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RESILIENZA

Il suggerimento arriva da un articolo di Marco Bersani (Attac-Italia) “Rimaniamo a casa, ma non rimaniamo in silenzio” postato anche qui sul sito di Dimensioni Diverse che suggerisce di riflettere su una realtà “virale” che sta mettendo a nudo tutte le ipocrisie, i limiti e le ingiustizie di un sistema esclusivo basato sui rapporti concorrenziali interni al mercato globalizzato.

Molti tra gli intellettuali hanno scritto e scrivono che “Tutto non sarà più come prima”.

Personalmente non so se questo sarà vero, ho qualche dubbio se osservo quello che sta avvenendo dentro una indubbia “crisi” che pure attraversa il corpo fisico e sociale.

Non faccio solo riferimento ad una indubbia indeterminatezza della politica, quanto ai parametri aggressivi ed espansivi oltre che discriminanti dell’economia e di una sempre più invasiva quanto speculativa dell’attività finanza.

Inoltre perché non ci sono “forze” in campo capaci di prospettive politiche diverse se non manifestazioni diffuse di solidarietà umane e/o civiche che tuttavia spesso non stimolano politiche di cambiamento.

Credo che la domanda politica che ci viene posta in questo frangente di indubbia crisi di sistema, sia di approfondire le conoscenze degli elementi che persistono dentro ad essa.

Se di fronte a pericoli o a situazioni di miseria e di emarginazione è indispensabile agire con la massima solidarietà, come già in diversi campi si riscontrano molte sensibilità umane, è oltremodo indispensabile promuovere una forte critica sulla natura politica che sostanzia l’azione solidale per non fuorviare sé stessi e la stessa “politica” necessaria al cambiamento.

Esperienze senza politica

Dove sta l’umano, la sua razionalità intelligente capace di permeare di significati, di giustizia e di libertà la dignità dell’essere?

Certo, ora è il momento della grande pandemia, delle gravi preoccupazioni e dei doverosi appelli istituzionali, misure di accortezze per evitare il contagio: la vita è una cosa seria ed è la vita di tutte e di tutti.

Ciò che è importante rilevare è il contagio asintomatico che resta la sindrome di una vita, spesso esasperata dalle sintomatologie di una società mercantile che aliena e assoggetta le volontà al piacere delle cose, che disarma le volontà di fronte alla supponenza di un potere imponderabile quanto l’insicurezza di condizioni di precarietà che si defilano dalla proprietà dell’essere e diventano miseria, paura.

I mercati globali hanno il loro “vizio virale” dell’interesse esclusivo; un’anima arrogante, speculativa che non si piega alle miserie umane: amuchina, mascherine, la finanza, il petrolio, … soprattutto quando un caccia F35 costa quanto 7000 ventilatori polmonari.

Mercati che per mantenere il loro potere sulla loro globalità spendono ogni anno circa 1850 miliardi di dollari per spese militari.
Mentre l’Italia, che pure spende oltre 25 miliardi di euro per la “difesa”, si presenta come una colonia sulla quale insistono 114 basi militari Usa e Nato, e ben 137 fabbriche di armi a servizio dell’industria bellica.   

L’ipocrisia virale del liberismo, come del populismo politico, lamentano gli effetti devastanti di una politica sanitaria mirata all’efficienza del privato e ora, loro stessi, denunciano le incongruenze dei tagli alla sanità pubblica, i mancati investimenti e l’insufficienza del servizio pubblico chiamato a dare risposte certe.  

 

Da molti anni conosciamo la presenza nei nostri corpi alienati da virus acclarati che corrodono e sono mortali perché di loro si è persa coscienza.

Non riuscendo a fare nulla si agisce l’arroganza del bene per sé, compiacenti delle piccole risonanze che tacciono il peso disumano di un’economia di guerra, di fantasmi finanziari che speculano nelle borse e nelle tasche degli affaristi che li alimentano.

Ha poco serve la “misericordia” per i bambini massacrati dalle bombe e dalla miseria;

a nulla serve sdegnarsi per le moltitudini di persone costrette alla fuga dalle devastazioni delle guerre di assoggettamento per poi morire alle frontiere democratiche;

e poco efficaci risultano le proteste contro le grandi “schiavitù” poste in essere in Palestina come in molti altri paesi dai poteri imperiali, dai governi dittatoriali.

Non ci sono limiti all’arroganza e alla perversione delle cosiddette democrazie occidentali, invasive sulle autonomie popolari come sui loro territori, sempre disponibili ad alleanze con le forze del terrore e con i totalitarismi violenti e fascisti.

Nessuna ribellione, solo una grande assuefazione e indifferenza alimentate magistralmente da demagoghi populisti e razzisti che con supponenza agitano “paure” verso ogni forma di diversità.

Accanto a vocaboli come razzismo, omofobia, misoginia, … sempre più prende corpo e significato, la parola sovranismo a sancire in maniera quasi sintomatica la natura di cui si fanno carico tutte quelle persone che si ergono garanti esclusivi della propria dignità.

Abbiamo bisogno prima di tutto di “partire da sé”, come spiega Lea Melandri, quale “fondamento di ogni agire politico che voglia produrre duraturi cambiamenti”.

Sono stati prima di tutto i movimenti delle donne a mettere al centro della politica i corpi, a rifiutare i deliri di onnipotenza, a parlare del tema della cura. 

Riflettere sul passato per ridare memoria al presente, è uno dei modi per attivare circuiti differenti per la produzione di storie e la riproduzione di corpi per generare le ragioni politiche di un futuro altro.

Una visione può ancorare la speranza per un diverso mondo possibile: a significare la vita è la Terra madre “che non ingloba ma accoglie, che cura la fragilità e lascia fiorire le differenze”: diffondere il ciclo della vita senza che essa sia prestabilita.

Rimaniamo a casa, ma non rimaniamo in silenzio

E’ il momento di mettere in campo una grande solidarietà collettiva.

L’epidemia di Covid 19 continua a estendersi e il sistema sanitario è a rischio collasso, con il serio pericolo che, se il contagio non si ferma, le fasce più esposte, anziani con patologie pregresse, non possano ricevere le adeguate cure.

In questa fase, tutte e tutti dobbiamo assumere la grande responsabilità di fare la nostra parte per fermare il contagio e permettere all’insieme della collettività di poter tornare, in un tempo più o meno lungo, alla normalità.

In questo tempo le nostre vite sono state interamente stravolte e all’ansia generale di essere di fronte a qualcosa che al momento non si riesce a governare si è sommata la necessità di riorganizzare la quotidianità di bambine/i, giovani, adulte/i e anziane/i.

Tutti desideriamo tornare alla normalità, per questo tutti dobbiamo rimanere a casa.

Ma siamo così sicuri di voler tornare alla normalità? Non è esattamente quella normalità la causa principale di dove siamo ora finiti?

Per questo dobbiamo rimanere a casa, ma non dobbiamo assolutamente rimanere in silenzio.

Proviamo allora a riflettere su alcune cose che questa drammatica esperienza ci ha insegnato.

Usciremo dall’emergenza Covid 19 e ci proporranno la nuova emergenza economico-finanziaria. 

Le misure adottate per fermare il Coronavirus comporteranno una crisi economica paragonabile almeno a quella del 2007/2008. E le misure che verranno proposte per uscirne saranno le medesime: trappola del debito e politiche di austerità. Magari con un governo di unità nazionale per poterle applicare meglio.

Grazie alla trappola del debito, ogni anno paghiamo 60 miliardi di interessi e dal 1980 ne abbiamo già pagati quasi 4000. Possiamo continuare a pensare che il debito pubblico è la priorità o è tempo per rimettere tutto in discussione? Sono le banche e i fondi d’investimento a salvarci dalle emergenze sanitarie?

Grazie alle politiche di austerità abbiamo tagliato tutta la spesa per istruzione, ricerca, sanità, previdenza sociale. Possiamo continuare a pensare che il pareggio di bilancio finanziario venga prima del pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere?

Deve ripartire l’economia?

Su questo tutti si affannano e reclamano qualsiasi ripartenza purchessia. E c’è chi come Confindustria chiede già di dirottare i fondi del “Green New Deal” sulla realizzazione delle grandi opere. Come se la proliferazione dei virus degli ultimi decenni non fosse esattamente il frutto di un modello economico estrattivo che ha devastato gli equilibri ecologici e che, con la crisi climatica, non potrà che provocare ulteriori conseguenze (quanti virus sono sepolti da millenni nei ghiacci che si stanno sciogliendo?). Possiamo continuare su questo modello o è venuto il momento di una drastica inversione di rotta verso un’economia socialmente ed ecologicamente orientata, con al centro solo l’interesse generale?

Ora sappiamo cos’è la precarietà

In queste settimane abbiamo tutte/i sperimentato cosa vuol dire la precarietà in senso esistenziale: le nostre certezze, i nostri riti quotidiani, i nostri universi relazionali sono stati messi a soqquadro e tutte/i abbiamo dovuto prendere atto della fragilità intrinseca della vita umana e sociale.

Ma moltissime donne e uomini, esattamente in queste settimane, hanno fatto conti anche più concreti e drammatici su cosa significhi non avere un reddito perché si ha da sempre un lavoro precario e non garantito. Possiamo far ripartire il carrozzone economico basandolo sulla conferma e l’estensione della precarietà? Avere una garanzia di reddito ha a che fare con la salute oppure no?

Ora sappiamo cos’è il mercato

Se c’è una dimostrazione lampante del fallimento del mercato è esattamente quella che stiamo sperimentando in queste settimane. Il possibile collasso del sistema sanitario italiano è stato abbondantemente preparato dal pensiero unico del mercato, quello che ha imposto tagli draconiani alla spesa pubblica sull’altare dei vincoli di bilancio.

Ed è sempre più chiaro come la ricerca scientifica gestita dal mercato si attivi sempre e solo dopo l’emergenza, con l’esigenza di fare profitti sui vaccini, e mai prima perché non vi è alcuna remunerazione dei profitti nella prevenzione.

Il mercato basa le sue leggi sulle capacità economiche delle persone, non riconosce alcun diritto universale. Beni comuni, servizi pubblici e diritti possono continuare ad essere consegnati al mercato?

In fin dei conti, si tratta sempre di democrazia

Tutto quello che ci aspetta dopo l’emergenza sanitaria avrà molto a che fare con la democrazia. Dovremmo fare tesoro del paradosso di questi tempi: oggi viene chiesto a tutte e tutti di farsi carico del bene collettivo della salute e della solidarietà con le fasce più esposte; domani verrà chiesto a tutte e tutti di farsi nuovamente da parte per delegare ogni scelta ai poteri forti, magari ad un governo di unità nazionale (Draghi premier?) che proseguirà nell’espropriazione collettiva di tutto quello che ci appartiene.

Per tutto quanto sopra detto, oggi dobbiamo essere responsabili e rimanere a casa.

Per tutto quanto sopra detto, domani dovremo essere altrettanto responsabili e riempire le piazze.

11 Marzo 2020

Marco Bersani – Attac Italia

L’Italia dica no al nuovo TTIP

Il Governo italiano e l’Europa non devono svendere la sicurezza del nostro cibo sotto il ricatto dei dazi di Trump!

Per Washington l’approccio vigente in Europa non è accettabile, e la nuova Commissione Von der Leyen deve abbandonare il “Principio di precauzione” per basarsi su “una solida scienza”.

Per dare un’idea di quanto questa “scienza” sia solida negli USA, basti pensare che nuovi prodotti e sostanze vengono messi in commercio sulla base di valutazioni fatte dalle imprese.
I controlli delle agenzie pubbliche scattano soltanto a seguito di ricorsi o denunce dei cittadini e consumatori vittime degli eventuali impatti
negativi.

In UE invece si adotta il “Principio di precauzione” per evitare che l’onere della prova, nei casi in cui ci siano preoccupazioni sulla nocività di una sostanza o di un prodotto, ricada sui cittadini a tragedia già avvenuta.

La differenza di questo approccio ha tenuto finora fuori dal mercato europeo pesticidi, OGM e alimenti trattati con sostanze pericolose per la salute e sono attualmente vietate.

Secondo Trump e i suoi, il “Principio di precauzione” europeo, deve essere neutralizzato.
Per superare il deficit di 10-12 miliardi di dollari con l’UE relativamente agli scambi di prodotti agricoli, Trump sarebbe intenzionato a imporre il blocco degli scambi con i prodotti agricoli europei.

Quali concessioni chiede Washington?

  • Un indebolimento delle norme sanitarie e fitosanitarie, così come dei limiti massimi consentiti di residui di pesticidi e altre sostanze chimiche nel cibo;
  • il cambio della legislazione europea sugli OGM per consentire il commercio di alimenti geneticamente manipolati, soprattutto se prodotti con le nuove tecniche di Bio Tecnologie varietale.

Il governo italiano accelera su TTIP 

Nel 2015 un’imponente mobilitazione di organizzazioni ambientaliste, associazioni della società civile, sindacati, movimenti contadini, produttori e consumatori di tutta Europa e negli Stati Uniti portò all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni i rischi per la salute pubblica, l’occupazione, l’ambiente, il cibo, la produzione italiana, la biodiversità, i diritti fondamentali, i servizi pubblici e la democrazia presentati dal Trattato transatlantico di liberalizzazione commerciale tra USA e UE (TTIP).

Il negoziato subì una pausa con l’elezione di Trump, ma proseguì sotto traccia fino all’estate scorsa, quando Junker volò a Washington e sottoscrisse un accordo di principio per ricominciare a negoziare, sotto la minaccia di una pioggia di dazi.

Ora la nuova Presidente della Commissione Ursula Von der Leyen non soltanto accelera per un nuovo accordo da realizzare entro poche settimane, ma appoggia la richiesta di Trump perché si negozi sull’agricoltura, argomento escluso nel mandato conferitole dai Governi dell’UE.

Ancora più scandaloso è che questo venga fatto facendo finta di dimenticare che Trump si è tirato fuori dall’Accordo di Parigi sul clima

In assenza di alcun impegno concreto sui dazi già imposti da parte di Trump, l’UE sembra disposta a cedere su un trattato che disinneschi per sempre il Principio di precauzione, forzi le regole europee attualmente in vigore su pesticidi, OGM e NBT (Nuove BioTecnologie), apra – al di fuori di ogni controllo democratico e parlamentare – un canale permanente di negoziato transatlantico sugli standard di protezione sociale, ambientale e di sicurezza alimentare che sono il più grande ostacolo, attualmente, all’arrivo di merci USA nel mercato europeo.

Né si pensa di procedere a una preventiva valutazione dell’impatto di un possibile accordo sulla sostenibilità sociale e ambientale e sulla quantità e qualità dell’occupazione e delle produzioni coinvolte.

Il Governo italiano precedente non ha discusso la sua posizione con le parti sociali – neanche con il Parlamento italiano – prima di concedere il nuovo mandato negoziale, e quello attuale tace sull’accelerazione presente. 

La ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova, incontrando il collega americano Sonny Perdue, si è addirittura mossa al di fuori del perimetro del mandato europeo che esclude l’agricoltura dalle trattative.

Questa mancanza di trasparenza è inaccettabile per le organizzazioni della società civile: ci appelliamo al Parlamento perché insieme a noi ottenga un vero dialogo, che tenga conto delle preoccupazioni dei cittadini e delle parti sociali, e maggiore trasparenza su temi così importanti che colpiscono il cuore del sistema dei diritti e delle regole condivise e difese nel nostro Paese.

Campagna Stop TTIP Italia

Cosa rappresenta il World Economic Forum?

Una grande vetrina che abbaglia fuori la propria miseria!

A Davos, località sciistica della Svizzera, dal 21 al 24 gennaio si sta svolgendo il World Economic Forum. Una assise internazionale che da 50 anni vede radunati i grandi big dell’economia e della finanza mondiale per discutere e sviluppare le loro strategie dei grandi affari e profitti.

Puntuale come un ammonimento, Oxfam (Oxford committee for Famine Relief – una organizzazione internazionale impegnata nella lotta alle povertà), ogni anno pubblica il suo rapporto sulla sicurezza e la povertà del mondo.

Quest’anno il titolo “Team to care – avere cura di noi” appare come un invito alla politica, ai “potenti” della terra ma anche a tutte le persone a non ignorare la grave situazione nella quale prendono corpo le condizioni materiali della vita.

Anche su quanto segue – in prossimità del “Giorno della Memoria”, è importante “fare Memoria”.

L’evidenza del report: una pregiudiziale circa i “progressi” nella lotta alle povertà e alle ingiustizie.
Uno strapotere della ricchezza che è costantemente in crescita a fronte di una povertà sempre più debilitante.

Alcuni dati:

  • 2153 miliardari detengono più ricchezza di 4,6 miliardi di persone;
  • l’1% delle persone più ricche detiene più del doppio della ricchezza posseduta da 6,9 miliardi di persone;
  • il 46% della popolazione mondiale vive con 5,5 dollari al giorno: 149 euro al mese.

In Italia il rapporto Oxfam afferma:

  • l’1% delle persone più ricche possiede una ricchezza pari al 70% del più povero;
  • il 10% più ricco detiene ricchezze superiori di 6 volte del 50% più povero;
  • il 10% dei lavoratori con più elevata retribuzione è pari a quasi il 30% del reddito complessivo da lavoro, supera complessivamente quella della metà dei lavoratori italiani con retribuzioni più basse;
  • oltre il 30% dei giovani occupati guadagna meno di € 800 al mese;
  • il 13% degli under 29 vive in condizioni di povertà lavorativa.

Un sistema economico che continua ad alimentare disuguaglianze non solo rende vani i tentativi di lotta alla povertà, ma logora la coesione sociale.
Oltre ad accrescere un profondo senso di ingiustizia e insicurezza, genera rancore e aumenta la deriva di politiche populiste o estremista.

“Aiutiamoli a casa loro”
L’entità della ricchezza posseduta dai 22 uomini più ricchi è maggiore della somma dei beni di tutte le donne in Africa che sono più di 650 milioni.

Un mondo grandemente ingiusto che non rispetta la dignità del lavoro delle persone che fanno lavori fondamentali per la società e che vengono sottopagati o addirittura non pagati. 

Nel mondo il 42% delle donne di fatto non può lavorare perché deve farsi carico della cura dei familiari come anziani, bambini, disabili.

In Italia nel 2018, l’11,1% delle donne non ha mai lavorato per prendersi cura dei figli; un dato fortemente superiore alla media Europea del 3,7%.

Allo stesso tempo quasi il 40% delle donne sono state costrette a rinunciare alle aspettative professionali del loro lavoro per conciliare lavoro e famiglia. Lavorare meno significa versare meno contributi e ricevere pensioni poco dignitose che non consentiranno alle donne di poter vivere tranquille l’ultima parte della loro vita.

Il lavoro domestico sottopagato e quello di cura non retribuito, incombe soprattutto sulle spalle delle donne, prive di sussidi, con orari di lavoro irregolari e carichi pesanti.

Questo capitalismo è sessista e sfruttatore, fonda il suo potere sullo sfruttamento del lavoro di cura delle donne, non retribuito.

È necessario valorizzare il benessere,
ricompensare il lavoro piuttosto che la ricchezza.

L’economia nel mondo è organizzata come una piramide.

Alla base ci sono 3,8 miliardi di persone poverissime il cui reddito non supera l’1% della ricchezza globale. Il vertice è occupato da un numero esiguo di 2153 supermiliardari che detengono la stessa ricchezza detenuta da 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione mondiale.

Una piramide che mostra l’eccesso della sproporzione del potere attuale.

Un’economia che le statistiche evidenziano come l’attuale sistema economico sia fondato sul precariato dei lavori sottopagati e frammentati.

Il rapporto formula una critica del predominio dell’economia neoliberale nella quale è determinante il predominio dei grandi Monopoli (e dei ricchi azionisti che li sostengono), responsabili e complici dell’accelerazione delle disuguaglianze economiche.

“Un miliardario è un fallimento politico”.

 

 

Ispi 2019, economia e clima sono le principali minacce da affrontare

Per un italiano su tre è la mobilitazione internazionale dei Fridays for Future è la migliore notizia dell’anno. Una presa di coscienza che inizia a farsi largo, ma che sconta ancora molte dissonanze cognitive

La crisi climatica e quella economica: sono queste le principali minacce da affrontare – rispettivamente sul fronte globale e quello nazionale – secondo il sondaggio condotto in Italia dall’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale che ormai da sei anni porta avanti quest’indagine.

Sin dall’inizio delle rilevazioni gli italiani non hanno mai avuto dubbi: l’economia è di gran lunga la loro principale preoccupazione, con il dato di quest’anno (56%) che è sostanzialmente in linea con quello 2018 (55%) e in continua crescita dal 2015. Preoccupano invece meno l’immigrazione e il terrorismo; dopo il picco del 2015 (22%), la questione migratoria viene indicata come principale minaccia per il paese dal 12% degli italiani. E la minaccia terroristica non viene quasi più avvertita: la indica solo il 2% degli intervistati (contro il 26% del 2015).

Per quanto riguarda invece le minacce di portata globale, i cambiamenti climatici (indicati dal 28% dei rispondenti al sondaggio) hanno raggiunto per la prima volta la vetta delle preoccupazioni italiane lo scorso anno, e anche nel 2019 si consolida questa triste primato. Non a caso la notizia che ha maggiormente preoccupato gli italiani nel 2019 sono stati gli incendi nella foresta amazzonica, mentre per un italiano su tre è la mobilitazione internazionale dei Fridays for Future – ispirata dall’attivista sedicenne Greta Thunberg – la migliore notizia dell’anno.

Una presa di coscienza che inizia a farsi largo dunque, pur dovendo ancora far fronte a molte dissonanze cognitive. I cambiamenti climatici ad esempio vengono individuati come la prima minaccia globale, ma solo il 7% degli italiani riconosce lo stesso livello d’allarme anche a livello nazionale; eppure nel 2018 l’aumento della temperatura media rispetto al periodo 1961-1990 è stato di 0,98°C a livello globale e di 1,71°C in Italia. Questo significa che per l’Italia il 2018 è stato l’anno più caldo da 219 anni: l’aumento della temperatura rispetto al periodo 1880-1909 arriva a circa +2,5°C, più del doppio del valore medio globale.

Dunque la crisi climatica non è una grave ma vaga minaccia “globale”, in quanto già oggi colpisce il nostro Paese più della media globale, tanto che si stima il nostro Paese possa perdere fino a 130 miliardi di euro l’anno di Pil a partire dalla seconda metà del secolo, se non affronterà adeguatamente il pericolo. Le stime nel merito sono naturalmente variabili, ma anche quelle più cautelative mostrano che nello scenario “business as usual” i cambiamenti climatici taglieranno il nostro Pil procapite dello 0,89% nel 2030, del 2,56% nel 2050 e del 7,01% nel 2100.
Per inquadrare meglio la dimensione del problema è utile ricordare che in 10 anni della più terribile crisi economica del dopoguerra – ovvero dal 2008 al 2018 – il Pil procapite italiano si è ridotto molto meno, del 5,4%. Se questo non costituisse ancora un adeguato incentivo economico all’azione, lo studio mostra che rispettando l’Accordo di Parigi sul clima le perdite di Pil procapite sarebbero praticamente azzerate per l’Italia, riducendosi a -0,01%, -0,02% e -0,05 rispettivamente nel 2030, 2050 e 2100.

La crisi climatica dunque è già qui, sta facendo più danni della crisi economica e molti altri rischia di arrecarne a breve termine: la soluzione è mettere da subito in campo le azioni necessarie a contrastare i cambiamenti climatici e al contempo a ricondurre su binari verdi lo sviluppo del Paese. Si stima infatti che perseguire in modo adeguato i principali obiettivi ambientali potrebbe non solo migliorare la nostra qualità di vita e ridurre il nostro impatto sull’ecosistema, ma anche creare circa 800.000 nuovi posti di lavoro entro il 2025: la risposta alla minaccia climatica e a quella economica è la stessa, basterebbe saperlo riconoscere e agire di conseguenza.

Greenreport anno XIV newsletter numero 3238 del 20 dicembre 2019

CETA: accordo economico e commerciale globale

Le lobby canadesi dell’agribusiness attaccano l’Italia e impongono regole.

Vogliono cancellare l’origine del grano in etichetta, facilitare l’OGM e proteggere il glifosato.

La Campagna Stop TTIP/CETA replica: “Cosa aspetta il Parlamento a bocciare questo accordo tossico? 

L’Italia è nel mirino dell’associazione internazionale delle aziende agrochimiche (CropLife) per le misure di etichettatura di origine del grano, la diffidenza verso il glifosato e il divieto di OGM.  E il trattato di liberalizzazione commerciale UE-Canada (CETA) è visto come il cavallo di Troia per far saltare norme fortemente volute dai consumatori a tutela della salute e delle produzioni locali.

L’attacco diretto alla legislazione italiana ed europea in materia di agricoltura e cibo è contenuto in un dossier scritto a quattro mani dalla Camera di Commercio canadese e da CropLife Canada, che mette in fila tutti quegli ostacoli al libero commercio che le multinazionali del settore vorrebbero rimuovere attraverso il trattato commerciale con l’Unione europea.

“Barriere da radere al suolo”.
All’Italia viene dedicata un’intera pagina del report, per criticare le regole di tracciabilità in etichetta dell’origine delle farine, il bando degli OGM per uso alimentare e i limiti di residui di pesticidi nel grano duro.
Tutte “barriere non tariffarie”, secondo gli estensori, e come tali da radere al suolo attraverso un lavoro certosino da svolgere nel controverso comitato per la cooperazione regolatoria istituito dal CETA.
Nel documento, la Camera di Commercio canadese spiega infatti con chiarezza che “uno dei punti di forza del CETA è la struttura istituzionale creata dall’accordo, che forza il governo del Canada e la Commissione europea a mettere sul tavolo i fattori ‘irritanti’ per il commercio”.

Etichettare il grano “è stato disastroso” per i canadesi.
L’etichettatura di origine del grano, in quest’ottica, ha avuto un impatto definito “disastroso” per l’export canadese, crollato dai 557 milioni di dollari canadesi del 2014 ai 93 milioni del 2018.
La misura – si legge nel documento – è stata introdotta “per chiare ragioni protezionistiche” dall’allora ministro Martina, criticato perché “non è stata assunta per gli interessi dei consumatori, ma piuttosto per proteggere il mercato interno”. Si sostiene che l’etichettatura sia stata promossa da “attivisti che amplificano informazioni errate su presunti residui di glifosato nelle esportazioni canadesi”. Per questo, Tuttavia, “è vitale dare un segnale preciso per risolvere questo problema e respingere il protezionismo”.

“Attacchi che dovrebbero far riflettere”.
Fa sorridere che l’ex Ministro Martina, gran tifoso del CETA e di tutti i trattati di libero scambio, venga tacciato di protezionismo – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna StopTTIP/CETA – Ma questi attacchi dovrebbero far riflettere chi oggi ricopre incarichi di governo e ha promesso in tutte le sedi che avrebbe contrastato simili accordi.
Dall’altra parte dell’Atlantico si apprestano ad utilizzare il CETA come grimaldello per scardinare norme che aiutano i nostri agricoltori e proteggono i consumatori.
È inaccettabile.

Questo Parlamento deve mobilitarsi immediatamente per bocciare il trattato e riaprire una discussione seria in Europa su una globalizzazione selvaggia, promossa da un manipolo di poteri forti che calpesta la volontà dei cittadini e l’interesse generale
”.

Alcuni passaggi inquietanti del dossier.
Il dossier contiene altri passaggi inquietanti: le aziende riunite sotto l’ombrello di CropLife Canada criticano la stretta europea ai residui dei pesticidi, raggiunta dopo potenti campagne di denuncia svolte dalle organizzazioni della società civile. Anche questo timido passo avanti nella riduzione della chimica in agricoltura sarebbe da annoverare fra le “barriere al commercio ingiustificate che non offrono alcun livello superiore di sicurezza per i consumatori”.
Da qui l’invito di usare a fondo le possibilità del CETA perché vengano risolti i “disallineamenti” sui residui minimi di pesticidi, poiché “la scienza ha bisogno di essere depoliticizzata, facilitando il rapporto diretto tra i regolatori per costruire una maggiore fiducia”.
Un’intera pagina spiega poi come il comitato istituito dal CETA per dialogare sulle biotecnologie sarà fondamentale, perché i prodotti canadesi contaminati da OGM vecchi e nuovi “non siano buttati fuori dal mercato europeo”.

La presa sulle istituzioni scientifiche.
Con metà degli esperti dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare in conflitto di interessi e le valutazioni del rischio copiate e incollate dalle veline della Monsanto, questi signori puntano il dito contro la società civile chiedendo che la scienza venga depoliticizzata – chiosa Monica Di Sisto – In realtà cercano soltanto di conservare la presa sulle istituzioni scientifiche a cui è affidato il processo di autorizzazione delle loro sostanze tossiche e del loro cibo frankenstein.
Bocciando il CETA possiamo dare una lezione a queste lobby spregiudicate: il Parlamento si attivi subito
”.

Con buona pace della sovranità e della libera concorrenza.
Per finire, la lobby dell’agroindustria chiede che nei comitati segreti del CETA vengano ammessi osservatori statunitensi, in modo da aiutare il dialogo verso un’armonizzazione maggiore del sistema di regole europeo con quello americano.
Da leggere, a questo proposito, le 6 risposte a chi difende il TTIP.
“Mentre ripartono i negoziati USA-UE per un nuovo TTIP, anche il CETA diventa un utile strumento per rivedere, lontano dagli occhi indiscreti dell’opinione pubblica, i pilastri su cui di architetture normative che si richiamano al principio di precauzione.

Con buona pace della sovranità degli Stati europei e della concorrenza leale.

da La Repubblica 11-6-2019

Italia condannata dal tribunale delle multinazionali

L’Italia perde ancora in un arbitrato internazionale.

La recente sentenza emessa da tre avvocati commerciali è l’amaro epilogo di una causa intentata dalla società olandese CEF Energia BV al nostro paese presso la Camera di commercio di Stoccolma.

I dettagli della vicenda li spieghiamo più avanti, ma il succo è che dobbiamo pagare di 10,6 milioni di euro di multa per aver ridotto gli incentivi alle rinnovabili cinque anni fa: non importa se abbiamo dovuto fare questi tagli per rispettare vincoli di bilancio imposti dall’austerity della Commissione Europea.
Non fa testo alcuna discussione sull’opportunità o meno di continuare a sussidiare il fotovoltaico.
Agli arbitri non interessa: i contribuenti italiani dovranno sborsare quei 10,6 milioni di sudati euro all’impresa che si è appellata alla clausola ISDS contenuta nel Trattato sulla Carta dell’Energia.

L’ISDS (Investor-State Dispute Settlement) è il meccanismo di composizione delle controversie fra investitori e Stati presente in molti accordi sul commercio e gli investimenti, tra cui i ben noti  TTIP e CETA. Permette alle imprese di un Paese contraente di chiedere danni virtualmente illimitati a un altro Stato firmatario se questo – con le sue politiche – ha violato le loro “legittime aspettative” di profitto.

Le cause vengono affidate a opachi tribunali commerciali, retti da pochi professionisti su cui grava l’ombra del conflitto di interessi, che operano fuori dal controllo pubblico (leggi il rapporto di Stop TTIP Italia sull’ISDS).
I tribunali di arbitrato si distinguono per un evidente sbilanciamento in favore dei privati: solo le imprese infatti possono avviare una causa, aggirando le Corti Nazionali del paese ospitante, mentre gli Stati possono soltanto comparire in veste di imputato.
Gli “arbitri” vengono remunerati in base alle cause che dirimono, perciò sono invogliati a emettere sentenze che invoglino le imprese a consultarli ancora.

Firma la petizione Stop ISDS

In quest’ultimo caso che ha coinvolto l’Italia, la condanna è arrivata per il taglio retroattivo agli incentivi sul fotovoltaico che l’allora governo Renzi effettuò con il decreto Spalma Incentivi. CEF Energia BV aveva investito in tre distinti progetti fotovoltaici (“Megasol”, “Enersol” e “Phoenix”) nel nostro paese, che hanno beneficiato delle agevolazioni.

Il decreto Spalma Incentivi avrebbe ridotto il sussidio del 6-8%.
Mentre decine di imprese italiane colpite dalla stessa misura hanno potuto fare ricorso soltanto alle Corti Nazionali, la società olandese ha potuto beneficiare dell’arbitrato, riservato agli investitori esteri.
Nel 2015 ha sporto denuncia e nel gennaio 2019 è arrivata la condanna.

Intanto si avvicina l’epilogo di un altro pericoloso caso ISDS intentato contro il nostro paese ai sensi del Trattato sulla Carta dell’Energia: quello che vede la società petrolifera britannica Rockhopper chiedere fino a 350 milioni di euro all’Italia per averle vietato di trivellare entro le 12 miglia marine.

Secondo i dati ufficiali, per 11 volte l’Italia è stata bersaglio di investitori scontenti delle politiche pubbliche, nel tentativo di recuperare denaro grazie alla clausola ISDS contenuta nel trattato.

Sono 117 i paesi finiti alla sbarra almeno una volta nei tribunali arbitrali.

Un sistema lucroso e sbilanciato – circa il 70% delle decisioni hanno visto trionfare i privati.

La Campagna Stop TTIP ha sempre criticato radicalmente l’ISDS, un meccanismo lesivo della sovranità democratica.

Qual è la risposta politica a queste ingerenze? n segnale più forte consisterebbe nel bocciare gli accordi commerciali come il CETA (UE-Canada), ancora in attesa della ratifica parlamentare.
Una ratifica che farebbe entrare in vigore proprio la temibile clausola ISDS.
Finora il governo ha avuto paura di decidere, mentre la maggioranza in Parlamento non ha avuto la forza di portare in votazione il CETA per mandarlo in frantumi.

Firma la petizione Stop ISDS

 

Petizione europea per l’abolizione delle clausole ISDS nei trattati internazionali

Si vota a Strasburgo in questi giorni l’approvazione degli accordi tra l’Europa e Singapore sugli scambi commerciali e sulla protezione degli investitori esteri. E intanto è partita una campagna per chiedere l’abolizione delle clausole ISDS.

Mentre le preoccupazioni dei politici si stanno concentrando sui raggruppamenti e sulle coalizioni con cui scendere in campo in vista delle prossime votazioni europee, ben poco sappiamo sulle posizioni che verranno prese in merito alla politica da tenere nei riguardi dei temi essenziali su cui si gioca il futuro dei cittadini dell’unione europea, sia da parte degli euroscettici, che da parte degli europeisti.

Tra questi temi rientrano sicuramente gli accordi di liberalizzazione degli scambi commerciali, gli accordi di partenariato e le clausole di salvaguardia degli investimenti transnazionali che le multinazionali cercano di far includere nei trattati di questo tipo.

Ben vengano ovviamente l’abolizione dei dazi doganali, la liberalizzazione degli scambi commerciali, le norme a tutela dei produttori e dei consumatori; non sono queste le questioni che vengono contestate, ma le clausole inserite negli accordi che possono avere sostanziali ripercussioni e conseguenze sulla salvaguardia della salute, del lavoro, dell’educazione, dell’uguaglianza dei cittadini. stando a quanto abbiamo potuto verificare occupandoci dell’ormai famoso TTIP (Transatlantic Trade Investment Partnership), di cui tanto si è discusso e che l’UE ha cercato di ratificare con gli USA durante la presidenza Obama. Con l’avvento di Trump il TTIP è stato messo da parte, ma nel frattempo altri accordi simili sono stati portati avanti.

E’ il caso del CETA, accordo di libero scambio tra UE e Canada, ratificato dal parlamento europeo, che deve però venir approvato da ogni stato membro (in Italia non lo è ancora) ed è il caso dell’accordo con Singapore, in votazione ora a Strasburgo, che diventerà vincolante per tutti gli stati membri, se approvato.

La raccolta firme partita il 22 gennaio 2019 a livello europeo ad opera delle associazioni e delle organizzazioni che hanno promosso la campagna STOP-TTIP è a sostegno di una petizione rivolta alle autorità di Bruxelles in cui si chiede lo stralcio nei trattati di libero scambio di tutte clausole di salvaguardia degli investitori esteri (in pratica le multinazionali) nei confronti degli stati nazionali.

Da quando queste clausole sono state introdotte si è avuto un costante incremento delle cause intentate da parte di imprese transnazionali che hanno potuto ottenere grazie agli arbitrati rimborsi miliardari, sanciti al di fuori di ogni ordinamento legislativo internazionalmente riconosciuto (vedi il rapporto).

Considerata la colpevole negligenza che si può rilevare spesso nei contratti e nelle concessioni statali affidate ai privati a condizioni e patti assolutamente inadeguati, per non dire contrari, alla salvaguardia dell’interesse pubblico, si comprende come la questione sia di primaria importanza e come sia necessario che la cittadinanza si mobiliti di fronte alla condiscendenza dimostrata dall’amministratore europea nei confronti degli interessi privati.

In Europa le clausole ISDS (Investor-State Dispute Settlement) non possono essere applicate tra gli stati membri, mentre con l’approvazione del CETA e con l’approvazione dell’accordo di protezione degli investimenti con Singapore (separato dagli accordi di libero scambio) ciò sarà possibile.
Una evidente contraddizione che consentirebbe di pregiudicare i diritti dei cittadini e costituirebbe un precedente pericoloso sugli accordi da stringere in futuro.

La raccolta firme vuole impedire la proliferazione di arbitrati internazionali permessi dalle clausole ISDS che in parecchi casi () hanno già comportato esborsi miliardari ai governi nazionali contro i diritti delle popolazioni coinvolte.

Sono già mezzo milione le firme raccolte in Europa a pochi giorni dal lancio della campagna.
E’ possibile aderire a questo link.

(Paolo Burgio) 13/02/2019

Rapporto Oxfam 2019: aumenta il divario tra ricchi e poveri nel mondo

Nel 2018 26 miliardari possedevano da soli l’equivalente ricchezza della metà più povera del pianeta. L’organizzazione evidenzia, inoltre, una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere

Aumenta il divario tra ricchi e poveri nel mondo. Nel 2018, da soli, 26 ultramiliardari possedevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. A dirlo è il nuovo rapporto Oxfam 2019 pubblicato alla vigilia del meeting annuale del Forum economico mondiale di Davos. Anche l’Italia è in linea con i dati globali: il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva, nello stesso periodo, circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Il rapporto evidenzia, inoltre, una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere.

La disparità del sistema economico globale

Nel 2018 il patrimonio dei “super-ricchi” è aumentato del 12%, al ritmo di 2,5 miliardi di dollari al giorno. Nello stesso periodo, la metà più povera dell’umanità, circa 3,8 miliardi di persone, ha visto decrescere dell’11% quello che aveva.
A metà dello scorso anno, l’1% più ricco deteneva poco meno della metà (47,2%) della ricchezza aggregata netta, contro lo 0,4% assegnato alla metà più povera della popolazione mondiale. Se la quota della ricchezza globale nelle mani dell’1% più ricco è in crescita dal 2011, la riduzione della povertà estrema è caratterizzata, invece, da un trend opposto. Il tasso annuo della riduzione della povertà estrema, infatti, ha registrato un calo del 40%. L’aumento della povertà estrema, secondo Oxfam, colpirebbe in primis i contesti più vulnerabili del nostro pianeta, uno su tutti l’Africa subsahariana.

L’imposizione fiscale

Il rapporto Oxfam evidenzia, inoltre, un sistema fiscale che finisce col pesare di più sulle categorie più povere della società tassando i redditi da lavoro e consumo. Le imposte sul patrimonio, come quelle immobiliari, fondiarie o di successione hanno subito, infatti, una riduzione – o sono state eliminato del tutto – in molti paesi ricchi e vengono a malapena rese operanti nei paesi in via di sviluppo. L’imposizione fiscale a carico dei percettori di redditi più elevati e delle grandi imprese si è significativamente ridotta negli ultimi decenni. Nei paesi ricchi, per esempio, in media, l’aliquota massima dell’imposta sui redditi delle persone fisiche è passata dal 62% nel 1970 al 38% nel 2013. Nei paesi in via di sviluppo si è stabilizzata su una media al 28%.
Per 90 grandi corporation l’aliquota effettiva versata sui redditi d’impresa è passata dal 34 al 24% tra il 2000 e il 2016.
Considerando sia le imposte dirette che quelle indirette, in paesi come il Brasile o il Regno Unito, il 10% dei più poveri paga, in proporzione al reddito, più tasse rispetto al 10% più ricco.
Secondo i calcoli dell’Oxfam, se I’1% dei più ricchi pagasse appena lo 0,5% in più in imposte sul proprio patrimonio, si avrebbero risorse sufficienti per mandare a scuola 262 milioni di bambini e salvare la vita a 100 milioni di persone nel prossimo decennio.

Diseguaglianza di genere

Dal rapporto emerge, poi, anche una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere. A livello globale, infatti, gli uomini possiedono oggi il 50% in più della ricchezza netta delle donne e controllano oltre l’86% delle aziende.
Il divario retributivo di genere è pari al 23% in favore degli uomini.
In più, in questo dato non si tiene conto del contributo gratuito delle donne al lavoro di cura. Secondo le stime di Oxfam, se tutto il lavoro di cura non retribuito svolto dalle donne nel mondo – che ad oggi non viene contabilizzato dalle statistiche ufficiali – fosse appaltato ad una sola azienda, questa realizzerebbe un fatturato di 10 mila miliardi di dollari all’anno, ossia 43 volte quello di Apple, la più grande azienda al mondo.
‘Le persone in tutto il mondo sono arrabbiate e frustrate – spiega Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia – Ma i governi possono apportare cambiamenti reali per la vita delle persone assicurandosi che le grandi aziende e le persone più ricche paghino la loro giusta quota di tasse, e che il ricavato venga investito in sistemi sanitari e di istruzione a cui tutti i cittadini possano accedere gratuitamente. A cominciare dai milioni di donne e ragazze che ne sono tagliate fuori. I governi possono ancora costruire un futuro migliore per tutti, non solo per pochi privilegiati. È una loro responsabilità”.

10 mila persone al giorno muoiono perché senza cure

L’Oxfam punta i riflettori anche sulle condizioni dei servizi pubblici a livello globale, sistematicamente sottofinanziati o esternalizzati ad attori privati.
La conseguenza è che i più poveri rischiano di venirne spesso esclusi. In molti Paesi, evidenzia l’organizzazione, un’istruzione e una sanità di qualità sono diventate un lusso che solo i più ricchi possono permettersi. Ogni giorno 10 mila persone nel mondo muoiono perché non possono permettersi le cure mediche. Nei paesi in via di sviluppo un bambino di una famiglia povera ha il doppio delle possibilità di morire entro i 5 anni, rispetto a un suo coetaneo benestante. In un paese come il Kenya, un bambino di una famiglia ricca frequenterà la scuola per il doppio degli anni rispetto a un bambino proveniente da una famiglia senza mezzi.

Il potere politico delle armi

Mercati e Unione europea in allarme, opposizione all’attacco, richiamo del presidente della Repubblica alla Costituzione, perché l’annunciata manovra finanziaria del governo comporterebbe un deficit di circa 27 miliardi di euro.

Silenzio assoluto invece, sia nel governo che nell’opposizione, sul fatto che l’Italia spende in un anno una somma analoga a scopo militare. Quella del 2018 è di circa 25 miliardi di euro, cui si aggiungono altre voci di carattere miitare portandola a oltre 27 miliardi.

Sono oltre 70 milioni di euro al giorno, in aumento poiché l’Italia si è impegnata nella Nato a portarli a circa 100 milioni al giorno.

Perché nessuno mette in discussione il crescente esborso di denaro pubblico per armi, forze armate e interventi militari? Perché vorrebbe dire mettersi contro gli Stati uniti, l’«alleato privilegiato» (ossia dominante), che ci richiede un continuo aumento della spesa militare.

Quella statunitense per l’anno fiscale 2019 (iniziato il 1° ottobre 2018) supera i 700 miliardi di dollari, cui si aggiungono altre voci di carattere militare, compresi quasi 200 miliardi per i militari a riposo.

La spesa militare complessiva degli Stati uniti sale così a oltre 1.000 miliardi di dollari annui, ossia a un quarto della spesa federale.

Un crescente investimento nella guerra, che permette agli Stati uniti (secondo la motivazione ufficiale del Pentagono) di «rimanere la preminente potenza militare nel mondo, assicurare che i rapporti di potenza restino a nostro favore e far avanzare un ordine internazionale che favorisca al massimo la nostra prosperità».

La spesa militare provocherà però nel budget federale, nell’anno fiscale 2019, un deficit di quasi 1.000 miliardi. Questo farà aumentare ulteriormente il debito del governo federale Usa, salito a circa 21.500 miliardi di dollari.

Esso viene scaricato all’interno con tagli alle spese sociali e, all’estero, stampando dollari, usati quale principale moneta delle riserve valutarie mondiali e delle quotazioni delle materie prime.

C’è però chi guadagna dalla crescente spesa militare. Sono i colossi dell’industria bellica. Tra le dieci maggiori produttrici mondiali di armamenti, sei sono statunitensi: Lockheed Martin, Boeing, Raytheon Company, Northrop Grumman, General Dynamics, L3 Technologies. Seguono la britannica BAE Systems, la franco-olandese Airbus, l’italiana Leonardo (già Finmeccanica) salita al nono posto, e la francese Thales.

Non sono solo gigantesche aziende produttrici di armamenti. Esse formano il complesso militare-industriale, strettamente integrato con istituzioni e partiti, in un esteso e profondo intreccio di interessi.

Ciò crea un vero e proprio establishment delle armi, i cui profitti e poteri aumentano nella misura in cui aumentano tensioni e guerre.

La Leonardo, che ricava l’85% del suo fatturato dalla vendita di armi, è integrata nel complesso militare-industriale statunitense: fornisce prodotti e servizi non solo alle Forze armate e alle aziende del Pentagono, ma anche alle agenzie d’intelligence, mentre in Italia gestisce l’impianto di Cameri dei caccia F-35 della Lockheed Martin.

In settembre la Leonardo è stata scelta dal Pentagono, con la Boeing prima contrattista, per fornire alla US Air Force l’elicottero da attacco AW139.

In agosto, Fincantieri (controllata dalla società finanziaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze) ha consegnato alla US Navy, con la Lockheed Martin, altre due navi da combattimento litorale.

Tutto questo va tenuto presente quando ci si chiede perché, negli organi parlamentari e istituzionali italiani, c’è uno schiacciante consenso multipartisan a non tagliare ma ad aumentare la spesa militare.
Manlio Dinucci
da il Manifesto 2-10-2018

Vedi il video: https://youtu.be/QWEvSippTv4

Comitato promotore della campagna #NO GUERRA #NO NATO Italia

 

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