Category Archives: Economia-Finanza

CETA: accordo economico e commerciale globale

Le lobby canadesi dell’agribusiness attaccano l’Italia e impongono regole.

Vogliono cancellare l’origine del grano in etichetta, facilitare l’OGM e proteggere il glifosato.

La Campagna Stop TTIP/CETA replica: “Cosa aspetta il Parlamento a bocciare questo accordo tossico? 

L’Italia è nel mirino dell’associazione internazionale delle aziende agrochimiche (CropLife) per le misure di etichettatura di origine del grano, la diffidenza verso il glifosato e il divieto di OGM.  E il trattato di liberalizzazione commerciale UE-Canada (CETA) è visto come il cavallo di Troia per far saltare norme fortemente volute dai consumatori a tutela della salute e delle produzioni locali.

L’attacco diretto alla legislazione italiana ed europea in materia di agricoltura e cibo è contenuto in un dossier scritto a quattro mani dalla Camera di Commercio canadese e da CropLife Canada, che mette in fila tutti quegli ostacoli al libero commercio che le multinazionali del settore vorrebbero rimuovere attraverso il trattato commerciale con l’Unione europea.

“Barriere da radere al suolo”.
All’Italia viene dedicata un’intera pagina del report, per criticare le regole di tracciabilità in etichetta dell’origine delle farine, il bando degli OGM per uso alimentare e i limiti di residui di pesticidi nel grano duro.
Tutte “barriere non tariffarie”, secondo gli estensori, e come tali da radere al suolo attraverso un lavoro certosino da svolgere nel controverso comitato per la cooperazione regolatoria istituito dal CETA.
Nel documento, la Camera di Commercio canadese spiega infatti con chiarezza che “uno dei punti di forza del CETA è la struttura istituzionale creata dall’accordo, che forza il governo del Canada e la Commissione europea a mettere sul tavolo i fattori ‘irritanti’ per il commercio”.

Etichettare il grano “è stato disastroso” per i canadesi.
L’etichettatura di origine del grano, in quest’ottica, ha avuto un impatto definito “disastroso” per l’export canadese, crollato dai 557 milioni di dollari canadesi del 2014 ai 93 milioni del 2018.
La misura – si legge nel documento – è stata introdotta “per chiare ragioni protezionistiche” dall’allora ministro Martina, criticato perché “non è stata assunta per gli interessi dei consumatori, ma piuttosto per proteggere il mercato interno”. Si sostiene che l’etichettatura sia stata promossa da “attivisti che amplificano informazioni errate su presunti residui di glifosato nelle esportazioni canadesi”. Per questo, Tuttavia, “è vitale dare un segnale preciso per risolvere questo problema e respingere il protezionismo”.

“Attacchi che dovrebbero far riflettere”.
Fa sorridere che l’ex Ministro Martina, gran tifoso del CETA e di tutti i trattati di libero scambio, venga tacciato di protezionismo – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna StopTTIP/CETA – Ma questi attacchi dovrebbero far riflettere chi oggi ricopre incarichi di governo e ha promesso in tutte le sedi che avrebbe contrastato simili accordi.
Dall’altra parte dell’Atlantico si apprestano ad utilizzare il CETA come grimaldello per scardinare norme che aiutano i nostri agricoltori e proteggono i consumatori.
È inaccettabile.

Questo Parlamento deve mobilitarsi immediatamente per bocciare il trattato e riaprire una discussione seria in Europa su una globalizzazione selvaggia, promossa da un manipolo di poteri forti che calpesta la volontà dei cittadini e l’interesse generale
”.

Alcuni passaggi inquietanti del dossier.
Il dossier contiene altri passaggi inquietanti: le aziende riunite sotto l’ombrello di CropLife Canada criticano la stretta europea ai residui dei pesticidi, raggiunta dopo potenti campagne di denuncia svolte dalle organizzazioni della società civile. Anche questo timido passo avanti nella riduzione della chimica in agricoltura sarebbe da annoverare fra le “barriere al commercio ingiustificate che non offrono alcun livello superiore di sicurezza per i consumatori”.
Da qui l’invito di usare a fondo le possibilità del CETA perché vengano risolti i “disallineamenti” sui residui minimi di pesticidi, poiché “la scienza ha bisogno di essere depoliticizzata, facilitando il rapporto diretto tra i regolatori per costruire una maggiore fiducia”.
Un’intera pagina spiega poi come il comitato istituito dal CETA per dialogare sulle biotecnologie sarà fondamentale, perché i prodotti canadesi contaminati da OGM vecchi e nuovi “non siano buttati fuori dal mercato europeo”.

La presa sulle istituzioni scientifiche.
Con metà degli esperti dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare in conflitto di interessi e le valutazioni del rischio copiate e incollate dalle veline della Monsanto, questi signori puntano il dito contro la società civile chiedendo che la scienza venga depoliticizzata – chiosa Monica Di Sisto – In realtà cercano soltanto di conservare la presa sulle istituzioni scientifiche a cui è affidato il processo di autorizzazione delle loro sostanze tossiche e del loro cibo frankenstein.
Bocciando il CETA possiamo dare una lezione a queste lobby spregiudicate: il Parlamento si attivi subito
”.

Con buona pace della sovranità e della libera concorrenza.
Per finire, la lobby dell’agroindustria chiede che nei comitati segreti del CETA vengano ammessi osservatori statunitensi, in modo da aiutare il dialogo verso un’armonizzazione maggiore del sistema di regole europeo con quello americano.
Da leggere, a questo proposito, le 6 risposte a chi difende il TTIP.
“Mentre ripartono i negoziati USA-UE per un nuovo TTIP, anche il CETA diventa un utile strumento per rivedere, lontano dagli occhi indiscreti dell’opinione pubblica, i pilastri su cui di architetture normative che si richiamano al principio di precauzione.

Con buona pace della sovranità degli Stati europei e della concorrenza leale.

da La Repubblica 11-6-2019

Italia condannata dal tribunale delle multinazionali

L’Italia perde ancora in un arbitrato internazionale.

La recente sentenza emessa da tre avvocati commerciali è l’amaro epilogo di una causa intentata dalla società olandese CEF Energia BV al nostro paese presso la Camera di commercio di Stoccolma.

I dettagli della vicenda li spieghiamo più avanti, ma il succo è che dobbiamo pagare di 10,6 milioni di euro di multa per aver ridotto gli incentivi alle rinnovabili cinque anni fa: non importa se abbiamo dovuto fare questi tagli per rispettare vincoli di bilancio imposti dall’austerity della Commissione Europea.
Non fa testo alcuna discussione sull’opportunità o meno di continuare a sussidiare il fotovoltaico.
Agli arbitri non interessa: i contribuenti italiani dovranno sborsare quei 10,6 milioni di sudati euro all’impresa che si è appellata alla clausola ISDS contenuta nel Trattato sulla Carta dell’Energia.

L’ISDS (Investor-State Dispute Settlement) è il meccanismo di composizione delle controversie fra investitori e Stati presente in molti accordi sul commercio e gli investimenti, tra cui i ben noti  TTIP e CETA. Permette alle imprese di un Paese contraente di chiedere danni virtualmente illimitati a un altro Stato firmatario se questo – con le sue politiche – ha violato le loro “legittime aspettative” di profitto.

Le cause vengono affidate a opachi tribunali commerciali, retti da pochi professionisti su cui grava l’ombra del conflitto di interessi, che operano fuori dal controllo pubblico (leggi il rapporto di Stop TTIP Italia sull’ISDS).
I tribunali di arbitrato si distinguono per un evidente sbilanciamento in favore dei privati: solo le imprese infatti possono avviare una causa, aggirando le Corti Nazionali del paese ospitante, mentre gli Stati possono soltanto comparire in veste di imputato.
Gli “arbitri” vengono remunerati in base alle cause che dirimono, perciò sono invogliati a emettere sentenze che invoglino le imprese a consultarli ancora.

Firma la petizione Stop ISDS

In quest’ultimo caso che ha coinvolto l’Italia, la condanna è arrivata per il taglio retroattivo agli incentivi sul fotovoltaico che l’allora governo Renzi effettuò con il decreto Spalma Incentivi. CEF Energia BV aveva investito in tre distinti progetti fotovoltaici (“Megasol”, “Enersol” e “Phoenix”) nel nostro paese, che hanno beneficiato delle agevolazioni.

Il decreto Spalma Incentivi avrebbe ridotto il sussidio del 6-8%.
Mentre decine di imprese italiane colpite dalla stessa misura hanno potuto fare ricorso soltanto alle Corti Nazionali, la società olandese ha potuto beneficiare dell’arbitrato, riservato agli investitori esteri.
Nel 2015 ha sporto denuncia e nel gennaio 2019 è arrivata la condanna.

Intanto si avvicina l’epilogo di un altro pericoloso caso ISDS intentato contro il nostro paese ai sensi del Trattato sulla Carta dell’Energia: quello che vede la società petrolifera britannica Rockhopper chiedere fino a 350 milioni di euro all’Italia per averle vietato di trivellare entro le 12 miglia marine.

Secondo i dati ufficiali, per 11 volte l’Italia è stata bersaglio di investitori scontenti delle politiche pubbliche, nel tentativo di recuperare denaro grazie alla clausola ISDS contenuta nel trattato.

Sono 117 i paesi finiti alla sbarra almeno una volta nei tribunali arbitrali.

Un sistema lucroso e sbilanciato – circa il 70% delle decisioni hanno visto trionfare i privati.

La Campagna Stop TTIP ha sempre criticato radicalmente l’ISDS, un meccanismo lesivo della sovranità democratica.

Qual è la risposta politica a queste ingerenze? n segnale più forte consisterebbe nel bocciare gli accordi commerciali come il CETA (UE-Canada), ancora in attesa della ratifica parlamentare.
Una ratifica che farebbe entrare in vigore proprio la temibile clausola ISDS.
Finora il governo ha avuto paura di decidere, mentre la maggioranza in Parlamento non ha avuto la forza di portare in votazione il CETA per mandarlo in frantumi.

Firma la petizione Stop ISDS

 

Petizione europea per l’abolizione delle clausole ISDS nei trattati internazionali

Si vota a Strasburgo in questi giorni l’approvazione degli accordi tra l’Europa e Singapore sugli scambi commerciali e sulla protezione degli investitori esteri. E intanto è partita una campagna per chiedere l’abolizione delle clausole ISDS.

Mentre le preoccupazioni dei politici si stanno concentrando sui raggruppamenti e sulle coalizioni con cui scendere in campo in vista delle prossime votazioni europee, ben poco sappiamo sulle posizioni che verranno prese in merito alla politica da tenere nei riguardi dei temi essenziali su cui si gioca il futuro dei cittadini dell’unione europea, sia da parte degli euroscettici, che da parte degli europeisti.

Tra questi temi rientrano sicuramente gli accordi di liberalizzazione degli scambi commerciali, gli accordi di partenariato e le clausole di salvaguardia degli investimenti transnazionali che le multinazionali cercano di far includere nei trattati di questo tipo.

Ben vengano ovviamente l’abolizione dei dazi doganali, la liberalizzazione degli scambi commerciali, le norme a tutela dei produttori e dei consumatori; non sono queste le questioni che vengono contestate, ma le clausole inserite negli accordi che possono avere sostanziali ripercussioni e conseguenze sulla salvaguardia della salute, del lavoro, dell’educazione, dell’uguaglianza dei cittadini. stando a quanto abbiamo potuto verificare occupandoci dell’ormai famoso TTIP (Transatlantic Trade Investment Partnership), di cui tanto si è discusso e che l’UE ha cercato di ratificare con gli USA durante la presidenza Obama. Con l’avvento di Trump il TTIP è stato messo da parte, ma nel frattempo altri accordi simili sono stati portati avanti.

E’ il caso del CETA, accordo di libero scambio tra UE e Canada, ratificato dal parlamento europeo, che deve però venir approvato da ogni stato membro (in Italia non lo è ancora) ed è il caso dell’accordo con Singapore, in votazione ora a Strasburgo, che diventerà vincolante per tutti gli stati membri, se approvato.

La raccolta firme partita il 22 gennaio 2019 a livello europeo ad opera delle associazioni e delle organizzazioni che hanno promosso la campagna STOP-TTIP è a sostegno di una petizione rivolta alle autorità di Bruxelles in cui si chiede lo stralcio nei trattati di libero scambio di tutte clausole di salvaguardia degli investitori esteri (in pratica le multinazionali) nei confronti degli stati nazionali.

Da quando queste clausole sono state introdotte si è avuto un costante incremento delle cause intentate da parte di imprese transnazionali che hanno potuto ottenere grazie agli arbitrati rimborsi miliardari, sanciti al di fuori di ogni ordinamento legislativo internazionalmente riconosciuto (vedi il rapporto).

Considerata la colpevole negligenza che si può rilevare spesso nei contratti e nelle concessioni statali affidate ai privati a condizioni e patti assolutamente inadeguati, per non dire contrari, alla salvaguardia dell’interesse pubblico, si comprende come la questione sia di primaria importanza e come sia necessario che la cittadinanza si mobiliti di fronte alla condiscendenza dimostrata dall’amministratore europea nei confronti degli interessi privati.

In Europa le clausole ISDS (Investor-State Dispute Settlement) non possono essere applicate tra gli stati membri, mentre con l’approvazione del CETA e con l’approvazione dell’accordo di protezione degli investimenti con Singapore (separato dagli accordi di libero scambio) ciò sarà possibile.
Una evidente contraddizione che consentirebbe di pregiudicare i diritti dei cittadini e costituirebbe un precedente pericoloso sugli accordi da stringere in futuro.

La raccolta firme vuole impedire la proliferazione di arbitrati internazionali permessi dalle clausole ISDS che in parecchi casi () hanno già comportato esborsi miliardari ai governi nazionali contro i diritti delle popolazioni coinvolte.

Sono già mezzo milione le firme raccolte in Europa a pochi giorni dal lancio della campagna.
E’ possibile aderire a questo link.

(Paolo Burgio) 13/02/2019

Rapporto Oxfam 2019: aumenta il divario tra ricchi e poveri nel mondo

Nel 2018 26 miliardari possedevano da soli l’equivalente ricchezza della metà più povera del pianeta. L’organizzazione evidenzia, inoltre, una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere

Aumenta il divario tra ricchi e poveri nel mondo. Nel 2018, da soli, 26 ultramiliardari possedevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. A dirlo è il nuovo rapporto Oxfam 2019 pubblicato alla vigilia del meeting annuale del Forum economico mondiale di Davos. Anche l’Italia è in linea con i dati globali: il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva, nello stesso periodo, circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Il rapporto evidenzia, inoltre, una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere.

La disparità del sistema economico globale

Nel 2018 il patrimonio dei “super-ricchi” è aumentato del 12%, al ritmo di 2,5 miliardi di dollari al giorno. Nello stesso periodo, la metà più povera dell’umanità, circa 3,8 miliardi di persone, ha visto decrescere dell’11% quello che aveva.
A metà dello scorso anno, l’1% più ricco deteneva poco meno della metà (47,2%) della ricchezza aggregata netta, contro lo 0,4% assegnato alla metà più povera della popolazione mondiale. Se la quota della ricchezza globale nelle mani dell’1% più ricco è in crescita dal 2011, la riduzione della povertà estrema è caratterizzata, invece, da un trend opposto. Il tasso annuo della riduzione della povertà estrema, infatti, ha registrato un calo del 40%. L’aumento della povertà estrema, secondo Oxfam, colpirebbe in primis i contesti più vulnerabili del nostro pianeta, uno su tutti l’Africa subsahariana.

L’imposizione fiscale

Il rapporto Oxfam evidenzia, inoltre, un sistema fiscale che finisce col pesare di più sulle categorie più povere della società tassando i redditi da lavoro e consumo. Le imposte sul patrimonio, come quelle immobiliari, fondiarie o di successione hanno subito, infatti, una riduzione – o sono state eliminato del tutto – in molti paesi ricchi e vengono a malapena rese operanti nei paesi in via di sviluppo. L’imposizione fiscale a carico dei percettori di redditi più elevati e delle grandi imprese si è significativamente ridotta negli ultimi decenni. Nei paesi ricchi, per esempio, in media, l’aliquota massima dell’imposta sui redditi delle persone fisiche è passata dal 62% nel 1970 al 38% nel 2013. Nei paesi in via di sviluppo si è stabilizzata su una media al 28%.
Per 90 grandi corporation l’aliquota effettiva versata sui redditi d’impresa è passata dal 34 al 24% tra il 2000 e il 2016.
Considerando sia le imposte dirette che quelle indirette, in paesi come il Brasile o il Regno Unito, il 10% dei più poveri paga, in proporzione al reddito, più tasse rispetto al 10% più ricco.
Secondo i calcoli dell’Oxfam, se I’1% dei più ricchi pagasse appena lo 0,5% in più in imposte sul proprio patrimonio, si avrebbero risorse sufficienti per mandare a scuola 262 milioni di bambini e salvare la vita a 100 milioni di persone nel prossimo decennio.

Diseguaglianza di genere

Dal rapporto emerge, poi, anche una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere. A livello globale, infatti, gli uomini possiedono oggi il 50% in più della ricchezza netta delle donne e controllano oltre l’86% delle aziende.
Il divario retributivo di genere è pari al 23% in favore degli uomini.
In più, in questo dato non si tiene conto del contributo gratuito delle donne al lavoro di cura. Secondo le stime di Oxfam, se tutto il lavoro di cura non retribuito svolto dalle donne nel mondo – che ad oggi non viene contabilizzato dalle statistiche ufficiali – fosse appaltato ad una sola azienda, questa realizzerebbe un fatturato di 10 mila miliardi di dollari all’anno, ossia 43 volte quello di Apple, la più grande azienda al mondo.
‘Le persone in tutto il mondo sono arrabbiate e frustrate – spiega Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia – Ma i governi possono apportare cambiamenti reali per la vita delle persone assicurandosi che le grandi aziende e le persone più ricche paghino la loro giusta quota di tasse, e che il ricavato venga investito in sistemi sanitari e di istruzione a cui tutti i cittadini possano accedere gratuitamente. A cominciare dai milioni di donne e ragazze che ne sono tagliate fuori. I governi possono ancora costruire un futuro migliore per tutti, non solo per pochi privilegiati. È una loro responsabilità”.

10 mila persone al giorno muoiono perché senza cure

L’Oxfam punta i riflettori anche sulle condizioni dei servizi pubblici a livello globale, sistematicamente sottofinanziati o esternalizzati ad attori privati.
La conseguenza è che i più poveri rischiano di venirne spesso esclusi. In molti Paesi, evidenzia l’organizzazione, un’istruzione e una sanità di qualità sono diventate un lusso che solo i più ricchi possono permettersi. Ogni giorno 10 mila persone nel mondo muoiono perché non possono permettersi le cure mediche. Nei paesi in via di sviluppo un bambino di una famiglia povera ha il doppio delle possibilità di morire entro i 5 anni, rispetto a un suo coetaneo benestante. In un paese come il Kenya, un bambino di una famiglia ricca frequenterà la scuola per il doppio degli anni rispetto a un bambino proveniente da una famiglia senza mezzi.

Il potere politico delle armi

Mercati e Unione europea in allarme, opposizione all’attacco, richiamo del presidente della Repubblica alla Costituzione, perché l’annunciata manovra finanziaria del governo comporterebbe un deficit di circa 27 miliardi di euro.

Silenzio assoluto invece, sia nel governo che nell’opposizione, sul fatto che l’Italia spende in un anno una somma analoga a scopo militare. Quella del 2018 è di circa 25 miliardi di euro, cui si aggiungono altre voci di carattere miitare portandola a oltre 27 miliardi.

Sono oltre 70 milioni di euro al giorno, in aumento poiché l’Italia si è impegnata nella Nato a portarli a circa 100 milioni al giorno.

Perché nessuno mette in discussione il crescente esborso di denaro pubblico per armi, forze armate e interventi militari? Perché vorrebbe dire mettersi contro gli Stati uniti, l’«alleato privilegiato» (ossia dominante), che ci richiede un continuo aumento della spesa militare.

Quella statunitense per l’anno fiscale 2019 (iniziato il 1° ottobre 2018) supera i 700 miliardi di dollari, cui si aggiungono altre voci di carattere militare, compresi quasi 200 miliardi per i militari a riposo.

La spesa militare complessiva degli Stati uniti sale così a oltre 1.000 miliardi di dollari annui, ossia a un quarto della spesa federale.

Un crescente investimento nella guerra, che permette agli Stati uniti (secondo la motivazione ufficiale del Pentagono) di «rimanere la preminente potenza militare nel mondo, assicurare che i rapporti di potenza restino a nostro favore e far avanzare un ordine internazionale che favorisca al massimo la nostra prosperità».

La spesa militare provocherà però nel budget federale, nell’anno fiscale 2019, un deficit di quasi 1.000 miliardi. Questo farà aumentare ulteriormente il debito del governo federale Usa, salito a circa 21.500 miliardi di dollari.

Esso viene scaricato all’interno con tagli alle spese sociali e, all’estero, stampando dollari, usati quale principale moneta delle riserve valutarie mondiali e delle quotazioni delle materie prime.

C’è però chi guadagna dalla crescente spesa militare. Sono i colossi dell’industria bellica. Tra le dieci maggiori produttrici mondiali di armamenti, sei sono statunitensi: Lockheed Martin, Boeing, Raytheon Company, Northrop Grumman, General Dynamics, L3 Technologies. Seguono la britannica BAE Systems, la franco-olandese Airbus, l’italiana Leonardo (già Finmeccanica) salita al nono posto, e la francese Thales.

Non sono solo gigantesche aziende produttrici di armamenti. Esse formano il complesso militare-industriale, strettamente integrato con istituzioni e partiti, in un esteso e profondo intreccio di interessi.

Ciò crea un vero e proprio establishment delle armi, i cui profitti e poteri aumentano nella misura in cui aumentano tensioni e guerre.

La Leonardo, che ricava l’85% del suo fatturato dalla vendita di armi, è integrata nel complesso militare-industriale statunitense: fornisce prodotti e servizi non solo alle Forze armate e alle aziende del Pentagono, ma anche alle agenzie d’intelligence, mentre in Italia gestisce l’impianto di Cameri dei caccia F-35 della Lockheed Martin.

In settembre la Leonardo è stata scelta dal Pentagono, con la Boeing prima contrattista, per fornire alla US Air Force l’elicottero da attacco AW139.

In agosto, Fincantieri (controllata dalla società finanziaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze) ha consegnato alla US Navy, con la Lockheed Martin, altre due navi da combattimento litorale.

Tutto questo va tenuto presente quando ci si chiede perché, negli organi parlamentari e istituzionali italiani, c’è uno schiacciante consenso multipartisan a non tagliare ma ad aumentare la spesa militare.
Manlio Dinucci
da il Manifesto 2-10-2018

Vedi il video: https://youtu.be/QWEvSippTv4

Comitato promotore della campagna #NO GUERRA #NO NATO Italia

 

Storia ed evoluzione di Cassa Depositi e Prestiti

La Cassa Depositi e Prestiti nacque con una legge del Parlamento Sardo del 18 novembre 1850, avendo la finalità della mobilitazione dei capitali per le opere di pubblica utilità. Erano liberi di effettuare depositi presso la Cassa gli enti locali, i corpi morali, le amministrazioni civili e militari dello stato. La cassa inoltre raccoglieva depositi obbligatori giudiziari e di mallevadoria contabile. Le somme raccolte erano poi impiegate nei prestiti agli enti locali e morali, in particolare per il finanziamento di opere pubbliche e se necessario nell’ammortamento dei debiti. I fondi affidati alla Cassa erano garantiti dallo stato, per compensarla dallo svantaggio che essa non potesse remunerare i depositi volontari a tassi superiori rispetto ai titoli di stato. 

Nel 1863 -subito dopo la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861- fu attuata la incorporazione nella Cassa Depositi e Prestiti del Regno di Sardegna di tutti gli organismi che nei vari territori del regno di Italia, svolgevano funzioni analoghe a quella della Cassa piemontese. Nel tempo, la funzione iniziale della Cassa di raccolta di depositi cauzionali e di natura simile e di loro gestione centralizzata perdette progressivamente rilievo rispetto alla raccolta di risparmio presso gli sportelli postali che divenne la fonte principale. Al lato degli impegni si sono avuti periodi alterni di finanziamento rivolti agli enti locali o all’amministrazione centrale dello stato. Una terza importante funzione, che non si colloca nell’attivo nè nel passivo, è quella di effettuare pagamenti per conto del pubblico e dello Stato. 

 La legge 27/5/1875 n 2779 (presentata dal ministro Minghetti) dispone che gli uffici postali operassero come succursali di una Cassa di Risparmio Centrale garantita dallo stato e inserita nella Cassa Depositi e Prestiti. Questa fu una rivoluzione qualitativa e quantitativa della sua attività determinando una rapida crescita dei mezzi a diposizione della Cassa e un boom del risparmio postale. Il grande vantaggio della Cassa era nella garanzia statale sui depositi, che riuscì a creare ulteriore risparmio, rispetto a quello bancario e delle Casse di Risparmio. Il risparmio postale attrasse anche i risparmiatori più timorosi e richiamò nel circuito finanziario i risparmi tesorizzati -sotto i materassi o dentro pentole- come avveniva in quel tempo a causa della poca fiducia nelle banche. Con la garanzia dello stato si resero disponibili per investimenti in infrastrutture notevoli risorse che erano raccolte a costi inferiori a quelli di mercato. Tra gli impieghi prevalsero i mutui ai comuni per strade, edifici scolastici, sistemi fognari, opere igieniche, ristrutturazione del debito degli enti locali verso istituti di credito. Si svilupparono anche impieghi in titoli del debito pubblico. Una legge del 1895 obbligò la Cassa ad impiegare in titoli di stato o da esso garantiti, non meno della metà dei fondi dei depositi volontari o postali. 

L’importante riforma del 1898 trasformò la cassa Depositi e Prestiti in direzione generale del Ministero del Tesoro, quale strumento di politica del Ministero. I problemi della finanza locale erano caratterizzati dalla persistenza dei disavanzi comunali e provinciale e la finanza statale presentava un rilevante stock di debito pregresso. Inoltre nel 1879 alla Cassa venne affidata la gestione del patrimonio degli istituti di previdenza di singole categorie professionali, tra cui quella degli impiegati statali. Alla vigilia della prima guerra mondiale i depositi della Cassa erano circa il 30% del totale del sistema bancario italiano, pari al 12 % del PIL.

Nel periodo fascista vi fu una forte spinta verso l’accentramento organizzativo finalizzato ad un più stretto controllo: il Ministero del Tesoro fu assorbito dal Ministero delle Finanze; il Ministero delle Finanze assunse direttamente la presidenza del Consiglio di amministrazione della Cassa, e all’interno della Cassa fu soppressa la seconda sezione, quella della gestione previdenziale.

L’accentramento organizzativo comportava il centralismo decisionale: anche nella Cassa prevalse il ruolo del politico su quello tecnico. Nello stesso ventennio il Governo realizzò grandi opere pubbliche, come la bonifica delle paludi Pontine (1926-1935), la creazione di cinque nuove città come Latina, Sabaudia, Pontinia, Aprilia, Pomezia. La Cassa partecipò alla raccolta dei mezzi finanziari; dal 1925 si ebbe la prima emissione di Buoni Postali fruttiferi. Questi titoli ebbero molto successo e raccolsero i risparmi anche dei più timorosi. I Buoni Postali Fruttiferi erano titoli obbligazionari a tasso fisso privi di cedole a scadenza ventennale ma estinguibili in qualsiasi momento; furono emessi anche in dollari e sterline e collocati all’estero soprattutto agli emigranti italiani. Negli anni ‘30 la Cassa fu liberata dal finanziamento corrente dei comuni e quel ruolo fu assegnato alla Banca Nazionale del Lavoro,dal 1938 si ammettono le banche al ripiano del disavanzo degli enti locali. La Cassa è protagonista del finanziamento della partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale: la gestione speciale, le risorse degli enti previdenziali gestite dalla Cassa sono destinate alla necessità della guerra. Nel periodo 1928 – 1947 furono messi titolo a breve “Buoni annuali fruttiferi della Cassa Depositi e Prestiti”. Tra le due guerre lo stato italiano divenne sempre più interventista nell’economia e anche la Cassa fu utilizzata in tal senso. Nel 1931 venne costituito l’IMI (Istituto Mobiliare Italiano), il cui capitale fu per metà partecipata dalla Cassa. Anche alla costituzione dell’IRI del 1933 partecipò la Cassa.IL 22 giugno del 1944 fu ricostituito il Ministero del Tesoro (separato da quello delle Finanze) che presiedette il consiglio di amministrazione. Un decreto del 1947 separò definitivamente la Cassa dagli istituti di previdenza, che divennero autonome e separate Direzioni generali. 

Nel secondo dopoguerra l’Italia era protesa verso la ricostruzione. La spesa pubblica era l’asse portante della politica economica nazionale. La Cassa fu coinvolta nella ricostruzione postbellica e nella creazione di nuove infrastrutture. Negli anni ‘60 vi fu un boom dell’economia italiana, mentre il decennio dei ’70 fu caratterizzato da  forti rivendicazioni sociali; il tutto comportò un considerevole aumento della spesa pubblica in un contesto internazionale  caratterizzato dal primo shock petrolifero. Tutte le amministrazioni pubbliche si indebitarono con una forte progressione. 

La riforma del sistema tributario italiano del 1972 accentrò fortemente il prelievo fiscale all’erario dello stato. Lo Stato annualmente consentiva agli enti locali di ripianare i loro disavanzi di bilancio con mutui con la Cassa e con altri istituti di credito, i cui oneri erano a carico degli enti stessi. In quegli anni il 90% dei mutui concessi dalla Cassa agli enti locali era costituito dai mutui per il ripiano dei bilanci (quindi in sostanza per spesi correnti). Nel 1977, ad opera del Ministro Stammati, iniziò il risanamento della gestione finanziaria degli enti locali, fu posta fine a quella spirale di indebitamento, mediante un’opera globale di consolidamento della loro passività verso gli istituti di credito e verso la Cassa con titoli decennali a carico dello stato. Sul piano formale la Cassa era sempre stata subordinata gerarchicamente allo stato, essendo Direzione generale del Ministero del Tesoro (o in alcuni periodi del Ministero delle Finanze ) mentre, sul piano sostanziale economico patrimoniale, era una istituzione autonoma e separata dallo stato.

All’inizio del decennio ’80, il Ministro Pandolfi ( su proposta del Direttore generale Giuseppe Falcone ) presentò un disegno di legge di trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti in azienda autonoma con un proprio statuto. Questa riforma era sostenuta dalla direzione generale della Cassa, dalle associazioni degli enti locali, dalle organizzazioni sindacali, ma era avversata dal sistema bancario, dalla Banca d’Italia, dall’ABI, che temevano la forza concorrenziale della Cassa nel mercato del credito e la gestione di cospicui flussi finanziari fuori controllo della Banca d’Italia ed esterni al Tesoro. Infine prevalse l’interpretazione della Corte dei Conti, secondo la quale la Cassa apparteneva allo stato persona giuridica ed era assoggettata a tutti i vincoli che tale natura comportava. Poiché la legge n 197 / 1983 non aveva espressamente attribuito alla Cassa una personalità giuridica, non era un ente autonomo. Nel 1993 il Ministro Barucci con art 22 d.l n 8/1993 attribuì in modo esplicito personalità giuridica alla Cassa ed anche la facoltà di acquistare e cedere liberamente partecipazioni in istituti di credito. 

Il vero mutamento di natura per Cassa Depositi e Prestiti avviene con l’art.5 del d.l.n 269 /2003 che ha trasformato Cdp in S.P.A. e ha distinto la sua attività in due rami: uno tradizionale ed uno di finanziamento delle infrastrutture e degli investimenti nei servizi pubblici gestiti da privati o con la partecipazione di privati. La trasformazione ha comportato inoltre l’entrata nell’azionariato di 65 fondazioni bancarie alle quali vennero assegnate delle azioni privilegiate pari al 30% del capitale sociale. 

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Con la privatizzazione, Cassa Depositi e Prestiti muta profondamente la natura della propria attività, che da quel momento la vede divenire un soggetto economico-finanziario che si muove a tutto campo sul mercato, una sorta di fondo sovrano non dichiarato.Questo avviene attraverso due ulteriori passaggi: il primo tra il 2006 e il 2009, quando una serie di interventi allargarono molto sia la possibilità di Cdp investire sui privati, sia, soprattutto, la possibilità di utilizzare la raccolta postale per farlo; il secondo nel 2015 quando, come parte del cosiddetto “Piano Junker” sull’economia europea, le venne assegnato lo status di Istituto di promozione nazionale. 

Marco Bersani

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 35 di Luglio – Agosto 2018: “Fuori dalla crisi, riprendiamoci la Cassa!  –  Cassa Depositi e Prestiti, una ricchezza collettiva

C’è vita oltre il debito?

Il debito pubblico mondiale ha superato i 50mila miliardi di dollari che, sommati agli oltre 180mila miliardi del debito privato (imprese e famiglie), trasforma il pianeta in un crac finanziario, nel quale il valore del debito è pari a quattro volte quello della capacità di produzione di ricchezza (Pil).
Nel suo piccolo, il debito pubblico italiano – terzo in valore assoluto e settimo in rapporto al Pil – ammonta a oltre 2.260 miliardi di euro, pari al 131,8 per cento del Pil.

Una morsa che viene quotidianamente sottolineata dai tecnocrati dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, dalle lobbies bancarie e finanziarie e dai media mainstream.
Che si tratti di una narrazione ideologica, sapientemente costruita per poter permettere l’espropriazione di diritti sociali, beni comuni e democrazia, lo dimostra il fatto di come nessuno ricordi come su quel debito gli italiani, dal 1980 ad oggi, abbiano già pagato oltre 3.400 miliardi di interessi, senza minimamente intaccarlo.

D’altronde, abbiamo sperimentato in questi decenni come la dottrina liberista non sia solo una teoria economica, bensì un dispositivo ideologico totalizzante che si prefigge di produrre soggettivazione, ovvero la costruzione di un modello valoriale di vita che deve valere per ciascun individuo (sapendo che la società, da Margareth Thatcher in poi, non esiste). E, se negli anni Ottanta e Novanta questa soggettivazione veniva espressa dall’etica del lavoro trasposta nell’epica dell’imprenditore di se stesso orgoglioso della propria indipendenza e dell’autocostruzione del proprio destino, con la deflagrazione della crisi globale è divenuta l’imperativo ad assumere su di sé i costi del disastro economico e finanziario.

Da qui la costruzione del debito come colpa, ben riassunto dal termine tedesco “Schuld”, che significa allo stesso tempo debito e colpa, ed esprime con precisione la morale calvinista del lavoro: chi ha denaro, ed è dunque considerato solvibile, porta in tal modo un segno della grazia ricevuta, mentre chi resta schiacciato dall’insolvenza e dal fallimento economico mostra di non poter superare lo stato di peccato.

Una costruzione che riesce a negare la vera natura della relazione debitore/creditore come rapporto di potere, legato alla proprietà (in quanto il creditore detiene il capitale, mentre il debitore no) e allo sfruttamento (in quanto “fabbricando carta, ci si appropria del lavoro e della ricchezza altrui”) riuscendo a farla apparire come un contesto di libertà.
Non c’è bisogno di alcuna repressione (“il mio nemico non ha divisa (..) nella fondina tiene le carte Visa” canta Daniele Silvestri) o di alcun indottrinamento: i popoli indebitati rimangono formalmente liberi, ma la loro libertà si può esercitare solo dentro il vincolo del debito contratto, e attraverso stili di vita che non ne pregiudichino il rimborso.

La precarizzazione del lavoro, la privatizzazione dei servizi pubblici, la mercificazione dei beni comuni non sono estrazioni di valore dettate da brutali atti di forza e di potere, ma la “naturale” conseguenza di quel vincolo “liberamente” contratto.

C’è un ulteriore aspetto relativo all’economia del debito che vale la pena sottolineare.
Riguarda la relazione con il tempo e la decisione. Poiché il credito è una promessa di saldare un debito in un futuro più o meno lontano, educando i governati a promettere – a onorare il proprio debito – si disciplina non solo il loro presente ma anche il loro futuro.
Siamo ben oltre l’appropriazione del tempo di lavoro dell’epoca industriale: nell’economia del debito, siamo al diritto di prelazione anche sul tempo non cronologico, sul futuro di ognuno e sull’avvenire della società nel suo complesso.

C’è vita, dunque, oltre il debito? Sì, a patto di rompere la gabbia. Per farlo occorre partire dal più che mai attuale assunto gramsciano, tratto dai Quaderni dal carcere:  La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati” .

È esattamente la fase che sta attraversando il nostro Paese, ben evidenziata dal risultato elettorale del marzo scorso con, da una parte, la certificazione dell’azzeramento di una sinistra, variamente declinata, che ha frantumato il blocco sociale storico di riferimento (impiego pubblico e accesso dei lavoratori alla classe media) interiorizzando la favola liberista del pensiero unico del mercato; e, dall’altra, con la vittoria della socializzazione del rancore, declinata secondo l’individualismo cittadino (Movimento 5Stelle) o secondo il proprietarismo razzista (Lega).

Un quadro che non è in grado di produrre una ribellione alla gabbia del debito, perché ne condivide gli assiomi di fondo – individuo vs società; proprietà vs comune; merito vs solidarietà – e l’orizzonte della solitudine competitiva, ovvero la dimensione parcellizzata di ognuno da solo sul mercato in diretta competizione con l’altro.

Un orizzonte che ha trasformato il diritto al lavoro nel dovere di dimostrarsi occupabili – anche gratis – e i diritti sociali in bisogni, mentre i beni comuni e i servizi pubblici diretti a soddisfarli sono diventati beni economici da comprare.
Se nell’utopia marxiana, la società avrebbe dovuto declinare se stessa secondo il principio “da ciascuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni”, il fondamentalismo del mercato ha declinato un universo sociale fondato sul principio “da ciascuno secondo i suoi bisogni, ad ognuno secondo le sue capacità di spesa”.

Per contrastare tutto questo, occorre mettere in campo non solo parole di verità e di giustizia sul debito pubblico, svelando la truffa su cui è stato costruito, bensì anche pratiche concrete che reimmettano le persone dentro circuiti collettivi, aiutandole a superare il panico – che immobilizza – per farle accedere alla pre-occupazione, ovvero alla possibilità di prepararsi ad occuparsene.
Si tratta, di fronte a chi (attraverso il debito) vuole disciplinare il futuro individuale e collettivo, di riaprire l’orizzonte delle possibilità.

Marco Bersani 

Tratto dal Granello di Sabbia n. 33

Oltre 5500 candidati alle elezioni sono #StopCETA

Oltre 5500 candidati alle elezioni di tutti gli schieramenti politici (oltre 500 come adesione individuale, vedi qui i nominativi https://wordpress.com/post/stop-ttip-italia.net/5794, i rimanenti come sostegno ufficiale del gruppo) hanno dichiarato di opporsi, se eletti, alla ratifica del CETA, (l’Accordo di libero scambio tra Canada e Unione Europea), rimandata sine die nell’ultima legislatura grazie alla crescente pressione dell’opinione pubblica.

E’ il risultato di #NoCeta #NonTratto, l’iniziativa della Campagna Stop TTIP / Stop CETA, coordinamento nazionale di oltre trecento organizzazioni e cinquanta comitati locali.

Un accordo che impatterà pesantemente sulle nostre piccole imprese, sui piccoli produttori agricoli come sulle nostre tipicità” sottolinea Monica Di Sisto, portavoce della Campagna italiana Stop TTIP / Stop CETA. “Dopo anni di crescente mobilitazione, dopo essere riusciti a sospendere il processo di ratifica nel Parlamento italiano, il nostro assalto al cielo è la nascita di un Parlamento #StopCETA, che si opponga alla svendita dei diritti e delle nostre tipicità al peggior offerente riaprendo con la Commissione europea un confronto decisivo sul ruolo e la struttura dei trattati commerciali”.

Nonostante la retorica del Governo Gentiloni e del Ministro Carlo Calenda, i vantaggi ottenuti dal nostro Paese in seguito all’applicazione dell’accordo sarebbero minimi rispetto agli impatti negativi.

La questione delle Indicazioni geografiche è stata utilizzata come cavallo di troia per dimostrare i potenziali vantaggi del trattato, senza però sottolineare che degli oltre 291 prodotti italiani tipici tutelati in Europa, solo 41 beneficerebbero della tutela parziale sul mercato canadese, col rischio di reciprocità” sottolinea Di Sisto, “in uno scenario agroalimentare che si modificherebbe profondamente, sia dal punti di vista dei flussi di prodotti (ad esempio i cereali) che degli standard di protezione del consumatore e dell’ambiente. In un momento di crisi economica non serve mettere sotto pressione le nostre produzioni e i nostri livelli di tutela, ma al contrario ripensare profondamente la politica commerciale europea verso un sistema di scambi più sostenibile a livello ambientale e sociale”.

Con l’iniziativa #NoCeta #NonTratto l’obiettivo è consolidare un gruppo trasversale di parlamentari contrari all’accordo, rafforzando e superando l’esperienza dell’attuale gruppo interparlamentare che è riuscito a raccogliere oltre cento adesioni nel corso del 2017.

Il debito bugiardo della politica

Debito-pubblico-2Forse è solo una questione di onestà intellettuale, o forse è indice di incompetenza politica circa la natura e la funzione del debito che grava sui conti dello Stato italiano: oltre 2250 miliardi di euro.

La realtà è che, nella propaganda elettorale, la questione del debito italiano non viene affrontata con la dovuta attenzione, eppure il debito pesa come un macigno sulla “miseria” della popolazione: in 20 anni l’Italia ha pagato 1700 miliardi di interessi sul debito.

I politici non la raccontano giusta quando promettono a vanvera.
Fare i conti senza l’oste!
Piuttosto che raccontare favole è meglio tacere.
Però anche il silenzio è parte della favola che non racconta la realtà vera.

Di per sé il debito può avere effetti positivi se finalizzato alla produzione, all’occupazione, ai servizi, …, ma quando il debito serve ad arricchire gli speculatori privati che godono dei benefici degli interessi, il danno per la comunità diventa sempre più gravoso e soprattutto lo Stato Italiano, la sua politica di governo risulta sempre più subalterna ai creditori.

Il tema della finanza e del debito in particolare può apparire molto complesso, sicuramente non possiamo ignorarlo proprio per il peso che ha sulle nostre condizioni di vita, ma anche per evitare di cadere nelle trappole delle favole (anche se ben raccontate) dei mestieranti della politica.

Proponiamo l’ascolto di una intervista a Marco Bersani di Attac Italia che spiega in termini semplici e lineari  “Perché non ti fanno ripagare il debito”

http://www.byoblu.com/post/2018/01/14/perche-non-ti-fanno-ripagare-debito-marco-bersani.aspx

Il debito illegittimo: a pagarlo siamo noi

Debito-pubblicoIl debito pubblico italiano ha toccato a fine 2017 il suo massimo storico, raggiungendo il 132,6% in rapporto al Pil, e collocando il nostro Paese al quinto posto planetario dopo Giappone (239,2%), Grecia (181,3%), Libano (143,4%) e Capo Verde (133,8%).

Un debito gigantesco, rispetto al quale la campagna elettorale avviata da quasi tutte le forze politiche assume i contorni del paradosso: mentre nessuna ha la benché minima intenzione di metterlo in discussione, così come di ridiscutere i vincoli finanziari europei imposti da Maastricht in poi, tutte si sbracciano in promesse tanto fantasmagoriche quanto destinate all’evaporazione il giorno dopo le elezioni.

Perché delle due l’una: o si mette in discussione la gabbia del debito, costruita artificialmente per permettere la prosecuzione dell’espropriazione di diritti sociali, beni comuni, servizi pubblici e democrazia, o si mantiene il campo di gioco prefissato dai «mercati» e ogni promessa è semplicemente destinata a restare tale.

Allora forse è necessario chiedere a chi si candida al governo del Paese di provare a dare una risposta ad alcune semplici domande basate su dati concreti:

  • Se, pur avendo chiuso il bilancio dello Stato in attivo 27 volte negli ultimi 28 anni (unica eccezione il 2009), il paese è sempre più indebitato, c’è qualcosa di illegittimo nel meccanismo del debito?
  • Se l’indebitamento è determinato dal pagamento degli interessi (per saldare i quali, lo Stato s’indebita in un circolo vizioso senza fine), è normale accettare di aver finora pagato 3.500 miliardi di interessi per un debito di 2.250 miliardi, che rimane tale?
  • Se chi ha pagato le tasse, negli ultimi venti anni ha dato allo Stato 700 miliardi in più di quello che ha ricevuto sotto forma di beni e servizi, si può continuare a pensare che tutto sia oggettivo e non frutto di una trappola ideologica artificialmente costruita?
  • Se i Comuni nel periodo 2010-2016 hanno aumentato le imposte locali di 7,8 miliardi e nello stesso tempo le loro risorse complessive si sono ridotte di 5,8 miliardi, c’è qualcosa da sistemare nella finanza locale?
  • Se nel 1992 in Italia il controllo pubblico sulle banche era il 74,5% ed oggi è lo zero, c’è un terreno finanziario strutturale su cui occorre mettere mano, se si vuole tornare a pensare all’interesse generale e non a quello degli azionisti in Borsa?

Sono alcune delle domande che non sentirete mai pronunciare in un talk show o in una tribuna elettorale. Perché la loro formulazione obbligherebbe a discutere di modello economico e sociale, a disegnare un’altra idea di società, a prefigurare la priorità dell’interesse generale su quello privatistico e della dignità della vita sui profitti finanziari.

Marco Bersani – Attac Italia

 

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