Category Archives: Economia-Finanza

C’è vita oltre il debito?

Il debito pubblico mondiale ha superato i 50mila miliardi di dollari che, sommati agli oltre 180mila miliardi del debito privato (imprese e famiglie), trasforma il pianeta in un crac finanziario, nel quale il valore del debito è pari a quattro volte quello della capacità di produzione di ricchezza (Pil).
Nel suo piccolo, il debito pubblico italiano – terzo in valore assoluto e settimo in rapporto al Pil – ammonta a oltre 2.260 miliardi di euro, pari al 131,8 per cento del Pil.

Una morsa che viene quotidianamente sottolineata dai tecnocrati dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, dalle lobbies bancarie e finanziarie e dai media mainstream.
Che si tratti di una narrazione ideologica, sapientemente costruita per poter permettere l’espropriazione di diritti sociali, beni comuni e democrazia, lo dimostra il fatto di come nessuno ricordi come su quel debito gli italiani, dal 1980 ad oggi, abbiano già pagato oltre 3.400 miliardi di interessi, senza minimamente intaccarlo.

D’altronde, abbiamo sperimentato in questi decenni come la dottrina liberista non sia solo una teoria economica, bensì un dispositivo ideologico totalizzante che si prefigge di produrre soggettivazione, ovvero la costruzione di un modello valoriale di vita che deve valere per ciascun individuo (sapendo che la società, da Margareth Thatcher in poi, non esiste). E, se negli anni Ottanta e Novanta questa soggettivazione veniva espressa dall’etica del lavoro trasposta nell’epica dell’imprenditore di se stesso orgoglioso della propria indipendenza e dell’autocostruzione del proprio destino, con la deflagrazione della crisi globale è divenuta l’imperativo ad assumere su di sé i costi del disastro economico e finanziario.

Da qui la costruzione del debito come colpa, ben riassunto dal termine tedesco “Schuld”, che significa allo stesso tempo debito e colpa, ed esprime con precisione la morale calvinista del lavoro: chi ha denaro, ed è dunque considerato solvibile, porta in tal modo un segno della grazia ricevuta, mentre chi resta schiacciato dall’insolvenza e dal fallimento economico mostra di non poter superare lo stato di peccato.

Una costruzione che riesce a negare la vera natura della relazione debitore/creditore come rapporto di potere, legato alla proprietà (in quanto il creditore detiene il capitale, mentre il debitore no) e allo sfruttamento (in quanto “fabbricando carta, ci si appropria del lavoro e della ricchezza altrui”) riuscendo a farla apparire come un contesto di libertà.
Non c’è bisogno di alcuna repressione (“il mio nemico non ha divisa (..) nella fondina tiene le carte Visa” canta Daniele Silvestri) o di alcun indottrinamento: i popoli indebitati rimangono formalmente liberi, ma la loro libertà si può esercitare solo dentro il vincolo del debito contratto, e attraverso stili di vita che non ne pregiudichino il rimborso.

La precarizzazione del lavoro, la privatizzazione dei servizi pubblici, la mercificazione dei beni comuni non sono estrazioni di valore dettate da brutali atti di forza e di potere, ma la “naturale” conseguenza di quel vincolo “liberamente” contratto.

C’è un ulteriore aspetto relativo all’economia del debito che vale la pena sottolineare.
Riguarda la relazione con il tempo e la decisione. Poiché il credito è una promessa di saldare un debito in un futuro più o meno lontano, educando i governati a promettere – a onorare il proprio debito – si disciplina non solo il loro presente ma anche il loro futuro.
Siamo ben oltre l’appropriazione del tempo di lavoro dell’epoca industriale: nell’economia del debito, siamo al diritto di prelazione anche sul tempo non cronologico, sul futuro di ognuno e sull’avvenire della società nel suo complesso.

C’è vita, dunque, oltre il debito? Sì, a patto di rompere la gabbia. Per farlo occorre partire dal più che mai attuale assunto gramsciano, tratto dai Quaderni dal carcere:  La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati” .

È esattamente la fase che sta attraversando il nostro Paese, ben evidenziata dal risultato elettorale del marzo scorso con, da una parte, la certificazione dell’azzeramento di una sinistra, variamente declinata, che ha frantumato il blocco sociale storico di riferimento (impiego pubblico e accesso dei lavoratori alla classe media) interiorizzando la favola liberista del pensiero unico del mercato; e, dall’altra, con la vittoria della socializzazione del rancore, declinata secondo l’individualismo cittadino (Movimento 5Stelle) o secondo il proprietarismo razzista (Lega).

Un quadro che non è in grado di produrre una ribellione alla gabbia del debito, perché ne condivide gli assiomi di fondo – individuo vs società; proprietà vs comune; merito vs solidarietà – e l’orizzonte della solitudine competitiva, ovvero la dimensione parcellizzata di ognuno da solo sul mercato in diretta competizione con l’altro.

Un orizzonte che ha trasformato il diritto al lavoro nel dovere di dimostrarsi occupabili – anche gratis – e i diritti sociali in bisogni, mentre i beni comuni e i servizi pubblici diretti a soddisfarli sono diventati beni economici da comprare.
Se nell’utopia marxiana, la società avrebbe dovuto declinare se stessa secondo il principio “da ciascuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni”, il fondamentalismo del mercato ha declinato un universo sociale fondato sul principio “da ciascuno secondo i suoi bisogni, ad ognuno secondo le sue capacità di spesa”.

Per contrastare tutto questo, occorre mettere in campo non solo parole di verità e di giustizia sul debito pubblico, svelando la truffa su cui è stato costruito, bensì anche pratiche concrete che reimmettano le persone dentro circuiti collettivi, aiutandole a superare il panico – che immobilizza – per farle accedere alla pre-occupazione, ovvero alla possibilità di prepararsi ad occuparsene.
Si tratta, di fronte a chi (attraverso il debito) vuole disciplinare il futuro individuale e collettivo, di riaprire l’orizzonte delle possibilità.

Marco Bersani 

Tratto dal Granello di Sabbia n. 33

Oltre 5500 candidati alle elezioni sono #StopCETA

Oltre 5500 candidati alle elezioni di tutti gli schieramenti politici (oltre 500 come adesione individuale, vedi qui i nominativi https://wordpress.com/post/stop-ttip-italia.net/5794, i rimanenti come sostegno ufficiale del gruppo) hanno dichiarato di opporsi, se eletti, alla ratifica del CETA, (l’Accordo di libero scambio tra Canada e Unione Europea), rimandata sine die nell’ultima legislatura grazie alla crescente pressione dell’opinione pubblica.

E’ il risultato di #NoCeta #NonTratto, l’iniziativa della Campagna Stop TTIP / Stop CETA, coordinamento nazionale di oltre trecento organizzazioni e cinquanta comitati locali.

Un accordo che impatterà pesantemente sulle nostre piccole imprese, sui piccoli produttori agricoli come sulle nostre tipicità” sottolinea Monica Di Sisto, portavoce della Campagna italiana Stop TTIP / Stop CETA. “Dopo anni di crescente mobilitazione, dopo essere riusciti a sospendere il processo di ratifica nel Parlamento italiano, il nostro assalto al cielo è la nascita di un Parlamento #StopCETA, che si opponga alla svendita dei diritti e delle nostre tipicità al peggior offerente riaprendo con la Commissione europea un confronto decisivo sul ruolo e la struttura dei trattati commerciali”.

Nonostante la retorica del Governo Gentiloni e del Ministro Carlo Calenda, i vantaggi ottenuti dal nostro Paese in seguito all’applicazione dell’accordo sarebbero minimi rispetto agli impatti negativi.

La questione delle Indicazioni geografiche è stata utilizzata come cavallo di troia per dimostrare i potenziali vantaggi del trattato, senza però sottolineare che degli oltre 291 prodotti italiani tipici tutelati in Europa, solo 41 beneficerebbero della tutela parziale sul mercato canadese, col rischio di reciprocità” sottolinea Di Sisto, “in uno scenario agroalimentare che si modificherebbe profondamente, sia dal punti di vista dei flussi di prodotti (ad esempio i cereali) che degli standard di protezione del consumatore e dell’ambiente. In un momento di crisi economica non serve mettere sotto pressione le nostre produzioni e i nostri livelli di tutela, ma al contrario ripensare profondamente la politica commerciale europea verso un sistema di scambi più sostenibile a livello ambientale e sociale”.

Con l’iniziativa #NoCeta #NonTratto l’obiettivo è consolidare un gruppo trasversale di parlamentari contrari all’accordo, rafforzando e superando l’esperienza dell’attuale gruppo interparlamentare che è riuscito a raccogliere oltre cento adesioni nel corso del 2017.

Il debito bugiardo della politica

Debito-pubblico-2Forse è solo una questione di onestà intellettuale, o forse è indice di incompetenza politica circa la natura e la funzione del debito che grava sui conti dello Stato italiano: oltre 2250 miliardi di euro.

La realtà è che, nella propaganda elettorale, la questione del debito italiano non viene affrontata con la dovuta attenzione, eppure il debito pesa come un macigno sulla “miseria” della popolazione: in 20 anni l’Italia ha pagato 1700 miliardi di interessi sul debito.

I politici non la raccontano giusta quando promettono a vanvera.
Fare i conti senza l’oste!
Piuttosto che raccontare favole è meglio tacere.
Però anche il silenzio è parte della favola che non racconta la realtà vera.

Di per sé il debito può avere effetti positivi se finalizzato alla produzione, all’occupazione, ai servizi, …, ma quando il debito serve ad arricchire gli speculatori privati che godono dei benefici degli interessi, il danno per la comunità diventa sempre più gravoso e soprattutto lo Stato Italiano, la sua politica di governo risulta sempre più subalterna ai creditori.

Il tema della finanza e del debito in particolare può apparire molto complesso, sicuramente non possiamo ignorarlo proprio per il peso che ha sulle nostre condizioni di vita, ma anche per evitare di cadere nelle trappole delle favole (anche se ben raccontate) dei mestieranti della politica.

Proponiamo l’ascolto di una intervista a Marco Bersani di Attac Italia che spiega in termini semplici e lineari  “Perché non ti fanno ripagare il debito”

http://www.byoblu.com/post/2018/01/14/perche-non-ti-fanno-ripagare-debito-marco-bersani.aspx

Il debito illegittimo: a pagarlo siamo noi

Debito-pubblicoIl debito pubblico italiano ha toccato a fine 2017 il suo massimo storico, raggiungendo il 132,6% in rapporto al Pil, e collocando il nostro Paese al quinto posto planetario dopo Giappone (239,2%), Grecia (181,3%), Libano (143,4%) e Capo Verde (133,8%).

Un debito gigantesco, rispetto al quale la campagna elettorale avviata da quasi tutte le forze politiche assume i contorni del paradosso: mentre nessuna ha la benché minima intenzione di metterlo in discussione, così come di ridiscutere i vincoli finanziari europei imposti da Maastricht in poi, tutte si sbracciano in promesse tanto fantasmagoriche quanto destinate all’evaporazione il giorno dopo le elezioni.

Perché delle due l’una: o si mette in discussione la gabbia del debito, costruita artificialmente per permettere la prosecuzione dell’espropriazione di diritti sociali, beni comuni, servizi pubblici e democrazia, o si mantiene il campo di gioco prefissato dai «mercati» e ogni promessa è semplicemente destinata a restare tale.

Allora forse è necessario chiedere a chi si candida al governo del Paese di provare a dare una risposta ad alcune semplici domande basate su dati concreti:

  • Se, pur avendo chiuso il bilancio dello Stato in attivo 27 volte negli ultimi 28 anni (unica eccezione il 2009), il paese è sempre più indebitato, c’è qualcosa di illegittimo nel meccanismo del debito?
  • Se l’indebitamento è determinato dal pagamento degli interessi (per saldare i quali, lo Stato s’indebita in un circolo vizioso senza fine), è normale accettare di aver finora pagato 3.500 miliardi di interessi per un debito di 2.250 miliardi, che rimane tale?
  • Se chi ha pagato le tasse, negli ultimi venti anni ha dato allo Stato 700 miliardi in più di quello che ha ricevuto sotto forma di beni e servizi, si può continuare a pensare che tutto sia oggettivo e non frutto di una trappola ideologica artificialmente costruita?
  • Se i Comuni nel periodo 2010-2016 hanno aumentato le imposte locali di 7,8 miliardi e nello stesso tempo le loro risorse complessive si sono ridotte di 5,8 miliardi, c’è qualcosa da sistemare nella finanza locale?
  • Se nel 1992 in Italia il controllo pubblico sulle banche era il 74,5% ed oggi è lo zero, c’è un terreno finanziario strutturale su cui occorre mettere mano, se si vuole tornare a pensare all’interesse generale e non a quello degli azionisti in Borsa?

Sono alcune delle domande che non sentirete mai pronunciare in un talk show o in una tribuna elettorale. Perché la loro formulazione obbligherebbe a discutere di modello economico e sociale, a disegnare un’altra idea di società, a prefigurare la priorità dell’interesse generale su quello privatistico e della dignità della vita sui profitti finanziari.

Marco Bersani – Attac Italia

 

Dal 1 gennaio 2017 l’Italia ha assunto la presidenza del “G7”

G7Il G7 è una organizzazione che raccoglie i Leader delle sette economie più avanzata del mondo: Germania, Francia, Italia, Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Giappone.
I loro incontri meritano tutta la nostra attenzione in quanto le decisioni concrete che vengono assunte hanno risvolti sulla vita di tutti noi.

… eppure
se ne parla poco e male poiché si alimenta disinteresse come di qualcosa che non ci riguarda, così cresce una grande diffidenza quando si parla dei vertici Istituzionali Intergovernativi.

… eppure
la sua struttura organizzativa è come una piovra dai molti tentacoli che agiscono in funzione della testa. Questo suggerisce la necessità, in particolare da parte dei Movimenti e delle Reti che nei diversi ambiti – ambiente, agricoltura, finanza, … – operano e lottano per un cambiamento possibile, di non perdere di vista la necessità e l’importanza di una organizzazione ricompositiva capace di dare valore e significato al grande impegno.

… eppure
è così che si sperimentano e si dà corpo a nuove prospettive possibili.

Il programma degli incontri iniziato a Marzo con Summit sulla CULTURA, chiuderà l’iter a Novembre con il summit sulla SALUTE.

Due gli incontri che meritano grande attenzione:

  • il Financial Meeting che si sta svolgendo a Bari dall’11 al 13 maggio: si parla di crescita economica, del coordinamento delle istituzioni finanziarie, del potenziamento della sicurezza intesa come bene pubblico globale e anche della lotta alle diseguaglianze;
  • il Summit dei capi di Stato e di Governo che si terrà a Taormina dal 26-27 maggio.

Vedi: Calendario delle riunioni ministeriali

Uno sguardo che mostra l’apparente complessità e interesse delle Forze di Governo.

eppure
nei diversi grandi simposi, garantiti da grandi spiegamenti della sicurezza e dallo splendore delle messe in scena, vengono pronunciate e si ascoltano parole efficaci che sono fissate nei diversi “Paper” per ogni settore: propositi.

… eppure
oltre l’apparente grandiosità degli eventi, si muovono incontri più o meno bilaterali, segreti, che fissano le vere strategie sulla base di un denominatore comune: i mercati e la concorrenza economica necessaria per garantirli.

… eppure
il confronto tra le parole ben scritte nei “Paper” e le decisioni politiche dei rispettivi governi mostrano i veri interessi di una economia politica privata.

… eppure
il nostro sguardo diventa lungimirante e responsabile quando ricomponiamo le lotte oltre i diversi ambiti di competenza, consapevoli di poter manifestare giusta autorevolezza e giusta dignità.

Le ragioni del reddito di cittadinanza

Reddito-di-cittadinanza«La recente crisi economica, che ha esacerbato i rischi di povertà e di vulnerabilità, e le tendenze di più lungo periodo del capitalismo contemporaneo, con i connessi fenomeni di precarizzazione e distruzione di tante occupazioni, rendono sempre più centrale la domanda di come assicurare a tutti un reddito decente».

Questa considerazione apre il capitolo conclusivo del prezioso volume dell’economista Elena Granaglia e della sociologa Magda Bolzoni, Il reddito di base, (Ediesse, pp. 230, 12 euro). Ed è il tema attorno al quale ruota l’intera ricostruzione proposta dalle due studiose: introdurre una qualche forma di reddito di base per compiere il passo decisivo in favore di un sistema di protezione sociale universalistica nel welfare state italiano che, unico tra i Paesi d’Europa, non prevede neanche uno schema di reddito minimo garantito.

A PARTIRE dall’articolazione del volume che si muove da una iniziale chiarificazione terminologica del termine polisenso «reddito di base», il volume «si muove in Europa» (secondo capitolo), insiste sulle «carenze dell’Italia» (terzo capitolo), per concludere con una comparazione tra reddito di cittadinanza e reddito minimo garantito, che induce a riflettere sulle possibilità di attenuare le distinzioni tra queste due misure.

Granaglia e Bolzoni descrivono infatti un terreno comune del pensare e praticare una qualche forma di reddito di base inteso come (nuovo?) diritto sociale fondamentale. Il reddito di cittadinanza sostenuto ed affermato tanto come ius existentiae, diritto di esistenza, che come diritto di accesso alle risorse comuni, secondo nobili e storicamente risalenti tradizioni filosofiche, giuridiche e istituzionali. Il reddito minimo garantito pensato e inserito nei sistemi di Welfare come diritto all’inclusione sociale: «il diritto a non essere costretti a vivere in povertà».

ECCO SVELATO il comune fondamento: «disporre di un reddito di base, sia esso nella forma di reddito di cittadinanza o in quella di reddito minimo, rientra a pieno titolo nei diritti di cittadinanza».
È l’idea di una cittadinanza sociale in cui la previsione di un reddito di base promuova l’indipendenza delle persone e un nuovo rapporto fiduciario tra individui, società e istituzioni. Tanto nel caso del reddito di cittadinanza, in cui questo reddito di base, universale e incondizionato, è indirizzato a tutta la popolazione, indipendentemente da altre valutazioni.
Quanto per il reddito minimo garantito in cui risulta previsto, sempre in prospettiva universalistica, ma solo per alcune condizioni a rischio di esclusione sociale e povertà relativa.

SIAMO AL CENTRO di una possibile nuova visione dei legami sociali, nella transizione dentro la quarta rivoluzione industriale, quella digitale, della seconda età delle macchine.
Granaglia e Bolzoni indicano come il ragionare dell’introduzione di un reddito di base divenga lo strumento intorno al quale ridefinire le responsabilità delle istituzioni pubbliche, accanto a quelle del mercato e delle imprese.
Da un lato si tratta probabilmente di tornare a pensare – e rendere operative – le basi per un nuovo equilibrio tra pre-distribuzione e redistribuzione, come premesse per calibrare interventi pubblici finalmente inclusivi ed efficienti. Dall’altra si tratta di situarsi all’altezza della sfida epocale che ci attende, quando «anche i robot rivendicano un reddito di cittadinanza», come recitava uno slogan che ha accompagnato la campagna referendaria svizzera in favore di un reddito universale.
Il reddito di base come diritto. Tutto il resto verrà di conseguenza. Per questo anche la confusa classe dirigente italiana dovrebbe leggere questo agevole libretto.

Giuseppe Allegri
da il Manifesto – 15-2-017

CETA: Non tutto ciò che luccica è oro

Stop-CETA-1Il voto finale del Parlamento Europeo su CETA (l’accordo commerciale tra l’UE e il Canada) si sta avvicinando, e i gruppi favorevoli a CETA stanno inondando i media conniventi con annunci pubblicitari ed appelli. Ignorando i milioni di cittadini preoccupati e i numerosi moniti degli esperti da tutte le parti del continente, i conservatori, i democratici liberali e numerosi social democratici stanno supportando questo accordo. Molti social democratici non si pronunciano sperando che nessuno ne prenda nota; ma i conservatori e i democratici liberali stanno prendendo una posizione attivamente favorevole per promuovere ciò che considerano “uno standard d’oro tra gli accordi commerciali”. Ma che cosa si nasconde dietro i loro argomenti?

All’inizio di dicembre 2016, la Commissione per l’Occupazione del Parlamento Europeo ha dichiarato che questo trattato metterebbe in pericolo 90 milioni  di posti di lavoro solo nelle piccole imprese. Per dare un’idea di questa cifra, si consideri che la Germania, il paese più popolato della UE, ha 81 milioni di abitanti. La medesima Commissione spiega che questi posti di lavoro sarebbero in pericolo perché le piccole imprese europee (con meno di 250 dipendenti) non riuscirebbero a reggere la competitività delle grandi imprese transnazionali dell’America del nord. La Commisione ha anche affermato inoltre che il 93% di queste imprese saranno quelle con meno di 10 dipendenti.

Qual’è stata dunque la risposta dei conservatori europei? Una pubblicità costata 16 mila euro, pubblicata nell’influente piattaforma mediatica Politico, che afferma come il CETA sia un’occasione d’oro, con una foto di pancakes e olio di oliva che brillano sotto il sole. Un’altra pubblicità della lora campagna, sostiene che le nostre vite sarebbero molto più “dolci” con il CETA perché si ridurebbero i prezzi di ” frutta candita e mandorle“.

Quando ci si trova di fronte ad un problema serio come la disoccupazione, ci si potrebbe aspettare che i conservatori lo affrontassero in maniera responsabile. Al contrario, costoro provano ad ingannare l’interlocutore in modo infantile e ridicolo utilizzando caramelle e vino! (in basso, in questo articolo si possono vedere le diapositive di altre pubblicità del PPE).

Posti di fronte al sobrio rapporto della Commissione per l’Occupazione sul  CETA, la maggior parte dei favorevoli al CETA lo ignorano; alcuni addirittura rispondono chiamando il rapporto “false informazioni” o banalmente incolpano i robot della disoccupazione.

In un approccio leggermente più consistente, il leader conservatore Aris Pabriks ha dichiarato che il CETA “favorirà il commercio del 20%“. Questa cifra proviene da uno studio del 2008 fatto dalla Commissione Europea e dal governo del Canada. Ma Mr Pabriks ha omesso di dire che questo studio è stato effettuato prima delle negoziazioni e quindi privo di collegamenti con questo particolare trattato.

Lo studio afferma inoltre che il PIL della UE aumenterebbe dello 0,08% grazie al CETA. Secondo Ronan O’Brien, un ricercatore indipendente, questo aumento equivarrebbe a 44 centesimi alla settimana per ogni cittadino Europeo, e secondo le sue stesse parole, “questo permetterà ad ogni persona di prendere una tazza di caffé ogni due mesi”

Quindi, sulla base di studi obsoleti, pubblicità vuote e 90 miioni di posti di lavoro a rischio, la domanda è: perché i Conservatori, I Democratici Liberali, e molti Socialdemocratici sono a favore del CETA?

Matthew Read
February 3rd, 2017
—————————

CETA – una selezione dei problemi più pressanti

Italia diseguale, la cecità delle classi dirigenti

Poverta-IstatAnalisi dei dati Istat. Il 28,7% delle persone è in stato di povertà o esclusione sociale, in aumento rispetto al 2014, ma chi ci governa continua a proporre irresponsabilmente le stesse ricette che non sradicano i fattori strutturali dell’impoverimento.

Le notizie sulla crescita delle ineguaglianze e degli impoveriti nel mondo sono diventate un ritornello cerimoniale. In Italia la raffica dei dati sulla devastazione sociale in corso è stata molto nutrita in questi ultimi giorni di «bilanci annuali». Mi riferisco al rapporto o dell’Istat («Condizioni di vita e reddito 2015») e al rapporto 2016 di Save the Children «Sconfiggere la povertà educativa. Fino all’ultimo bambino», diffusi entrambi all’inizio di questa settimana.

Il 28,7% delle le persone residenti in Italia è in stato di povertà o esclusione sociale, in aumento rispetto al 2014. Mica poco per il settimo paese più ricco del pianeta.

La quota delle persone impoverite sale al 48,3% (da 39,4%) se si tratta di coppie con tre o più figli e raggiunge il 51,2% (da 42,8%) nelle famiglie con tre o più minori; i livelli d’impoverimento sono superiori alla media nazionale in tutte le regioni del Mezzogiorno, con valori più elevati in Sicilia (55,4%), Puglia (47,8%) e Campania (46,1%). Quattro individui su dieci sono impoveriti in Sicilia, tre su dieci in Campania, Calabria, Puglia e Basilicata.
Se nei paesi dell’Unione europea (più Islanda e Norvegia) oltre 26 milioni di bambini sono in stato d’impoverimento, in Italia, la percentuale tocca il 32% (contro il 28% in Ue).
Alla radice dell’impoverimento e dell’esclusione sociale, ricorda Save the Children per l’ennesima volta, c’è la disuguaglianza. «Il 10% delle famiglie più ricche in Europa attualmente guadagna il 31% del reddito totale e possiede più del 50% della ricchezza totale, e il divario tra ricchi e poveri sta aumentando».

Si tratta di processi strutturali, non contingenti. Ebbene quali e dove sono le classi dirigenti europee che hanno dato e danno realmente la priorità alla strategia dello sradicamento dei fattori strutturali dell’impoverimento e dell’esclusione sociale?

Per cecità legata ai loro dogmatismi ideologici e per chiaro obiettivo di difesa dei loro interessi di classe, i dirigenti del mondo del business e della finanza, della tecnocrazia e del mondo della politica continuano con pervicacia ad applicare scelte e ad adottare misure il cui effetto principale, risultato indiscusso negli ultimi quaranta anni, è stato quello di alimentare e rafforzare la crescita delle ineguaglianza di reddito e dell’esclusione.

La loro formula trita e ritrita non è cambiata: meno tasse sui ceti medio-bassi e incentivi fiscali per i ceti medio-alti, più investimenti in infrastrutture (informatiche, energetiche, trasporti…), più libertà alle imprese (riduzione dei vincoli, autocertificazione, liberalizzazione del commercio e degli investimenti, …), piccole porzioni di «redistribuzione» di reddito, ad hoc, di tipo assistenziale, sovente di natura elettoralistica. Il tutto allo scopo prioritario di favorire la crescita economica, la competitività internazionale e l’uso efficace ed efficiente delle risorse del pianeta.

In termini di rendimento finanziario, la riduzione delle tasse, anche quando ha indotto un modesto aumento dei consumi stimolando così la crescita della produzione e degli investimenti, si è tradotta nella capacità dei detentori di capitale di appropriarsi della parte più grande e consistente della ricchezza prodotta, contribuendo cosi all’aumento della forbice tra redditi da lavoro e redditi da capitale.

Allo stesso risultato si è giunti con le misure in favore degli investimenti nelle infrastrutture produttive e commerciali in supporto delle attività delle imprese private e privatizzabili, anziché nelle infrastrutture per il benessere socioeconomico di tutti, quali scuole, ospedali, asili infantili e servizi alle persone d’interesse generale pubblico.
La ricchezza da essi creata è andata ulteriormente a remunerare il capitale dei gruppi sociali a reddito medioalto.
Inoltre, le politiche di austerità, poste sotto il controllo di banche centrali come la Bce (politicamente indipendenti dai poteri pubblici eletti) e valutate da agenzie finanziarie private mondiali (le agenzie di rating), hanno considerevolmente avvantaggiato le classi più ricche.
Ciò è stato inevitabile in un contesto in cui, da un lato, l’imposizione dell’equilibrio di bilancio ha fatto si che spese pubbliche e sociali siano contabilizzate e quindi «da ridurre» (quelle militari ne sono escluse) e, dall’altro lato, la legalizzazione dell’evasione fiscale (paradisi fiscali, segreto bancario …) e l’esaltazione della finanza speculativa (si pensi alla finanza algoritmica, al millesimo di secondo) hanno condotto a un massiccio trasferimento di reddito nelle mani dei già ricchi.
In confronto, le bricioline redistributive (80, 100 euro una tantum o le carte alimentari …) in favore dei più «bisognosi» costituiscono una forma vergognosa di assistenza caritatevole.

Non è un caso che il nuovo segretario al tesoro degli Usa, Steven Mnuchin, scelto da Trump, ha reso noto i tre punti chiavi del suo programma per ridare forza e fiducia all’economia: meno tasse, più investimenti in infrastrutture, più libertà alla finanza.
E non a caso, gli Usa continueranno a figurare al primo posto della classifica nell’indice d’ineguaglianza sociale fra i paesi più ricchi al mondo.
La verità è che le disuguaglianze non saranno ridotte dalla crescita del Pil perché il Pil che cresce secondo i canoni dell’economia dominante è, invece, il fattore strutturale chiave della creazione delle disuguaglianze.

Così è del tutto irresponsabile da parte di Vincenzo Boccia, presidente della Confindustria, affermare che per gli imprenditori gli obiettivi della crescita e della competitività restano centrali (Corriere della Sera del 6 dicembre).
Altro che riforma dell’Italia. Business as usual. Che cecità.

Riccardo Petrella
Da il Manifesto  09.12.2016

La Commissione lavoro del Parlamento Europeo boccia il CETA!

Ceta-NOEMPL, la commissione del Parlamento europeo che si occupa delle politiche del lavoro, ha approvato con 27 voti contro 24 un suo parere al CETA in cui chiede al Parlamento Europeo stesso di rigettare l’accordo.

Grazie al lavoro di controinformazione fatto da tutti noi, e dalle migliaia di email inviate, il parere recita:  “La commissione per l’occupazione e gli affari sociali invita la commissione per il commercio internazionale, competente per il merito, a raccomandare la reiezione del progetto di decisione del Consiglio relativa alla conclusione dell’accordo economico e commerciale globale (CETA) tra il Canada, da una parte, e l’Unione europea e i suoi Stati membri, dall’altra”.

Nelle motivazioni, il cui testo alleghiamo qui si legge: “per quanto concerne la creazione di posti di lavoro dignitosi, i dati empirici basati su modelli reali indicano, nella migliore delle ipotesi, aumenti complessivi marginali per l’occupazione dell’UE, non superiori allo 0,018% in un periodo di attuazione da 6 a 10 anni. Inoltre, studi recenti sulla base di tali modelli hanno previsto perdite effettive di 204 000 posti di lavoro per l’UE nel suo complesso, tra cui 45 000 in Francia, 42 000 in Italia e 19 000 in Germania. Oltre a ciò, la valutazione d’impatto sulla sostenibilità condotta nel 2011 mostra turbamenti settoriali significativi, che potrebbero portare, in ultima analisi, a un aumento della disoccupazione a lungo termine.

Per quanto riguarda le retribuzioni, i dati empirici mostrano che l’accordo contribuirebbe ad approfondire il divario retributivo esistente tra lavoratori qualificati e non qualificati, aumentando in tal modo le disparità e le tensioni sociali. Inoltre, si prevedono effetti di redistribuzione considerevoli in relazione al reddito nazionale, che per l’UE corrisponderebbero a un aumento dello 0,66% a favore dei possessori del capitale, aggravando quindi ulteriormente i disordini sociali.

L’accordo non prevede nemmeno un capitolo contenente misure volte specificatamente a sostenere le PMI. Vi sono attualmente 20,9 milioni di PMI nell’UE (il 93% delle quali con meno di 10 dipendenti), ma solamente 619 000 esportano al di fuori dell’Unione. Nel contesto liberalizzato creato dal CETA, tali PMI saranno completamente esposte alla forte concorrenza delle imprese transnazionali nordamericane, il che metterà a rischio i 90 milioni di posti di lavoro che esse forniscono (il 67% dell’occupazione totale).

Nonostante il fatto che il CETA contenga un capitolo speciale sul commercio e il lavoro, vi è una chiara disparità tra i livelli di protezione previsti per gli investitori e per gli interessi e i diritti dei lavoratori. Lo status privilegiato accordato agli investitori tramite il sistema giudiziario per la protezione degli investimenti (ICS) si contrappone in modo evidente al meccanismo di consultazione previsto per la protezione degli interessi e dei diritti dei lavoratori”.

Quando il Parlamento si esprime e si misura, la mobilitazione paga e le vere opinioni di tutti emergano. Dobbiamo continuare a spingere e accelerare ancora per cui l’appello è a “adottare” con maggior amore il vostro parlamentare per chiedergli di smettere di sostenere il CETA e di ascoltare le preoccupazioni dei cittadini, ma anche dei suoi colleghi.

https://stop-ttip-italia.net/2016/12/08/la-commissione-lavoro-del-parlamento-europeo-boccia-il-ceta/#more-4226

 

 

CETA, se lo conosci lo combatti

Stop-CETACETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) è il trattato commerciale di libero scambio fra Unione Europea e Canada. Prevede norme simili o spesso identiche al TTIP  (Transatlantic Trade and Investment Partnership), il tanto discusso e contrastato trattato commerciale tra L’Unione Europea e gli Stati Uniti.

Per cogliere tutta la gravità del CETA vedi CETA_dossier

« Older Entries