permettono di capire quanto fondate sono le prospettive di un diverso sviluppo.

  • Secondo il Fondo monetario internazionale, in Italia ogni anno i cittadini sono chiamati a versare 60 euro ognuno (4,02 miliardi di dollari in tutto) per sovvenzionare i combustibili fossili; secondo Legambiente, che aggrega sconti diretti e indiretti, la cifra sale a 14,7 miliardi di euro. Questo mentre l’esecutivo continua a ripetere che si trova in prima fila nella battaglia al cambiamento climatico.
  • La Corte dei Conti ha contato 799 agevolazioni fiscali, che valgono 313,1 miliardi di euro di mancato gettito fiscale.
    Su 313,1 miliardi di euro in agevolazioni fiscali, non c’è 1 euro dedicato al riciclo effettivo.

LA FAO dovrebbe …

FAO

FAOLa FAO dovrebbe sostenere i contadini e le organizzazioni degli agricoltori su piccola scala e i ricercatori che sono coinvolti in programmi di selezione collaborativa di sementi dei contadini, che rafforzano la sovranità alimentare e l’agroecologia contadina.

Era da aspettarselo che, per discutere il tema delle biotecnologie, la FAO avrebbe invitato coloro che stanno utilizzando le biotecnologie nella ricerca e nell’industria.

Tuttavia, era assolutamente imprevedibile che la FAO, nel condurre le proprie discussioni sulla politica pubblica e la politica alimentare, si rivolgesse quasi esclusivamente a questi stessi attori, mentre, allo stesso tempo, un numero molto elevato di contadini, coltivatori su piccola scala, le organizzazioni della società civile che si oppongono allo sviluppo incontrollato delle biotecnologie, non sono stati invitati a parlare – o solo in modo molto marginale, attraverso l’invito che mi è stato inviato.
Le organizzazioni in questione hanno rilasciato una dichiarazione pubblica che vi sto chiedendo di prendere in considerazione.

Le piante geneticamente modificate non hanno rispettato le loro promesse.

La maggior parte di esse sono state modificate in modo da essere tolleranti agli erbicidi.
Esse hanno portato alla rapida comparsa di erbe infestanti resistenti agli erbicidi, ad un aumento esponenziale nell’uso di erbicidi sempre più tossici, e, a sua volta, a un danno grave per la salute pubblica e per l’ambiente.

I contadini e i residenti nelle aree rurali e le loro famiglie sono le prime vittime di questi effetti negativi.
L’altro grande classe di piante geneticamente modificate produce sostanze insetticide che portano ad insetti “divenuti resistenti” – e quindi ad un insuccesso agronomico già programmato. Anche in questo caso, le prime vittime sono i contadini e piccoli agricoltori che hanno perso i loro raccolti, spesso nonostante l’uso aggiuntivo di insetticidi chimici tossici. Le tecnologie genetiche utilizzate per la produzione di queste piante hanno causato numerosi effetti non voluti e imprevisti che l’industria sta disperatamente cercando di nascondere.

Il più visibile di questi effetti è la perdita dei raccolti e il declino della qualità delle colture. Così, il settore del cotone in Burkina Faso ha perso il suo posto nel mercato, che aveva raggiunto con molta fatica e che era basato sulla qualità della sua fibra di cotone; con gli OGM c’è stata una drastica diminuzione della qualità.

A che serve aumentare le rese, se il raccolto è invendibile?
Qui, ancora una volta, contadini e piccoli agricoltori sono i primi a soffrire, mentre le imprese che sono responsabili di tali catastrofi si limitano a dire che non sono in grado di spiegare cosa è successo.

Per la sicurezza alimentare i semi OGM non avranno mai nessuna importanza.

Il loro costo di acquisto e il costo degli input, indispensabili per la loro coltivazione, limita il loro utilizzo ai soli mercati in cui essi sono accessibili: la produzione di colture industriali per l’alimentazione degli animali nei paesi ricchi, per gli agro-carburanti, e per l’economia a biomassa – che sta prendendo terreni agricoli per usi non alimentari.
L’industria non è interessata alle colture alimentari che forniscono i tre quarti del cibo disponibile al mondo.

Quando polline e semi sono mossi dal vento, dagli insetti, o da attrezzature agricole, i geni brevettati vengono trasportati da un campo all’altro.Essi contaminano i semi contadini, che vengono poi considerati come violazioni infrazioni delle varietà brevettate dell’industria.
In questo modo, negli Stati Uniti, in meno di 20 anni, si è arrivati al punto che gli OGM brevettati rappresentano l’89% del mais e il 94% della soia che viene piantata.

La Via Campesina e le organizzazioni della società civile alleate si aspettano che la FAO ponga immediatamente fine a questa nuova biopirateria e a qualsiasi tipo di supporto alle tecnologie di modificazione genetica, il cui unico scopo è quello di consentire a una manciata di multinazionali di prendere in consegna e di brevettare la totalità della biodiversità esistente coltivata.

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Un compagno di Via Campesina che sta partecipando al meeting della FAO sulle nuove biotecnologie.

La visione aziendale del futuro del cibo

Biotech

BiotechPiù di 100 organizzazioni della società civile lanciano l’allarme sull’incontro organizzato a Roma  – Lunedì 15 febbraio 2016 dalla FAO sulle biotecnologie.  Proprio mentre si sta verificando la fusione delle aziende biotech che fanno sementi transgeniche.

Si apre oggi il Simposio internazionale di tre giorni sulle biotecnologie agricole convocata dall’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni Unite (FAO) a Roma.

Più di 100 movimenti sociali e organizzazioni della società civile (CSO) provenienti da quattro continenti hanno rilasciato una dichiarazione, denunciando sia la sostanza che la struttura della riunione, che sembra essere un altro tentativo da parte di agribusiness multinazionale per reindirizzare le politiche dell’agenzia delle Nazioni Unite verso il sostegno alle colture geneticamente modificate e agli allevamenti.

Il movimento contadino e gli agricoltori familiari, La Via Campesina, hanno invitato le organizzazioni della società civile a firmare una lettera dopo che l’ordine del giorno del simposio è diventato pubblico.

Due degli oratori FAO kenioti sono noti sostenitori degli OGM, e l’agenda degli eventi nel corso dei tre giorni include portavoci della Biotechnology Industry Organization (un gruppo commerciale biotech negli Stati Uniti), Crop Life International (l’associazione di categoria agrochimica globale), DuPont (una delle più grandi aziende produttrici di sementi biotech al mondo) e CEVA (un’importante società di medicina veterinaria), tra gli altri.
La FAO ha invitato solo un relatore apertamente critico verso gli OGM.

Peggio ancora, uno dei due relatori della sessione di apertura è un ex assistente direttore generale della FAO, che ha spinto per i cosiddetti semi Terminator (semi OGM programmati per morire al momento del raccolto costringendo gli agricoltori ad acquistare nuovi semi ogni stagione di crescita), in opposizione alle stesse dichiarazioni pubbliche della FAO.

Il discorso del secondo keniota è intitolato, “verso la fine del dibattito globale sbagliato sulla biotecnologia” – suggerendo che il simposio FAO dovrebbe essere il momento per spegnere le critiche al biotech.

Nella convocazione di questo simposio di parte, la FAO sta cedendo alle pressioni dell’industria dopo l’intensificarsi degli incontri internazionali sull’agroecologia ospitati dalla FAO nel 2014 e 2015.

Gli incontri sull’Agroecologia sono stati un modello di apertura a tutti i punti di vista, dai contadini all’industria. Ma l’industria biotecnologica a quanto pare preferisce ora avere un incontro da poter controllare.

Questa non è la prima volta che la FAO viene coinvolta in questo gioco.
Nel 2010, la FAO ha convocato una conferenza sulla biotecnologia a Guadalajara, in Messico, che ha eliminato i contadini dal comitato organizzatore, e poi ha cercato di impedire la loro partecipazione alla conferenza stessa.

Siamo allarmati che la FAO ancora una volta faccia fronte con le stesse società, proprio quando si parla di ulteriori fusioni di queste società tra di loro, che concentrerebbero il settore commerciale dei semi in ancora meno mani” denuncia la dichiarazione del CSO
E’ chiaro, secondo la Dichiarazione della Società Civile, che l’industria vuole usare la FAO per rilanciare il suo messaggio falso che le colture geneticamente modificate possono nutrire il mondo e raffreddare il pianeta, mentre la realtà è che nulla è cambiato sul fronte biotech.

Gli OGM, che sono per lo più piantati solo in una manciata di paesi, in piantagioni industriali per gli agrocarburanti e alimenti per animali, non nutrono le persone, aumentano l’uso dei pesticidi, e espellono gli agricoltori dalla terra.

Le aziende biotech transnazionali stanno cercando di brevettare la biodiversità del pianeta, il che dimostra che il loro interesse principale è quello di fare profitti enormi, e non di garantire la sicurezza alimentare e la sovranità alimentare.

Il sistema alimentare industriale che queste aziende promuovono è anche uno dei principali motori del cambiamento climatico.


Di fronte al rifiuto degli OGM da parte di molti consumatori e produttori, l’industria sta ora inventando nuove e potenzialmente pericolose tecniche di coltivazione per modificare geneticamente le piante, senza chiamarle OGM.

In tal modo, essi stanno cercando di evitare le attuali normative sugli OGM, imbrogliando i consumatori e gli agricoltori.

Le attività Agroecologiche sono molto più correlate al modo in cui la FAO dovrebbe agire, sottolinea la dichiarazione, “come centro per lo scambio di conoscenze, senza un programma segreto per conto di pochi.”

Perché la FAO ora si limita ancora una volta alla biotecnologia aziendale e nega l’esistenza di tecnologie contadine?
La FAO dovrebbe sostenere le tecnologie dei contadini, che offrono le tecnologie più innovative, open source, e un percorso effettivo per porre fine alla fame e alla malnutrizione.

E’ ora di smettere di promuovere un’agenda legata alle aziende, dice la società civile.
La stragrande maggioranza degli agricoltori del mondo sono contadini, e sono i contadini che alimentano il mondo. Abbiamo bisogno di tecnologie a base contadina, non di biotecnologie aziendali.”  “E ‘giunto il momento che la FAO metta fine alla biopirateria e al suo sostegno alle colture geneticamente modificate, che servono solo a consentire brevetti a una manciata di aziende transnazionali che si impadroniscono di tutta la biodiversità esistente“, ha detto il leader di La Via Campesina Guy Kastler.  “Al contrario, la FAO dovrebbe sostenere gli organismi ei ricercatori impegnati nella collaborazione per colture e allevamenti al servizio della sovranità alimentare e dell’agroecologia contadina“.

La dichiarazione e l’elenco dei firmatari possono essere scaricati qui: http://goo.gl/mjaZor
Contatti per la stampa a Roma: Guy Kastler e altri leader Via Campesina
Numeri di telefono: e
E-mail: lvcweb@viacampesina.org

15 febbraio 2016
(traduzione di Antonio Lupo)

5 Febbraio: giornata nazionale antispreco

Cibo-spreco

Cibo-spreco12 migliardi nella spazzatura. In media ogni italiano getta via 76 chili di cibo all’anno. Alla Camera via al voto su una proposta di legge per ridurre le eccedenze e recuperare prodotti ancora utilizzabili.

In Francia la lotta allo spreco alimentare è diventata legge. Ma l’Italia non è da meno: ieri alla Camera è cominciato il voto sugli emendamenti a una proposta di legge presentata ad aprile scorso dal Pd, che punta a limitare le eccedenze alimentari e favorire il recupero di prodotti ancora utilizzabili. Un obiettivo prioritario anche della Carta di Milano e ribadito dal Capo dello Stato Sergio Mattarella a Expo 2015.

Il tema va rilanciato con forza oggi, nella Giornata nazionale contro gli sprechi alimentari. I dati confermano che purtroppo siamo ancora un Paese di spreconi. Secondo la Coldiretti, la crisi, ma anche una maggiore sensibilità ambientale, ha portato sei cittadini su dieci a diminuire o annullare gli sprechi domestici. Ma la situazione resta grave e in media ogni italiano butta nel bidone della spazzatura 76 chili di prodotti alimentari in un anno.

Il risultato – aggiunge Coldiretti – è che gli sprechi alimentari ammontano in Italia ad un valore di 12,5 miliardi, che sono persi per il 54 per cento al consumo, per il 21 per cento nella ristorazione, per il 15 per cento nella distribuzione commerciale, per l’8 per cento nell’agricoltura e per il 2 per cento nella trasformazione“.

L’Italia ha un modello di lavoro contro lo spreco che funziona e che punta sugli incentivi e sulla semplificazione burocratica, più che sulla penalizzazione come accade in Francia“, spiega la deputata del Pd Maria Chiara Gadda, prima firmataria assieme al collega Massimo Fiorio della proposta di legge contro gli sprechi alimentari, che, a differenza di quella francese, comprende anche il recupero dei prodotti farmaceutici. “Il testo base che ieri abbiamo cominciato a votare a Montecitorio  – aggiunge Gadda – è stato approvato all’unanimità da tutte le forze politiche ed è il risultato di un lungo lavoro di mediazione che ha coinvolto tutte le associazioni impegnate nel recupero delle eccedenze alimentari. Confido che in pochi mesi diventi legge“.

Ogni anno recuperiamo 550 mila tonnellate di cibo– spiega il ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina che viene distribuito a milioni di persone in difficoltà, ma possiamo e dobbiamo fare di più, arrivando entro il 2016 a 1 milione di tonnellate. Con il nostro piano SprecoZero, insieme al ministero dell’Economia, siamo intervenuti per rendere più conveniente per le imprese donare che sprecare. Lo facciamo semplificando la legge: abbiamo innalzato a 15 mila euro la soglia per l’obbligo di comunicazione preventiva in caso di donazione e lasciando a 10 mila euro la soglia per la distruzione. Ora è importante arrivare quanto prima all’approvazione della legge contro gli sprechi in discussione in Parlamento che può essere per l’Italia una delle grandi eredità di Expo Milano 2015. Sconfiggere lo spreco è una battaglia di civiltà che vogliamo portare avanti insieme“.

Il taglio degli sprechi è stato posto anche tra gli obiettivi del semestre di presidenza olandese dell’Unione europea. A livello mondiale – sempre secondo uno studio Coldiretti su dati Fao –  un terzo del cibo prodotto viene sprecato per un totale di 1,3 miliardi di tonnellate, che sarebbero ampiamente sufficienti a sfamare la popolazione che soffre di fame cronica.

Gli sprechi alimentari hanno raggiunto le 670 milioni di tonnellate nei paesi industrializzati e le 630 milioni di tonnellate in quelli in via di sviluppo.

Ogni anno il cibo che viene prodotto, ma non consumato, sperpera un volume di acqua pari al flusso annuo di un fiume come il Volga, utilizza 1,4 miliardi di ettari di terreno – quasi il 30 per cento della superficie agricola mondiale – ed è responsabile della produzione di 3,3 miliardi di tonnellate di gas serra.

Per evitare gli sprechi, l’associazione degli agricoltori ha elaborato un vademecum in otto punti:

  • leggere attentamente la scadenza sulle etichette;
  • verificare quotidianamente il frigorifero dove i cibi vanno correttamente posizionati;
  • effettuare acquisti ridotti e ripetuti nel tempo;
  • privilegiare confezioni adeguate;
  • scegliere frutta e verdura con il giusto grado di maturazione;
  • preferire la spesa a km 0;
  • riscoprire le ricette degli avanzi;
  • non avere timore di chiedere la ‘doggy bag’ al ristorante. In merito proprio oggi è partito il progetto “Family bag”, promosso dal ministero dell’Ambiente in collaborazione con Unioncamere Veneto e il Sistema Conai-Consorzi di Filiera, che si propone di rivoluzionare le abitudini degli italiani al ristorante minimizzando gli sprechi alimentari.

Presso il circuito di ristoratori aderenti, sarà infatti possibile richiedere una Family Bag per trasportare le pietanze avanzate, adottando un comportamento anti-spreco. L’evoluzione della ‘doggy bag’ consiste in un contenitore dall’estetica curata (vedi foto sotto) realizzato con diversi materiali di imballaggio (acciaio, alluminio, carta, legno e plastica)

Monica Rubino
http://www.repubblica.it/economia/2016/02/05/news/oggi_la_giornata_nazionale_antispreco_12_miliardi_nella_spazzatura-132778292/