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Quando i morti hanno un nome e una storia le cose cambiano

Una shitstorm (tempesta di merda) sta offuscando le menti di molti europei, e l’altruismo, la compassione, l’empatia, il rispetto, la cooperazione, sono ridotti ai minimi termini o scomparsi. Politici improvvisati, giocano sadicamente, con la vita di decine di migliaia di migranti, ogni giorno in Europa. I migranti sono persone prive di valore economico, e quindi spazzatura per questa società neoliberista.
Rappresentano scarti umani, rifiuti della società, al massimo schiavi.
I rifiuti sporcano, ingombrano, vanno eliminati o messi in discarica.
Meglio se si auto-eliminano.

Alle persone che si sono tolte violentemente la vita, di fronte all’ultima porta sbattuta in faccia della Fortezza Europa, è dedicato questo articolo. Per ricordare, con affetto, se non le storie, almeno i nomi di questi nostri invisibili fratelli e sorelle.

Il Guardian ha pubblicato, lo scorso giugno, una lista di nomi di migranti morti, compilata da United for Intercultural Action, per la campagna “Fatal Policies of Fortress Europe”: No More Deaths – Time for Change cosultabile qui (https://j-mag.ch/the-list-of-the-34361-men-women-and-children-who-perished-trying-to-reach-europe-since-1993/)

Secondo questa lista, 34.361 sono i migranti morti negli ultimi 25 anni dall’aprile del 1993, all’aprile 2018, affogati, sparati, assiderati, soffocati, suicidati, un numero che andrebbe moltiplicato per 4, considerando le morti in itinere, nel deserto, nei campi di concentramento libici, i dispersi in mare etc.
Tra giugno e luglio 2018 ci sono state altre 721 morti in mare, secondo un rapporto di Amnesty International. Senza contare le persone detenute e torturate nei lager libici.

Tutte morti che non fanno notizia.

Dalla lista del Guardian, abbiamo estrapolato, le morti per suicidio, che sono state complessivamente 340, numero anche questo sicuramente sottostimato. 30 sono stati i suicidi delle donne, e su questi dirigeremo la nostra attenzione.

Il suicidio è un fenomeno di natura multidimensionale in cui si intrecciano fattori sia individuali che sociali. Nel caso dei migranti si situa al termine di una overdose inimmaginabile di sofferenza e di soprusi di tutti i tipi.
Il colpo di grazia è la lentezza esasperante della burocrazia, la detenzione, il mancato diritto di asilo, la separazione forzata dai propri cari, la minaccia di espulsione, il rimpatrio forzato, l’emarginazione.

Queste donne avevano una fascia di età che variava dai 19 ai 79 anni, provenivano da 23 paesi diversi, dal Congo, alla Palestina, dall’Iran all’Algeria, dalla Bosnia, allo Zimbabwe. 9 si sono suicidate in Inghilterra; 7 in Germania; 3 in Italia; 2 in Spagna, Olanda e Svezia;1 in Svizzera, Grecia, Francia, Lussemburgo; di 1 non abbiamo notizie.

Di ciascuna di loro non ci rimangono che poche scarne righe, le generalità, il motivo del gesto autolesivo, il luogo di nascita e di morte. Solo della più giovane siamo riusciti a ricostruire, seppur molto parzialmente, la tragica storia degli ultimi 2 anni di vita, grazie all’articolo del ‘Berliner Zeitung’ del 29 aprile scorso intitolato “Dramma familiare Una giovane donna uccide il suo bambino e poi se stessa”.

La storia emblematica di una ragazza eritrea Snaid Tadese, era una giovane mamma di 19 anni, un’eritrea, che al culmine della disperazione, prima ha strangolato il suo bambino Nahom e poi si è impiccata, il 20 aprile di quest’anno a Eckolstädt, in Germania.
Snaid è di fede cristiana e scappa dalla feroce dittatura eritrea, che perseguita ed uccide i cristiani. Durante la fuga, nel 2016, in Sudan incontra Tadić, che sarà il padre del suo bambino.
Siamo andati per una settimana su un camion attraverso il Sudan, 81 persone in camion”, racconta Tadić, “Poi il conduttore ci ha venduto a un altro gruppo, che ci ha distribuito su tre auto e ci ha guidato attraverso il deserto in Libia”.
Ci sono stati crudeli incidenti durante l’attraversamento della Libia. Snaid ne era profondamente sconvolta e traumatizzata. Poi in barca sono arrivati in Italia e da lì con altri 30 eritrei sono giunti, ad Apolda (un paese della Turingia) dove hanno vissuto insieme ad altri connazionali, già ben inseriti nel contesto sociale, in una casa per rifugiati, in cui la polizia faceva continue irruzioni notturne alla ricerca di migranti senza permesso di soggiorno valido.
Snaid era molto spaventata da queste irruzioni. In seguito alla nascita del figlio, Tadić, e Snaid fanno domanda di assegnazione di una casa. La ottengono a 10 km di distanza a Eckolstädt, un centro asilo per rifugiati. Non ci vogliono andare perché non vogliono lasciare il gruppo di eritrei, con cui avevano ricreato delle relazioni, dei punti di riferimento, ma la polizia li costringe a traslocare. Così si trovano isolati, insieme a siriani ed iracheni, senza nessun interprete, con una linea di bus, molto saltuaria, non funzionante nel weeek-end. I tre passano gli ultimi 5 mesi sempre chiusi in casa, Snaid è terrorizzata all’idea del rimpatrio. La relazione fra Snaid e Tadić, ovviamente si deteriora, Snaid fa un tentativo di suicidio. Infine a seguito di un litigio Tadić, va via per qualche giorno a casa di amici ad Apolda, ed al ritorno dopo due giorni si trova davanti al dramma.

Le altre ventinove donne morte di disperazione, nel fuoco, impiccate, precipitate, avvelenate.

Forsina Makoni era una donna di 79 anni, dello Zimbabwe, che si è gettata nel fuoco, nel 2002, a Gillingham, città del Kent, in Inghilterra, dopo che la sua richiesta di asilo era stata rifiutata. Forsina Makoni è il nono richiedente asilo che si è suicidato gettandosi nel fuoco, dal 1989 al 2017, in Inghilterra.

Altre ‘alight’ (incendiate) della lista del Guardian sono:
Nusrat Raza, che si è data fuoco, perché non aveva più diritto all’asilo, nel giugno 2005. Era una giovane pakistana che viveva a Bradford. Un testimone oculare l’ha descritta, ‘come una grande palla di fuoco che proveniva dalle stelle’;  
NN, una donna francese di 60 anni si è bruciata viva a Parigi, nel 2008, per protestare contro la deportazione del suo compagno armeno. 
Becky Moses, è morta nel fuoco, a Rosarno, nel gennaio 2018, perché le era stato negato il diritto di asilo.

Suicide per impiccagione:
Djedjik Fatiha, una donna algerina di 39 anni, si è appesa con una sciarpa per la paura di essere rimpatriata, a Emmen in Olanda, il 22/02/03;
Beverley Fowler, una donna giamaicana di 32 anni, per la paura del rimpatrio, si è impiccata in prigione a Durham (GB) il 02/10/02;
B.H. una donna irachena di 74 anni si è impiccata in un centro di accoglienza tedesco, vicino Albbruck, distrutta dalle misere condizioni di vita, il 15/02/02;
J. Danielle, una donna algerina in gravidanza, detenuta nell’enclave di Ceuta, si èimpiccata nella stazione di polizia, in Spagna il 02/12/98.

Suicide per “precipitazione dall’alto” :
Senida P. una bosniaca di 26 anni, si è lanciata dall’ottavo piano, a Francoforte, per il terrore del rimpatrio, nel 2000;
Tatiana Serykh, una russa di 40 anni, si è suicidata lanciandosi col marito ed il figlio dal quindicesimo piano di un edificio a Glasgow (GB) il 07/03/10;
Nguyen Thi Nga, una donna di 34 anni, del Vietnam, si è gettata dalla finestra di un centro per rifugiati a Mespelbrunn, (Germania), per paura del rimpatrio 2001.

Suicide in clinica psichiatrica:
N.N. una donna dell’ Eritrea si è suicidata a Liestal, comune svizzero vicino a Basilea il 16/11/12;
Julia Kowaltschuk, sconosciuta, una rifugiata con sofferenza mentale, si è suicidata con una overdose di farmaci, il 10/05/04.

Suicida sotto un treno:
N.N. una donna dello Sri Lanka, richiedente asilo, si è gettata sotto ad un treno a Russelheim (DE), nel 1999.

Suicida per ingestione di liquido antifreeze:
Danielle Dominy, una donna brasiliana, di 30 anni si è suicidata così per la paura di essere separata dal marito, a Werrington, Cornwall (GB).

Gian Luca Garetti

 

Migranti, tutti i numeri dell’«invasione» che non c’è.

La gestione dei migranti è una polemica a scatto fisso fra Roma e Bruxelles. O meglio, a scatto ritardato: nonostante le tensioni politiche e la sovraesposizione mediatica, l’arrivo di stranieri su scala quotidiana è diminuito di oltre 7 volte rispetto al 2016.
Un calo accompagnato, paradossalmente, alla crescita delle ostilità degli italiani al fenomeno migratorio e a una percezione distorta dell’incidenza reale di stranieri sul totale della popolazione residente.

Tra luglio 2016 e luglio 2017, secondo i dati dell’istituto Ispi, sbarcavano in Italia una media di 539 migranti al giorno. Tra luglio 2017 e maggio 2018, sotto gli effetti delle politiche dell’ex ministro degli Interni Marco Minniti, la quota era scesa a 120. Da giugno in poi si è arrivati a una media di 71 sbarchi al giorno, seguendo un ritmo ingranato ben prima dell’insediamento del governo giallo­verde e delle sue azioni politiche più eclatanti, come il blocco delle navi o le minacce a Bruxelles sul taglio ai contributi italiani al bilancio comunitario. Statistiche che non intaccano la priorità assegnata alla «emergenza migranti» sull’agenda politica delle elezioni in tutto il Continente, a partire dal voto delle europee per il 2019.

L’incontro di Milano fra il vicepremier Matteo Salvini e il presidente ungherese Viktor Orban rientra nell’ottica dell’internazionale populista che potrebbe far cartello in vista delle urne, costituendosi come sigla a sé o scalando dall’interno il Partito popolare europeo.

Il caso della Spagna e il divario tra numeri­-realtà.

L’Organizzazione internazionale delle migrazioni, un’agenzia collegata alle Nazioni unite, rileva che gli ingressi si sono quasi dimezzati nei primi otto mesi dell’anno in corso: 67.122 arrivi in Europa al 26 agosto 2018, contro i 123.205 registrati nello stesso periodo del 2017 e i 272.612 del 2016. L’Italia ha registrato il punto più basso di ingressi negli ultimi cinque anni (19.761), appena sopra gli standard della Grecia (18.529) e al di sotto della Spagna (27.994), dove gli sbarchi procedono con ritmi di crescita pari a quattro volte quelli dell’Italia. Un trend contrario a quello di Italia e Grecia, dove i flussi sono in caduta libera rispetto alla crisi di qualche anno fa.

I FLUSSI DI MIGRAZIONI IN EUROPA

I dati dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni sugli sbarchi nei primi otto mesi del 2018. Si segnala il sorpasso della Spagna su Italia e Grecia.

Madrid è alle prese con un incremento degli arrivi del +114% nel periodo gennaio­luglio del 2018 rispetto agli stessi mesi del 2017, anche se i numeri assoluti restano inferiori alle poche decine di migliaia. C’è chi ha interpretato l’exploit iberico come una conseguenza del pollice di ferro esibito dal governo italiano, ma la dinamica non è così semplice. «In realtà gli sbarchi in Spagna erano aumentati già da prima del calo di quelli in Italia, non c’è una correlazione evidente ­ spiega Matteo Villa, ricercatore Ispi ­ Quanto all’Italia, il grosso del calo è dovuto alle politiche di Minniti ed è avvenuto prima del governo Conte».

I dati ufficiali sembrano influenzare poco la percezione del fenomeno, creando una polarizzazione fra il calo degli arrivi e l’aumento dell’ostilità verso «gli invasori». Un report dell’Istituto Cattaneo, una società di ricerca, ha evidenziato che i cittadini italiani sono tra i più propensi su scala Ue a sovrastimare la presenza di stranieri in Italia. Il campione interpellato dall’istituto è convinto che i cittadini extracomunitari residenti in Italia siano pari al 25%, mentre la quota reale è di circa il 7%: uno scarto di quasi 20 punti percentuali fra sensazioni e realtà, dove le prime finiscono per schiacciare (e alterare) la seconda.
L’«errore percettivo», come viene definito nel report, aumenta in rapporto alle pregiudiziali ideologiche degli intervistati. Gli elettori di centrodestra tendono a percepire più stranieri di quanti ne siano presenti (il 32,4% della popolazione, contro il 7% effettivo), mentre gli elettori di centrosinistra fanno stime meno elevate della media nazionale. Ma comunque sbagliate: la stima è di un’incidenza di stranieri pari al 18,5% della popolazione, quasi tre volte oltre la realtà statistica (7%).

Il flop della «solidarietà europea».

Sullo sfondo c’è il fallimento, prolungato, di una cabina di regia europea per i meccanismi di solidarietà. La riforma del regolamento di Dublino, l’atto giuridico che disciplina l’assegnazione dei richiedenti asilo, è naufragata insieme alla principale ambizione italiana: ridiscutere il principio del «Paese di primo arrivo», quello che impone allo Stato di sbarco la presa in carico del migrante.

L’approdo a una nuova versione del testo avrebbe consentito di impostare uno schema di ridistribuzione più equo, aumentando le sanzioni per i paesi più riottosi all’accoglienza. Non è andata così e, negli ultimi anni, i migranti ricollocati in altri Paesi europei viaggiano su valori minimali. A luglio 2018, secondo dati della Commissione europea, l’Italia aveva redistribuito ad altri Paesi Ue un totale di 12.694 persone, rispetto alle centinaia di migliaia di sbarchi registrati dal 2015 ad oggi. Tra i Paesi di destinazione privilegiati ci sono Germania (5.436) e Svezia (1.392), fra quelli meno inclini a sostenere la ricollocazione di migranti «italiani» ci sono i Paesi del blocco di Visegrad, l’insieme di paesi dell’Est europa in dialogo con Matteo Salvini per le elezioni del 2019. Indicativo, in questo senso, il totale di richiedenti asilo smistati dall’Italia all’Ungheria di Orban: zero.

Alberto  Magnani
(da “Sole 24 ore”, 29 agosto 2018)

Prima la solidarietà

Sei domande al Comune di Milano

All’interno della piattaforma elaborata più di un anno fa (link) lo abbiamo scritto chiaramente: siamo sempre stati favorevoli al superamento della gestione emergenziale.

Siamo favorevoli all’estensione del sistema SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) , perché nessun richiedente asilo, a partire dal territorio milanese, sia più ospitato all’interno di centri “straordinari”.

Siamo favorevoli al passaggio da un sistema “specializzato” rivolto a richiedenti asilo e rifugiati ad uno universalistico, un nuovo welfare, nel quale i servizi necessari all’accoglienza e alla partecipazione delle e dei nuovi arrivati siano offerti nell’ambito di un sistema di servizi, come l’abitare, la salute, la formazione, la ricerca del lavoro ecc., che vengono resi disponibili alla totalità della popolazione.

Abbiamo verificato come diversi passaggi di una recente intervista dell’Assessore Pierfrancesco Majorino (link) ci trovano concordi sulla necessità di sviluppare diversamente il sistema di accoglienza a Milano, e in essi rileviamo una notevole vicinanza a posizioni da noi espresse nelle piattaforma.

Tuttavia riteniamo utile e necessario un chiarimento su alcuni punti che ci sembrano ambigui e orientati ad un progressivo disimpegno di un’istituzione pubblica, come il Comune, la cui azione è determinante nei percorsi di inclusione di quella parte del tessuto sociale più facilmente soggetta a processi di marginalizzazione:

  1. Cosa s’intende per “famiglie e cittadini in difficoltà”? Il termine cittadini si presta a facili fraintendimenti, soprattutto in un periodo in cui le logiche del consenso favoriscono artificiali e pretestuose distinzioni tra “noi” e “loro”. Per questo crediamo sia necessario specificare che quando si parla di “famiglie e cittadini in difficoltà” si intenda rivolgersi alla totalità della popolazione presente sul territorio milanese, senza discriminazioni su base etnica che non crediamo appartengano alla cultura politica di questa Amministrazione.
  2. Quali saranno le effettive garanzie per l’accesso alla residenza? La residenza costituisce un prerequisito indispensabile per l’accesso ai servizi pubblici e la possibilità di ottenerla diverrà ancora più importante nel nuovo sistema prefigurato. Già più di un anno fa il Sindaco assunse pubblicamente l’impegno a dare attuazione alla Legge vigente, permettendo l’iscrizione anagrafica alle persone che non possono dimostrare di usufruire di un alloggio, ma al momento, purtroppo, tale possibilità risulta di fatto inesistente. Siamo a conoscenza del bando (link) per affidare a soggetti del “Terzo settore” il compito di procedere all’iscrizione anagrafica, non comprendiamo tuttavia perché l’accettazione e l’elaborazione delle domande debbano essere affidati a soggetti esterni alla Pubblica Amministrazione, tanto meno ci è chiaro che cosa accadrà una volta esauriti i 180.000€ stanziati. Ci preme, però, soprattutto sottolineare che, per quanto apprezzabile sia nelle finalità e nelle pratiche l’impegno di alcuni soggetti del privato sociale, non riteniamo giuridicamente e politicamente accettabile introdurre un “filtro” non previsto dalla Legge da parte dei suddetti soggetti, a cui verrebbe attribuita la possibilità di esercitare un potere discrezionale e discriminatorio. Torniamo a chiedere perciò che il Comune, unico soggetto pubblico titolato all’iscrizione anagrafica, garantisca tale possibilità a tutti e tutte coloro che hanno dimora abituale nella nostra città in quanto diritto non subordinabile a contingentamenti numerici o concessioni di tipo assistenziale.
  3. Quali sono le reali prospettive dell’estensione del sistema SPRAR per la città di Milano? Più di un anno fa veniva assicurata l’attivazione di nuovi progetti SPRAR per raggiungere la quota iniziale di almeno 1000 posti entro la fine del 2017, per poi arrivare progressivamente a un numero tale da garantire un’accoglienza di qualità per la totalità delle e dei richiedenti asilo e rifugiati presenti nella nostra città. Prendiamo atto delle difficoltà autorizzative citate nell’intervista, delle quali peraltro non comprendiamo la natura, e ribadiamo che il numero di 1000 posti disponibili non può essere considerato come il traguardo, ma come un primo parziale adempimento, se reale è la volontà di garantire a tutte e tutti i beneficiari presenti sul territorio milanese la tutela dei loro diritti.
  4. Quale valore hanno i percorsi di inclusione avviati sul territorio? Ci sembra impensabile che nel momento in cui parla di accoglienza di qualità il Comune si mostri non interessato alla sorte delle persone oggi ospitate nei centri destinati alla chiusura, lasciando intendere che riterrebbe una soluzione auspicabile il loro allontanamento dalla città; in questo modo anche l’investimento sull’iniziativa del lavoro volontario organizzata dal Comune – sulla quale abbiamo sempre mantenuto una nostra posizione critica – perderebbe la decantata valenza positiva in termini di inserimento nel tessuto sociale, assumendo invece i contorni di un puro e semplice impiego di forza lavoro destinata poi a essere trasferita altrove. Le persone non sono pacchi postali, lo dicevamo già alla chiusura della ex Caserma Montello e lo ribadiamo oggi: la ricollocazione non può non tenere conto dei percorsi lavorativi e personali attivati in questi anni, e deve favorire la permanenza vicino ai propri centri d’interesse.
  5. Come s’intende garantire l’accesso ad alcuni diritti fondamentali a categorie sociali a rischio di marginalità? A Milano non esiste oggi un problema di numero eccessivo di richiedenti asilo, la cui presenza (2,7 per mille abitanti) è invece al di sotto della media nazionale; esiste invece un gravissimo problema di accesso al diritto alla casa, in primo luogo per quanti hanno già ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato, a cui conseguono, la difficoltà ad ottenere la residenza e ad usufruire di servizi che vanno dalla formazione alla salute. Il problema è comune a molte categorie di cittadine e cittadini, indifferentemente dall’origine, e deriva da un mercato delle locazioni drogato, su cui le politiche pubbliche hanno smesso di fatto da anni di esercitare un ruolo correttivo. La soluzione prospettata non può essere l’allontanamento di queste persone dalla città, ma la ripresa di una forte iniziativa pubblica in materia di abitazione, seppure la responsabilità non ricade esclusivamente nelle competenze del Comune, crediamo che il suo intervento non possa limitarsi alle fasi di emergenza individuali.Chiediamo perciò che l’Amministrazione chiarisca che non è sua intenzione disfarsi in qualche modo di questa supposta e inesistente eccedenza di esseri umani e, contestualmente, riprenda ad esercitare il proprio ruolo di garante di un diritto costituzionalmente garantito, procedendo innanzitutto al ripristino e alla restituzione all’uso da parte della collettività dell’immenso patrimonio pubblico inutilizzato e oggi sottoposto a pressioni speculative.
  6. Esistono e quali sono le misure di sostegno all’accesso ai diritti fondamentali? In attesa degli interventi necessari al recupero del patrimonio immobiliare pubblico da destinare alla fruizione della cittadinanza , sono necessarie ed urgenti misure di sostegno alle persone che non riescono a trovare una soluzione nel mercato degli alloggi, per garantire dignità alle persone, indipendentemente dalla loro nazionalità e condizione amministrativa, e la garanzia di buona qualità della vita in tutta la città. Riteniamo indispensabile che il Comune faccia tutto quanto in suo potere per rinforzare e rendere più agevole l’accesso a servizi esistenti, come ad esempio l’Agenzia Milano Abitare, per adottare misure che disincentivino fortemente il mancato utilizzo di appartamenti e immobili, per tutelare le persone che vivono in occupazioni di necessità, specialmente quando da tali esperienze emerge un innegabile carattere di utilità sociale.

L’assenza di chiarimenti in merito ai punti sopraelencati non ci farà di certo desistere dal continuare a svolgere in piena autonomia le nostre attività quotidiane ispirate ai principi della solidarietà e mutuo soccorso, né tanto meno ad esercitare il nostro diritto/dovere di vigilanza e di stimolo sull’azione dell’Amministrazione comunale. Siamo convinti che i problemi delle cittadine e dei cittadini che migrano, siano classificati come “migranti economici” o “rifugiati”, come “regolari” o “irregolari”, sono i nostri stessi problemi, e che la sfida politica dei nostri tempi stia nel formulare soluzioni che siano valide per tutte e tutti.

Nessuna Persona è Illegale.

Nessuna Persona è Illegale · Sabato 11 agosto 2018

Il 2 Agosto 2018 la MIlano Solidale è scesa in piazza.

Circa 300 persone appartenenti a molte realtà sociali ed a qualche realtà politica, hanno voluto manifestare contro le politiche razziste, anti immigratorie del Governo, in particolare contro le ultime dichiarazione del Ministro Salvini circa la volontà di ripristinare il Centro di via Corelli (ex CIE oggi centro di accoglienza, una struttura convenzionata per ospitare i richiedenti asilo) – Salvini: “Il centro di via Corelli torna ad essere centro d’espulsione“.

L’occasione è la “Marcia per i nuovi desaparecidos” che da oltre 3 anni “Milano Senza Frontiere” promuove davanti a Palazzo Marino per ricordare a non essere complici e indifferenti di fronte alle decine di migliaia di morti e dispersi nel Mar Mediterraneo e non solo.
Una testimonianza per rivendicare politiche di accoglienza, di libera circolazione e per l’apertura di canali umanitari protetti: “Migrare per vivere non per morire“.

Una lunga catena ha avvolto tutta la piazza della Scala, accompagnata dalle parole di denuncia contro le pratiche razziste e di espulsione del Governo. Il Ministro degli Interni Salvini, con i suoi messaggi carichi di odio disumanizzante, è responsabile delle violenze che si stanno diffondendo su tutto il territorio nazionale.

Un processo infame che il Ministro Salvini si rende garante alimentando paure, razzismi, violenze e tanta indifferenza.

La manifestazione ha avuto un momento altamente significativo ed emozionante quando, sul finire, decine di persone si sono sdraiate a terra coperte da un velo bianco, a voler testimoniare le decine di migliaia di morti, mentre una sirena rompeva il silenzio generale.
Non sono numeri, sono persone umane costrette alla fuga dai loro Paesi per guerre, violenze, fame.

L’iniziativa di oggi, come altre in corso su molte parti del territorio italiano, devono trovare la forza e l’orgoglio di una solidarietà diffusa che sappia diventare azione politica, schierata contro le nefandezze politiche dell’esclusione e dei respingimenti.
Non sono sufficienti momenti testimoniali, occorre una diffusa consapevolezza capace di  rivendicare politiche del diritto di cittadinanza, anche per superare l’ipocrisia dell’indifferenza diffusa.

Testimonianze:

  • Video: http://www.milanotoday.it/video/migranti-flash-mob.html
  • Foto: https://www.facebook.com/Ri.make1/photos

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  • Milano Senza Frontiere: https://it-it.facebook.com/milanosenzafrontiere/
  • Riccardo
    Ieri a Milano centinaia di persone hanno marciato, si sono sdraiate sul selciato rovente, si sono incatenate, per protestare contro le sparizioni forzate delle persone migranti in viaggio verso l’Europa e le politiche di reclusione e segregazione di quelle che riescono ad arrivare: esseri umani ingabbiati, venduti come schiavi, torturati, lasciati morire in mare o sulle montagne nel tentativo di passare le frontiere, trattati poi come servi o criminali o fastidiosi incapaci.
    Questo è l’effetto di 25 anni di scelte politiche suicide portate avanti con ostinata continuità da partiti “conservatori” o “progressisti” sempre più incapaci di misurarsi con il fenomeno epocale delle migrazioni, e che perseguendo unicamente un fallimentare progetto di mantenimento delle proprie posizioni di potere hanno finito col consegnare il continente alla marea montante dell’autoritarismo xenofobo e razzista.
    Occorre cambiare radicalmente la direzione delle politiche sull’immigrazione ad ogni livello, da quello delle amministrazioni locali a quello europeo, perché è sempre più chiaro che la strada imboccata ci sta facendo precipitare in un abisso di negazione dell’umanità.
    Nessuna persona è illegale. NESSUNA.

MIGRARE PER VIVERE NON PER MORIRE!

A tutte le associazioni, le organizzazioni sindacali e politiche, i collettivi, i singoli e le singole: FERMIAMO LA STRAGE!

Da oltre tre anni la rete Milano Senza Frontiere marcia, ogni primo giovedì del mese, in piazza della Scala a Milano, per i nuovi desaparecidos, per le persone decedute o disperse nel Mediterraneo e lungo le rotte che portano verso l’Europa.

Negli ultimi mesi la situazione è terribilmente peggiorata: gli accordi con la Libia, la chiusura dei porti e le omissioni di soccorso in mare hanno portato quest’anno la cifra dei morti e dispersi a quasi 1500, di cui quasi la metà soltanto nel mese di luglio.  

È in atto un vero e proprio genocidio legittimato dai dispositivi della politica del nuovo governo italiano.

Non possiamo né vogliamo rimanere indifferenti a tale scempio!

Per questo nell’assemblea cittadina fatta il 18 giugno è stato deciso che al termine della prossima marcia, il giovedì 2 agosto, ci sdraieremo tutti e tutte in piazza della Scala e lì resteremo inermi per ricordare, con la concretezza dei nostri corpi, che ciò di cui parliamo non sono numeri, ma vite umane. 

Vogliamo ricordare che le migrazioni costituiscono un processo comune a tutte le donne e a tutti gli uomini. Sono quasi 5 milioni gli italiani e le italiane emigrate all’estero (fonte A.I.R.E). E a loro basta soltanto avere il passaporto europeo per poterlo fare.

Vogliamo ricordare, quindi, che il principio per cui si stabilisce se una persona è legittimata a emigrare o meno è sostanzialmente un principio classista e razzista. I ricchi possono migrare. I poveri non hanno il diritto di farlo. Gli europei o chi appartiene al nord del mondo hanno il diritto di partire per cercare un futuro migliore; chi è nato nel sud del mondo non può aspirare a migliorare la propria condizione.

I corpi delle persone del sud del mondo, in particolare delle persone nere, pagano per questo. Sono i corpi vessati nei campi di concentramento in Libia (che le autorità europee continuano a etichettare come porto sicuro), sono i corpi annegati in mare; sono i corpi sfruttati, umiliati, denigrati e persino ammazzati dal dilagante fascismo europeo come dimostrano i numerosi omicidi di matrice xenofoba lungo tutta la nostra penisola nel solo anno corrente.

Non possiamo fare finta di niente e abbiamo bisogno di voi per farci sentire!

Vi aspettiamo tutte e tutti in piazza della Scala giovedì 2 agosto alle ore 18:30!
Come tutti i primi giovedì del mese


Milano Senza Frontiere

Per un giorno profugo

Il 20 giugno si celebra la Giornata Mondiale dei Profughi proclamata dalle Nazioni Unite.

Vedi – SCHEDA – Rapporto Unhcr.

Il riconoscimento del profugo (o rifugiato) come categoria protetta, nasce con la Convenzione di Ginevra del 1951. Obbliga la persona a rispettare le leggi del paese ospitante e, nel contempo, le sono riconosciuti importanti diritti: in Italia, ad esempio, il divieto di essere rimpatriato; l’accesso al lavoro; al Servizio Sanitario Nazionale; all’assistenza sociale ed, infine, la possibilità di acquisire la cittadinanza dopo 5 anni di stabile residenza in Italia. 

Così la Costituzione Italiana all’art. 10: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge». 

Un’espressione di grande umanità solidale.

Tuttavia la specie politica misconosce e tende a negare le principali cause che generano profughi e sfollati: le guerre, i regimi totalitari creati a sostenere il grande sfruttamento, se non le rapine delle ricchezze e di cibo che abbiamo nelle nostre case.

Oggi, il Ministro Salvini e le politiche di governo agiscono sul “migrante” con il gusto razzista della violenza, della delinquenza, della paura, se non del terrore, per “giustificare” il dissesto delle relazioni sociali e umane, della precarietà diffusa, delle povertà crescenti a prescindere.

Politiche del disprezzo della dignità e dell’esistenza delle persone che mettono in gioco il proprio corpo per una speranza di vita.

Politiche che per una ipotetica sicurezza impongono restrizioni alle libertà per un “potere forte” dal marchio fascista.

Per un giorno profugo – prova dell’indicibile

Un giorno come profugo per scoprire la libertà di essere altro.

Profugo dai processi omologanti di sistema;
profugo dai soprusi delle politiche incoerenti;
profugo da una cittadinanza mai determinata; ….

Libero dall’arroganza di potere;
libero dal ricatto accusatorio;
libero dalla precarietà frustrante; ….

Servono poche cose:

  • la serenità della propria consapevolezza a voler essere altro: straniero;
  • la volontà a ricercare la diversità necessaria che si accomuna al progetto;
  • la libertà all’accoglienza, senza esclusività.

     Universali nel diritto alla Vita.

Il pudore e l’indecenza

Mi è capitato di sentire casualmente, una parte dell’intervento dell’ancora attuale Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, intervistato fa Fabio Fazio nella trasmissione di questa sera a “Che Tempo che fa“.

Con sfacciata impudenza ha esaltato i risultati ottenuti in materia di immigrazioni dal suo governo in particolare dalle politiche degli accordi con altri governi sottoscritti dal suo ministro Marco Minniti:  diminuzione degli sbarchi  e dei morti in mare dei migranti.

Per esaltare in pubblico tanta indecenza che misconosce le verità dei fatti, occorre avere una grande insensibilità nei confronti della dignità e della vita delle persone.

Di seguito un articolo di Alessandro Dal Lago

Aiutiamoli a casa loro, la strage è invisibile

È vero, in un anno gli sbarchi dei migranti nelle spiagge del sud, in massima parte in Sicilia, sono diminuiti del 34% rispetto al 2016. Lo affermano le Ong e il Ministero degli interni italiano. E così il ministro Minniti, l’uomo del Daspo urbano e dello slogan «percezione dell’insicurezza uguale insicurezza», e cioè percezione uguale realtà, può essere contento. E magari lui e Gentiloni potranno strappare alla Ue – a parole – qualche milione in più per pattugliare il Mediterraneo e un po’ di rifugiati da distribuire in Europa. Evviva.

Come ci sono riusciti, il Presidente del consiglio e il suo ministro? È semplice: delegando alla Libia il controllo e la detenzione dei migranti che si mettono in marcia verso l’Italia dall’Eritrea, dalla Somalia, dal Gambia, dalla Nigeria e così via.
Nel 2016, poco meno di 180mila, oggi meno di 150mila.
E quelli che non arrivano che fine hanno fatto? Nessuno lo sa. Ciò che invece sappiamo è che i campi di detenzione in Libia sono «infernali» (secondo la denuncia delle Nazioni Unite, di Oxfam ecc.).
I migranti vi sono ammassati come bestiame, derubati e picchiati. Talvolta uccisi. Le donne violentate. E poi, se sopravvivono, rimandati nei paesi d’origine o, meglio, abbandonati nel deserto.
Lo faceva già Gheddafi con i soldi stanziati da Prodi, Amato, Berlusconi ecc. Lo fa il governo Serraj e lo fanno le bande di armigeri che si spartiscono la Libia, dopo la guerra voluta da Cameron e Sarkozy, con il beneplacito di Napolitano, Berlusconi, Bersani ecc.

Ma gli accordi dell’infaticabile Minniti sono qualcosa di profondamente diverso. Prima, apparentemente e di malavoglia, la priorità era umanitaria. I migranti si imbarcavano e bisognava salvarli, di fronte al mondo – anche se qualche volta la Guardia costiera era distratta, la Marina nicchiava, i maltesi non collaboravano e Frontex, l’infame agenzia di frontiera, si opponeva.
E così 30mila donne, bambini e uomini sono annegati in vent’anni. Ma oggi, grazie a Minniti, ne annegano meno, in assoluto. Infatti, muoiono altrove, tra lager libici e piste nel deserto che non portano da nessuna parte. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, da ogni senso di umanità.

E così, la sorte di questa gente non interessa a nessuno. Alcuni la approvano calorosamente (Salvini, Berlusconi, Grillo), altri con un’ipocrisia che lascia senza fiato («No ai taxi del mare», «No al business dell’immigrazione», proclama Di Maio), altri piangono lacrime false (il Pd). E non parliamo dell’Europa, che elogia Minniti e poi si inchina al fascista Orbàn e agli altri Gauleiter dell’est.

Per ottenere questo bel risultato c’è voluta una certa intelligenza strategica, bisogna ammetterlo. Inizialmente, si sono diffamate le Ong che operavano nel Mediterraneo. Poi si sono avviate inchieste sul «business umanitario», in cui non è mai saltata fuori una prova.

Minniti ha operato a tenaglia, imponendo un codice di condotta alle Ong – in sostanza obbligandole ad accettare i suoi voleri – e contemporaneamente si è accordato con i libici, concedendo soldi, armi, motovedette ecc. in cambio della sparizione dei migranti dal nostro bel mare azzurro.
Tutto quello che è seguito perfeziona il modello. Ogni tanto un solerte procuratore sequestra una nave, con l’incredibile motivazione che non si è subordinata al voleri dei libici, i quali sparano addosso a chi salva i migranti.
Da parte sua Minniti – vista l’inesistenza di Alfano – si è autonominato ministro operativo degli esteri e organizza, su mandato di Gentiloni, inverosimili spedizioni nell’Africa profonda, in Niger, con l’obiettivo di lottare contro il terrorismo, in altri termini per bloccare i migranti alla partenza.

Questa storia del Niger sarebbe comica se non fosse immersa in una realtà tragica. Nel 2017, Gentiloni dichiarava di voler fermare gli scafisti in Niger (in Niger, un paese che non ha sbocchi al mare?). Veniva così approntata una missione di 400 uomini, con blindati e armi pesanti, e 40 venivano inviati a preparare il terreno. Poi, poco alla volta non se ne è saputo più nulla. Prima si è data la colpa a Macron, che non avrebbe voluto gli italiani tra i piedi in quello che di fatto è uno spazio coloniale francese. Poi, alcuni ministri nigerini hanno dichiarato di non aver richiesto la presenza degli italiani. Infine, il silenzio su tutta la vicenda, dopo ridicole smentite del Ministero della difesa.

La cosa più probabile è che, in questo momento, i 40 soldati dell’unità logistica in Niger si struggano di nostalgia per l’Italia lontana, la pizza e la pasta, mentre il vento soffia e li ricopre di sabbia.
Ma c’è poco da ridere. Le strade e le piste che portano da villaggi, slum e periferie dell’Africa verso il nostro mondo sono disseminate di morti, così come il fondo del mare (dal 2,5 al 5% di chi si imbarca, dal 2016 a oggi, secondo diverse stime).

Ma questo non importa ai nostri leader che si disputano il favore del popolo. Che volete che siano 5, 10 o 30mila morti stranieri, davanti ai milioni che ci hanno votato, immagino che pensino Salvini, Di Maio, Berlusconi e Renzi. Ma sì, aiutiamoli a casa loro. Copriamoci gli occhi, non guardiamo, pensiamo alle prossime elezioni.

Libia – Il ritornello del torturatore: o paghi o muori

Con una sentenza storica del 10 ottobre 2017 la Corte di Assise di Milano ha riconosciuto le torture nei campi di detenzione in Libia.
I titoli dell’indice della sentenza scrivono il sommario di un’opera horror“, scrive l’Avv. Maurizio Veglio, che in questo articolo pubblicato nel numero di marzo del mensile L’INDICE dei libri del mese ci aiuta a leggere la sentenza, il primo racconto corale sulla mostruosità dei lager libici, grazie alle testimonianze delle persone offese sentite nel processo.
Il protagonista di questo romanzo-verità, a lungo atteso, è un cittadino somalo, ex migrante affrancato e aguzzino crudele di migliaia di propri concittadini, arrestato a Milano perché circondato da una folla di vittime che hanno trovato la forza di chiedere l’intervento delle forze dell’ordine mostrando le cicatrici e i corpi marchiati” condannato all’ergastolo perché ritenuto responsabile di gravissimi fatti di violenza commessi nei primi mesi del 2016 in un “campo di raccolta” dei migranti in Libia.

Nell’Italia tentata dalla degradazione razzista – come una mandria di uomini-bambini eternamente traumatizzati dalla fobia dell’Uomo nero – è ancora possibile dire qualcosa di sensato sull’immigrazione?

La risposta è ovviamente sì. Ci provano, meritoriamente, accademici, giuristi e perfino politici in una recente serie di testi lucidi e ragionati, che sostituiscono al nonsense mediatico analisi, indagini e argomenti a cavallo tra diritto, economia, politica e demografia. Ci provano anche, e in una lingua comprensibile a tutti, alcuni giudici professionali e popolari. Le parole della giustizia hanno un valore speciale, perché offrono la traduzione giuridica dei fatti storici, cioè la verità processuale.

Opinabile in diritto e probabilistica in fatto ( … ) debole surrogato all’impossibile certezza oggettiva” (Luigi Ferrajoli), essa rimane nondimeno l’unico strumento di cui una collettività dispone per definire giuridicamente la realtà: la sentenza passata in giudicato, definita, è un’affermazione che non ammette repliche. Pur coscienti dei pericoli della supplenza della giurisdizione, esistono sentenze in grado di restituire a cose e azioni il proprio nome, spazzando i tentativi mistificatori e opportunistici. E il caso della decisione della Corte di assise di Milano, che il 10 dicembre 2017 certifica la mostruosità dei lager libici e stravolge, ridefinendolo, il vocabolario del grande buco nero post-Gheddafi.

I “migranti incarcerati perché privi di documenti” si scoprono, nel nostro codice penale, persone sequestrate a scopo di estorsione, vittime di sevizie e abomini. La “polizia che arresta” è il travestimento di gang armate, bande di strada, Asma Boys che popolano gli incubi dei sopravvissuti ad anni di distanza. Gli “arabi che liberano i subsahariani per assumerli“, dimenticandosi poi di pagarli, sono i moderni schiavisti, padroni della scacchiera e delle pedine intrappolate in un labirinto di compravendite, cessioni e aste. Gli “uomini che si imbarcano” diventano bestie recitate, minacciate e pestate, stipate in barconi pericolanti in partenza dalla bocca dell’inferno. Il tutto affidato alla regia della criminalità organizzata transnazionale, autentici imprenditori feudali del XXI secolo.

I titoli dell’indice della sentenza (.pdf) scrivono il sommario di un’opera horror: “i campi di raccolta“, “le punizioni e le torture“, “l’assenza di cure mediche“, “le violenze sessuali“, “gli omicidi“, “le cicatrici sui corpi delle parti lese“.

Il protagonista di questo romanzo-verità, a lungo atteso, è un cittadino somalo, ex-migrante affrancato e – una volta diventato responsabile di un campo di detenzione nei pressi della città di Bani Walid – scopertosi l’aguzzino più crudele di migliaia di propri concittadini. L’apocalisse ha il volto emaciato di 500 sciagurati ammassati in un hangar tra le montagne e il deserto: sorveglianza armata, chiusura notturna senza accesso ai bagni (si urina nel capannone), niente letti, pidocchi dappertutto, cibo scarso, diffusa grave debilitazione.

La trama è atroce quanto banale: chi paga esce, chi non paga rimane all’inferno. All’arrivo nel campo, dopo avere sequestrato i cellulari, i carcerieri consentono una telefonata ai familiari, nel corso della quale – per rafforzare la richiesta di denaro – i migranti vengono percossi e torturati. Talvolta le famiglie ricevono le foto dei propri cari sanguinanti e umiliati. All’intermediario in patria i familiari pagano il prezzo del viaggio – cioè il riscatto – e con questo il diritto alla libertà e alla vita. Nel campo, infatti, si muore di botte, di scarsa igiene, di disidratazione, di parto (e almeno in un’occasione muore anche il neonato). “Da qui possono uscire solo due persone: una persona che ha pagato i soldi e una persona che è morta“, è il ritornello del torturatore. E in effetti si lascia raramente il capannone: ogni tanto qualche uomo – magari di quelli che hanno già pagato una parte della somma – viene portato a lavorare alla costruzione di altri hangar all’interno del perimetro del campo.

Più spesso chi viene prelevato dall’interno finisce in Amalia, la stanza delle torture. Qui le persone vengono fatte inginocchiare, legate e picchiate. Spesso vengono spogliate, bagnate e ustionate con cavi elettrici, frequentemente sui testicoli.

Talvolta i sacchetti di plastica vengono bruciati e sciolti sul corpo dei sequestrati. Si ritorna nell’hangar in uno stato pietoso, coperti di ematomi e ustioni, a volte incoscienti. Dal capannone si sentono le urla, ma dentro regna il silenzio. L’ordine è di non parlare e chiunque potrebbe trasformarsi in una spia. Quando esce una donna cambia la scenografia e si finisce nella camera privata, la stanza degli stupri.

Una giovane ragazza, minorenne, viene denudata in pubblico, portata nella camera e legata. È infibulata. Il torturatore le divarica le gambe e la apre a freddo con uno strumento metallico. La giovane sviene, risvegliandosi più tardi in una pozza di sangue. Un’altra è più fortunata, basta un po’ di sforzo per romperla e penetrarla.

Dentro l’hangar è un universo di lacrime e corpi gonfi. Prima di violentare un’altra giovane, l’aguzzino confessa di avere ucciso – appendendoli per il collo – due ragazzi di circa vent’anni, trattenuti al campo da molto tempo perché le famiglie non pagavano. Poche ore dopo i cadaveri dei due vengono trascinati con le corde avvolte intorno al collo fino al centro del capannone, dove rimangono per un quarto d’ora a ricordare a tutti con chi hanno a che fare.

Altri due ragazzi, ridotti a pelle e ossa, vengono fatti alzare e colpiti selvaggiamente con spranghe di ferro, fino a sfondarne il torace. I testimoni ricordano che i giovani piangevano mentre venivano portati fuori dal capannone, e dopo avere sentito alcune urla nessuno li ha più visti. Qualche tempo dopo un altro migrante viene mandato a seppellire i corpi, “completamente deturpati dalle percosse e anneriti dalle bruciature“. La saga del torturatore termina con il viaggio a Sabratah, l’imbarco, l’arrivo in Italia e l’arresto a Milano, dove, avvistato nei pressi di un centro di accoglienza, in pochi minuti l’aguzzino viene circondato da una folla ribollente, composta in buona parte da vittime che – senza cedere alla tentazione del linciaggio – richiedono l’intervento delle forze dell’ordine, svelando i corpi marchiati e le cicatrici.

Il primo romanzo corale sui moderni campi di concentramento, sullo sfondo del collasso libico, salva dall’oblio le vittime, altrimenti destinate a sopportarne il peso nuovamente in silenzio. Per restituire la voce al tacito esercito di emissari della sofferenza (Malkki), la Corte di assise accetta le sfide del dialogo – la distanza culturale, l’incomunicabilità, gli intraducibili – attraverso gli strumenti del diritto: l’approfondito ascolto delle persone offese, la mediazione linguistica, la consulenza di una docente di antropologia delle immigrazioni.

La sentenza costituisce a sua volta il più grande atto di accusa contro la scelta di esternalizzare la brutalità (Lemberg-Pedersen) attraverso lo scellerato accordo con la Libia. Quella stessa politica – che applica al genere umano il numero chiuso, secondo la folgorante espressione di Sartre nelle pagine incendiarie che introducono i Dannati della terra di Fanon (Einaudi, 2007) – rappresenterebbe un “patrimonio dell’Italia, di cui dovremmo essere orgogliosi” (Marco Minniti, “The Huffington Post”, 8 febbraio 2018).

Lo sfregio porta la firma del “ministro della paura“, artefice dell’accordo, teorico di un’emergenza democratica da eccesso migratorio diventata aberrante verità mediatica: “La guardia costiera libica a cui abbiamo fornito motovedette e formazione, ha salvato in questo periodo oltre 16.000 persone” (Marco Minniti, “La Repubblica”, 8 ottobre 2017).

Il destino dei migranti salvati, oltretutto per mano della marina libica, sospettata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu di sequestri in mare, pestaggi e rapine, nonché di attività di sfruttamento lavorativo e violenze sessuali, è oggi noto. Eppure è ancora l’ignoto – l’estraneo, il corpo femminile, la pelle scura, le lingue straniere, le divinità proteiformi – a turbare il sonno degli uomini-bambini. È ora di svegliarsi.

* L’Avvocato Maurizio Veglio collabora con la Human Rights and Migration Low Klink

Sulla pelle dei migranti

La squallida campagna elettorale in corso alimenta e al tempo stesso si nutre di una narrazione ricca di odio contro i migranti e della mistificazione dei fatti. Nessuno racconta sul serio quello che accade in mare e in Libia

Una campagna elettorale tossica, quella in corso in Italia, che si sta combattendo a colpi di fake news e di speculazioni, anche in senso apertamente razzista, sulla pelle degli immigrati in Italia. Rimbalzano così da un canale di informazione all’altro, dati fatti percepire in modo enormemente amplificato all’opinione pubblica e quindi agli elettori, come la presenza in Italia di immigrati, o musulmani, oppure come il numero delle persone che avrebbero diritto ad uno status di protezione.

Dati che potrebbero fare la differenza nella composizione del futuro parlamento e nella nomina del nuovo governo, spesso dati assolutamente falsificanti, ma utili per chi vuole sfruttare l’allarme sicurezza e la paura che si diffonde nel corpo sociale.

Dal confronto politico e dalla cronaca nazionale sembra invece scomparso il tema dei soccorsi in mare nelle acque del Mediterraneo centrale. Alcuni giornali italiani tacciono sistematicamente. La Marina e la Guardia costiera hanno ridotto al minimo i loro comunicati.

Le minacce della Guardia costiera “libica” non si contano più. La Guardia costiera “libica” ha potuto bloccare in alto mare centinaia di migranti in fuga dagli orrori dei lager libici, per riconsegnarli a terra agli stessi carcerieri dai quali erano fuggiti. 

Come nel caso di tanti nigeriani bloccati in mare e riportati in centri nei quali possono essere venduti o costretti a fuggire per finire di nuovo nelle mani di altre milizie che li tortureranno per estorcere loro danaro.

Si tratta di un ennesimo caso di intercettazione in alto mare, questo il termine esatto. La Marina italiana e la Guardia costiera italiana evidentemente non presidiano più una vasta zona di acque internazionali a nord della costa libica. dopo gli accordi di collaborazione operativa stipulati con il Memorandum d’intesa del 2 febbraio 2017. Ma per Gentiloni, grazie a Minniti ed ai suoi accordi avremmo “acceso i riflettori sui diritti umani in Libia”. 

Dal primo febbraio di quest’anno, dopo la fine ingloriosa di Triton, dovrebbe essere partita l’operazione Themis di Frontex (adesso ridefinita Guardia Costiera e di frontiera europea), e sono presenti nelle acque del Mediterraneo centrale le navi dell’operazione europea EUNAVFOR MED, ma i loro assetti, salvo qualche lodevole eccezione di soccorso, risultano praticamente invisibili.   

Si muore anche per abbandono o ritardo nei soccorsi.

Intanto i  veri trafficanti rimangono a terra e magari sono anche collusi, con  parte della cd. Guardia costiera libica e con le milizie armate che l’Unione Europea, e l’Italia, stanno foraggiando per impedire che i migranti riescano ad allontanarsi dalle coste libiche.

Ed adesso la frontiera da difendere per impedire il passaggio dei migranti si è spostata in Niger.

Lasciando ai libici la possibilità di raggiungere le acque internazionali, pure in assenza di una vera zona SAR (zona di soccorso) libica riconosciuta a livello internazionale dall’IMO (Organizzazione marittima internazionale, si realizzano di fatto dei veri e propri respingimenti collettivi.

Si assiste così ad un vero e proprio aggiramento del divieto di trattamenti inumani.Nessuno osa ricordare le gravissime responsabilità dell’Unione Europea, accertate dalla condanna del Tribunale permanente dei Popoli, anche molte ONG sono state ridotte al silenzio o si sono dileguate.

Dopo che lo scorso anno una parte dei servizi segreti è stata utilizzata a fini politici per gettare discredito sulle navi umanitarie presenti delle ONG e fare partire indagini come quelle che hanno portato al sequestro della nave Juventa della ONG tedesca Jugend Rettet, si continuano a diffondere dati falsi su collusioni tra operatori umanitari e trafficanti.

Questi attacchi provengono da una destra che non ha mai rinnegato i suoi rapporti con il fascismo e che oggi cerca di accreditarsi come paladina dell’identità italiana e del benessere della popolazione autoctona, dimenticando che il contributo apportato dagli stranieri anche in termini economici è complessivamente superiore al costo derivante dalla loro presenza in Italia, incluso il costo enorme di un sistema di accoglienza che ancora è tutto da bonificare, ma che non si può chiudere in qualche mese con una rapida espulsione delle persone che ospita.

Un tentativo di strumentalizzazione della paura e del livore sociale da respingere con tutta la forza possibile, come sono da respingere la legittimazione degli accordi per bloccare e incarcerare chi legittimamente cerca una possibilità di emigrare o per i rimpatri forzati verso i paesi di origine.

E’ tempo che la politica si confronti sulle possibili soluzioni che l’Italia, anche da sola in un contesto europeo sempre più blindato, come la legalizzazione di quanti sono arrivati dalla Libia per effetto di violenze subite in quel paese o per persone che ormai sono saldamente radicate nel nostro territorio e rivendicano gli stessi diritti degli italiani.

Nel medio periodo occorre pensare ad una valorizzazione della protezione umanitaria, ed all’apertura di consistenti canali legali di ingresso per lavoro.

Nessuno si illuda comunque che ci siano soluzioni miracolistiche per il cosiddetto problema immigrazione, senza affrontare i grandi temi della giustizia sociale e di una redistribuzione più equa della ricchezza e dei carichi fiscali e contributivi, per tutti, italiani e stranieri. 

Va superato l’attuale Regolamento Dublino che inchioda i richiedenti asilo nel paese europeo di primo ingresso. Garantire possibilità di transito verso altri paesi europei.

Il malessere sociale, la crisi economica non si possono nascondere dietro la guerra ai poveri, agli ultimi arrivati, alle minoranze.
Dietro la logica del nemico interno da allontanare a ogni costo, o da abbattere, si cela soltanto lo stato di polizia. 

Lanciamo proposte di convivenza nel rispetto della legalità. Al di fuori di questo orizzonte non rimane che un ulteriore inasprimento dello scontro sociale e un clima di guerra che, dalle frontiere esterne, e ne abbiamo già tante in divenire, potrebbe presto trasferirsi alle frontiere interne che stanno frammentando anche il nostro territorio. E a quel punto nessuno, proprio nessuno, potrà sentirsi davvero al sicuro.

(Estratto da un articolo di Fulvio Vassallo)

La paralisi bianca e l’uomo nero

Bologna stazione, ore 15. Visione caleidoscopica di un Paese in tilt.

Freccerosse in ritardo di tre, quattrocento minuti. Tabelloni elettronici assurdi, che mostrano i treni delle 10 del mattino ma non quelli in arrivo imminente. Annunci sonori automatici resi incomprensibili dal frastuono del pubblico posseduto da un frenetico andirivieni. Nessuna voce autorevole che spieghi cosa accade e indirizzi i passeggeri. Scale mobili prese d’assalto. Fiumane che salgono e scendono negli inferi dell’alta velocità. Impossibile sedersi, alcune donne anziane piangono. Fuori fa freddo, e la sala d’aspetto è strapiena. E meno male che c’è, oggi che in Italia si paga anche per la pipì.

La stazione di Bologna è un purgatorio dove regna un sottomesso silenzio. Nessuno impreca. Comunicazione interpersonale zero. Tutti sono chini sugli smartphone, ciascuno per conto suo, separatamente in cerca di vie d’uscita alternative.

E intanto, nei corridoi sotterranei, ecco la visione surreale di cinque uomini in mimetica che, anziché soccorrere i naufraghi delle “frecce”, attorniano armati uno straniero di pelle scura che cerca nella giacca documenti che verosimilmente non ha. Passano dei ragazzi con zaini, deridono il “clandestino”, e la forza pubblica non reagisce.
Mai mi è apparsa più chiara la funzione del capro espiatorio. In assenza di soluzioni, serve a sfogare sull’alieno la rabbia della gente.

Vent’anni fa sarebbe stata la rivoluzione. Oggi niente. Perché?

Come mai questo Paese taglieggiato dalle camorre, desertificato dalla grande distribuzione, saccheggiato dalle banche, bastonato dalle tasse, espropriato degli spazi pubblici e delle certezze sindacali, come mai questa Italia derubata del futuro, che va in crisi per una nevicata, che si lascia togliere persino la libertà democratica delle preferenze elettorali, che vede i suoi figli sedati fin da piccoli dalle playstation e poi costretti, da grandi, a emigrare per sfamarsi, magari facendo i camerieri con una laurea in tasca, come mai un Paese simile, anziché fare la rivoluzione, diventa razzista?

La risposta è di un’ovvietà elementare.
Esiste un legame strettissimo tra la nullità di una classe dirigente e il rialzarsi della tensione etnica. Quando i reggitori non sanno dare risposte alla gente, le offrono nemici.
Funziona sempre, perché l’uomo nero da detestare abita in ciascuno di noi. I media lo sanno, e ci campano. I social figurarsi. Accusare il “forestiero” impedisce di pensare ai nemici interni e assolve la comunità “autoctona” dall’obbligo morale di interrogarsi sui propri errori. È così da secoli. La dissoluzione della Jugoslavia insegna. Dopo aver saccheggiato il paese, la dirigenza post-comunista, per non pagare il conto, ha scagliato serbi contro croati e quel che segue. Ammazzatevi tra voi, pezzi di imbecilli.

Che c’entra la Jugoslavia? C’entra eccome. È stata il primo segno di una malattia che oggi sta contagiando l’Unione europea e si chiama balcanizzazione. Che significa: trasferimento sul piano etnico di una tensione politica e sociale che altrimenti spazzerebbe via i responsabili della crisi, i ladri e i loro cortigiani.
Lo sta facendo Erdogan, evocando nemici a destra e a manca. Lo ha fatto Trump per spuntarla alle elezioni. Lo ha fatto Theresa May che ora non sa come gestire il risultato – Brexit – di un voto da cui non pensava di uscire vittoriosa. Lo fanno i Catalani chiedendo di sessore asepararsi da Madrid. Gli vanno dietro i populisti austriaci pianificando reticolati al Brennero. Per non parlare dei belgi di lingua olandese e francese che si guardano a muso duro sotto le vetrate del palazzo dell’Ue a Bruxelles. Impotenza, mascherata di patriottismo.

Viviamo un momento drammaticamente complesso segnato dal tema immigrazione. Ne siamo sommersi e non sappiamo come gestirla. Non lo sanno nemmeno quelli che l’hanno messa in moto per avere lavoratori a basso costo.
Volevano manodopera, e invece gli hanno mandato degli uomini. Non era previsto. Uomini che fanno figli e cercano la felicità.
E allora ecco la pensata: trasformare l’immigrato in parafulmine, per farla franca. Farne un tema elettorale, semplificare la complessità, depistare la tensione su altri obiettivi, speculare sul naturale spaesamento e le nostalgie identitarie dei più deboli in una società globale che emargina ed esclude.

Chi fomenta odio razziale, con o senza il rosario, non si limita a evocare tragici fantasmi di ieri, ma è anche complice dei ladri che costringono i nostri figli a emigrare. Li copre. Con la pressione etnica aiuta i caporali ad abbassare il costo del lavoro e l’economia illegale a campare di schiavi nei campi di pomodori.
È così ovvio, benedetto Iddio. Ma allora perché i cosiddetti democratici, salvo poche eccezioni, non ne parlano? Per paura dei sondaggi? Per non andare contro il senso comune di una minoranza urlante?

Un giorno, presto o tardi, vi sarà imputato di avere taciuto. Perché anche dalla vostra pusillanimità discende l’osceno silenzio che nei treni e sugli autobus avvolge e lascia impunito chi, in questa vigilia elettorale, tuona contro l’uomo nero.

È questo silenzio che ferisce e offende, più ancora del razzismo. Eppure sarebbe così facile svelare il trucco; dire che, un secolo fa, dicevano di noi italiani in America le stesse cose che oggi noi diciamo dei forestieri in Italia. E cioè che fanno troppi figli, rubano il lavoro alla gente, portano criminalità e malattie. Per mio nonno è stato così, a otto anni ha attraversato l’oceano da solo, per fame. Minore non accompagnato. Varrebbe la pena ricordarlo. Anche perché sono le stesse cose che, forse, altri Paesi diranno, domani, dei nostri figli.

Paolo Rumiz
da “La Repubblica” 27-2-018

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