Category Archives: Economia-Finanza

Dal 1 gennaio 2017 l’Italia ha assunto la presidenza del “G7”

G7

G7Il G7 è una organizzazione che raccoglie i Leader delle sette economie più avanzata del mondo: Germania, Francia, Italia, Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Giappone.
I loro incontri meritano tutta la nostra attenzione in quanto le decisioni concrete che vengono assunte hanno risvolti sulla vita di tutti noi.

… eppure
se ne parla poco e male poiché si alimenta disinteresse come di qualcosa che non ci riguarda, così cresce una grande diffidenza quando si parla dei vertici Istituzionali Intergovernativi.

… eppure
la sua struttura organizzativa è come una piovra dai molti tentacoli che agiscono in funzione della testa. Questo suggerisce la necessità, in particolare da parte dei Movimenti e delle Reti che nei diversi ambiti – ambiente, agricoltura, finanza, … – operano e lottano per un cambiamento possibile, di non perdere di vista la necessità e l’importanza di una organizzazione ricompositiva capace di dare valore e significato al grande impegno.

… eppure
è così che si sperimentano e si dà corpo a nuove prospettive possibili.

Il programma degli incontri iniziato a Marzo con Summit sulla CULTURA, chiuderà l’iter a Novembre con il summit sulla SALUTE.

Due gli incontri che meritano grande attenzione:

  • il Financial Meeting che si sta svolgendo a Bari dall’11 al 13 maggio: si parla di crescita economica, del coordinamento delle istituzioni finanziarie, del potenziamento della sicurezza intesa come bene pubblico globale e anche della lotta alle diseguaglianze;
  • il Summit dei capi di Stato e di Governo che si terrà a Taormina dal 26-27 maggio.

Vedi: Calendario delle riunioni ministeriali

Uno sguardo che mostra l’apparente complessità e interesse delle Forze di Governo.

eppure
nei diversi grandi simposi, garantiti da grandi spiegamenti della sicurezza e dallo splendore delle messe in scena, vengono pronunciate e si ascoltano parole efficaci che sono fissate nei diversi “Paper” per ogni settore: propositi.

… eppure
oltre l’apparente grandiosità degli eventi, si muovono incontri più o meno bilaterali, segreti, che fissano le vere strategie sulla base di un denominatore comune: i mercati e la concorrenza economica necessaria per garantirli.

… eppure
il confronto tra le parole ben scritte nei “Paper” e le decisioni politiche dei rispettivi governi mostrano i veri interessi di una economia politica privata.

… eppure
il nostro sguardo diventa lungimirante e responsabile quando ricomponiamo le lotte oltre i diversi ambiti di competenza, consapevoli di poter manifestare giusta autorevolezza e giusta dignità.

Le ragioni del reddito di cittadinanza

Reddito-di-cittadinanza

Reddito-di-cittadinanza«La recente crisi economica, che ha esacerbato i rischi di povertà e di vulnerabilità, e le tendenze di più lungo periodo del capitalismo contemporaneo, con i connessi fenomeni di precarizzazione e distruzione di tante occupazioni, rendono sempre più centrale la domanda di come assicurare a tutti un reddito decente».

Questa considerazione apre il capitolo conclusivo del prezioso volume dell’economista Elena Granaglia e della sociologa Magda Bolzoni, Il reddito di base, (Ediesse, pp. 230, 12 euro). Ed è il tema attorno al quale ruota l’intera ricostruzione proposta dalle due studiose: introdurre una qualche forma di reddito di base per compiere il passo decisivo in favore di un sistema di protezione sociale universalistica nel welfare state italiano che, unico tra i Paesi d’Europa, non prevede neanche uno schema di reddito minimo garantito.

A PARTIRE dall’articolazione del volume che si muove da una iniziale chiarificazione terminologica del termine polisenso «reddito di base», il volume «si muove in Europa» (secondo capitolo), insiste sulle «carenze dell’Italia» (terzo capitolo), per concludere con una comparazione tra reddito di cittadinanza e reddito minimo garantito, che induce a riflettere sulle possibilità di attenuare le distinzioni tra queste due misure.

Granaglia e Bolzoni descrivono infatti un terreno comune del pensare e praticare una qualche forma di reddito di base inteso come (nuovo?) diritto sociale fondamentale. Il reddito di cittadinanza sostenuto ed affermato tanto come ius existentiae, diritto di esistenza, che come diritto di accesso alle risorse comuni, secondo nobili e storicamente risalenti tradizioni filosofiche, giuridiche e istituzionali. Il reddito minimo garantito pensato e inserito nei sistemi di Welfare come diritto all’inclusione sociale: «il diritto a non essere costretti a vivere in povertà».

ECCO SVELATO il comune fondamento: «disporre di un reddito di base, sia esso nella forma di reddito di cittadinanza o in quella di reddito minimo, rientra a pieno titolo nei diritti di cittadinanza».
È l’idea di una cittadinanza sociale in cui la previsione di un reddito di base promuova l’indipendenza delle persone e un nuovo rapporto fiduciario tra individui, società e istituzioni. Tanto nel caso del reddito di cittadinanza, in cui questo reddito di base, universale e incondizionato, è indirizzato a tutta la popolazione, indipendentemente da altre valutazioni.
Quanto per il reddito minimo garantito in cui risulta previsto, sempre in prospettiva universalistica, ma solo per alcune condizioni a rischio di esclusione sociale e povertà relativa.

SIAMO AL CENTRO di una possibile nuova visione dei legami sociali, nella transizione dentro la quarta rivoluzione industriale, quella digitale, della seconda età delle macchine.
Granaglia e Bolzoni indicano come il ragionare dell’introduzione di un reddito di base divenga lo strumento intorno al quale ridefinire le responsabilità delle istituzioni pubbliche, accanto a quelle del mercato e delle imprese.
Da un lato si tratta probabilmente di tornare a pensare – e rendere operative – le basi per un nuovo equilibrio tra pre-distribuzione e redistribuzione, come premesse per calibrare interventi pubblici finalmente inclusivi ed efficienti. Dall’altra si tratta di situarsi all’altezza della sfida epocale che ci attende, quando «anche i robot rivendicano un reddito di cittadinanza», come recitava uno slogan che ha accompagnato la campagna referendaria svizzera in favore di un reddito universale.
Il reddito di base come diritto. Tutto il resto verrà di conseguenza. Per questo anche la confusa classe dirigente italiana dovrebbe leggere questo agevole libretto.

Giuseppe Allegri
da il Manifesto – 15-2-017

CETA: Non tutto ciò che luccica è oro

Stop-CETA-1

Stop-CETA-1Il voto finale del Parlamento Europeo su CETA (l’accordo commerciale tra l’UE e il Canada) si sta avvicinando, e i gruppi favorevoli a CETA stanno inondando i media conniventi con annunci pubblicitari ed appelli. Ignorando i milioni di cittadini preoccupati e i numerosi moniti degli esperti da tutte le parti del continente, i conservatori, i democratici liberali e numerosi social democratici stanno supportando questo accordo. Molti social democratici non si pronunciano sperando che nessuno ne prenda nota; ma i conservatori e i democratici liberali stanno prendendo una posizione attivamente favorevole per promuovere ciò che considerano “uno standard d’oro tra gli accordi commerciali”. Ma che cosa si nasconde dietro i loro argomenti?

All’inizio di dicembre 2016, la Commissione per l’Occupazione del Parlamento Europeo ha dichiarato che questo trattato metterebbe in pericolo 90 milioni  di posti di lavoro solo nelle piccole imprese. Per dare un’idea di questa cifra, si consideri che la Germania, il paese più popolato della UE, ha 81 milioni di abitanti. La medesima Commissione spiega che questi posti di lavoro sarebbero in pericolo perché le piccole imprese europee (con meno di 250 dipendenti) non riuscirebbero a reggere la competitività delle grandi imprese transnazionali dell’America del nord. La Commisione ha anche affermato inoltre che il 93% di queste imprese saranno quelle con meno di 10 dipendenti.

Qual’è stata dunque la risposta dei conservatori europei? Una pubblicità costata 16 mila euro, pubblicata nell’influente piattaforma mediatica Politico, che afferma come il CETA sia un’occasione d’oro, con una foto di pancakes e olio di oliva che brillano sotto il sole. Un’altra pubblicità della lora campagna, sostiene che le nostre vite sarebbero molto più “dolci” con il CETA perché si ridurebbero i prezzi di ” frutta candita e mandorle“.

Quando ci si trova di fronte ad un problema serio come la disoccupazione, ci si potrebbe aspettare che i conservatori lo affrontassero in maniera responsabile. Al contrario, costoro provano ad ingannare l’interlocutore in modo infantile e ridicolo utilizzando caramelle e vino! (in basso, in questo articolo si possono vedere le diapositive di altre pubblicità del PPE).

Posti di fronte al sobrio rapporto della Commissione per l’Occupazione sul  CETA, la maggior parte dei favorevoli al CETA lo ignorano; alcuni addirittura rispondono chiamando il rapporto “false informazioni” o banalmente incolpano i robot della disoccupazione.

In un approccio leggermente più consistente, il leader conservatore Aris Pabriks ha dichiarato che il CETA “favorirà il commercio del 20%“. Questa cifra proviene da uno studio del 2008 fatto dalla Commissione Europea e dal governo del Canada. Ma Mr Pabriks ha omesso di dire che questo studio è stato effettuato prima delle negoziazioni e quindi privo di collegamenti con questo particolare trattato.

Lo studio afferma inoltre che il PIL della UE aumenterebbe dello 0,08% grazie al CETA. Secondo Ronan O’Brien, un ricercatore indipendente, questo aumento equivarrebbe a 44 centesimi alla settimana per ogni cittadino Europeo, e secondo le sue stesse parole, “questo permetterà ad ogni persona di prendere una tazza di caffé ogni due mesi”

Quindi, sulla base di studi obsoleti, pubblicità vuote e 90 miioni di posti di lavoro a rischio, la domanda è: perché i Conservatori, I Democratici Liberali, e molti Socialdemocratici sono a favore del CETA?

Matthew Read
February 3rd, 2017
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CETA – una selezione dei problemi più pressanti

Italia diseguale, la cecità delle classi dirigenti

Poverta-Istat

Poverta-IstatAnalisi dei dati Istat. Il 28,7% delle persone è in stato di povertà o esclusione sociale, in aumento rispetto al 2014, ma chi ci governa continua a proporre irresponsabilmente le stesse ricette che non sradicano i fattori strutturali dell’impoverimento.

Le notizie sulla crescita delle ineguaglianze e degli impoveriti nel mondo sono diventate un ritornello cerimoniale. In Italia la raffica dei dati sulla devastazione sociale in corso è stata molto nutrita in questi ultimi giorni di «bilanci annuali». Mi riferisco al rapporto o dell’Istat («Condizioni di vita e reddito 2015») e al rapporto 2016 di Save the Children «Sconfiggere la povertà educativa. Fino all’ultimo bambino», diffusi entrambi all’inizio di questa settimana.

Il 28,7% delle le persone residenti in Italia è in stato di povertà o esclusione sociale, in aumento rispetto al 2014. Mica poco per il settimo paese più ricco del pianeta.

La quota delle persone impoverite sale al 48,3% (da 39,4%) se si tratta di coppie con tre o più figli e raggiunge il 51,2% (da 42,8%) nelle famiglie con tre o più minori; i livelli d’impoverimento sono superiori alla media nazionale in tutte le regioni del Mezzogiorno, con valori più elevati in Sicilia (55,4%), Puglia (47,8%) e Campania (46,1%). Quattro individui su dieci sono impoveriti in Sicilia, tre su dieci in Campania, Calabria, Puglia e Basilicata.
Se nei paesi dell’Unione europea (più Islanda e Norvegia) oltre 26 milioni di bambini sono in stato d’impoverimento, in Italia, la percentuale tocca il 32% (contro il 28% in Ue).
Alla radice dell’impoverimento e dell’esclusione sociale, ricorda Save the Children per l’ennesima volta, c’è la disuguaglianza. «Il 10% delle famiglie più ricche in Europa attualmente guadagna il 31% del reddito totale e possiede più del 50% della ricchezza totale, e il divario tra ricchi e poveri sta aumentando».

Si tratta di processi strutturali, non contingenti. Ebbene quali e dove sono le classi dirigenti europee che hanno dato e danno realmente la priorità alla strategia dello sradicamento dei fattori strutturali dell’impoverimento e dell’esclusione sociale?

Per cecità legata ai loro dogmatismi ideologici e per chiaro obiettivo di difesa dei loro interessi di classe, i dirigenti del mondo del business e della finanza, della tecnocrazia e del mondo della politica continuano con pervicacia ad applicare scelte e ad adottare misure il cui effetto principale, risultato indiscusso negli ultimi quaranta anni, è stato quello di alimentare e rafforzare la crescita delle ineguaglianza di reddito e dell’esclusione.

La loro formula trita e ritrita non è cambiata: meno tasse sui ceti medio-bassi e incentivi fiscali per i ceti medio-alti, più investimenti in infrastrutture (informatiche, energetiche, trasporti…), più libertà alle imprese (riduzione dei vincoli, autocertificazione, liberalizzazione del commercio e degli investimenti, …), piccole porzioni di «redistribuzione» di reddito, ad hoc, di tipo assistenziale, sovente di natura elettoralistica. Il tutto allo scopo prioritario di favorire la crescita economica, la competitività internazionale e l’uso efficace ed efficiente delle risorse del pianeta.

In termini di rendimento finanziario, la riduzione delle tasse, anche quando ha indotto un modesto aumento dei consumi stimolando così la crescita della produzione e degli investimenti, si è tradotta nella capacità dei detentori di capitale di appropriarsi della parte più grande e consistente della ricchezza prodotta, contribuendo cosi all’aumento della forbice tra redditi da lavoro e redditi da capitale.

Allo stesso risultato si è giunti con le misure in favore degli investimenti nelle infrastrutture produttive e commerciali in supporto delle attività delle imprese private e privatizzabili, anziché nelle infrastrutture per il benessere socioeconomico di tutti, quali scuole, ospedali, asili infantili e servizi alle persone d’interesse generale pubblico.
La ricchezza da essi creata è andata ulteriormente a remunerare il capitale dei gruppi sociali a reddito medioalto.
Inoltre, le politiche di austerità, poste sotto il controllo di banche centrali come la Bce (politicamente indipendenti dai poteri pubblici eletti) e valutate da agenzie finanziarie private mondiali (le agenzie di rating), hanno considerevolmente avvantaggiato le classi più ricche.
Ciò è stato inevitabile in un contesto in cui, da un lato, l’imposizione dell’equilibrio di bilancio ha fatto si che spese pubbliche e sociali siano contabilizzate e quindi «da ridurre» (quelle militari ne sono escluse) e, dall’altro lato, la legalizzazione dell’evasione fiscale (paradisi fiscali, segreto bancario …) e l’esaltazione della finanza speculativa (si pensi alla finanza algoritmica, al millesimo di secondo) hanno condotto a un massiccio trasferimento di reddito nelle mani dei già ricchi.
In confronto, le bricioline redistributive (80, 100 euro una tantum o le carte alimentari …) in favore dei più «bisognosi» costituiscono una forma vergognosa di assistenza caritatevole.

Non è un caso che il nuovo segretario al tesoro degli Usa, Steven Mnuchin, scelto da Trump, ha reso noto i tre punti chiavi del suo programma per ridare forza e fiducia all’economia: meno tasse, più investimenti in infrastrutture, più libertà alla finanza.
E non a caso, gli Usa continueranno a figurare al primo posto della classifica nell’indice d’ineguaglianza sociale fra i paesi più ricchi al mondo.
La verità è che le disuguaglianze non saranno ridotte dalla crescita del Pil perché il Pil che cresce secondo i canoni dell’economia dominante è, invece, il fattore strutturale chiave della creazione delle disuguaglianze.

Così è del tutto irresponsabile da parte di Vincenzo Boccia, presidente della Confindustria, affermare che per gli imprenditori gli obiettivi della crescita e della competitività restano centrali (Corriere della Sera del 6 dicembre).
Altro che riforma dell’Italia. Business as usual. Che cecità.

Riccardo Petrella
Da il Manifesto  09.12.2016

La Commissione lavoro del Parlamento Europeo boccia il CETA!

Ceta-NO

Ceta-NOEMPL, la commissione del Parlamento europeo che si occupa delle politiche del lavoro, ha approvato con 27 voti contro 24 un suo parere al CETA in cui chiede al Parlamento Europeo stesso di rigettare l’accordo.

Grazie al lavoro di controinformazione fatto da tutti noi, e dalle migliaia di email inviate, il parere recita:  “La commissione per l’occupazione e gli affari sociali invita la commissione per il commercio internazionale, competente per il merito, a raccomandare la reiezione del progetto di decisione del Consiglio relativa alla conclusione dell’accordo economico e commerciale globale (CETA) tra il Canada, da una parte, e l’Unione europea e i suoi Stati membri, dall’altra”.

Nelle motivazioni, il cui testo alleghiamo qui si legge: “per quanto concerne la creazione di posti di lavoro dignitosi, i dati empirici basati su modelli reali indicano, nella migliore delle ipotesi, aumenti complessivi marginali per l’occupazione dell’UE, non superiori allo 0,018% in un periodo di attuazione da 6 a 10 anni. Inoltre, studi recenti sulla base di tali modelli hanno previsto perdite effettive di 204 000 posti di lavoro per l’UE nel suo complesso, tra cui 45 000 in Francia, 42 000 in Italia e 19 000 in Germania. Oltre a ciò, la valutazione d’impatto sulla sostenibilità condotta nel 2011 mostra turbamenti settoriali significativi, che potrebbero portare, in ultima analisi, a un aumento della disoccupazione a lungo termine.

Per quanto riguarda le retribuzioni, i dati empirici mostrano che l’accordo contribuirebbe ad approfondire il divario retributivo esistente tra lavoratori qualificati e non qualificati, aumentando in tal modo le disparità e le tensioni sociali. Inoltre, si prevedono effetti di redistribuzione considerevoli in relazione al reddito nazionale, che per l’UE corrisponderebbero a un aumento dello 0,66% a favore dei possessori del capitale, aggravando quindi ulteriormente i disordini sociali.

L’accordo non prevede nemmeno un capitolo contenente misure volte specificatamente a sostenere le PMI. Vi sono attualmente 20,9 milioni di PMI nell’UE (il 93% delle quali con meno di 10 dipendenti), ma solamente 619 000 esportano al di fuori dell’Unione. Nel contesto liberalizzato creato dal CETA, tali PMI saranno completamente esposte alla forte concorrenza delle imprese transnazionali nordamericane, il che metterà a rischio i 90 milioni di posti di lavoro che esse forniscono (il 67% dell’occupazione totale).

Nonostante il fatto che il CETA contenga un capitolo speciale sul commercio e il lavoro, vi è una chiara disparità tra i livelli di protezione previsti per gli investitori e per gli interessi e i diritti dei lavoratori. Lo status privilegiato accordato agli investitori tramite il sistema giudiziario per la protezione degli investimenti (ICS) si contrappone in modo evidente al meccanismo di consultazione previsto per la protezione degli interessi e dei diritti dei lavoratori”.

Quando il Parlamento si esprime e si misura, la mobilitazione paga e le vere opinioni di tutti emergano. Dobbiamo continuare a spingere e accelerare ancora per cui l’appello è a “adottare” con maggior amore il vostro parlamentare per chiedergli di smettere di sostenere il CETA e di ascoltare le preoccupazioni dei cittadini, ma anche dei suoi colleghi.

https://stop-ttip-italia.net/2016/12/08/la-commissione-lavoro-del-parlamento-europeo-boccia-il-ceta/#more-4226

 

 

CETA, se lo conosci lo combatti

Stop-CETA

Stop-CETACETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) è il trattato commerciale di libero scambio fra Unione Europea e Canada. Prevede norme simili o spesso identiche al TTIP  (Transatlantic Trade and Investment Partnership), il tanto discusso e contrastato trattato commerciale tra L’Unione Europea e gli Stati Uniti.

Per cogliere tutta la gravità del CETA vedi CETA_dossier

G20, un fragile inno neoliberista

G-20-Cina

G-20-CinaIl meeting dei grandi ad Hangzhou. Il G20 sogna di attrarre i mercati di capitale privati con nuove forme di partenariati pubblico-privati e meccanismi finanziarizzati, gli stessi che hanno condotto alla crisi dei sub-prime, come se nulla è stato.

Ma perché il privato dovrebbe investire in progetti che ripagheranno poco e solo tra molti decenni?

Si è chiuso ieri il vertice dei capi di Stato e di governo del G20 a Hangzhou, il primo della storia ospitato dalla Cina. Un’occasione per questo paese ed il suo Presidente Xi per legittimarsi ancora di più sulla scena internazionale come potenza globale.
Eppure dietro i discorsi retorici e i comunicati finali come non mai è emersa la debolezza e poca credibilità del club delle 20 economie più influenti sul pianeta.

Nato alla fine del 2008 per fronteggiare la grave crisi economica e finanziaria originata negli Stati Uniti e poi ufficializzato con il vertice di Londra del 2009 come principale forum globale per il coordinamento delle politiche economiche, finanziarie e monetarie, scalzando l’obsoleto G8, a distanza di 7 anni il G20 ha raggiunto ben pochi risultati, soprattutto sul fronte della regolamentazione del settore finanziario.

Nel frattempo i conflitti e le tensioni nel mondo si sono acuiti, basti pensare alla crisi in Siria ed alle tensioni nel Mar Giallo tra la Cina e suoi vicini, e non sono mancate neanche accuse al vetriolo tra i membri del Club.

Dal vertice di Hangzhou esce un inno roboante, quanto fragile, elevato alla globalizzazione liberista, processo che versa fortemente in crisi. Si chiede una crescita inclusiva e sostenibile, lavoro e sviluppo, ma di fatto il G20 insiste che la globalizzazione liberista è l’unica strada, sia che si tratti di vecchie potenze che di quelle emergenti.

Nonostante l’«accordo contro il protezionismo», in realtà i leader si sono rinfacciati in primis questo mantra tra loro stessi, visti i vari recenti episodi di protezionismo nel commercio mondiale, ma anche l’incapacità di promuovere autentiche politiche espansive e di crescita in presenza ancora di sorpassati e dannosi vincoli monetaristi.

Utilizzando le parole del ministro Padoan al forum di Cernobbio qualche giorno fa, siamo ancora in presenza di un’economia mondiale dove i risparmi e le riserve sono sempre enormi rispetto ai sempre pochi investimenti, perché questi non sono così sicuri e soprattutto redditizi come un tempo.

Una crisi di accumulazione di capitale che continua ad affliggere vecchi e nuovi mondi. Infatti, la stessa economia cinese ha problemi a continuare a crescere con tassi a doppia cifra, ed è in presenza anche di una sovrapproduzione di merci – si pensi solamente all’annosa questione dell’acciaio.

Da qui la Presidenza Xi ha impresso un forte cambio di marcia, riconoscendo che il mercato interno, seppur grande, non basterà mai ad assorbire l’eccesso.

Ed allora serve mettere il turbo al commercio mondiale che arranca: la crescita dei flussi transfrontalieri di beni, servizi e finanza è, infatti, stagnante da sei anni dopo un crollo dal 53 al 39 per cento del Pil globale con la crisi del 2008.

Da ciò nasce l’ossessione cinese e del G20 per le mega infrastrutture e la creazione di nuovi corridoi faraonici che connettano i punti di estrazione delle materie prime, i luoghi di produzione e i nodi di consumo globale. Di fatto un piano per una concentrazione di queste funzioni a livello globale, e ad ogni costo.

Più estrattivismo di petrolio e risorse naturali (ma come si concilia questo con gli impegni sul clima dello stesso G20?), creazione di corridoi di autostrade, oleodotti, reti di trasmissione di energia, e mega porti con zone franche da cui partono rotte marittime accelerate.

I cinesi lo chiamano One Belt, One Road, rispolverando il mito della Via della Seta che connetteva l’Oriente con l’Europa, sia via terra che via mare, passando per l’Africa orientale ed il Medio Oriente.

Un progetto di globalizzazione 2.0, che fa impallidire quella vissuta fino ad oggi. E che approfondirà l’apartheid globale tra chi è parte del club e chi ne è escluso e pesantemente represso.

Una miopia politica agghiacciante dei venti leader che non ascoltano le voci degli esclusi e degli sconfitti della globalizzazione, nel Sud come nel Nord globale: basti pensare ai votanti per la Brexit, o nella Germania Est per l’estrema destra. Credere che la turbo-globalizzazione genererà inclusione è un discorso ancora più populista ed ipocrita dei nuovi populismi che cavalcano gli esclusi.

Rimane da capire chi pagherà, però, per costruire la turbo-infrastruttura necessaria al nuovo progetto globale. Il G20 sogna di attrarre i mercati di capitale privati con nuove forme di partenariati pubblico-privati e meccanismi finanziarizzati, gli stessi che hanno condotto alla crisi dei sub-prime, come se nulla è stato.

Ma perché il privato dovrebbe investire in progetti che ripagheranno poco e solo tra molti decenni?
Un’illusione utile ai venti leader per celare i mille conflitti tra loro e rimandare la vera discussione su chi di loro guiderà la turbo-globalizzazione del XXI secolo, finché crisi o guerra non li separi.

Antonio Tricarico
Il Manifesto 6/9/2016

Non c’è solo la «produttività»

Produttivita

ProduttivitaLa doccia fredda della crescita zero del secondo semestre desta più di una preoccupazione. Avremo un altro anno di crescita “zero virgola” se tutto andrà per il meglio e i prossimi trimestri andranno come sperato. Soprattutto il terzo che dovrebbe risentire positivamente della buona dinamica del turismo a causa, purtroppo, delle guerre che rendono poco sicure mete tradizionalmente concorrenti e presidiate dall’esercito sin sulla spiaggia.

Ci sono fondati timori che la mancata crescita si ripercuoterà in maniera rilevante su varie dimensioni del Bes (Bisogni Educativi Speciali), oltre quella del benessere economico.
Il Censis ci ha detto nel giugno 2016 che nel nostro Paese circa 11 milioni di persone dichiarano di non aver abbastanza risorse per effettuare tutti i controlli medici necessari e che nel corso del 2015 per la prima volta negli ultimi 10 anni in Italia c’è stato un arretramento nell’aspettativa di vita.

È altresì noto che siamo fanalino di coda in Europa nell’investimento in istruzione, un settore strategico per occupazione, creazione di valore economico e qualità della vita in generale. Il rallentamento della crescita, oltre agli inevitabili effetti su occupazione e qualità della vita di lavoro, ridurrà la raccolta fiscale rendendo dunque più difficile raggiungere gli obiettivi di finanza pubblica (rapporto deficit/Pil) necessari per stabilizzare o ridurre il rapporto tra debito e Pil. Le prime dichiarazioni del governo sono state giustamente improntate alla richiesta di maggiore flessibilità sui conti (flessibilità che Paesi come Spagna e Francia si sono presi da tempo, viaggiando a rapporti deficit/Pil più alti dei nostri).

Le lacrime di coccodrillo del Fondo monetario internazionale e dell’Economist (ultimo numero, ndr) tornano su un errore ormai irreversibile su cui abbiamo detto dai tempi dell’appello in poi. L’austerità ha gravemente inasprito la crisi finanziaria globale in Europa trasformandola in una crisi dell’euro.
Un conto è avere a riferimento lo spauracchio del Fiscal Compact, seppur costantemente disatteso nei fatti, un altro è usare un paradigma completamente diverso come quello keynesiano.
Se la Ue avesse lanciato al momento opportuno come negli Usa un robusto piano di investimenti pubblici e il quantitative easing la storia sarebbe stata diversa e avremmo avuto probabilmente una crescita simile a quella degli Stati Uniti.

Avere oggi via libera su uno solo dei due fronti (quello monetario) rende ancora più evidente la gravità della mancanza di sviluppo del secondo. Con un quantitative easing che è riuscito nel miracolo di azzerare il costo del denaro e del finanziamento del nostro debito pubblico (tanto che si parla di sfruttare il momento emettendo un titolo di debito pubblico a cento anni!), appare incredibile che non esistano piani di investimento pubblico con rendimenti superiori al costo del denaro in grado di rendere produttiva la nostra spesa pubblica in investimenti migliorando crescita e sostenibilità del debito.

Una delle strade più promettenti su cui lavorare subito (oltre che il rilancio delle infrastrutture di trasporto nel Sud e della banda larga) è – e l’esempio non è affatto casuale – quella dell’efficientamento energetico degli edifici privati. Anche questo è un tema su cui insistiamo da tempo, in grado di generare un circolo virtuoso su varie dimensioni di benessere come di occupazione, creazione di valore economico e sostenibilità ambientale. Fa piacere vedere che, subito dopo la pubblicazione del dato deludente sul Pil del secondo trimestre, il ministro Del Rio sia tornato con decisione sul tema con proposte per sbloccare le due questioni che rallentano l’avvio di una “rivoluzione verde” in grado di mettere in moto una mole enorme di investimenti su tutto il patrimonio immobiliare del Paese. Si tratta infatti di ridurre il rischio imprenditoriale delle energy saving companies (le società che effettuano la ristrutturazione degli edifici) e sveltire i processi decisionali nei condomini spiegando a una moltitudine di persone con idee e culture diverse che l’intervento conviene (e, se necessario, imponendolo).

La cessione del credito d’imposta alle energy saving companies e il finanziamento a tasso agevolato con fondi rotativi possono essere utili allo scopo. È arrivato il momento di agire il più rapidamente possibile. Evitando stantii e infine stagnanti dibattiti sull’imperativo di aumentare la produttività che vuol dire tutto e niente (imperativo quasi tautologico: come dire che per la crescita ci vuole la crescita) ed evitando di impegnare tutte le energie del governo nell’estenuante duello sulle riforme costituzionali certamente utili e necessarie, ma di cui, in questi termini, francamente non sentivamo il bisogno.

Leonardo Becchetti
17 agosto 2016

http://www.avvenire.it/

Quei figli più poveri dei padri, gli anni Duemila come il Dopoguerra

Padri-figli

Padri-figliLa quasi totalità delle famiglie ha redditi inferiori rispetto alle generazioni precedenti. In un rapporto di McKinsey il record negativo del’Italia. Un trend che riguarda il 70 per cento della popolazione nell’Occidente sviluppato.

L’ultimo decennio ha sconvolto l’ordine economico: i figli sono più poveri dei genitori, e forse destinati a rimanerlo. Non era mai accaduto dal Dopoguerra fino al passaggio del Millennio. L’Italia si distingue, fra tutti i paesi avanzati, come quello in cui questo ribaltamento generazionale è più dirompente.

L’impoverimento generalizzato e l’inversione delle aspettative sono i fenomeni documentati nell’ultimo Rapporto McKinsey. Il titolo è “Poorer than their parents? A new perspective on income inequality” (Più poveri dei genitori? Una nuova prospettiva sull’ineguaglianza dei redditi). Il fenomeno è di massa e praticamente senza eccezioni nel mondo sviluppato. Contribuisce a spiegare – secondo lo stesso Rapporto McKinsey – il disagio sociale che alimenta populismi di ogni colore, da Brexit a Donald Trump. Per effetto dell’impoverimento e dello shock generazionale, una quota crescente di cittadini non credono più ai benefici dell’economia di mercato, della globalizzazione, del libero scambio.

Lo studio di McKinsey ha preso in esame le 25 economie più ricche del pianeta. C’è dentro tutto l’Occidente più il Giappone. In quest’area il disastro si compie nella decade compresa fra il 2005 e il 2014: c’è dentro la grande crisi del 2008, ma in realtà il trend era cominciato prima. Fra il 65% e il 70% della popolazione si ritrova al termine del decennio con redditi fermi o addirittura in calo rispetto al punto di partenza. Il problema affligge tra 540 e 580 milioni di persone, una platea immensa. Non era mai accaduto nulla di simile nei 60 anni precedenti, cioè dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tra il 1993 e il 2005, per esempio, solo una minuscola frazione della popolazione (2%) aveva subito un arretramento nelle condizioni di vita. Ora l’impoverimento è un tema che riguarda la maggioranza.

L’Italia si distingue per il primato negativo. È in assoluto il paese più colpito: il 97% delle famiglie italiane al termine di questi dieci anni è ferma al punto di partenza o si ritrova con un reddito diminuito. Al secondo posto arrivano gli Stati Uniti dove stagnazione o arretramento colpiscono l’81%. Seguono Inghilterra e Francia. Sta decisamente meglio la Svezia, dove solo una minoranza del 20% soffre di questa sindrome. Ciò che fa la differenza alla fine è l’intervento pubblico. Il modello scandinavo ha ancora qualcosa da insegnarci. In Italia, guardando ai risultati di questa indagine, non vi è traccia di politiche sociali che riducano le diseguaglianze o compensino la crisi del reddito familiare.

L’altra conclusione del Rapporto McKinsey riguarda i giovani: la prima generazione, da molto tempo, che sta peggio dei genitori. “I lavoratori giovani e quelli meno istruiti – si legge nel Rapporto – sono colpiti più duramente. Rischiano di finire la loro vita più poveri dei loro padri e delle loro madri”. Questa generazione ne è consapevole, l’indagine lo conferma: ha introiettato lo sconvolgimento delle aspettative.

Lo studio non si limita a tracciare un quadro desolante, vi aggiunge delle distinzioni cruciali per capire come uscirne. Il caso della Svezia viene additato come un’eccezione positiva per le politiche economiche dei governi e gli interventi sul mercato del lavoro che hanno contrastato con successo il trend generale. “Lo Stato in Svezia si è mosso per mantenere i posti di lavoro, e così per la maggioranza della popolazione alla fine del decennio i redditi disponibili erano cresciuti per quasi tutti”. Perfino l’iperliberista America, però, ha fatto qualcosa per contrastare le tendenze di mercato. Riducendo la pressione fiscale sulle famiglie e aumentando i sussidi di welfare, gli Stati Uniti hanno agito per compensare l’impoverimento con qualche successo. In Italia, una volta incorporati gli effetti delle politiche fiscali e del welfare, il risultato finale è ancora peggiore: si passa dal 97% al 100%, quindi la totalità delle famiglie sta peggio in termini di reddito disponibile.

Se lasciata a se stessa, l’economia non curerà l’impoverimento neppure se dovesse ricominciare a crescere: “Perfino se dovessimo ritrovare l’alta crescita del passato, dal 30% al 40% della popolazione non godrà di un aumento dei redditi”. E se invece dovesse prolungarsi la crescita debole dell’ultimo decennio, dal 70% all’80% delle famiglie nei paesi avanzati continuerà ad avere redditi fermi o in diminuzione.

Federico Rampini
da Repubblica 13-8-016

Un appello per un’agenda “positiva” sul commercio:

STOP-TTIP-2

Stop-TTIPStop TTIP Italia: “rallentamento negoziato TTIP e ratifica CETA prime vittorie, ma non bastano”
Il 13 luglio mobilitiamoci per bloccare TTIP e CETA e per un’altra idea di economia e di politica commerciale.

“Un’importante vittoria, ma è solo un primo passo”, così la Campagna Stop TTIP Italia commenta le ultime notizie sul destino del Trattato transatlantico.
Un negoziato messo in crisi dalle pressioni delle numerose campagne Stop TTIP in Europa e negli Stati Uniti, mobilitazioni che sono riuscite a imporre la ratifica parlamentare anche per il CETA, l’accordo con il Canada, ma che hanno l’obiettivo di fermare negoziati che sembrano non tenere conto di forti criticità e dei possibili impatti negativi.

Una posizione non preconcetta e non sempre contro” commenta Monica Di Sisto, portavoce della Campagna italiana e relatrice all’evento organizzato alla Camera dei Deputati assieme a Coldiretti il 5 luglio scorso, “che si basa anche su un’agenda positiva, come il contributo che abbiamo dato sul rapporto appena approvato dal Parlamento Europeo su commercio e diritti umani, che dimostra come l’economia debba essere variabile dipendente della sostenibilità e del rispetto dei diritti”.

Continua intanto a crescere l’opposizione nei confronti del TTIP, in vista del nuovo round di negoziati in calendario a Bruxelles dal 12 luglio e delle mobilitazioni che si organizzeranno in Europa e in Italia a partire dalla prossima settimana.

Oggi la Campagna Stop TTIP Italia, insieme ad altre 66 organizzazioni internazionali della società civile, ha inviato una lettera di protesta al presidente del Parlamento europeo, Martin Schultz.
Le 67 Ong sottolineano come finora il negoziato condotto dalla Commissione europea non abbia tenuto conto delle raccomandazioni espresse dal Parlamento Europeo nelle sue risoluzioni.
Ad esempio, quella che richiedeva di non discutere di ambiti come la chimica, “dove Stati Uniti e Unione europea hanno regole molto diverse“.
Aveva votato per escludere le politiche in contrasto al riscaldamento globale dalle legislazioni che potrebbero essere bersaglio di ricorsi presso i tribunali di arbitrato.
Aveva chiesto pieno rispetto dei sistemi normativi in auge su entrambe le sponde dell’Atlantico, eppure il meccanismo della cooperazione regolatoria consentirà a grandi gruppi di interesse economico di visionare ed esprimere un parere sulle nuove regolamentazioni comunitarie prima ancora dei parlamenti nazionali o dell’Europarlamento.

Questo accesso privilegiato a monte del processo normativo aumenta drasticamente l’influenza dell’industria e delle lobby sulle istituzioni” commenta Elena Mazzoni, tra i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia, “con ricadute potenzialmente disastrose sulla qualità della vita dei cittadini, l’ambiente e le conquiste sociali“.

Campagna Stop TTIP Italia

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